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Riflessioni Filosofiche

Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

Il darwinismo 160 anni dopo

di Claudio Messori*

 - Dicembre 2021


La nascita della teoria darwiniana dell’evoluzione, e il De profundis della teoria creazionista, vengono fatti coincidere con la pubblicazione della prima edizione de Sull'origine delle specie per mezzo della selezione naturale o la preservazione delle razze favorite nella lotta per la vita, pubblicata il 24 Novembre 1859 presso l’editore Murray di Londra, anche se sarà solo con l’edizione del 1871 che Darwin utilizzerà per la prima volta il termine evoluzione nella sua opera, assieme all’aggiunta del concetto, espresso per primo dall’economista Thomas Robert Malthus e poi dal filosofo positivista Herbert Spencer, di sopravvivenza del più forte, seguito, alla fine del Cap. XV, da un esplicito richiamo alla magnificenza del Creatore (Darwin era consapevole di avere dato il colpo di grazia alla teoria creazionista, ma evitò sempre di farsi coinvolgere in attacchi contro la religione e da buon agnostico non negò mai l’esistenza di Dio, si preoccupò piuttosto di dare alla Scienza ciò che era della Scienza e a Dio ciò che era di Dio): C'è qualcosa di grandioso in questa idea della vita, con le sue infinite potenzialità, originariamente infuse dal Creatore in pochissime o in una sola forma; e, mentre questo pianeta ha continuato a roteare seguendo le immutabili leggi di gravità, da un inizio così semplice infinite forme, sempre più belle e meravigliose, si sono evolute e tuttora si evolvono.

L’opera fu accolta con grande interesse dalla comunità scientifica e intellettuale dell’epoca, che si divise tra chi sosteneva e chi dissentiva dalla teoria espressa da Darwin, raccogliendo una strenua opposizione, al limite dell’accusa di blasfemia, da parte dei sostenitori laici e religiosi della teoria creazionista. Tra i positivisti europei, invece, la nuova teoria riscosse grande successo, tanto che lo stesso Karl Marx, seppure meno entusiasta della teoria darwiniana di quanto non fosse l’amico Friedrich Engels, nel 1873 inviò in omaggio a Darwin la seconda edizione, allora uscita, del II volume del Capitale. La dedica autografa diceva: Al signor Charles Darwin da parte del suo sincero ammiratore Karl Marx.

Come il suo predecessore e primo artefice di una teoria evoluzionista, il naturalista francese Jean-Baptiste Lamarck (1744-1829), Darwin concepì e formulò la sua verità storica di ciò che secondo il paradigma creazionista era considerato senza storia, basandosi sulle evidenze desunte dall’ampia raccolta di dati empirici in suo possesso, dandone una interpretazione del tutto conforme alla prospettiva di conoscenza elaborata dal pensiero positivista, di quello anglosassone in particolare, che nell’800 era solidamente e irreversibilmente asceso al rango di dottrina della fede nella Scienza.

La sua visione della Natura era deterministica. Per un uomo del suo tempo, determinismo voleva dire la concezione esposta dal matematico e astronomo Pierre-Simon de Laplace nel Système du monde (1814). Questa dottrina, che avrebbe dominato la scena fino alla rivoluzione concettuale provocata dalla fisica quantistica, può essere riassunta così:

a) l'Universo è retto dalla causalità;
b) nella storia dell'universo ogni stato della materia è determinato da quello che lo precede e determina quello che segue, secondo modalità analizzabili per mezzo della meccanica newtoniana;
c) la causalità consente la prevedibilità;
d) i fenomeni vengono descritti secondo il paradigma meccanicistico e deterministico che trae forza dalla precisione e dal rigore della meccanica newtoniana;
e) il caso non esiste, è un concetto relativo ai limiti delle capacità umane: è infatti inconcepibile che vi siano eventi che si sottraggono a una legge;
f) la rete causale dell'universo è tuttavia troppo complessa perché possa essere ricostruita dalla mente umana; per questo tutte le conoscenze fisiche non possono essere che fondate sulla probabilità.

Il modus operandi dell’evoluzione è fatto di prove e soprattutto di errori. L'unico fattore di ordine è la selezione naturale. Questa, trasforma una improbabilità in una probabilità: fa di un evento fortuito (la comparsa casuale di una variazione) l'inizio di un processo che, considerato retrospettivamente, sembra indirizzato fin dall'inizio lungo una certa direzione, ma solo perché tutti gli altri percorsi sono stati cancellati e quello che vediamo è l'unico superstite, o il più appariscente fra i superstiti. Darwin dimostrava che le stesse cause che producevano conservazione, stabilità ed equilibrio potevano produrre precarietà, distruzione e trasformazione. L'aspetto sereno, maestoso, lussureggiante della Natura coesisteva con l'aspetto tragico. La Natura era insieme crudele e benefica, avara e prodiga.

Ma come si producono le differenze individuali all’interno di una specie, che sono il materiale da costruzione con cui opera la selezione naturale? La base di partenza era il riconoscimento di una variabilità spontanea delle specie in Natura, cioè del fatto che anche nello stesso ambiente gli individui della medesima specie differiscono tutti l'uno dall'altro, seppure in modo impercettibile. Questa variabilità è detta spontanea perché è un dato costante della Natura: è presente in tutti gli ambienti e in tutte le condizioni. Le sue cause sono, secondo Darwin, le più disparate (clima, cibo, abitudini di vita, effetti strani della riproduzione sessuale, ecc.), ma la variazione da sola non spiega l'evoluzione. Infatti non tutte le variazioni hanno uguale importanza, non tutte possono dare inizio a una linea evolutiva. Ognuna può risultare più o meno vantaggiosa delle altre, a seconda delle circostanze: tutte devono passare attraverso il vaglio dell'ambiente, al quale spetta l'ultima parola. La decisione avviene a un livello superiore, non più individuale, ma ecologico: quello della selezione naturale. La formazione di specie nuove è dunque il risultato di due processi distinti: la comparsa imprevedibile e costante di variazioni e la selezione severa esercitata dall'ambiente.

Le variazioni, secondo Darwin, sono non solo spontanee, ma anche casuali. Questo concetto è cruciale nella sua teoria. Parlando di variazioni casuali Darwin non intende dire che non hanno una causa, ma che sono dovute a cause complesse e sconosciute: il termine caso sta a indicare la nostra ignoranza delle cause, non la loro assenza.
Ma il termine casuale ha anche un altro significato, distinto logicamente ma inseparabile dal primo: le variazioni non sono orientate a favorire la sopravvivenza dell'individuo. La singola variazione non è di per sé la risposta giusta alle esigenze poste dall'ambiente; in altri termini, non nasce per adattare l'organismo all'ambiente, non garantisce di per sé la sopravvivenza e il successo riproduttivo; anzi, nella stragrande maggioranza dei casi le variazioni sono inutili o indifferenti, alcune perfino dannose: eliminate queste ultime dalla selezione naturale, le altre rimangono, come si dice oggi, fluttuanti, in attesa che l'ambiente si pronunci sul loro destino. Questo, però, non dà istruzioni agli organismi su come modificarsi, ma si limita a giudicare, per così dire, il loro comportamento spontaneo. Nella teoria darwiniana, l'organismo non si modifica per adattarsi: varia e basta. Le variazioni si producono in molte direzioni, senza correlazione con le esigenze della sopravvivenza. Se e quali siano adattative viene stabilito dalla rete complicatissima delle relazioni ecologiche che costituiscono quell'ambiente particolare: la variazione propone, la selezione dispone.

Influenzata dalla teoria darwiniana dell’evoluzione, l’idea di progresso scientifico (tecnologico e industriale) dell’epoca vittoriana divenne un paradigma metafisico, secondo cui la realtà esprime uno sviluppo universale, costante e necessario, verso forme sempre più evolute di vita, dal semplice al complesso, dall’omogeneo all’eterogeneo, dall’inferiore al superiore. Sotto le suggestioni offerte dalla teoria biologica dell’evoluzione, la realtà non viene più interpretata secondo le tradizionali categorie metafisiche dell’immutabilità e della necessità, dell’innatismo e della fissità, ma piuttosto del dinamismo e del progresso.

Tutto l’impianto teorico su cui si regge l’ipotesi darwinista di processo-progresso evolutivo si regge su una interpretazione della filogenesi palesemente viziata dal delirio di onnipotenza positivista, da quella perversa pulsione imprenditoriale volta a sostituire l’assunto monoteista, secondo il quale a capo di Tutto regna la Volontà di Dio (il cui pupillo è ovviamente l’Uomo maschio, bianco, cattolico, istruito, benestante), con quello, molto più produttivo, del: a capo di Tutto regna la Volontà della Scienza.

Il determinismo biologico settecentesco (superiorità biologica vs inferiorità biologica), revisionato dall’evoluzionismo darwiniano, sfociato nel darwinismo sociale tardo ottocentesco, confluito nel determinismo genetico novecentesco (geneticamente superiore vs geneticamente inferiore), portato alle sue estreme conseguenze dalle pratiche eugenetiche e scientiste iniziate nel corso della seconda metà dell’800 e proseguite fino alla seconda metà del ‘900 (impiegate sia nel Nuovo che nel Vecchio Continente, allo scopo di emendare la società dell’Uomo maschio, bianco, cattolico, istruito, benestante, dalla presenza inquinante di centinaia di migliaia di individui ritenuti inferiori, pericolosi, fisicamente o mentalmente mal-sani, intollerabilmente diversi), incarna una patologica, oltre che ideologica (positivista), volontà di perfezionamento della razza (Linneo, Systema naturae, 1735), che dalla seconda metà dell’ottocento si fa promotrice della sistematica ideazione e applicazione scientifica (sig!) dei programmi di igiene razziale.

Non tutti sanno, ad esempio, che le abominevoli pratiche di epurazione razziale adottate negli anni Trenta del XX secolo dai nazifascisti, dagli stalinisti e da tutti i regimi ispirati dal pensiero eugenetico, erano già in uso da tempo in tutto l’Occidente positivista e colonialista, dalla Svezia all’Italia, dall’Inghilterra al Portogallo, dalla Germania agli Stati Uniti d’America, dal Canada alla Russia, dal Sudafrica all’Australia.
Hitler, che approfondì la sua conoscenza dell'Eugenetica (Francis Galton, 1883) durante il periodo di detenzione nel carcere di Landsberg, tra l’Aprile del 1924 e il Maggio del 1925, durante il quale scrisse il Mein Kampf, estese le pratiche di epurazione razziale a milioni di persone inquinanti.

Soltanto nel corso della prima metà del ‘900, i governi occidentali, con il consenso quasi unanime di tutte le forze politiche, culturali, sociali, religiose, avevano destinato decine di migliaia di persone di pelle bianca ma appartenenti alle sottospecie di individui, per usare la terminologia darwinista, che deviavano dagli standard della sana normalità, a misure di igiene razziale che prevedevano, tra l’altro, la sterilizzazione forzata (soprattutto maschile per la facilità dell’intervento), l’internamento nei lagher psichiatrici, la lobotomia frontale (una pratica talmente diffusa e  prestigiosa che nel 1941 il padre di John Fitzgerald Kennedy, Joseph P. Kennedy, lamentando con i medici gli sbalzi di umore della figlia e il suo inopportuno interesse per i ragazzi, sottopose la figlia Rose Marie Kennedy, all’età di 23 anni, ad un intervento di lobotomia transorbiale, sfociato nella regressione ad uno stadio mentale “infantile”, confabulazione, deterioramento cognitivo, incontinenza), l’elettroshock e altre pratiche restrittive e medico-chirurgiche che non hanno niente da invidiare a quelle utilizzate nei campi di sterminio nazisti, stalinisti, nipponici, etc.

Scrive Darwin al Cap. V di The Descent of Man and Selection in Relation to Sex(1):
Nei selvaggi i deboli di corpo o di mente sono in breve eliminati; e quelli che sopravvivono presentano comunemente una fiorente e robusta salute. D’altra parte noi, uomini inciviliti, cerchiamo ogni mezzo onde porre ostacoli al processo di eliminazione; fabbrichiamo ricoveri per gli idioti, gli storpi ed i malati; facciamo leggi pei poveri; e i nostri medici si stillano il cervello per salvare la vita di ognuno fino all’ultimo momento. Vi è ragione per credere che il vaccino ha preservato migliaia di vite, che con una debole costituzione sarebbero prima morte di vaiolo. Così i membri deboli delle società incivilite si riproducono. Chiunque abbia avuto che fare coll’allevamento degli animali domestici non leverà un dubbio che questo fatto non sia altamente dannoso alla razza umana. Fa meraviglia come la mancanza di cure, e le cure male dirette conducano alla degenerazione di una razza domestica; ma, eccettuato il caso dell’uomo stesso, forse nessuno può essere tanto ignorante da far generare i suoi peggiori animali.

E al Cap. VI(2):
Fra qualche tempo avvenire, non molto lontano se misurando per secoli, è quasi certo che le razze umane incivilite stermineranno e si sostituiranno in tutto il mondo alle razze selvagge. Nello stesso tempo le scimmie antropomorfe, come ha notato il prof. Schaaffhausen, saranno senza dubbio sterminate. Allora la lacuna sarà ancora più larga, perché starà tra l’uomo in uno stato ancor più civile, speriamo, che non il caucasico, e qualche scimmia inferiore, come il babbuino, invece di quella che esiste ora fra un nero od un australiano ed il gorilla.

Ma Charles Darwin non era razzista o sessista più di quanto non lo fossero Engels o Marx, non più di quanto lo fossero molti altri illustri personaggi del loro tempo e dei tempi a venire (compresa l’epoca contemporanea guidata dalla Rivoluzione Industriale 4.0), erano, però, tutti dei ferventi positivisti.

La Teoria dell'Evoluzione di Darwin non nega l'assunto creazionista secondo cui il Demiurgo creò l'Uomo a Sua immagine e somiglianza, ponendolo a capo di tutte le creature, ma si limita a collocare il risultato della Creazione in una prospettiva storica. Così facendo la Teoria dell'Evoluzione di Darwin spezza una lancia in favore della fede positivista ottocentesca, contendendo alla religione e alla mitologia il monopolio sulla spiegazione di come siano nate le forme di vita che vivono sul Pianeta. Nel formulare la sua interpretazione storica del fenomeno biologico terrestre, lo scienziato Darwin ha come punto di riferimento il modello scientifico del suo tempo, quello newtoniano (che la Teoria della Relatività Generale e la Meccanica Quantistica hanno dimostrato essere falso), mentre il Darwin della ricca società britannica segue il modello ideologico colonialista caro all'Impero coloniale britannico. Tanto è bastato perché al fenomeno biologico terrestre venisse attribuito uno "scopo evolutivo" che giustifica la stesura di una "scala di valori evolutivi", dove il gradino più alto, la posizione antropocentrica dominante, è saldamente occupata a priori dal non-più-animale, lo scienziato e la sua Corte dei Miracoli della Scienza (4.0).


Claudio Messori

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NOTE

* Claudio Messori – Ricercatore indipendente
Indirizzo: Str. Villaggio Prinzera 1, Fraz. Boschi di Bardone, Terenzo 43040, Italia.
Cell.: +393282876077, e-mail: messori.claudio@gmail.com - Profilo

1) Charles Darwin, The Descent of Man and Selection in Relation to Sex, prima edizione, London, John Murray, capitolo V, Dello sviluppo delle facoltà intellettuali e morali durante i tempi primitivi ed i tempi inciviliti, 1871.
2) Charles Darwin, The Descent of Man and Selection in Relation to Sex, prima edizione, London, John Murray, capitolo VI, Delle affinità e della Genealogia dell'uomo, 1871.


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