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Animismo e società

Ma stiamo ancora parlando del tempo cronologico. Il tempo “reale” è però quello vissuto che è ovviamente più soggettivo e risente da regole psicologiche fondamentali. Per esempio, occorre necessariamente conteggiare anche il tempo che ciascuno impiega per “passare” psicologicamente dal lavoro e dai doveri alle altre forme di occupazione e di interesse. Sono molte in effetti le persone che lamentano difficoltà nello “staccare la spina” dal lavoro. In genere, queste persone vengono definite da una certa nosologia psicologica “di tipo A”, e viene loro proposta l’interpretazione, spesso condivisa acriticamente dai soggetti stessi, seconda la quale si tratterebbe di un disturbo di origine psicogena. Mi è capitato raramente in questi casi di incontrare persone che accettassero queste difficoltà e le considerassero normali in rapporto alle loro esigenze adattative. Questo tipo di interpretazione illustra chiaramente quanto i giudizi psichiatrici e psicologici possano essere influenzati dal contesto socio-culturale in cui sono pronunciati e quindi dal sistema.

 

Inoltre, il sistema determina l’uomo ingabbiandolo non solo nella sua funzione di lavoratore o di professionista, ma anche in quella di consumatore. Questo significa che l’uomo moderno spende una parte significativa del suo tempo libero nella ricerca e nella fruizione di beni di consumo futili che lo lasciano insoddisfatto. Tale situazione è determinata dalla natura futile, appunto, di questi beni e dal fatto che il sistema, fondandosi sul consumo, fabbrica costantemente nuovi desideri per il popolo al fine di vendergli nuovi beni materiali e di costringerlo a stare al passo con l’evoluzione dei consumi. Torna qui prepotentemente alla ribalta il conflitto espresso in precedenza tra la sfera dei desideri e quella delle esigenze. L’appartenenza al sistema richiede concentrazione e quindi diventa problematico riuscire a ritagliarsi un po’ di tempo per stare con sé stessi e adempiere a quella sorta di profilassi psicologica che gli antichi dell’età imperiale chiamavano “cura di sé” e che comprendeva attività contemplative e meditative. Certo, rispetto a molte epoche passate, oggi la possibilità di leggere libri illuminanti e di assistere ad incontri culturalmente arricchenti è maggiore, ma è anche tutta potenziale in quanto l’uomo moderno, così alienato dal sistema, prova difficoltà ad essere presente a sé stesso ed intrattiene per lo più un rapporto superficiale con il proprio vissuto. Pertanto, non solo nella maggior parte dei casi egli finisce per seguire più o meno acriticamente il movimento, ma giunge ancora di meno a scoprire quella parte di sé che aspira ad individuarsi. Un chiaro esempio di questa situazione è rappresentato a mio parere dal modo, piuttosto ludico e superficiale, con cui la massa visita i musei. Niente di strano, quindi, se in una simile situazione l’uomo vede sfilare la propria vita in un batter d’occhio.

 

In linea con quello che Jung ha sempre sostenuto nei suoi scritti, per fare una società matura occorrono individui maturi. Nessuna legge puramente esteriore potrà mai recare maturità né tanto meno saggezza. Bisogna però aggiungere che, anche se la sola introduzione di leggi non vi riesce, è indubbio che vi può contribuire sensibilmente. In effetti, quando il rispetto di una legge risulta conveniente un po’ per tutti, questa può essere interiorizzata spontaneamente e, da operazione puramente esteriore, divenire principio morale nell’intimo dell’individuo. Purtroppo però, le leggi vengono fatte da politici e quindi risentono troppo spesso degli interessi economici in gioco. Bisognerebbe indagare ulteriormente sul motivo per cui quella situazione di corruzione e illegalità diffusa in ogni apparato dello Stato e dei partiti che andava in Italia sotto il nome di “Tangentopoli” abbia potuto persistere per così tanti anni e diventare una norma. Se, come io sostengo, all’Economia è stato attribuito per proiezione una valenza divina e quindi assoluta, agire in suo nome giustifica qualunque comportamento. Mai come in quel caso vale il principio secondo il quale “il fine giustifica i mezzi”. Con il danaro ci si illude facilmente di potere fare e di dovere fare tutto, di potersi comperare persino la felicità. Ora, l’entità alla quale da sempre l’uomo ha attribuito questo potere è Dio. Quindi, agendo in nome di Economia, si cercano e a volte si ottengono sensazioni propriamente divine, legate cioè all’illusione del potere assoluto, all’entrata in quel nuovo Olimpo composto dal ceto sociale che conta, che detta le regole al sistema. Ma questa inconscia scalata verso l’immortalità non ha mai fine poiché anche ai più alti livelli sociali l’uomo moderno è molto più determinato dal sistema di quanto crede. Trovate un ricco che affermi di essere ricco abbastanza e i cui comportamenti siano coerenti con tale affermazione e avrete soltanto provato che la mia teoria si lascia falsificare.

 

La modalità più diffusa attraverso la quale l’uomo di oggi vive il tempo è l’indaffaramento: si deve essere sempre occupati. Chi non possiede anche momentaneamente un lavoro è chiamato “disoccupato”. Il tempo dell’individuo deve essere sempre redditizio in termini economici. Per questo “il tempo è danaro”. Persino le tante agognate ferie sono vissute per lo più come quel periodo di relax e di stacco psicofisico finalizzato però ad una ripresa lavorativa più vigorosa. Proprio come succedeva ai tempi della scuola quando ad ogni rientro dalle ferie estive ci si riprometteva di incominciare il nuovo anno scolastico da studente modello! L’etica odierna è quasi totalmente asservita al lavoro e alla resa. Nel suo Elogio dell’ozio, libro la cui lettura non è mai abbastanza raccomandabile, Bertrand Russell descrive compiutamente questa “etica del lavoro” tipica della società moderna, definendola “etica degli schiavi” e aggiungendo subito dopo, in un lampo forse di generoso ottimismo, che “la società moderna non ha bisogno di schiavi”. In realtà, più che alla società moderna credo che il nostro filosofo si riferisse ad una società ideale. E va segnalato che a tale scopo egli si sia posto sul piano del tempo. Egli auspica una società meno individualista e vorace nella quale i cittadini lavorino solo part time. Ma tale scenario è impossibile fintanto che non si cambia religione. Economia non potrebbe mai accettare le conseguenze di un simile cambiamento: i cali di produzione e quindi di profitto, l’aumento del tempo libero e quindi delle possibilità per ciascun individuo di prendere in mano la propria vita. Fino a quando questo demone che l’uomo prende per un Dio non verrà smascherato e combattuto, non si potrà mai verificare una evoluzione sostanzialmente positiva della nostra società. Ci sono stati nel passato soprattutto recente e ancora ci potranno essere dei miglioramenti, come per esempio rispetto alle condizioni di lavoro, all’igiene, alle infrastrutture ecc, ma tutte quelle migliorie non potranno mai produrre quel salto di livello necessario per potere parlare di evoluzione positiva in quanto sottostanno per forza alla stessa identica finalità originaria che è il rafforzamento del sistema.

 

Tutti, assolutamente tutti i nostri mali sociali, e buona parte anche di quelli individuali (si pensi per esempio ai disagi provocati dallo stress, all’anoressia, alla iperattività, alla schizofrenia...), derivano dallo stato di possessione economica nel quale ci troviamo (6): la sovrappopolazione mondiale, gli incendi boschivi, gli incidenti stradali, il traffico, la desertificazione, la tropicalizzazione del clima e dell’ambiente, la diminuzione in tutto il pianeta della bio-diversità, lo stress e le sue infinite ripercussioni sulla salute mentale e fisica, l’immigrazione, le guerre, la corruzione, l’indebolimento della politica, l’infelicità pro-capite... Di fronte a questi enormi problemi il sistema non può che imbastire soluzioni consistenti in realtà in compromessi più o meno funzionali tra la volontà di profitto e l’esigenza di cambiamento autentico.

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