Home Page Riflessioni.it
esoterismo

Riflessioni sull'Esoterismo

di Daniele Mansuino   indice articoli


I djab e i bakà nel voodoo

Aprile 2026


Nell’articolo Le esperienze voodoo del Chavo, abbiamo incontrato un bakà nel giardino di un signore che lo trattava come un cane da guardia, e in Metafisica dello zombi ho spiegato come si catturano i bakà delle foreste: due citazioni che hanno smosso l’interesse dei lettori nella direzione di questa notevole categoria di entità.

Va detto che non si può parlare di bakà senza citare anche i djiab: due termini che spesso vengono usati come sinonimi, o addirittura invertiti tra loro (ad esempio, per molti hungan le Fate sono djab, per altri bakà); e non è il caso di essere pignoli, perché chi ha conosciuto il voodoo sa che, in mancanza di una tradizione scritta, per la maggior parte delle definizioni il senso è vago, e varia da zona a zona e da un praticante all’altro.

Mi è già accaduto di rilevare quanto buffo sia il caso - peraltro assai diffuso - di quegli hungan che, avendo appreso certe nozioni dal loro iniziatore, le considerano verità assolute, e se è il caso le mettono pure per iscritto, certificandole come ortodosse.

Ma nel voodoo non funziona così, ed andrebbe ricordato con più insistenza come in esso tutto rifugga dalla rappresentazione sistematica.

In realtà - come ben spiega la Società degli Aun-Thom-Bha (vedi il mio articolo La dottrina segreta del voodoo haitiano) - se proprio vogliamo che il concetto di ortodossia nel voodoo sia presente, non lo dobbiamo cercare nella nomenclatura, né nei i dettagli della pratica magica, bensì nell’indissolubilità del legame tra il voodoo e la dottrina ermetica; della quale - a dispetto dei suoi detrattori - il voodoo costituisce una delle espressioni più pure che siano giunte fino ad oggi.

Premesso questo, provo a fornire una distinzione di massima tra djab e bakà.

Nella lingua creola haitiana, la parola djab vuol dire , ma nello slang di certe zone significa anche diavolo, ed è da quest’ultimo significato che derivano i djab del voodoo.

Però è un etimo fuorviante, perché si tratta di un’ampia gamma di entità, delle quali sono diavoli solo una parte.

Il solo tratto che tutti i djab hanno in comune è un passato conflittuale: si tratta infatti di quelle creature menzionate nelle varie ricostruzioni gnostiche delle origini dell’umanità, quegli Angeli che - per motivi diversi, quale che sia la narrazione - dissentirono da Dio, e secondo modalità più o meno traumatiche si allontanarono da Lui.

Dopodiché, all’avvento dell’umanità - vuoi per una ragione, vuoi per un’altra, secondo i miti - non gli piacemmo affatto, e divennero nostri nemici.

Di solito, quindi, i djab non cercano il contatto con l’umanità, che per certi avviene in modo accidentale o contro la loro volontà; ma esiste anche una minoranza di djab moderati, che con gli esseri umani intrattengono buoni rapporti, ed insegnano loro molte cose. L’essere umano che (più o meno consapevolmente) entra nelle grazie di uno di loro, ne avrà grande fortuna.

Come i djinn dell’Islam (parecchi dei quali sono anche djab), vivono di preferenza in caverne, pozzi, fiumi, o tra le rocce; oppure invasano animali, certe volte addirittura branchi, come avviene con i cavalli selvaggi.

Buné è il capo dei djab delle rive dei fiumi e delle spiagge; Raoum di quelli delle case abbandonate, Sitri di quelli delle strade sterrate.

E ora i bakà.

Si tratta di esseri intelligenti, ma feroci, aggressivi e selvaggi, pieni di odio verso la vita terrestre, eppure essi stessi legati alla Terra.

Molti di loro odiano il genere umano, e sono sempre disposti a torturare, ferire e uccidere, poco importa chi.

C’è chi dice che in creolo antico la parola bakà significasse mostro, ma si tratta di un etimo di cui non c’è traccia nei dizionari odierni.

Qualcuno segnala che, in yoruba, la parola significa borsa, il che accosterebbe il bakà alla tradizione delle borse mojo, considerandolo alla stregua dell’involucro di qualcosa di soprannaturale; e si tratta di un’interpretazione analoga a quella che considera questa parola come la combinazione di due antichi termini egizi - ba che vuol dire spirito e ka = anima - col risultato di: creatura composta di spirito e anima.

Come già ebbi occasione di scrivere, è senz’altro un’ipotesi avventurosa che un etimo di questo genere sia potuto transitare dall’Egitto di cinquemila anni fa ai Caraibi (anche se, certe sbalorditive analogie tra la lingua sacra degli Aun-Thom-Bha e il linguaggio degli uccelli degli Ermetisti potrebbero renderla meno improbabile).

Comunque sia, è fuorviante perché fa supporre che i bakà siano tutti di origine umana, mentre - come tra i djab - sono ammessi nelle loro file anche demoni di varie categorie.

Tra questi, troviamo:

  1. Membri della demonologia cristiana, come Adramelech, Caifás, Ferrabrás, Belzebuth, eccetera;
  2. Elementali come le Ondine, gli Gnomi, le Salamandre, le Silfidi;
  3. I djinn inferiori di rango rispetto a quelli che sono djab;
  4. Parecchie divinità di culti antichi, che non sono riuscite a sincretizzarsi con i loa principali;
  5. I loupgarous, o lupi mannari, diffusi soprattutto nelle paludi della Louisiana;
  6. Entità minori del voodoo, che non trovano posto in altre catalogazioni;
  7. Le forme-pensiero create da qualche bokor che, dopo averle usate, le ha abbandonate. Quando entità di questo genere perdono forza, può capitare che anche altri tipi di energie non umane (per esempio quelle del pulviscolo, di cui ho parlato in Gran Reset Cosmico - parte prima) considerino il bakà-involucro un bel posto dove andare a vivere, e vi facciano ingresso, rafforzandolo e dandogli una nuova vita.

Quanto ai bakà di origine umana, molti di loro sono stati persone dall’esistenza sfortunata, abbandonate tanto dagli uomini che dagli dei: i condannati alla pena capitale, i pazzi che non si sono resi neanche conto di morire, i morti nell’atto di commettere un crimine, eccetera.

La loro inconsapevolezza della propria condizione si protrae fin dopo la morte; cosicché, dopo morti, intercorrono con i viventi sulla base di presupposti errati - per esempio, suppongono che siano nemici, o poliziotti che li vogliono arrestare, o compagni di cella e così via.

In ogni caso, sono convinti che i vivi possano sentire ciò che essi dicono, e conversare con loro; e si stupiscono ogni volta che i loro tentativi di comunicare con noi non riescono, e si esasperano sempre di più per essere confinati in un isolamento di cui non sanno il motivo.

Potranno, beninteso, essere aiutati e guidati; però, come si può capire, stabilire un dialogo con loro è molto difficile.

Ci sono poi anche i morti che vagano nei cimiteri, mescolati ad altre creature che non hanno mai sperimentato un corpo (forme pensiero, djinn, eccetera).

Parecchi di loro sono stati adottati da Baron Samedi, o da Maman Brigitte, o da qualche altro loa buono, ed hanno intrapreso il cammino della propria trasformazione in guede - ovvero, per dirla in termini umani: gli si è aperta una carriera davanti, quindi sono abbastanza allegri.

Però la tradizione ci insegna che ce ne sono anche di dispettosi e cattivi - soprattutto gli ex-criminali, o le persone mosse dalla rabbia e dalla vendetta, o coloro che sono morti in prigione, o in altri ambienti densi di energie che deformano il carattere.

A qualcuno di questi, può capitare che la sua metamorfosi post mortem cambi strada; e si ritrovi ad essere non un guede, ma un djab o un bakà.

Per costoro, la propria condizione non è vissuta come piacevole. Li anima l’invidia nei confronti dei guede, che non solo hanno avuto, in genere, esistenze più fortunate della loro, ma vengono anche cultuati da molte persone.

Con le energie che ricevono in questo modo, i guede hanno la possibilità di attraversare con successo le acque abissali, portando con sé i djab e i bakà al loro servizio; invece i morti rimasti soli devono rifarsi (per così dire) una vita da zero, cosa di cui non tutti gli esseri umani sono capaci - pensiamo solo a quelle persone che si sentono perse dopo essere andate in pensione, che pure è una prova molto più semplice della morte!

Si trovano in difficoltà, oltre a coloro che hanno vissuto sotto l’impulso di passioni cattive, anche i djab e i bakà che in vita erano persone scarsamente colte: questi vivono nel dolore, e spesso si rivelano incapaci di intraprendere il lavoro evolutivo che sarebbe in grado di affrancarli dalla loro condizione.

Questo genere di bakà si considera fortunato se gli riesce di farsi accogliere al servizio di un loa malvagio, come per esempio Kriminél, una fortuna che non capita a tutti - la maggior parte dei bakà solitari non ci riesce affatto, e rimane legata al cimitero perché è un luogo in cui non manca il nutrimento, ma in verità non appartiene a nessun luogo; e gli può anche succedere di vendere le proprie energie a qualche bokor che ha chiesto loro di collaborare ai suoi riti.

Va detto che queste creature, per quanto sfortunate, godono di poteri più elevati di quanto tenda a supporre l’esoterista europeo, che le classifica come larve - una definizione che non implica necessariamente un potere scarso, ma una certa sottovalutazione sì.

Esse infatti sono in grado di influenzare la comunità umana anche su un raggio molto ampio; anzi, piace loro particolarmente creare effetti a largo raggio, che li inebriano di effimero potere.

Questi bakà indipendenti presentano il grande vantaggio di non conformarsi al modello di alcun loa; quindi, di solito, sono completamente sprovvisti di senso etico, ed è possibile chiedere loro di assisterci nelle massime efferatezze.

I loro inconvenienti sono 1 - che, mancando di ogni controllo, è impossibile prevedere se eseguiranno il lavoro o no, e 2 - che, a seconda di come evolve il rapporto con loro, la loro imprevedibilità potrà portarli a farci del male, o a sottoporci a qualche ricatto.

Comunque, per quanto potenti, sono in genere sprovvisti di quella capacità di programmazione che solo il supporto di un cervello materiale può fornire; quindi le loro opere non reggono, e i loro risultati sono di breve durata.

Invece, ai bakà legati a qualche loa si può chiedere di aiutarci nel nome del loro padrone, e questo viene considerato da molti operatori un vincolo che li obbliga ad un comportamento più responsabile.

Personalmente, non so come valutare questa affermazione, perché non ci ho mai provato; però qualche dubbio ce l’ho, soprattutto perché i djab e i bakà dei cimiteri - quando si presentano a un hungan o a un bokor - non hanno l’abitudine di raccontargli la propria storia passata; non sarà male dunque che quest’ultimo si conformi all’aureo principio Non sai mai chi hai davanti (che, nella vita, andrebbe praticato sempre e comunque, ma coi bakà in particolare), e non prenda alla lettera le eventuali dichiarazioni del bakà di essere sottoposto a questo o a quel loa (anche perché esistono diverse varietà di contratti tra bakà e loa, e se qualcuna è effettivamente molto vincolante, altre non lo sono affatto).

In verità, qualunque sia il genere di bakà che si è incontrato, saranno necessari molta forza e molto coraggio per non perderne il controllo e saperlo usare.

Un buon modo per tutelarsi è, prima di affrontarli, lasciare un’offerta in denaro - per attestare il nostro rispetto e la nostra buona volontà, nonché per dimostrare loro che non si trovano di fronte a un irresponsabile, bensì ad un onesto e competente praticante della tradizione primordiale.

La riflessione su queste creature ci apre le porte di quell’ampio e sfumato territorio, tra il mondo dei loa e quello dei bakà, sul quale signoreggiano entità di terribile potenza.

Il sovrano assoluto di questa regione è Gran Bwa, il loa delle foreste.

In questi tempi di amore per la natura, l’aspetto demoniaco del suo essere sfugge senz’altro al mainstream; però nella spiritualità haitiana, a differenza che in quella europea, il concetto della molteplicità delle forme di vita viene considerato come contrapposto all’unità divina, costituendo con essa una dicotomia dalla quale è possibile trarre tanto un’interpretazione buona quanto una cattiva.

Non è quindi affatto un caso che il termine bakà venga spesso utilizzato, in un senso più ristretto, per designare gli Elementali di Terra che vivono nelle foreste, considerati la falange di Gran Bwa: una gamma di esseri estesa quanto lo è la vita vegetale stessa (tra i più usati a livello magico, possiamo citare Osoosì, Osonyin, Orisà Aja, Orisà Oko, Unsondo e Nomkhubulwane).

Se il re dei bakà è Gran Bwa, la loro regina è … una nostra vecchia amica: Filomena Loubana, ovvero Santa Marta la Dominadora, del cui ruolo nel voodoo dominicano ho trattato in varie occasioni.

Il suo culto haitiano è un po’ diverso, e ricorda per certi versi il culto africano di Mami Wata, del quale ho già parlato parecchio.

Ad Haiti, Filomena si può incarnare in varie forme, le cui più diffuse e temute sono: Il Divoratore di Spiriti, La Faccia del Caos ovvero Il Serpente, e il più terribile di tutti, del quale desta terrore il solo pensiero: Erzulie Kenwe, l’Erzulie dal Cuore Nero, che sputa un liquido nero sulla testa delle persone.

Kenwe è molto pericolosa. Ha sviluppato una dipendenza dal sangue umano per certi versi paragonabile alla scimmia da eroina: è sempre in astinenza e sempre in giro per procurarselo, vorace e assetata.

A volte si trasforma in una bellissima ragazza (o in una sirena), e offre i suoi favori a chi vorrà dedicarle un sacrificio umano.

Adora le mutilazioni e cerca di causarne il più possibile, frequentando i teatri di guerra.

Può capitare che un bokor la cerchi, perché il suo potere sugli incantesimi malefici è superiore a quello di ogni altro loa: non c’è fattura che non riesca a spezzare, non c’è entità che non possa abbattere, non c’è campo energetico che non possa dissolvere.

Però il rischio di rivolgersi a lei è molto alto: Kenwe può generare forme di follia inguaribile, ghermendo le anime e trascinandole sul fondo di una palude a lei dedicata nella foresta di Haiti, dalla quale non si può uscire: rimarranno per sempre lì, come sue schiave.

È una padrona terribile, che gode nell’infliggere ai suoi sottoposti continue sofferenze. Ben pochi sono in grado di reggere il peso della sua energia, che distrugge le persone tanto sul piano fisico quanto su quello emotivo.

Quando concentra il su odio su qualcuno, la sensazione di malessere che ne deriva è indescrivibile. È tenace nell’odio fino al punto di perseguitare i discendenti dei suoi nemici.

Tuttavia, esiste un lato dal quale il carattere di Kenwe è più abbordabile, ed è quello della ritualità: essendo una manifestazione di Loubana, come lei non è molto esigente sulle modalità di culto, e si accontenta di semplici offerte di caffè, miele, malta, eccetera (c’è chi dice che sia un espediente per attirare a sé un maggior numero di incauti adoratori).

Ha anche in comune con la Loubana dominicana il manifestarsi come un serpente, ed è incredibile la velocità con cui le persone da lei invasate strisciano sul pavimento, fischiando come vaporiere.

E quindi, va bene cultuarla come Loubana; ma se avevate l’abitudine di usare per Loubana un fula viola o candele viola, sostituite il viola con il nero.

Un altro loa-bakà arcipotente, e circondato da un nugolo enorme di piccoli schiavi svuotati e devoti, è Ezili Je Wouj, o Erzulie dagli Occhi Rossi: golosa di sangue fin quasi al punto di strangolarsi, da tanto che ne beve.

C’è chi suppone che Je Woui sia Kenwe con un altro nome, ma chi lo crede non ha avuto il privilegio di vederle tutte e due insieme, mentre si battono per un pezzo di carne sanguinolenta. Saprebbe allora quanto Je Woui sia diversa, molto più calda e più portata allo scontro diretto (i suoi bokor si tramandano interessanti aneddoti circa la sua presenza nelle grandi battaglie della storia).

In verità, un punto importante che queste due Signore dei Bakà hanno in comune è la tendenza a mutilare i loro nemici (a questo scopo, Je Woui va in giro con due machete alla cintura) e divorare le parti dei loro corpi ancora fresche; però Je Woui, a differenza di Kenwe, strappa le teste alle sue vittime, perché odia l’aspetto del volto umano - se per errore i suoi occhi si posano su un volto, piange rumorosamente, e si mette a vomitare sangue marcito.

Je Woui rappresenta, insomma, l’odio viscerale, uraniano, improvviso e terribile; molto vicino a quello di un terzo loa femminile che è anche lei una Regina di Bakà - Marinette, da me talvolta citata per il suo legame con il Rituale di Bois Kaiman (vedi p. es. Voodoo e rivoluzione haitiana).

Si dice che Marinette sia vissuta in forma di strega; ma il suo tratto di essere sincretizzata con l’Anima Sola farebbe pensare che una persona in carne ed ossa non sia stata mai.

Il suo caso è notevole anche perché Marinette governa un’importante società segreta, i Basingas, il che ci conduce a prendere in considerazione il proverbio Chak Sek Woui gen baka li (Ogni Setta Rossa ha il suo bakà); affermazione più veritiera se si aggiunge che molte Sette hanno anche i loro loa, vedi ad esempio Maman Brigitte, che governa i Fleur Blanche.

In effetti, chi ha avuto la fortuna di frequentare personalmente una tornata di una Setta Rossa, sa bene che è costume lasciare sedie vuote, sulle quali possano accomodarsi le entità ad essa legate.

Particolarmente affollata è la falange dei bakà di Erzulie Dantor, loa petro legata alla Luna, alla maternità, alla stabilità, al lesbismo, alla magia e al denaro, che governa i Bizango - è questa forse la Setta Rossa più attiva a livello magico, quindi il numero delle forme-pensiero a lei collegate cresce senza interruzione da centinaia, se non migliaia, di anni.

Nel rapporto di Erzulie Dantor coi suoi bakà, risulta particolarmente evidente quello che è un tratto pressoché universale del rapporto tra i loa e i bakà, ovvero: un loa può anche essere malvagio (non è il caso di Erzulie), ma non è mai meschino - è sempre presente in lui la (più o meno) oscura grandezza del potere; invece, nei bakà, i suoi caratteri si trasfondono senza alcuna grandezza. È proprio in loro che l’aspetto negativo o mostruoso di un loa diventa preminente, creando assassini cannibali, intolleranti e difficili da controllare.

Un caso analogo è rappresentato dai bakà di Erzulie Freda, che sono rinomati per i riti d’amore; ma quando ci dimenticheremo di loro e tralasceremo di cultuarli, lo stesso amore potrà trasformarsi in una fonte di dispiaceri e di guai.

I rituali per catturare i bakà: oltre a quello da me esposto in Metafisica dello zombi ne esistono molti altri, alcuni dei quali citerò a titolo di esempio.

Il più classico, dalle innumerevoli varianti, è fondato sull’uso di un’esca di carne in putrefazione (ed è, ovviamente, con la carne umana che si possono catturare i bakà più pregiati). Non ho intenzione di descriverlo nei dettagli.

Invece mi fa piacere illustrare, almeno sommariamente, il secondo, che è incruento, e di bellissima semplicità - mi fa piacere anche perché è un tipico rituale mercuriale, che va ad aggiungersi alle già innumerevoli corrispondenze Ermetismo-voodoo.

Va svolto quindi preferibilmente di mercoledì, in un’ora di Mercurio. Bisogna recarsi a un bivio (possibilmente, di un sentiero sterrato e pedonale), portando con sé una piccola quantità di rum e una mela rossa. Si versa il rum sull’incrocio, e vi si pone sopra la mela.

Ci si concentra brevemente, invocando un bakà ad arrivare; poi ci si guarda intorno, e si attende che la nostra attenzione sia attratta da una pietra. Essa contiene il bakà. La si prende e la si porta a casa.

Un terzo rituale, sempre da praticare di mercoledì: si compra un cristallo trasparente - uno smeraldo, un’acquamarina o un quarzo verde. Lo si lava con rum, lo si porta al bivio, lo si seppellisce o si nasconde. Si ritorna dopo una settimana e si recupera la pietra, nella quale avrà preso alloggio il bakà.

Il quarto è più specialistico, perché serve a generare un marid: ovvero un djinn della classe più elevata, molto aggressivo e orgoglioso, che tuttavia si astiene dal nuocere a chi lo ha creato.

Anche qui è necessaria una pietra - vanno bene anche i sassi comuni, ma si dice che tanto più il valore della pietra è alto, tanto più sarà elevata la qualità del marid.

Bisognerà preparare un contenitore servendosi di una scatola bianca, grigia, gialla, verde o nera, che si possa chiudere ermeticamente con un coperchio. Riempirla fino a metà con una miscela di terra di incrocio, rum e acqua calda; posizionare la pietra al centro e chiudere il coperchio. Nel giro di ventiquattr’ore, al suo interno prenderà forma il marid.

Bisognerà nutrirlo una volta al mese, nel giorno e nell’ora di Mercurio, introducendo in successione nella sua scatola un rametto di maggiorana, uno di rosmarino e uno di menta. Quando gli si farà una richiesta (preferibilmente anche questa nel giorno e nell’ora di Mercurio), occorrerà aprire la scatola e deporre sulla pietra il tappo di una bottiglia di rum, che deve essere lasciato lì finché la richiesta non sarà esaudita.

Esistono anche rituali per equipaggiare i contenitori per bakà con catene e lucchetti, preparati con appositi bagni: in questo modo, è possibile mantenere al proprio servizio un bakà anche per anni.

Se si scopre di essere in grado di comunicare in trance con il bakà, come sto per descrivere, sarà un gesto di buona educazione (che gli darà anche più forza) il farsi illustrare da lui come è fatto il suo sigillo, e raffigurarlo sul coperchio del contenitore.

I sigilli dei bakà costituiscono una categoria a parte rispetto a quelli comunemente usati in magia, in quanto questi esseri nutrono una vera passione per le citazioni delle Sacre Scritture; non ci si stupisca, quindi, se ci si sentirà richiedere di raffigurare sul contenitore versetti del Corano, o Salmi, o mantra, o geroglifici o citazioni qabbaliste (spesso, ed è stranissimo, senza nessun apparente legame con la creatura da noi evocata).

Anche l’Altare in uso presso i bokor specializzati in djab e/o bakà è mercuriale. È abbastanza diverso da un Altare voodoo normale, e - che io sappia - in Italia nessuno lo ha mai descritto.

La tovaglia deve essere grigia chiara, e le candele grigie chiare, bianche, verdi scure o gialle.

Al centro della tovaglia c’è uno specchietto rivolto in alto, al centro del quale andrà posato il contenitore del bakà; intorno, tre candele - una bianca, una verde, una gialla - formanti un triangolo con la punta rivolta a Est.

Per evocare il bakà, si versa un po’ di rum sul contenitore, e si recita per tre volte: W kesher nanogwe e ki chanje rapidman, w ki pale tankou yon tanpèt e sorok nou gwo loraj (per te che cambi velocemente, che parli come la tempesta e gridi con il fragore del tuono); poi si va in trance (vedi il mio articolo Magia voodoo parte seconda), e si può cominciare a comunicare.

Sarà facile che, in cambio dei suoi servigi, il bakà pretenda uno o più sacrifici, e sarà bene quindi spiegare come devono essergli presentati.

La prima categoria è quella dei sacrifici animali, alla quale io sono contrario, sebbene varie volte - nel corso dei miei lavori voodoo - mi sia capitato di esserne testimone (un caso l’ho descritto nell’articolo Un sacrificio animale).

Va detto che, nella prospettiva del voodoo, non si commette un male col liberare lo spirito dell’animale, e nell’offrire la sua anima a rinforzo della divinità cui il sacrificio è dedicato; però il sacrificio deve essere praticato da chi sa come ottenere questi risultati, altrimenti è un inutile atto di crudeltà (che può anche portare danni, perché non si sa quale entità potrà nutrirsi delle energie dell’animale, dopo che sono state liberate).

Quello che è sempre necessario è avere la conoscenza precisa delle energie sottili contenute nei vari generi di materia, vivente e no. Come negli esseri viventi, così nella terra, nelle pietre e dovunque sono presenti energie che la natura pone a disposizione dell’uomo perché vengano utilizzate per scopi nobili e positivi; però occorre conoscerle, ed è un tipo di conoscenza che non si può di certo ottenere attraverso la cieca e scriteriata sperimentazione.

Sarà bene, per chiudere, ricordare ancora una volta quanto sia difficile riuscire a legare definitivamente a noi un bakà senza che prima o poi si stanchi di ricevere da noi il cibo, e faccia di noi il suo cibo.

Quando nel voodoo si scaglia una maledizione mortale, la morte sopravviene per l’improvviso sbalzo energetico che si verifica a livello cellulare. A seconda del tipo di maledizione, è possibile fare in modo che l’energia delle cellule della vittima crolli a zero, o cresca fino al punto di ingolfarsi - e se non muore di colpo, ne riporterà per sempre gravi danni.

Non è questo, tuttavia, il metodo usato dai bakà, perché si tratta di esseri che hanno nel mondo sottile la propria dimensione, e vi si muovono con molta più spontaneità o facilità rispetto a un essere umano.

Per il bakà è facile attaccarsi al corpo sottile umano e parassitarlo, succhiandogli via poco per volta l’energia; e sarà ancora più facile se ha stipulato un patto con un bokor, che agevolerà questa operazione con appositi riti.

Queste energie invasive ci fanno vibrare al di fuori del nostro ritmo naturale, e gradualmente ci fanno ammalare; non c’è davvero nessun essere vivente, neanche i maghipiù potenti, in grado di resistergli.

La prassi più comune dei bokor che operano riti di questo genere è infestare una persona, e poi farsi pagare per liberarla; ed in genere pagano tutti, perché la convivenza con un bakà dentro di sé è davvero qualcosa di problematico - può davvero combinarne di tutte, come il coinvolgere la persona in risse o incidenti, suggerirgli pensieri suicidi, eccetera.


Daniele Mansuino


Altri articoli sull'Esoterismo

 

Daniele Mansuino offre gratuitamente il suo Ebook:

666 Daniele Mansuino

Scaricalo nel formato PDF > 666


I contenuti pubblicati su www.riflessioni.it sono soggetti a "Riproduzione Riservata", per maggiori informazioni NOTE LEGALI

Riflessioni.it - ideato, realizzato e gestito da Ivo Nardi
copyright©2000-2026

Privacy e Cookies - Informazioni sito e Contatti - Feed - Rss

RIFLESSIONI.IT - Dove il Web Riflette!
Per Comprendere quell'Universo che avvolge ogni Essere che contiene un Universo