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Vecchio 24-05-2008, 20.48.08   #21
VanLag
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Riferimento: Pro o contro l'Oriente?

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VanLag. Guarda che io non escludo affatto l’importanza di estendere la propria conoscenza e il proprio giudizio alla letteratura e al pensiero orientale, rinunciando definitivamente (proprio definitivamente?) alla diffidenza che contrapponeva il greco libero al barbaro asservito, il quale rappresentava in fondo tutto ciò che esisteva al di là delle coste ioniche dell’Asia Minore e che si era affacciato minacciosamente alle coste elleniche durante le guerre persiane: solo mi pare che l’importanza di quella letteratura e di quel pensiero venga proprio dal fatto che l’Oriente ha cominciato a interessare la Grecia (come aveva già fatto la civiltà egiziana), e la Grecia è stata tratta per ragioni vitali a considerare quel mondo degno d’attenzione, finché Alessandro ha rovesciato e riplasmato il destino del mondo trasformando una guerra di conquista in un grandioso anelito di conoscenza; e poi il cristianesimo, sostenuto dalla passione medievale di viaggi e commerci, ha introdotto nel mondo greco-latino uno spirito di ecumenicità – finché illuminismo romanticismo e positivismo hanno rotto definitivamente l’incanto, trasformando la curiosità occidentale (nonché la voracità colonialistica) nella scoperta di possibili vie del sapere alternative a quella greco-latina….Insomma, sono dell’opinione che solo perché l’intelligenza occidentale se ne è occupata (direi paradossalmente perché Alessandro è sbarcato in Asia col desiderio di vedere i gimnosofisti) la sapienza orientale ha acquistato valore e non é rimasta nascosta dalla nube di polvere sollevata dalle orde di tartari scatenati alla conquista dell’Occidente.
E, per dirla tutta (sostenuto dal giudizio di Hegel): la storia della filosofia è quella dell’Occidente – tutto il resto può essere considerato una fase soltanto preparatoria, simbolica o abnorme, di essa.
(Il fatto capitale, insomma, non è l’idea orientale ma quella occidentale dell’infinito: l’idea che i Greci hanno creato e trasmesso a noi).
Ma io credo invece che la penetrazione della cultura orientale in occidente sia un effetto secondario della Globalizzazione.

Vivekananda nato nel 1863 fu il primo grande saggio-yogi ad andare in America come ambasciatore spirituale dell’India ed a portare il misticismo indiano in occidente. La mia conoscenza delle dottrine Indiane non si può fare risalire a quanto tu affermi ma ad un giornalista londinese, un tale Paul Brunton che mi fece conoscere Ramana Maharishi. La conoscenza del Dharma di Pirsig non credo sia riconducibile ad Alessandro quanto invece all’ondata orientalista iniziata nel secolo scorso.

Che nei tempi antichi ci siano state influenze reciproche tra i popoli questo è pacifico. L’India stessa fu oggetto di invasione dei famigerati Indoeuropei.
Trovare la Grecia classica nell’induismo, sinceramente non saprei dove trovarla. Il fuggevole incontro di Alessandro con i gimnosofisti, (gli asceti nudi vestiti di cielo), credo abbia influenzato più Onesicrito, Callistene, Anassarco e Pirrone di Elide e tutti i filosofi greci che erano al seguito di Alessandro che l’oriente.

Tra l’altro se l’induismo, a causa di quell’invasione, è ibridato da un dualismo che secondo me non ha matrice greca ma è riconducibile alle religioni psuedo-monotesiste che nascevano un po’ ovunque nel bacino mediorientale, vedi Egitto, Mesopotania etc. (siamo oltre il millenio prima di Cristo), la Cina, grazie alla protezione della catena Himalayana, dei mongoli e di altre barriere naturali, non subì queste influenze. Non ho certezze, solo indizi, ma ho l’impressione che la Cina sia più sapienziale ancora dell’India. (Se hai voglia di leggere c’è, nel sito un mio saggio su Lao Tsu che parla di Taoismo, confucianesimo e di sapienza https://www.riflessioni.it/angolo_fil...ti/lao_tse.htm ).

Comunque concordo con te che la filosofia greca fu una valida barriera culturale verso quel monoteismo di stampo mediorientale citato sopra che appunto minacciava l’occidente. Purtroppo, come ben sappiamo, quel “dio” buttato fuori dalla finestra è rientrato dalla porta attraverso quella setta ebraica, diventata famosa col nome di cristianesimo. Ed anche noi come l’India abbiamo avuto i nostri arii, nel nostro caso costruiti in casa.

Quello che dici e cioè che io non sarei qui a fare questi discorsi se non ci fosse stato Platone, direi "ni" in quanto il richiamo della sapienza è un richiamo ancestrale nell'uomo. Dovunque fossi stato sarei comunque stato su uel cammino.

Citazione:
Originalmente inviato da emmeci
E, per dirla tutta (sostenuto dal giudizio di Hegel): la storia della filosofia è quella dell’Occidente – tutto il resto può essere considerato una fase soltanto preparatoria, simbolica o abnorme, di essa.
La storia della filosofia è certamente occidentale. Quella della Sapienza non è occidentale.

Non mettere la filosofia occidentale al centro del mondo. Sta al centro del nostro mondo, quello si, ma non disprezzare culture apparentemente meno evolute, come, per esempio, quella degli indiani d’America, che per fini bellici abbiamo chiamato barbari ma che avevano valori così importanti che sono diventati inconsciamente ed incredibilmente i valori dell’America. Guarda cosa dice Robert M. Pirsig nell'altro libro - Lila –

Proprio per i suoi valori rigidi e stantii la società vittoriana con la sua cultura fatta di pruderie e di ipocriti moralismi si trovò incapace di gestire questo enorme cambiamento, (l’industrializzazione), e sotto l’inesorabile spinta del nuovo che avanzava, delle guide “illuminate” scelsero di chiedere l’aiuto dell’intelligenza. E gli intellettuali risposero alla sfida.

Colti e brillanti accademici presero il posto dei ricchi aristocratici ed iniziarono a sprimacciare gli schemi rigidi della società vittoriana dando vita a mille iniziative culturali. Seminari e dibattiti, scuole ed università iniziarono a prosperare. La scritta Dott. davanti al nome divenne più ambita del blasone di vittoriana memoria e tutto il paese divenne una fucina di idee nuove a caccia del “valore”. L’intelligenza e la conoscenza passavano da fattori subordinati al valore sociale a fattori dominanti.

L’antropologia balzò improvvisamente agli onori della cronaca, ed andò a riscoprire i valori della gente semplice. Orde di antropologi si riversarono nelle riserve degli indiani pellerossa, gli stessi indiani che la cultura vittoriana avrebbero voluto sterminare perché il "libero e selvaggio" era l’esatto opposto del loro conservatorismo.

La nuova intellettualità cercava la fonte dei valori culturali nella "gente semplice", anziché nei vecchi modelli europei. Artisti e scrittori degli anni Trenta, come Grant Wood, Thomas Hart Bentos, James Farrel, Faulkner, Steinbeck e decine di altri scavarono il terreno della cultura americana dei bianchi non istruiti alla ricerca della nuova moralità, senza tuttavia rendersi conto di come proprio quella cultura fosse la più affine ai valori degli indiani.

Perfino la lingua stava diventando più simile a quella degli indiani. La lingua vittoriana era iperdecorata, come le loro tappezzerie: piena di volute e di riccioli e di motivi floreali che non avevano alcuna funzione pratica, anzi distraevano l’attenzione degli eventuali contenuti. Ma il nuovo stile del ventesimo secolo era indiano nella sua semplicità e immediatezza. Hemingway, Sherwood, Anderson, Dos Passos, e molti altri scrivevano in uno stile che in passato si sarebbe definito rozzo ma che adesso incarnava l’immediatezza e la franchezza dell’uomo semplice.

Un altro esempio è il cinema western, dove venivano rappresentati i valori degli indiani diventati i valori dei cowboy, diventati infine valori americani per eccellenza. Tutti sapevano che i cowboy dello schermo non assomigliavano ai loro corrispettivi della realtà, ma che importanza aveva? Ciò che contava erano i valori, non la fedeltà storica".

I valori morali che stavano sostituendo quelli vittoriani mutuati dall’Europa erano i valori degli indiani d’America: indulgenza e tenerezza verso i bambini, libertà, franchezza nel parlare, amore per la semplicità, affinità con la natura.


E' ridicolo sai. Per decenni ci hanno insegnato a chiamarli barbari e poi scopriamo che abbiamo cercato di imparare da loro come vivere.

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Vecchio 26-05-2008, 11.42.01   #22
emmeci
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VanLag, quello che dici mi ricorda i discorsi di quegli etnologi (o antropologi) che, dopo l’ultima guerra, si affannavano a dichiararsi anti-colonialisti e anti-eurocentrici e, quasi per dimostrare di essersi ravveduti o per farsi perdonare le colpe dei più anziani colleghi, avevano deciso che etnologi possono chiamarsi solo coloro che non studiano i popoli a tavolino ma operano sul campo, intrattenendo un colloquio continuo e fraterno con i fortunati abitanti di quei villaggi, posti in climi e paesaggi che perfino Levi-Strauss – maestro di quella scienza rinnovata e ristrutturata - chiamava “tristi tropici”.
E in fondo anche oggi ci vengono mostrate dagli amanti dell’ambiente e della natura le belle immagini degli ultimi sopravvissuti di quelle tribù, a riprova di quanto fortunati siano a vivere ancora là, attaccati ai loro spiriti e ai loro stregoni (forse dirai alla loro sapienza). Certo il passato può per qualcuno (anche per filosofi come noi) essere bello, ma presumo che non sempre lo sia per chi è condannato a vivere in quei tristi tropici e forse aspirerebbe a sperimentare, almeno una volta, gli agi assicurati dalla nostra eurocentrica tecnologia….
emmeci is offline  
Vecchio 27-05-2008, 09.24.50   #23
VanLag
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Originalmente inviato da emmeci
E in fondo anche oggi ci vengono mostrate dagli amanti dell’ambiente e della natura le belle immagini degli ultimi sopravvissuti di quelle tribù, a riprova di quanto fortunati siano a vivere ancora là, attaccati ai loro spiriti e ai loro stregoni (forse dirai alla loro sapienza). Certo il passato può per qualcuno (anche per filosofi come noi) essere bello, ma presumo che non sempre lo sia per chi è condannato a vivere in quei tristi tropici e forse aspirerebbe a sperimentare, almeno una volta, gli agi assicurati dalla nostra eurocentrica tecnologia….
Ma non credo che i sopravissuti di quelle tribù siano poi tanto contenti visto che noi, inteso come i bianchi colonizzatori, cioè più o meno i nostri bisnonni, gli abbiamo rubato la terra ed abbiamo praticamente perpetrato il genocidio di quel popolo. Se non ci odiano è solo perché forse non conoscono quel sentimento. Ma io credo che anche questa sia storia.

Sull’ambire all’eurocentrica tecnologia da parte dei popoli che sono apparentemente meno sviluppati, non saprei che dire. Sicuramente la tecnologia è comoda ed ha portato nelle nostre vite tanti vantaggi, ma probabilmente ci sono forme di sviluppo diverse che non conosceremo mai, un po’ perché non intercettano il nostro cammino, un po’ perché, anche se lo fanno, cerchiamo solo di cancellarle, paghi come siamo del nostro mondo e delle nostre conquiste.

Comunque la storia è ancora lunga, (o breve non si sa), e se è vero quello che dici non ci resta che aspettare il suo insindacabile verdetto per comprendere come stiano esattamente le cose.

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Vecchio 27-05-2008, 15.14.37   #24
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Purtroppo le cose non vanno molto bene (almeno dal punto di vista di chi crede nella umana capacità di fabbricare il proprio avvenire). Infatti ho letto quello che Remo Bodei, professore di filosofia alla University of California, Los Angeles, ha detto alla Summer School della Fondazione Italianieuropei. In sunto:
Dopo il crollo dei totalitarismi novecenteschi che avevano avocato a sé la direzione di tutte le sfere della vita, compresi i comportamenti religiosi, oggi è subentrata la crisi del laicismo e della stessa politica: si ritorna al fondamentalismo religioso e alla fede nel “disegno intelligente”. Le preoccupazioni etiche suscitate da problemi relativi all’embrione, all’eutanasia, alla procreazione assistita, all’omosessualità hanno fatto il resto. Ed ecco il ritorno puntuale dell’interventismo religioso e una disposizione generalizzata a credere che in fondo è sempre Dio a fissare le regole. Dopo l’utopistica fiducia di élites e di masse disposte a credere nella validità di una storia costruita dall’uomo per ottenere fini consoni all’uomo, torna il gusto dell’autorità religiosa e dei fascinosi misteri di una vita che non ha bisogno di preoccuparsi più di tanto di ciò che può capitare quaggiù e che può nuovamente sentire – dice la chiesa – la fede nell’assoluto. Il progresso, il regno della libertà, la società senza classi….caduta l’idea di un’unica storia orientabile verso tali obiettivi; sopravvenuti per di più nuovi problemi di etica (embrione, eutanasia, procreazione assistita, omosessualità, ecc) si fa strada l’interventismo religioso e circoli istituzionali e laici si allineano alla nuova tendenza, pronti a sostenere che alla fine è sempre Dio a fissare le regole.
Come vedi, VanLag, chi crede come me nella storia, dovrà pazientare, ma tu forse potrai apprezzare il fatto che qui io non parlo più di Occidente od Oriente, ma di un’unica storia, e di uomini capaci o incapaci di costruire il proprio avvenire. E non sarei alieno, pur con la mia scarsa fiducia nella politica, a considerare sensato ciò che Bodei dice a chiusura della relazione, e cioè che si dovrebbe essere coscienti dell’ “aspra e severa bellezza” di una politica che accetta le sfide, capisce i pericoli e si addossa con senso di responsabilità il compito di contrastarli. “Ma è ancora possibile – dice -pensare a una società ordinata, che con le sue forze non si lasci irretire nel sogno regressivo di una comunità etnicamente e religiosamente compatta?”
Ma queste sono parole che a te possono dire poco, viste che non attingono alla sapienza dei popoli senza storia....
emmeci is offline  
Vecchio 27-05-2008, 23.11.22   #25
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Originalmente inviato da emmeci
Ma queste sono parole che a te possono dire poco, viste che non attingono alla sapienza dei popoli senza storia....
Se si parla di sapienza, le parole dicono sempre poco, al massimo possono fungere da indicatori ma non possono veicolare la sapienza.

Poi ci fu un altro che iniziò col dire: “il tao che può essere detto non è il tao” e poi scrisse un libro che è diventato il secondo testo più tradotto e quindi anche più letto, dopo la bibbia.

Questo non significa che le parole non abbiano una loro utilità, soprattutto se sappiamo usarle bene, possono servire in altri ambiti che non sono la sapienza, in ambiti pratici.

Per quanto riguarda invece il ritorno del “fondamentalismo religioso” paventato da Bodei direi che non sono d'accordo. Certamente mai come oggi le nostre identità culturali (in ultima analisi la nostra stessa identità), è minacciata da quel fenomeno chiamato genericamente globalizzazione e voluto dagli stessi liberisti che ora piangono e si lamentano perché, la libertà dei mercati non è più bella quando va contro i loro interessi. Ma vedi il progresso, mi si insegna, è irreversibile e tutto stà nel scegliere se si vuole cavalcarlo oppure se si vuole lasciarsi cavalcare da esso.

Ieri, per difenderci dalla tigre del progresso abbiamo scelto il conservatorismo, di cui, i teocon americani e l’attuale papa, sono esempi abbastanza significativi. Domani, visto anche che tutto quello che ha saputo fare il conservatorismo è stato di promettere al mondo una guerra infinita, una "enduring war", potremmo scegliere il coraggio e decidere di cavalcare la tigre.

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