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Vecchio 28-05-2008, 13.24.05   #11
misterxy
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IL MITO DEL POTERE MASCHILE, di Warren Farrell.

Il potere della vita
«Negli Stati Uniti, nel 1920, le donne vivevano un anno più degli uomini. Attualmente le donne vivono sette anni di più. Il gap nella speranza di vita tra uomini e donne è aumentato del 600 per cento.»
Riconosciamo che il fenomeno dei neri che muoiono sei anni prima dei bianchi riflette l’impotenza dei neri nella società americana. Ma il fatto che gli uomini muoiano sette anni prima delle donne raramente viene considerato un riflesso dell’impotenza degli uomini nella società americana.
E biologico quel gap di sette anni? Se così fosse, non sarebbe stato di un anno soltanto nel 1920.
Se fossero gli uomini a vivere sette anni di più, le femministe ci avrebbero aiutato a capire che la speranza di vita è il metro migliore per misurare il potere. E avrebbero perfettamente ragione. Potere è capacità di controllare la propria vita. La morte tende a ridurre il controllo. La speranza di vita è la linea di demarcazione - il rapporto tra gli stress e le gratificazioni.
Se potere significa avere il controllo della propria vita, allora, forse, per valutare l’impatto dei ruoli sessuali e del razzismo sul potere sulle nostre vite non esiste metro migliore che la speranza di vita. Ecco il quadro della situazione:

Speranza di vita alla nascita come indice per stabilire chi ha il potere
Donne (bianche) 79
Donne (nere) 74
Maschi (bianchi) 72
Maschi (neri) 65
La donna bianca vive quasi quattordici anni più del maschio nero. Provate a immaginare quali sarebbero le reazioni se una quarantanovenne dovesse presumibilmente morire prima di un sessantaduenne.

Suicidio come impotenza
Così come la speranza di vita è uno dei migliori indici del potere, il suicidio è uno dei migliori indici dell’impotenza.
«Fino ai 9 anni, la percentuale di suicidi tra bambini e bambine è identico;
• dai 10 ai 14 anni la percentuale per i ragazzi è il doppio rispetto alle ragazze;
• dai 15 ai 19 anni è quattro volte superiore; e
• dai 20 ai 24 anni è sei volte più alto.»
«Sottoposti alle pressioni del ruolo maschile, nei ragazzi i suicidi aumentano del 25.000 per cento.»
«Il tasso di suicidi tra gli ultraottantacinquenni è 1350 volte superiore rispetto a quello rilevato tra le donne dello stesso gruppo d’età.»
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Vecchio 28-05-2008, 13.54.44   #12
senzanome
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Originalmente inviato da Pipoca
Una visione ambisex:

da quando, facendo due conti, si resero conto che la più grande fetta di mercato erano le donne, il consumismo le elevò;

da quando, facendo due conti, si resero conto che le donne lavoravano comunque, ma in nero, ricevettero tutti gli on e/o ri fiscali;

ma tutto questo, con un saggio equilibrio:

le donne in carriera, sono sinonimo di persona fredda e dura, opportunista e arrivista, frigida e sterile e con enormi traumi sentimentali;

gli uomini che non mettono a repentaglio la vita, dei mollaccioni;

le donne che non lavorano, delle mantenute;

gli uomini che non lavorano, degli alcolisti violenti.

[Buon cinema americano docet]


La continua guerra tra il popolo e se stesso, un sano odio verso la diversità inesistente, ma ambivalentemente dimostrabile ed a portata di mano, è sempre molto più comoda ed opportuna, per offuscare le menti e sviare dalla vera causa dell'ingiustizia.
Il solito motivo: è sempre meglio un sano scompiglio tra schiavi per i minimi diritti e/o doveri reciproci, che una sana consapevolezza della diversità inesistente, ma sicuramente dimostrabile dal padrone.

La soluzione che stia forse nel ragionarne insieme?

quoto e riquoto e aggiungo.
guarda caso, in tempi in cui la cirsi economica è forte, lo scontro trai sessi si acuisce.
il lavoro è poco per tutti, quindi... se le donne stessero a casa a fare figli, se le donne non fossero delle carrieriste, se le donne non abortissero, se le donne...
pare coro di voci che inneggia a ciò che era prima della rivoluzione industriale.
eh già, perché la struttura economica in mutamento determinò la questione femminile, l'emancipazione femminile.
e oggi ancora è l'economia a far alzare le voci.
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Vecchio 28-05-2008, 15.20.44   #13
ornella
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Citazione:
Originalmente inviato da senzanome
quoto e riquoto e aggiungo.
guarda caso, in tempi in cui la cirsi economica è forte, lo scontro trai sessi si acuisce.
il lavoro è poco per tutti, quindi... se le donne stessero a casa a fare figli, se le donne non fossero delle carrieriste, se le donne non abortissero, se le donne...
pare coro di voci che inneggia a ciò che era prima della rivoluzione industriale.
eh già, perché la struttura economica in mutamento determinò la questione femminile, l'emancipazione femminile.
e oggi ancora è l'economia a far alzare le voci.
Mi unisco al Vostro coro, vorrei aggiungere che siamo ben lontane dalla scalata al potere che alcuni di loro evidentemente temono. Non è nelle mie priorità, ho abbandonato la mia carriera, lavoro ma non vado oltre il part- time per seguire la mia famiglia.
Questa è una mia scelta, ma sono degne tutte, e tutti dobbiamo avere pari opportunità.
In questo percorso ci sono stati forse degli eccessi legislativi, quando ci sarebbe dovuta essere una liberazione culturale che a mio avviso ancora non è avvenuta. Avremmo dovuto porci ad un altro livello, un alternativa, una sorta di governo ombra .
Ma i giochi sono aperti.
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Vecchio 29-05-2008, 14.20.43   #14
ornella
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Purtroppo la mia storia personale non mi ha portato né in contatto con troppe donne, né tantomeno in competizione con loro. Il mio primo lavoro è stato in un cantiere in cui su 3000 lavoratori c'erano una decina di donne distribuite tra le varie ditte, con incarichi marginali. Poi ho sempre lavorato in solitudine.
Caro Frollo, in questo caso chi discrimina chi?

Citazione:
All'università su 100 iscritti nella mia facoltà (ingegneria), solo 5 o 6 erano donne (e quasi tutte brutte, aggiungo).
In questo caso particolari sull'aspetto fisico non erano necessari, è evidente che sono commenti fatti anche all'epoca, una donna perchè deve essere bella? Perchè anche in una discussione del genere e in un ambito universitario si specifica la componente fisica? Si so già il perchè.
Citazione:
Quello che posso dire con certezza è che all'Università, le donne erano sicuramente favorite rispetto agli uomini. In una facoltà in cui sono tutti maschi, compresi i professori, c'è una "considerazione" particolare ogni volta che si presenta una donna. Se è poi è pure carina, scatta un meccanismo perverso che obnubila la capacità di un giudizio equilibrato. Ho visto dare dei 28 a degli esami che se li avesse sostenuti un uomo sarebbe stato bocciato. Ho visto trattare con cortesia e amorevolezza studentesse che dopo una scena muta, venivano invitate a studiare un po' meglio e a tornare la volta successiva. Per esami simili, invece, ai maschi "volava" il libretto fuori della finestra e partivano urla bestiali del tipo: "Lei è un idiota! Non si presenti più per almeno altri 6 mesi!".
Questa è una discriminazione, anche questa è una discriminazione, io lavorando in un ambiente maschile esigo un rapporto paritario, senza favoritismi

Citazione:
Sul lavoro invece, trovo che le donne siano decisamente più carrieriste, competitive e cattive, rispetto agli uomini.

Solo così possiamo ottenere rispetto, presumo che quella che chiami cattiveria sia intransigenza.

Citazione:
Questo aspetto è quello che non apprezzo per nulla in una donna -e francamente nemmeno in un uomo- perchè io non sacrificherei mai la mia vita affettiva per la carriera
.
Infatti io non sopporterei un uomo in carriera che rinuncia alla vita affettiva,
La mia critica al Capitalismo parte da qui è poi è andata oltre
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Vecchio 29-05-2008, 15.25.51   #15
senzanome
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qualcuno o qualcuna ha letto La strada degli errori di Elisabeth Badinter?

A me è piaciuto molto. Seguo la Badinter da un bel po'. Mi piace la sua visione del femminismo, ne condivido molto.

aggiungo il link di un'intervista alla Badinter
http://www.feltrinellieditore.it/SchedaTesti?id_testo=1377&id_i nt=1301

Riporto il retro di copertina.

"La strada degli errori" di Elisabeth Badinter, ed. Feltrinelli.Un vero e proprio manifesto del nuovo femminismo (laico, liberale e libertario) che attacca, in modo anche provocatorio, le pratiche e le ideologie del pensiero femminista. Un testo che susciterà molte polemiche.

La strada degli errori contesta al movimento femminista di essersi asserragliato nel separatismo e nella lotta contro il sesso maschile, abbandonando l’universalismo e la rivendicazione dei pari diritti, ancora molto lontana dal pieno successo.

Per la Badinter il separatismo (e il conseguente vittimismo) riporta le donne nell’immenso ghetto dal quale erano finalmente uscite e le riconsegna ai subalterni ruoli maternali, oppure le sospinge verso un’autosufficienza sessuale che impedisce ogni scambio positivo con la società maschile e ogni possibilità di influenzarne l’evoluzione. In Europa e negli Usa, un certo femminismo della differenza ha criminalizzato la sessualità maschile, avallando di fatto quel rigorismo morale tipico della destra sessuofoba.

L’allargamento progressivo della nozione di "crimine sessuale", per esempio, e la conseguente repressione promuove un’idea legale, morale e sacralizzata della sessualità, in radicale opposizione a quella libertà sessuale che è invece rivendicata dalle più giovani generazioni.
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Vecchio 29-05-2008, 18.43.54   #16
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Madri o puttane
(tertium non datur)

Le ultime proposte del governo in campo legislativo che vanno a disciplinare e ri-figurare il ruolo della donna nella società delinenano un aut aut vistoso che si risolve in una bipolarità solo apparentemente conflittuale, in realtà inter-dipendente. Le Madri da un lato, le Puttane dall'altro.
La Madre rappresenta il perno riproduttivo di una cellula familiare eterosessuale, legalizzata dal (sacro) vincolo matrimoniale, elasticamente adattata alla flessibilità ed al part-time lavorativi (spacciati come funzionali ad un più umano ritmo di vita); la Madre è caldamente esortata a partorire almeno due figli/e, ed in questo è supportata dalle tecniche di procreazione assistita, debitamente regolamentate al fine di essere disponibili solo nel contesto familiare sopra tracciato. La Madre non dovrebbe esistere senza il Marito, non sarà aiutata (né a procreare, né a sostentare se stessa ed il proprio figlio o figlia) se accanto a lei non dimorerà un legale consorte maschio. Se farà ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita, la Madre dovrà partorire un figlio o una figlia che rechino nel loro patrimonio genetico l'indiscutibile impronta di entrambi i genitori, per mantenere l'identità biologica e spirituale del nucleo familiare. La Madre Italiana dovrà impegnarsi a procreare la specie di modo che la popolazione nazionale non veda un progressivo incremento dei Figli non-Italiani. La Madre dovrà prendersi cura dei propri figli e figlie, cavarsela da sola nel caso questi presentino problemi fisici o caratteriali, eventualmente associandosi con altre Madri per creare dei gruppi di sostegno auto-organizzati; la Madre dovrà anche occuparsi degli anziani ed anziane di casa, ed eventualmente (previa un possibile sotegno da parte dello Stato) prendere presso di sè anche anziani e bisognosi di cure provenienti da altri nuclei familiari. La solidarietà tra Madri dovrà supplire all'assenza di strutture istituite dallo Stato a tal fine, del resto quando lo Stato mette insieme tra quattro mura gruppi di persone bisognose di assitenza (ospizi, manicomi, ospedali, ricoveri per senza tetto, centri di accoglienza per extra-comnitari/e, case di rieducazione), non produce effetti rassicuranti, questo le Madri lo sanno, e lo sa pure lo Stato, che usa implicitamente il timore come deterrente, ben accorto a non mettere in questione le radici del timore. Per questo lo Stato si propone anche di non medicalizzare il parto, e facendo perno sull'implicita e non-detta inospitalità dei ricoveri ospedalieri, regala alla Madre un ritorno rapido all'ambiente domestico, risparmiando molti, molti soldi. La Madre è il serbatoio riproduttivo della Società, ri-produce biologicamente, socialmente, culturalmente, economicamente. La Madre sforna la carne dello Stato, rimpolpa le fila dell'etnia nazionale (sempre che recepisca il messaggio dello Stato per cui è bene che l'Altro o l'Altra siano tenuti a distanza di sicurezza), lavora part-time così ha il tempo di curare figli/e, anziani/e, malati/e a cui trasmettere, oltre che la debita assistenza, la buona novella della Famiglia italiana regolare eterosessuale e produttiva.

http://www.peppinabausch.org/madri_putt.html

C'è del vero.
Senzanome anche il tuo contributo mi trova in sintonia, certo la tua firma è un istigazione troppo
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Vecchio 29-05-2008, 19.04.25   #17
Sùmina
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Originalmente inviato da senzanome
qualcuno o qualcuna ha letto La strada degli errori di Elisabeth Badinter?

Ciao senzanome, io l'ho letto. (ovviamente....)

Quì, sul nostro sito è riportato il commento ai concetti espressi dalla Badinter nel suo libro.
Purtroppo ho provato a inserire il testo, ma è troppo lungo (andrebbe spezzato in 4 post), per leggerlo puoi andare a questa pagina: Badinter

Ciao
Sùmina is offline  
Vecchio 29-05-2008, 19.37.32   #18
misterxy
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IL MITO DEL POTERE MASCHILE, di Warren Farrell.

Il fattore industrializzazione
«Più una società diventa industrializzata, più la speranza di vita dei due sessi aumenta. Ma l’industrializzazione accresce la speranza di vita delle donne in misura quasi doppia rispetto a quella degli uomini.»
Nelle società preindustriali (per esempio, l’Italia e l’Irlanda nel diciannovesimo secolo), era normale uno scarto di un anno o due soltanto tra la durata dell’esistenza delle donne e quella degli uomini. Allorché Robert Kennedy Jr. prese in esame i suoi precedenti famigliali, scoprì che le contadine irlandesi all’inizio del secolo avevano una speranza di vita alla nascita inferiore a quella degli uomini. Le donne che vivevano in campagna morivano più di frequente degli uomini di tubercolosi, difterite, polmonite, morbillo, malattie di cuore, ustioni, scottature. Quando le donne si trasferirono in città, come accadde in Inghilterra all’inizio dell’Ottocento, il tasso di mortalità decrebbe di oltre un terzo. Che cos’era accaduto?
Quando donne e uomini hanno all’incirca la stessa speranza di vita, pare che ciò sia dovuto al fatto che le donne muoiono non soltanto di parto (meno spesso di quanto si pensi), ma in misura quasi uguale di malattie contagiose, parassitiche; per scarsa igiene e mancanza d’acqua; per le cure inadeguate, per le malattie provocate dalla denutrizione. Nelle società industrializzate, i decessi prematuri sono prevalentemente causati da malattie scatenate dallo stress che indebolisce il sistema immunitario. Da quando lo stress è diventato il fattore principale, gli uomini hanno cominciato a morire molto prima delle donne.
Il doppio standard dell’industrializzazione
L’industrializzazione strappò gli uomini alla campagna e alla famiglia e li catapultò in fabbrica, allontanandoli dalla fonte degli affetti. L’industrializzazione consentì alle donne di restare legate alla famiglia e, come già osservato, con un sempre minor numero di figli e più comodità, un maggior controllo sulle nascite, meno probabilità di morire di parto e di quasi tutte le altre malattie. Combinandosi, questi fattori fecero sì che le donne vivessero un’esistenza di circa il 50 per cento più lunga nel 1990, rispetto al 1920. Quello che abbiamo voluto chiamare potere maschile, quindi, ha in realtà prodotto il potere femminile. Ha letteralmente dato la vita alle donne. Fu un club quasi esclusivamente femminile che prese il primo treno che portava dalla Rivoluzione Industriale alla Rivoluzione dell’Appagamento.
Il nuovo ruolo degli uomini - che operano lontano da casa - è di per sé sufficiente a indurre entrambi i sessi a far uso della droga, a ricorrere al suicidio e a provocare incidenti. Il risultato è riecheggiato dalla canzone Only the Good Die Young (ovvero, muore giovane chi è buono). Quali sono le due cose che quanti morirono giovani avevano in comune? Pensate a Jim Morrison, Jim Croce, Jimi Hendrix, John Belushi, Janis Joplin, Buddy
Holly, Charlie Parker, Patsy Cline, Elvis, Martin Luther King e i Kennedy. Erano tutti buoni esecutori, e tutti passarono la maggior parte della loro esistenza lontano da casa - distaccati dal loro centro, dalla loro fonte d’amore. In un modo o nell’altro, questo li ha uccisi.
L’industrializzazione fece del lavoro lontano da casa un ruolo maschile. Il fatto che membri di entrambi i sessi che lavorarono lontano da casa furono vulnerabili, ci spiega l’impatto del ruolo sulla biologia.
Forse che oggi le donne non lavorano lontano da casa? Certo, ma con la nascita del primo figlio i due terzi delle donne che lavorano non riprendono il lavoro per almeno un anno. D’improvviso al marito tocca mantenere tre persone invece che una sola. Inoltre, le donne, con quarantatré probabilità in più rispetto agli uomini, abbandonano il posto di lavoro per sei o più mesi per ragioni di famiglia. Ecco le scelte che consentono a una donna di adattare il suo ruolo alla sua personalità, mentre il mandato dell’uomo - lavorare a tempo pieno - non gli offre quella flessibilità necessaria a dare spazio alla sua personalità. Nelle sue aspettative deve darsi da fare e indossare un certo abito, non necessariamente tagliato su misura per lui.
Come mai il gap tra donne e uomini si è leggermente ridotto (da otto a sette anni) tra il 1975 e il 1990? In parte perché le abitudini igieniche degli uomini stanno diventando più costruttive, quelle delle donne più distruttive. Così le donne muoiono più spesso a causa di quella che i cinesi chiamano «la malattia dell’opulenza» - il cancro al seno. Ma le donne lavorano anche più di frequente lontano da casa e soffrono delle malattie connesse allo stress.
D’altro canto, come mai il gap non è diminuito ancora di più? Perché il marito della donna che lavora a tempo pieno lavora tuttora 9 ore la settimana di più fuori casa e negli spostamenti perde 2 ore di più la settimana. Il carico di lavoro offre comunque alla donna un miglior equilibrio tra lavoro e casa. Se il marito è sufficientemente «arrivato», lei può trovare un certo equilibrio non soltanto per la sua personalità ma anche per la fase esistenziale in cui si trova. Le maggiori possibilità di scelta, il maggior equilibrio e la più stretta connessione con la famìglia la tengono in vita sette anni di più.
Pertanto, l’industrializzazione ha ampliato la gamma delle opzioni femminili e isolato di più gli uomini. Con la sua attività da prestigiatore, lei è sempre in stretto contatto con tutto; con la sua attività sempre più intensa, lui perde il contatto con l’amore. Entrambi stanno meglio di prima, ma per lei la connessione crea vita, per lui la separazione crea morte.
«Fare strage» alla Borsa divenne quindi la versione aggiornata del killer-protettore: lui continua a mietere vittime, lei a essere protetta. Ovvero, per essere più precisi, lui protegge meglio entrambi, ma protegge la donna meglio di quanto non protegga se stesso.
misterxy is offline  
Vecchio 29-05-2008, 20.18.40   #19
misterxy
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Riferimento: Femminismo

IL MITO DEL POTERE MASCHILE, di Warren Farrell.

Violenza contro chi?
«Per ogni donna che viene assassinata, tre sono gli uomini assassinati.»
«Eccezion fatta per lo stupro, più il crimine è violento più ne è probabile vittima un uomo.»
«I maschi sono le vittime principali di tutti i crimini violenti, stupro escluso. Queste violenze (escludendo lo stupro) sono aumentate del 36 per cento. Lo stupro, la violenza di cui sono principali vittime le donne, è diminuito del 33 per cento.»
«Lo stupro rappresenta meno del 6 per cento dei crimini; le violenze di cui sono principali vittime gli uomini costituiscono il restante 94 per cento.»
«L'americano medio ha 1 probabilità su 153 di essere assassinato; un nero ha 1 probabilità su 28 di essere assassinato.»
«Nell'inchiesta condotta a livello nazionale dal dipartimento della Giustizia emerse che, secondo gli americani, se una moglie accoltella il marito e lo uccide, il crimine è comunque meno grave (del 41 per cento) rispetto alla situazione opposta, in cui è il marito ad accoltellare la moglie.»
«Le mogli riferiscono che più facilmente erano loro a colpire il marito, e non il contrario. (Ciò secondo uno studio del National Family Violence Survey condotto su un campione di famiglie scelto a caso.»
«I neri rischiano sei volte più dei bianchi di essere vittime di omicidi. Per il 45 per cento, i maschi neri saranno vittime di violenze tre o più volte.»

Non sono forse gli uomini i responsabili di queste violenze, e tanta violenza è forse un riflesso del potere maschile?
Non abbiamo difficoltà a vedere l'ultimo dato sopra riportato come un riflesso dell'impotenza dei neri, ma raramente vediamo il maggior rischio che corrono gli uomini di essere vittime di violenze che sono un riflesso dell'impotenza maschile. Se sentiamo dire che gli uomini sono le maggiori vittime della violenza, siamo portati a dire: «Ebbene, si tratta di uomini che fanno del male ad altri uomini». Quando sono i neri le principali vittime, ci sembra razzista dire: «Ebbene, sono dei neri che fanno del male ad altri neri». La vittima è vittima, chiunque sia il responsabile della violenza.
Ma perché sono principalmente gli uomini a commettere i crimini più violenti? E un riflesso del potere maschile? Non proprio. I neri non commettono in proporzione più delitti dei bianchi perché hanno maggior potere. La cittadina di Flint, nel Michigan, ci offre un esempio.
A metà degli Anni Ottanta, Flint si trovò ad affrontare la chiusura di un certo numero di fabbriche della General Motors, il che costrinse 30.000 operai a trasferirsi altrove e creò un notevole numero di disoccupati. Intorno al 1985, dunque, una cittadina in cui in precedenza la violenza era assai contenuta registrò un cospicuo aumento non soltanto dei suicidi e dell'alcolismo, ma anche di violenze coniugali, stupri e assassinii. Ben presto Flint raggiunse un tasso di crimini superiore a quello di New York. Furono 285 gli stupri nel 1985, una cifra veramente sconcertante per una cittadina di 150.000 abitanti.
Che cosa possiamo dedurne? Che assassinii, stupri e violenze coniugali, così come il suicìdio e l'alcolismo, non sono che un attimo di potere superficiale che compensa anni di impotenza di fondo. Sono manifestazioni di disperazione di impotenti, ed è questa la ragione per cui sono atti commessi in misura sproporzionata dai neri e dagli uomini.
Il crimine, specie se in qualche modo connesso al denaro, riflette il divario tra l'aspettativa di essere in grado di provvedere agli altri e la capacità di farlo. Infatti, le donne che lavorano e guadagnano abbastanza da soddisfare le proprie aspettative raramente commettono dei crimini. Ma le donne che lavorano e non soddisfano le aspettative commettono un maggior numero di crimini.
Se davvero vogliamo che tra gli uomini i crimini siano poco frequenti come tra le donne, dobbiamo cominciare col non aspettarci che gli uomini provvedano alle donne, così come non ci aspettiamo che le donne provvedano agli uomini.

La nostra invisibile violenza nazionale
«Un uomo fece irruzione in un'aula dell'università di Montreal e uccise delle studentesse. La notizia si diffuse in tutto il mondo e la stampa internazionale riportò il grave incidente come un esempio evidente di misoginia. Il governo canadese spese milioni di dollari per rieducare gli uomini affinché mutassero i loro atteggiamenti nei confronti delle donne. Pressappoco nello stesso periodo, una donna di Chicago (Laurie Dann) sparò a cinque ragazzini delle elementari, avvelenò il cibo in due mense, diede fuoco al Young Men's Jewish Council, bruciò altri due ragazzini nel loro appartamento al seminterrato, sparò al figlio e giustificò l'assassinio di un bambino di otto anni affermando che era uno stupratore. Non una riga, non un articolo sul Chicago Tribune rilevò che tutte le persone uccise o ferite dalla donna di Chicago erano dei ragazzini. Né il governo spese milioni di dollari per rieducare le donne affinchè mutassero atteggiamento nei confronti degli uomini.»
«Durante i disordini che fecero seguito al verdetto contro Rodney King, la polizia uccise dieci persone. Erano tutti uomini. Se quelle dieci persone fossero state dei neri, degli ispanici o delle donne, la cosa sarebbe passata sotto silenzio?»
Perché l'uomo in quanto vittima era invisibile? In parte perché invisibile è anche l'aspettativa sociale che l'uomo - e non la donna - saccheggi i negozi. Il numero delle donne che rubano è inferiore perché le donne hanno maggiori valori morali? Non proprio. Innanzitutto, migliaia di donne si diedero ai saccheggi, ma nessuna di loro fu uccisa dalla polizia. In secondo luogo, pochi uomini si portano a casa un televisore rubato se sanno che la moglie non guarda la TV. Terzo, quando neri e ispanici si diedero ai saccheggi dopo il verdetto contro Rodney King, entrambi i partiti politici intuirono che ciò accadeva, almeno in parte, perché i poveri avevano meno speranza e meno potere. Ma il fatto che soprattutto gli uomini si diedero ai saccheggi non portò nessuno alla conclusione che gli uomini avevano meno speranza e meno potere.
Un tentativo di soffocamento
Uno studente diciassettenne del Michigan cercò di soffocare un insegnante. In seguito, gli insegnanti non ottennero maggiore protezione. Due mesi dopo, un quattordicenne tentò di soffocare una insegnante - nella stessa scuola. Immediatamente la scuola allontanò tutte le insegnanti, riducendo lo staff da venti a nove persone. Ecco l'ineguaglianza: ci si aspettava che gli insegnanti uomini restassero, ma adesso dovevano occuparsi di classi che erano più che raddoppiate. E più una classe è numerosa, maggiore è la probabilità che si scateni la violenza. La protezione data a ogni donna metteva ogni uomo in pericolo - senza il consenso degli uomini.
Punizioni corporali riservate ai ragazzi
In America, le punizioni corporali inflitte a scuola sono ancora legali in ventinove Stati. Ma nella maggior parte dei distretti scolastici in cui si ricorre alle punizioni corporali un insegnante che colpisce una ragazza con la riga rischia di essere citato in giudizio dai genitori. E l'insegnante maschio che colpisce una ragazza con uno schiaffo può dimenticarsi dello stipendio e della pensione. In pratica, le punizioni corporali sono riservate ai ragazzi. In molte scuole si protesta contro la tendenza a picchiare più i ragazzini neri che i bianchi, ma in nessuna scuola si protesta contro la tendenza a colpire unicamente i ragazzi. Non protestiamo contro la violenza diretta contro i ragazzi perché è invisibile.
L'abuso sessuale invisibile
Se pensiamo agli abusi sessuali nel mondo infantile, pensiamo di solito alle bambine, che ne sono vittime nove volte su dieci. In realtà, il rapporto è di 1 bambino contro 1,7 bambine. Di solito pensiamo che chi abusa sessualmente dei bambini sia un uomo. In effetti, ad abusare delle bambine sono di solito degli uomini, ma ad abusare dei bambini sono di solito delle donne - madri, sorelle maggiori, baby-sitter e parenti più anziane. Non possiamo scoprire questa realtà facendo sondaggi presso gli speciali centri perché questi ultimi tendono a rivelare prevalentemente i dati riguardanti le bambine, perché è alle bambine vittime di abusi che offriamo aiuto. Solamente quando i nostri sondaggi prendono in considerazione gli adulti dei due sessi, e a loro rivolgiamo domande parallele sulla loro infanzia, l'abuso contro entrambi i sessi diventa visibile.
Perché chiudiamo gli occhi sugli uomini che hanno bisogno di aiuto in quanto vittime di abusi sessuali, abusi coniugali o di cancro alla prostata, o perché senzatetto? Storicamente, la donna-vittima attrae gli uomini; l'uomo-vittima è rifiutato dalle donne. Persino ai giorni nostri, se la macchina ha una gomma bucata, subito la donna consente a un estraneo di darle una mano. Se è un uomo che buca, raramente una donna si ferma ad aiutarlo.
La situazione degli uomini migliorerà nella misura in cui la società comprenderà che l'attrazione per la donna-vittima è un riflesso della scarsa stima di sé che ha l'uomo: quella sensazione di essere degno di una donna solamente se può fare qualcosa per lei, di essere solo condizionatamente visibile.
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Vecchio 30-05-2008, 09.31.05   #20
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Vorrei proporvi questo interressante contributo, lascio a Voi il giudizio
http://www.ariannaeditrice.it/artico...articolo=17178

Maria tra femminismo e gnosi nella riflessione teologica cristiana
di Francesco Lamendola - 18/02/2008








Undici anni fa, nel 1997, Giovanni Paolo II indirizzava alla Chiesa l'enciclica Redemptoris mater, nella quale faceva il punto sulla mariologia cattolica e, più in generale, sul ruolo della presenza femminile nel processo salvifico avviato dal Vangelo.

A quel documento faceva prontamente eco una riflessione dell'allora cardinale Joseph Ratzinger, (considerato uno dei teologi più colti e raffinati della Chiesa cattolica), intitolato Maria tra femminismo e gnosi; che, muovendo dal terreno dell'esegesi biblica, spaziava a tutto campo sul significato dell'elemento femminile nelle Sacre Scritture e, in ultima analisi, nella cultura cristiana contemporanea.

Ratzinger è poi tornato sull'argomento, in maniera più approfondita, in due saggi mariologici intitolati, rispettivamente, La figlia di Sion. La devozione a Maria nella Chiesa e Maria. Chiesa nascente.

Tuttavia il commento alla Redemptoris Mater si segnala per una concisione e una chiarezza espositiva che lo raccomandano quale lettura privilegiata per comprendere il pensiero di papa Benedetto XVI sul ruolo, storico e teologico, svolto dalla figura di Maria nel delineare i caratteri della Chiesa cristiana dei primi secoli; e anche, indirettamente, sul ruolo che esso può e deve svolgere, al giorno d'oggi.

Pertanto ne riportiamo alcuni passaggi.-chiave, tratti dall'articolo di Bruno Simonetto Un antidoto all'«eresia eterna», sul numero di novembre 2007 della rivista cattolica Il Rosario, edita a Firenze; per poi svolgere una nostra riflessione in proposito.



"Il cosiddetto Vangelo degli Egiziani (risalente al secolo II) attribuisce queste parole a Gesù: «Sono venuto ad annullare le opere della realtà femminile». Tali parole esprimono un motivo fondamentale dell'interpretazione gnostica del cristianesimo, motivo che - in una formulazione un po' diversa - ricorre anche nel cosiddetto Vangelo di Tommaso: «Allorché di due ne farete uno, allorché farete […] la parte superiore come l'inferiore, allorché del maschio e della femmina farete un unico essere, sicché non vi sia più né maschio né femmina […], allora entrerete nel regno» (loghion 15, p. 486) Similmente ivi leggiamo, in chiara contrapposizione a Galati, 4, 4: «Quando vedrete colui che non è nato da donna, prostratevi bocconi e adoratelo: egli è il vostro padre».

"In questo contesto è interessante osservare come Romano Guardini vede un segno del superamento dello schema fondamentale gnostico da parte degli scritti giovannei [Vangelo e lettere di Giovanni, più Apocalisse, ndr] nel fatto che «nel complesso dell'Apocalisse, il femminile gode di quella pari dignità del maschile, che Cristo gli ha conferito. È vero che il momento del male, della sensualità e del femminile confluiscono nella figura della prostituta babilonese; ciò però sarebbe pensato in termini gnostici se se dall'altra parte il bene comparisse solo in figura maschile. In verità esso trova un'espressione radiosa nella comparsa della donna cinta di stelle. Se proprio volessimo parlare di una prevalenza, dovremmo piuttosto assegnarla al femminile; infatti, la figura in cui il mondo redento si struttura in maniera definitiva è quella della 'sposa'.

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