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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 19-01-2008, 11.17.55   #11
arsenio
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Data registrazione: 01-04-2004
Messaggi: 1,006
Riferimento: Esiste la bontà?

Citazione:
Originalmente inviato da emmeci
Le vie del signore sono davvero tante.…Ritorna qui, con dotte argomentazioni, un tema che avrebbe potuto confluire in quello, già ben nutrito, che il forum presenta con le parole “per una filosofia morale”; anche perché si apriva a opzioni diverse e non soltanto a quella di una indefinita e condizionante bontà. Dico condizionante perché mi domando se uno avrebbe il coraggio di rispondere: bontà? Ma chi ha detto che si deve essere buoni? Al massimo si sarà buoni entro i cento metri da una stazione di carabinieri (non oso dire da un confessionale). Piuttosto suggerirei - se avete tempo da perdere - di badare a quello che ho insinuato nel tema “per una filosofia morale”, e cioè che finché rimaniamo filosofi, cioè si resta confinati nel proprio pensiero, si possono anche immaginare emozioni sublimi e paradisi di santi e bontà, ma sono cose che esistono appunto solo nel pensiero, mentre andando al di là di esso, cioè in ciò che si compie nella sporca realtà, è dato vedere qualcosa – magari solo un piccolo gesto - che somigli a quella che chiamate bontà.

Caro emmeci, “moralità”, tra l'altro - sempre virgolettato sia pure idealmente se siamo filosofi - è anche leggere (o ascoltare ) con attenzione ciò che dicono gli altri che si pretendono di contestare, e capire,ovviamente anche quello che personalmente si dice e implicazioni. Prima di disconfermare con banalità, stereotipi, luoghi comuni, tautologie, riformulazioni scorrette di concetti ineccepibili, anche perchè tratti a volte da grandi pensatori - sia pure sempre contestabili, ma con cognizione di causa - ovvietà, distorsioni , illudendosi di “dare risposte” con un parodistico dibattito. Se io fossi davvero un perditempo e volessi proporvi corrette analisi testuali di alcuni scritti qui apparsi, forse si capirebbe meglio ciò che intendo dire.
Questa sì che potrebbe essere ritenuta una irriflessiva perdita di ore preziose, proprie e altrui, a scapito di pertinenti e autoformative letture che andrebbero pure a vantaggio della comunità virtuale a cui si pretende di partecipare apportando conoscenza.
T'invito, ad esempio, a leggere anche il mio “giusto e “sbagliato” sono pregiudizi? A completamento dell'argomento proposto che rientra in “filosofia morale”, che mi sembra t'interessi. Dirai che sono un po' "cattivo", ma chi ha mai detto che si deve essere"buoni", se non per coercizione, ad esempio in presenza di carabinieri? Lo dici tu stesso. Per esempio la mia "Bontà" è sempre stata solo quella di ammettere di non essere mai "buono".

arsenio is offline  
Vecchio 19-01-2008, 15.42.28   #12
emmeci
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Data registrazione: 10-06-2007
Messaggi: 1,272
Riferimento: Esiste la bontà?

Forse, Arsenio, io parlo troppo, ma ci sono temi che sembrano giustificarlo – poi, come in questo caso, sembrerà più giusto il silenzio. Sì, perché anche per te, mi pare, la bontà è qualcosa di superiore alla “bontà”: che è quello che ho cercato di dire nella discussione sulla filosofia morale. Cioè che per parlare della moralità la filosofia deve andare oltre i suoi scopi essenziali (“cercare la verità”), anzi lasciare sé stessa. Infatti l’etica ha sempre rappresentato una specie di appendice se non un intralcio per la filosofia, tanto che oggi è difficile trovare filosofi che se ne occupino. Il senso se non il perché della moralità sembra infatti sfuggire, non per difetto di buon volere (cioè di bontà filosofica) ma perché si entra nella moralità varcando una porta ben più sbarrata di quella che Dante ha varcato per visitare l’inferno: perché si devono oltrepassare le ragioni della filosofia, cioè lo stesso pensiero. Quale vero martire o eroe si sacrifica pensando al suo gesto? O lo compie e basta? Certo tu (o io) potremmo sempre dubitare che abbia compiuto un’azione buona, ed effettivamente non la compiamo. Il punto cruciale è questo: che se ci mettiamo a pensare non troveremo che uno sciame di argomentazioni turbinanti intorno al miele della bontà, argomentazioni pro e contro, mentre solo l’azione sarà decisiva, come quella di Antigone davanti a Creonte. Tutto il resto è solo un protendersi verso l’istante supremo.
Naturalmente questa è una dichiarazione buttata là, perché a spiegarla ci vorrebbe qualcosa di più di qualche frase introdotta nel nostro computer. Comunque posso aggiungere che quello che dico si appoggia a un’idea dello sviluppo dell’uomo che attraversa una grande scansione o una scala di forme: dall’impulso biologico a quello emotivo, dall’emozione alla fantasia e al pensiero, da questo alla moralità il cui grado superiore a volte mi pare di poter definire con una parola che assomiglia a pietà….Ma qui siamo all’estremo di una tensione che parte prima dell’esistenza in cui siamo gettati, cioè fin dai primi atomi e fotoni dell’universo per arrivare – come la radiazione fossile del big bang - a quell’orizzonte degli eventi che è forse la riva dell’assoluto: il fine a cui non solo l’individuo, non solo la storia, ma l’intera evoluzione del cosmo pare protendersi.
C’è solo il problema – un problema che può segnare però il destino di una vita, anzi l’essere e il non essere di una vita: che questo fine supremo sia o non sia ciò che chiamiamo Dio, nel quale – se è davvero inteso come assoluto - ogni distinzione sparisce, compresa quella fra il bene ed il male.
emmeci is offline  
Vecchio 20-01-2008, 18.21.46   #13
il ramo rubato
il ramo rubato
 
Data registrazione: 19-10-2007
Messaggi: 41
Riferimento: Esiste la bontà?

Per me la metafora platonica dell'anima come biga trainata dal cavallo nero e dal cavallo bianco, funziona ancora perfettamente. Esiste un nostro cavallo bianco. Ed un cavallo nero.

Guardandola al di là del bene o del male, senza preconcetti sui colori...
Quello con cui facciamo propositi e su cui costruiamo un sistema morale per me è la nostra "bontà".
Poi abbiamo il nostro lato oscuro, che non è affatto "cattivo"... è autodistruttivo e dionisiaco. Votato al piacere e all'irrazionale, e alla realizzazione morbosa di sè.

La biga, secondo me, si tira bene mantenendo i due cavalli su una stessa linea
il ramo rubato is offline  
Vecchio 21-01-2008, 10.34.06   #14
arsenio
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Riferimento: Esiste la bontà?

Citazione:
Originalmente inviato da emmeci
Forse, Arsenio, io parlo troppo, ma ci sono temi che sembrano giustificarlo – poi, come in questo caso, sembrerà più giusto il silenzio. Sì, perché anche per te, mi pare, la bontà è qualcosa di superiore alla “bontà”: che è quello che ho cercato di dire nella discussione sulla filosofia morale. Cioè che per parlare della moralità la filosofia deve andare oltre i suoi scopi essenziali (“cercare la verità”), anzi lasciare sé stessa. Infatti l’etica ha sempre rappresentato una specie di appendice se non un intralcio per la filosofia, tanto che oggi è difficile trovare filosofi che se ne occupino. Il senso se non il perché della moralità sembra infatti sfuggire, non per difetto di buon volere (cioè di bontà filosofica) ma perché si entra nella moralità varcando una porta ben più sbarrata di quella che Dante ha varcato per visitare l’inferno: perché si devono oltrepassare le ragioni della filosofia, cioè lo stesso pensiero. Quale vero martire o eroe si sacrifica pensando al suo gesto? O lo compie e basta? Certo tu (o io) potremmo sempre dubitare che abbia compiuto un’azione buona, ed effettivamente non la compiamo. Il punto cruciale è questo: che se ci mettiamo a pensare non troveremo che uno sciame di argomentazioni turbinanti intorno al miele della bontà, argomentazioni pro e contro, mentre solo l’azione sarà decisiva, come quella di Antigone davanti a Creonte. Tutto il resto è solo un protendersi verso l’istante supremo.
Naturalmente questa è una dichiarazione buttata là, perché a spiegarla ci vorrebbe qualcosa di più di qualche frase introdotta nel nostro computer. Comunque posso aggiungere che quello che dico si appoggia a un’idea dello sviluppo dell’uomo che attraversa una grande scansione o una scala di forme: dall’impulso biologico a quello emotivo, dall’emozione alla fantasia e al pensiero, da questo alla moralità il cui grado superiore a volte mi pare di poter definire con una parola che assomiglia a pietà….Ma qui siamo all’estremo di una tensione che parte prima dell’esistenza in cui siamo gettati, cioè fin dai primi atomi e fotoni dell’universo per arrivare – come la radiazione fossile del big bang - a quell’orizzonte degli eventi che è forse la riva dell’assoluto: il fine a cui non solo l’individuo, non solo la storia, ma l’intera evoluzione del cosmo pare protendersi.
C’è solo il problema – un problema che può segnare però il destino di una vita, anzi l’essere e il non essere di una vita: che questo fine supremo sia o non sia ciò che chiamiamo Dio, nel quale – se è davvero inteso come assoluto - ogni distinzione sparisce, compresa quella fra il bene ed il male.


La “bontà” è riuscire a provare un'autentica compassione per chi ci sta intorno, unico stato affettivo che può portare alla solidarietà umana, fuori da dogmi a-morali, astratti, falsi, incongruenti. Come “ama il prossimo come te stesso”. Chi “ama tutti non ama in realtà nessuno. Le ideologie sviano dalla compassione: non c'è altro altruismo all'infuori del com-patire: condivider la sofferenza per la tragicità di un destino comune che ci unisce. Sentimento terreno ben distante da ogni orientamento religioso astratto, A favore dell'uomo qui ed ora, oltrepassando metafisicherie e ipocrite tradizioni umanitaristiche. Ora chiediamoci se chi è certo di attenersi a verità assolute, astoriche, decontestualizzate, possa aderire all' immedesimazione con l'altro. Oltre alla”Ginestra dell'ateo Leopardi, consiglio la lettura di qualche passo di grandi filosofi al fine di confrontarli e commentarli, per non brancolare nel buio del mito e della religione. Sempre legittimi, ma antifilosofici. Lenire la sofferenza , è bontà. Madre Teresa di Calcutta negava gli antidolorifici e gli oppiacei ai malati sofferenti. Perchè per raggiungere un ipotetico paradiso si deve soffrire e per elevarsi ,svalutare la vita terrena, in attesa dell'aldilà. Per i credenti lo scopo della vita è questo. Sempre in teoria .Ma anche ammettendo la ”buona fede”, c'è sempre un interesse di mezzo.



Per Schopenhauer l’amore consiste nel capire il dolore degli altri attraverso il proprio dolore e averne una disinteressata compassione.
*
A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, § 67
*
Abbiamo veduto come dall’oltrepassamento del principii individuationis venisse, nel grado minore, la giustizia, e nel maggiore la bontà vera e propria dell’animo, la quale ci si mostrò come puro, ossia disinteressato amore per gli altri. Dove quest’amore si fa perfetto, rende l’individuo estraneo e il suo destino affatto pari al nostro: piú in là non si può andare, non essendovi ragione di preferire l’altrui individuo al nostro. Può nondimeno la massa degli individui estranei, il cui benessere o la cui vita siano in pericolo, prevalere sui riguardi del bene individuale. In tal caso il carattere asceso all’altissima bontà e alla perfetta generosità sacrifica in tutto il suo bene al bene dei piú: cosí periva Codro, cosí Leonida, cosí Regolo, cosí Decio Mure, cosí Arnoldo di Winkeried, cosí ciascuno, che volontariamente e consapevolmente per i suoi, per la patria va a morte sicura. Alla medesima altezza sta chiunque di buon animo affronti dolore e morte per l’affermazione di ciò che all’umanità intera giova ed a buon diritto spetta, ossia per verità generali e importanti, e per l’estirpazione di grossi errori. Cosí periva Socrate, cosí Giordano Bruno. cosí trovarono tanti eroi della verità la morte sul rogo, tra le mani dei preti.
[...]
Quel che adunque bontà, amore e nobiltà posson fare per altri, è sempre nient’altro che lenimento dei loro mali; e quel che per conseguenza può muoverle alle buone azioni e opere dell’amore, è sempre soltanto la conoscenza dell’altrui dolore, fatto comprensibile attraverso il dolore proprio, e messo a pari di questo. Ma da ciò risulta che il puro amore (agape, caritas) è, per sua natura, compassione.
*
A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Laterza, Bari, 1968, vol. II, pagg.
arsenio is offline  
Vecchio 23-01-2008, 09.33.55   #15
emmeci
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Riferimento: Esiste la bontà?

Credo, Arsenio, che quello che tu avvicini di più alla bontà sia ciò che io chiamo pietà. Che ovviamente non è compassione ma forse richiama il suono o il concetto classico di pietas. Dico forse….perché in realtà la pietà è per me ciò che rappresenta l’ultimo grado di un’ascesa morale o qualcosa di superiore alla moralità stessa, qualcosa che la rende perfino impossibile, tanto da farmi pensare all’espressione “pity counter pity” di un dramma di Shakespeare. Sì, perché per uno che crede che la pietà sia il più alto, forse il solo emblema di un dovere assoluto, possono porsi problemi quasi insolubili: a chi dare una mano? chi salvare? lasciare la ginestra nella sua solitaria bellezza o strapparla al fuoco che la minaccia? E la scelta angosciosa di Madre Teresa è mai risolvibile, quella cioè che ti fa domandare davanti a un letto di morte: è meglio far vivere intera la tragedia dell’essere nati, o portare un raggio di speranza in queste povere carni? (Dilemma che potrebbe essere celato nelle parole fatali e forse sataniche: credere in un dio o nella verità?)
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Vecchio 23-01-2008, 11.28.25   #16
arsenio
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Riferimento: Esiste la bontà?

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Credo, Arsenio, che quello che tu avvicini di più alla bontà sia ciò che io chiamo pietà. Che ovviamente non è compassione ma forse richiama il suono o il concetto classico di pietas. Dico forse….perché in realtà la pietà è per me ciò che rappresenta l’ultimo grado di un’ascesa morale o qualcosa di superiore alla moralità stessa, qualcosa che la rende perfino impossibile, tanto da farmi pensare all’espressione “pity counter pity” di un dramma di Shakespeare. Sì, perché per uno che crede che la pietà sia il più alto, forse il solo emblema di un dovere assoluto, possono porsi problemi quasi insolubili: a chi dare una mano? chi salvare? lasciare la ginestra nella sua solitaria bellezza o strapparla al fuoco che la minaccia? E la scelta angosciosa di Madre Teresa è mai risolvibile, quella cioè che ti fa domandare davanti a un letto di morte: è meglio far vivere intera la tragedia dell’essere nati, o portare un raggio di speranza in queste povere carni? (Dilemma che potrebbe essere celato nelle parole fatali e forse sataniche: credere in un dio o nella verità?)

Sì, la pietà empatica quale la forma più genuina, e forse possibile, di “bontà”.

Per il resto, assecondare il lecito.
Giustamente intorno al problema dell'eutanasia insorsero molti tetraplegici, invalidi estremi, ecc. Alla tivù, attraverso lettere ai quotidiani, ecc. Dissero che nonostante la loro gravissima menomazione mai si sarebbero sognati di chiedere la “dolce morte” perchè amavano comunque la vita.
Viceversa per altri la soglia di tolleranza, dopo anni ed anni, è veramente più bassa e maggiore la sofferenza. Si deve relativizzare in certi casi etici, non imporre in assoluto norme valide per tutti; ogni singola persona è diversa dall'altra; è sbagliato dettare regole che devono per forza essere condivise e generalizzate anche dalla legislazione costituzionale.

Un palliativo all'eutanasia potrebbe essere una maggior liberalizzazione degli oppiacei analgesici: l'Italia è ai livelli della Nigeria per quest' uso farmacologico. Perchè per tradizione nel Paese del Vaticano c'è sempre la questione della sofferenza che eleva l'anima a Dio. Ma non tutti sono disposti a soffrire per raggiungere il paradiso: ci sono anche i non credenti, i laici, e non “laicisti” come li chiamano le gerarchie della chiesa con disprezzo. E' lecito essere cittadini che ritengono giusto che ci sia reciproco rispetto e suddivisone di competenze. Date a Cesare quello che è di Cesare non va sottoposto a interpretazioni di comodo. La legislazione costituzionale non deve essere suggestionata, manipolata, ecc. dal potere ecclesiastico.

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arsenio is offline  

 



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