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Il segreto dei Maestri

Tratto da: "TRA I DERVISCI" di Omar M. Burke  Ed. IL PUNTO D'INCONTRO

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Noi occidentali siamo abituati a sentirci dire che non comprendiamo la spiritualità o che l'Oriente è il deposito di antichi segreti, che siamo dei materialisti e che dobbiamo liberarci dalle cristallizzazioni di secoli di disattenzione nei riguardi dei "veri valori".
I Sufi con i quali condividevo la vita avevano anch'essi questo genere di pensieri, ma in un senso alquanto diverso ed è precisamente questa diversità di prospettive che mi spinse a cercare di capire di che cosa si trattava esattamente.
Impiegai quasi tre anni a comprendere che le loro osservazioni riguardo alla nostra mancanza di spiritualità non miravano a colpevolizzarci, ad invitarci a un maggiore sforzo, a incitarci a seguire coloro che avevano formulato la diagnosi. Quando compresi il senso dei loro propositi realizzai al tempo stesso come la loro dottrina "espressione di una spiritualità reale" si era degradata nelle mani di imitatori. I Sadhu indiani, per esempio, praticano la rinuncia alle "cose del mondo"; è indubbio che, originariamente, costoro adottavano questo tipo di vita per un certo periodo, allo scopo di acquisire un nuovo punto di vista sulla vita. Poi, gradualmente, ciò che era solo un mezzo divenne un fine; è facile vedere con quale rapidità il senso reale di una pratica possa andare completamente perduto. L'insegnante chiede al discepolo di astenersi da questo o quello. A meno di essere sotto un controllo permanente, l'allievo, prendendo quest'istruzione alla lettera, tenderà (coscientemente o meno) a ragionare in questo modo: "se una restrizione parziale è utile, allora una restrizione totale mi condurrà sicuramente dritto alla meta".
Riconsiderando sotto questo punto di vista gli insegnamenti del Nuovo Testamento, compresi che in esso si trovava la chiave delle apparenti contraddizioni, così discusse, nelle parole di Gesù. Gesù insegnava: si rivolgeva a un certo gruppo in un certo momento e a un altro gruppo in un altro momento. Non faceva altro che "prescrivere", alla maniera sufi, tecniche diverse a persone diverse. Tuttavia, per l'incomprensione, l'avidità e l'incapacità di capire il sistema nella sua totalità, degli ascoltatori o dei loro successori, ammassarono tutta insieme l'intera tradizione: il risultato di questo assemblaggio fu il "caos" che è stato denunciato dalle menti critiche.
Questa scoperta, o realizzazione, ebbe un tale impatto nella mia mente che sentii improvvisamente un'attrazione nuova nei riguardi del Cristianesimo, per ciò che stava cercando di fare e per il suo Fondatore. Potevo abbracciare in un solo sguardo duemila anni di sforzi, duemila anni durante i quali persone ben intenzionate avevano tentato di applicare principi esoterici e spirituali meccanicamente. Ancora la massima consciamente od inconsciamente: "Ciò che è buono per uno, deve essere buono per tutti" ed ancora la credenza secondo cui "se qualcosa è benefico in piccole dosi, deve esserlo ancora di più in dosi maggiori".
Vidi chiaramente, che questo processo di degradazione dell'insegnamento poneva gli stessi problemi, in Oriente come in Occidente. In effetti, il processo è più avanzato in Oriente che in Occidente, in parte perché l'Oriente ha dietro di sé un passato religioso o filosofico più lungo, se ci si attiene al periodo storico, in parte perché i
messaggi di Buddha, di Zoroastro o di Confucio hanno obbedito, ancor prima del Cristianesimo, alla legge naturale del declino. Fu con questi pensieri in mente che lasciai il Cairo per Bagdad, antica dimora Sufi, dove numerosi Maestri classici hanno vissuto, insegnato e sono morti. Ma non venivo solo per visitare la città. Idries Shali era a Bagdad ospite di un'antica famiglia molto influente, che i recenti disordini politici non erano riusciti a mandar via dal suo palazzo.
Appena entrai nel salone, Shah si alzò, mi fece sedere accanto a sé, mi offrì una sigaretta e si mise a parlare come se non ci fossimo mai lasciati. Mi sforzai di guardarlo e di ascoltarlo diversamente da come avevo fatto in occasione del nostro primo incontro a Damasco. L'atmosfera che circonda un uomo (creata molto spesso dal modo in cui la gente reagisce al suo contatto) può dar luogo a un giudizio erroneo. Ero venuto con alcune domande e con l'intenzione di approfondire il mio giudizio, ma questa volta le mie domande erano di tutt'altro genere e il "giudizio" di natura diversa.
Non fui molto sorpreso quando egli rispose a tutte le mie domande ancor prima che aprissi bocca. Gli dissi semplicemente: "Lei sta rispondendo alle domande che erano nella mia mente e che mi apprestavo a porle. Ma vorrei chiederle questo: lei cerca deliberatamente di scoraggiare o di respingere quelli che si avvicinano a lei, usando ciò che si potrebbe chiamare "dissimulazione"? In effetti, agisce in modo che la gente pensi che lei non sia quello che realmente è, per sbarazzarsi di loro?".
"Mio caro amico", rispose immediatamente, "crede che esista una formula migliore? Lei ha visto giusto. Se cerca di convincere il suo interlocutore della veridicità di ciò che dice, potrà riuscirci o meno. Se ci riesce, sarà riuscito senza dubbio a impiantare in lui una credenza in più, ma non gli avrà trasmesso nulla di utile. Se invece non ci riesce, tanto vale sbarazzarsi subito di lui e in questo caso è più gentile fargli credere che non si è utili per lui, piuttosto che dargli l'impressione di non aver superato il "test", o qualcosa del genere".
"Allora, che cosa cerca nella gente?"
"La capacità di essere, di servire e di capire, non il credere di credere".

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