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10 F.A.Q in Filosofia della Mente

Il dottor Andrea Gualtiero risponde ad alcune interessanti domande.

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1) In che relazione stanno il cervello e la mente?
Sebbene esistano ancora correnti teoretiche che configurano la relazione tra la mente ed il cervello in termini di dualismo, ormai quasi ogni scuola di pensiero riconosce la correlazione diretta tra i processi psichici e la struttura anatomica e biofisica del sistema nervoso. In grande sintesi, si può dire che le differenti posizioni possano essere oggi ricondotte a due atteggiamenti filosofici contrapposti. Il primo riconduce ogni fenomeno psichico ad azioni che si svolgono nel tessuto nervoso, secondo una relazione di tipo causale. Il secondo afferma che sussista una relazione di identità tra le due serie di eventi, identità che si scinde solo nelle strutture del linguaggio utilizzato per descriverle.

2) Esistono limiti alla conoscenza scientifica della mente umana?
Esiste una sostanziale concordia sul fatto che il problema sia ancora quello cui dà risposta la Critica della Ragion Pura di Kant: sono possibili giudizi sintetici a priori? Ossia: è possibile ottenere attraverso la pura logica e creatività scientifiche conoscenze che posseggano in se stesse la garanzia assoluta di non essere in alcun modo falsificabili? La risposta cui tutti ancora ci atteniamo è la stessa di Kant: no, questo tipo di conoscenza reale non ci è possibile. Conseguentemente, la comunità scientifica e filosofica ritiene che vi siano e vi debbano essere necessariamente dei limiti a tale conoscenza.

3) Le scienze della mente adottano un linguaggio specialistico?
Non esiste un linguaggio specifico e proprio delle scienze della mente, a differenza di quanto accade in quasi tutti gli altri settori della conoscenza. La psicologia, che rappresenta la sinossi di tutte le discipline che indagano la psiche umana, non possiede di fatto un suo linguaggio e, al contrario, adotta una terminologia eterogenea e disordinata, per cui spesso è necessario riferirsi al contesto da cui ed in cui un concetto viene utilizzato, per comprenderne il senso. Così, ad esempio, il concetto di Wiederholungzwang (coazione a ripetere) proviene dalla filosofia di Kierkegaard, mentre quello di “dissociazione” mette capo al pensiero degli empiristi inglesi del diciottesimo secolo. Il concetto di “funzione” può essere riferito al pensiero positivista ottocentesco, ma in altri casi può mettere capo alla filosofia di Dewey, in altri ancora ha un carattere booleiano e in altri ha il senso con cui viene usato in logica formale. Questo è un limite enorme che distanzia ancora di molto le scienze della mente dalle altre branche del sapere.

4) Esiste una definizione di “mente”?
Non esiste una definizione di mente che sia universalmente riconosciuta. Su di un piano strettamente fenomenico “mentale” è tutto ciò che nell’interazione tra corporeità e mondo non può essere immediatamente ricondotto all’una e all’altro. Sul più complesso piano fenomenologico occorre aggiungere alla definizione di cui sopra il carattere della coscienza: vedi la domanda seguente.

5) Che cosa è la coscienza?
La coscienza è in se stessa l’ambito delle attività psichiche che rende possibile la consapevolezza. Ogni attività o sensibilità che si inscriva nell’ambito del mentale (che sia descrivibile come interazione tra corporeità e mondo senza ridursi immediatamente all’uno o all’altra) e che abbia caratteristiche di “sintesi”, cioè che possa essere raccolto in una descrizione coerente ed unitaria, può essere detto “cosciente”. Non tutto ciò che è cosciente è immediatamente riferito alla consapevolezza: quest’ultima definizione caratterizza solo quelle “sintesi” in cui è inscritta la possibilità di rimandare alla corporeità come entità di riferimento della sintesi stessa (individuazione). Facciamo un esempio. Normalmente, durante la guida della nostra automobile, la maggior parte delle operazioni che svolgiamo conducendo il veicolo sono eseguite automaticamente, ossia in modo inconsapevole, sebbene siano svolgibili in modo affidabile solo se sussiste un certo stato di coscienza. Se, ora, mi si pone la possibilità di una svolta in una certa direzione, oppure in un’altra, dovrò, per poter compiere la scelta, recuperare il riferimento alle intenzioni per cui sto guidando , cioè il riferimento alla mia individualità, in quanto unità corporea della mia presenza.

 

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