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La vita retta

Di Bertrand Russell

Da "Perchè non sono cristiano" (1960) di Bertrand Russell - Longanesi, Edizione il Cammeo, 2006

 

 

La vita retta

 

Ci sono state, in tempi diversi e fra popoli diversi, molte e dissimili concezioni sulla vita retta. Queste differenze sono spesso oggetto di discussione; specie quando non si è d'accordo sui mezzi per ottenere un dato fine. Molti giudicano la prigione un buon mezzo per la prevenzione del delitto; altri ritengono che sarebbe più efficace un'adeguata educazione. Talvolta questa diversità di opinioni può essere superata. Altre volte no.
Non sono in grado di dimostrare che il mio punto di vista sulla vita retta sia giusto; posso soltanto formulare la mia opinione, sperando che sia condivisa da molti. Il mio pensiero è questo: «la vita retta è quella ispirata dall'amore e guidata dalla conoscenza». Conoscenza e amore non hanno confini, cosicché una vita, per quanto retta, è sempre suscettibile di miglioramento. L'amore senza la conoscenza, o la conoscenza senza l'amore, non possono maturare una vita retta. Nel Medioevo, allorché la pestilenza mieteva vittime, santi uomini riunivano la popolazione nelle chiese per pregare, cosicché l'infezione si diffondeva con straordinaria rapidità fra le masse dei supplicanti. Ecco un esempio di amore senza conoscenza. La grande guerra è un esempio di conoscenza senza amore. In entrambi i casi le conseguenze furono disastrose.
Benché amore e conoscenza siano necessari, l'amore è, in certo senso, più fondamentale perché spinge l'intelligenza a scoprire sempre nuovi modi di giovare ai propri simili. Le persone non intelligenti si accontenteranno di agire secondo quanto è stato loro detto, e potranno causare danno, proprio per la loro ingenua bontà. La medicina suffraga questa opinione. Un bravo medico è più utile a un ammalato che non l'amico più devoto; e il progresso della scienza medica giova alla salute della comunità più che una ignorante filantropia. Tuttavia, anche al medico è necessaria la benevolenza, affinché tutti, e non soltanto i ricchi, possano approfittare delle scoperte scientifiche.
La parola «amore» indica una varietà di sentimenti; l'ho usata di proposito, perché desidero comprenderli tutti. L'amore come emozione (è di questo che sto parlando, perché l'amore «per principio» non mi sembra genuino) si muove fra due poli: il puro diletto della contemplazione e la pura benevolenza. Gli oggetti inanimati suscitano soltanto diletto; non possiamo infatti provare benevolenza per un paesaggio o una sonata. Questo genere di godimento è, presumibilmente, la fonte dell'arte. Di regola è più forte nei bambini che negli adulti, inclini, questi ultimi, a vedere gli oggetti con spirito utilitaristico. Questo diletto, o la sua mancanza, è all'origine dei nostri sentimenti verso gli esseri umani, se considerati semplici oggetti di contemplazione estetica.
L'altro aspetto dell'amore è la pura benevolenza. Negli uomini che, ad esempio, hanno sacrificato la vita nella cura dei lebbrosi, l'amore non può avere alcun elemento di diletto estetico. Nell'affetto dei genitori è implicita l'attrattiva dell'aspetto dei figli, ma esso non è meno forte anche se quest'attrattiva manca. Può sembrare strano chiamare «benevolenza» l'interesse di una madre per un figlio ammalato, poiché generalmente con questa parola s'intende una pallida emozione, in buona parte ingannevole. D'altronde, è difficile trovare una parola diversa per definire il sentimento con cui si desidera il benessere del prossimo. Il migliore esempio di questo sentimento lo si può trovare nell'affetto dei genitori. Negli altri casi questo desiderio è meno forte; tuttavia, spesso, l'altruismo è quasi un superamento e a volte un'esaltazione del sentimento familiare. È chiaro che parlo di un'emozione, non di un principio, e che escludo da essa quel senso di superiorità che vi è talvolta associato. Il termine «comprensione» esprime soltanto in parte ciò che intendo; perché esclude quel dinamismo che desidero vi sia accolto.
L'amore, nella sua più completa espressione, è una indissolubile combinazione dei due elementi, diletto e affetto. Tale può essere il sentimento di un genitore verso un figlio bello e bravo, o l'amore sessuale nella sua perfezione. In quest'ultimo, però, può esservi benevolenza soltanto se sostenuta da fiducioso possesso; diversamente la gelosia la distruggerà, pur accrescendo, a volte, l'attrazione estetica. Il diletto senza affetto può essere crudele; l'affetto senza diletto può raffreddarsi fino alla semplice superiorità protettiva. Una persona che vuole essere amata desidera suscitare entrambi i sentimenti, a meno che si tratti di persona particolarmente debole, come potrebbe essere un bimbo o un ammalato grave. In questi casi, la benevolenza è tutto ciò che si desidera. Al contrario la forza ricerca piuttosto l'ammirazione che la benevolenza; è il caso dei potenti o delle bellezze famose. Secondo la logica della biologia, noi cercheremmo l'affetto altrui in proporzione al nostro bisogno di aiuto o al nostro timore di subire il male. Ciò non è del tutto esatto. Siamo desiderosi di affetto anche per sfuggire al senso di solitudine, per essere, come si dice, «compresi». Qui entra in gioco la comprensione e non soltanto la benevolenza. Le persone il cui affetto ci appaga devono non soltanto volerci bene, ma anche capire cosa ci occorre per la nostra felicità. Qui si inserisce l'altro elemento della vita retta, cioè la conoscenza.
In un mondo perfetto ogni essere senziente dovrebbe rappresentare per gli altri l'oggetto del più completo amore, fusione perfetta di diletto, benevolenza e comprensione. Con questo non si vuol dire che, nel mondo reale, noi dobbiamo provare tali sentimenti verso tutti gli esseri senzienti. Ce ne sono molti che non suscitano in noi alcun diletto, ma, al contrario, un senso di disgusto; se ci costringessimo a vedere in essi una bellezza che non c'è, distruggeremmo il nostro gusto estetico. Tralasciando gli esseri umani, pensiamo al disgusto che proviamo per pulci, cimici e pidocchi; non si può, senza abbrutimento, provare diletto alla contemplazione di questi come di molti altri insetti. Alcuni santi, è vero, li hanno chiamati «perle di Dio», ma ciò che deliziava questi uomini era lo spettacolo della propria santità.
La benevolenza è facile a espandersi, ma anch'essa ha i suoi limiti. Se due uomini desiderano sposare la stessa donna, i sentimenti di colui che deve ritirarsi non possono essere certamente di benevolenza verso il rivale più fortunato. Descrivendo gli aspetti della vita retta, dobbiamo presumere anche un certo fondo di vitalità e di istinto animali: senza di questi l'esistenza diventa scialba e priva di interesse. Questo fondo dovrà essere affinato dalla civiltà ma non sostituito da essa. Gli asceti e i saggi estranei alle cose terrene non sono, sotto questo aspetto, esseri umani completi. In numero limitato, essi possono arricchire una comunità; ma in un mondo composto esclusivamente di tali saggi e asceti, si morirebbe di noia.
Queste considerazioni ci riconducono all'affermazione del diletto come elemento dell'amore completo. Nel nostro mondo il diletto è inevitabilmente selettivo, perciò non possiamo avere gli stessi sentimenti verso tutta l'umanità. Allorché sorgono conflitti fra diletto e benevolenza, essi, di regola, debbono venire risolti con un compromesso, non già con la completa resa dell'uno o dell'altra. L'istinto ha i suoi diritti e può fare le sue sottili vendette qualora essi siano conculcati. Perciò, chi aspira a una retta via non deve dimenticare i diritti dell'istinto.
Considerando la conoscenza un ingrediente della vita retta, non mi riferisco alla conoscenza etica, bensì a quella scientifica e dei fatti concreti. Se desideriamo raggiungere un dato fine, la conoscenza ce ne può indicare i mezzi, e tale conoscenza viene impropriamente considerata etica. Ma credo che non si possa decidere quale condotta sia giusta o sbagliata, senza riferirsi alle sue eventuali conseguenze. Stabilito un fine, è compito della scienza scoprire come raggiungerlo. Il giudizio sulle regole morali deve essere dato esaminando se esse sono capaci di realizzare i fini che noi desideriamo. Dico fini che desideriamo, non fini che «dovremmo» desiderare. Ciò che «dovremmo» desiderare è semplicemente ciò che altri vogliono che noi desideriamo. Questi «altri» normalmente sono i genitori e gli insegnanti, i poliziotti e i giudici. Se mi dite: «Dovresti fare così e così», l'efficacia della vostra esortazione sta nel fatto che io desidero la vostra approvazione, con le relative ricompense o che temo le vostre punizioni, a seconda del vostro giudizio. Dato che il comportamento deriva dal desiderio, è chiaro che le nozioni etiche sono importanti soltanto per l'influenza che esse esercitano su questo desiderio: desiderio dell'approvazione e timore della disapprovazione, queste potenti forze sociali che istintivamente cercheremo di trarre dalla nostra parte se ci sta a cuore qualche realizzazione di portata sociale. Quando dico che la moralità della condotta deve essere giudicata dalle sue eventuali conseguenze, intendo che noi desideriamo venga data l' approvazione a quella condotta, che può portare alla realizzazione del progresso sociale da noi auspicato e la disapprovazione a una condotta opposta. Al presente ciò non avviene; vi sono regole tradizionali, secondo cui l'approvazione e la disapprovazione non tengono conto delle conseguenze. Ne riparleremo.
La superfluità dell'etica teoretica salta agli occhi nei casi più semplici. Supponiamo, ad esempio, che il vostro bambino sia ammalato. L'amore vi spinge a curarlo, e la scienza vi dice come dovete fare. Non c'è una fase intermedia di teoria etica dove sia dimostrato che è giusto curiate il vostro bambino. La vostra azione deriva direttamente dal desiderio di un fine e, insieme, dalla conoscenza dei mezzi. Questo è ugualmente vero per tutte le azioni, siano esse buone o cattive. I fini differiscono, e la conoscenza è più adeguata in alcuni casi, meno in altri. Ma non c'è alcuna maniera concepibile per costringerci a fare cose che non desideriamo. È possibile soltanto modificare i nostri desideri con un sistema di ricompense e punizioni: importanti stimoli sono l'approvazione e la disapprovazione sociali. Perciò il problema posto al moralista e al legislatore è questo: «Come può essere stabilito un sistema di ricompense e punizioni che permetta di realizzare al massimo il contenuto della legge o della regola morale?» Se io dico che il legislatore legifera male, voglio semplicemente esprimere la mia opinione che i suoi desideri (o comandi) sono in contrasto con quelli di una parte della comunità alla quale appartengo. Al di fuori dei desideri umani non c'è alcuna misura morale. Ciò che distingue l'etica dalla scienza non è uno speciale tipo di conoscenza, ma soltanto il desiderio. Il tipo di cognizioni richiesto dall'etica non è diverso da qualsiasi altra conoscenza; la sua particolarità sta nel desiderio di raggiungere determinati fini, attraverso una giusta condotta. Naturalmente, se la definizione di giusta condotta deve essere accettata da molti, anche i fini devono essere accettati da molti. Se io definissi giusta condotta quella che accresce i miei redditi, i miei lettori non accetterebbero questa definizione. Tutta l'efficacia di qualsiasi argomento etico sta nel suo contenuto scientifico, cioè nella dimostrazione che una determinata condotta, piuttosto che un'altra, è un mezzo per raggiungere un fine largamente desiderato. Faccio distinzione, però, fra argomento etico e educazione etica. Quest'ultima rafforza certi desideri e ne indebolisce altri. È un procedimento completamente diverso che tratterò più avanti.
Possiamo ora spiegare più esattamente il significato di «vita retta» con cui abbiamo iniziato questo capitolo. Quando dissi: «La vita retta è quella ispirata dall'amore e guidata dalla conoscenza», ero spinto dal desiderio di vivere tale vita nel limite delle mie possibilità, e di vedere gli altri viverla. In una comunità di uomini che vivono ispirandosi a quella formula, sarà soddisfatto un maggior numero di desideri che non dove c'è meno amore o meno conoscenza. Non affermerei tuttavia che questo genere di vita sia «virtuoso» e che il suo opposto sia «peccaminoso», perché queste distinzioni non hanno, secondo me, alcun fondamento scientifico.

Da "Perchè non sono cristiano(1960) di Bertrand Russell - Longanesi, Edizione il Cammeo, 2006

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