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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 29-05-2008, 15.50.42   #1
emmeci
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Amare o odiare la vita?

Potrà sembrare assurda o paradossale questa domanda. Eppure una ragione c’è e ho visto che aleggiava anche su qualche altro dibattito di questo forum.
Perché è un fatto che da maestri della religione e della filosofia (non solo dell’Oriente ma anche dell’Occidente) ci viene detto che dobbiamo rassegnarci e capire la morte, afferrare un insegnamento che può venire solo da lei. Io stesso ho perseguito questo obiettivo e, spinto dal dolore per la perdita di esseri amati, ho pensato che la vera lezione della morte stia nell’erodere se non superare il proprio egoismo vitale, cioè quell’errore o quell’illusione che ci fanno credere unici al mondo, mentre proprio la morte di esseri amati ci fa, almeno per qualche giorno, riflettere sulla realtà che esistono altri, cioè esseri che sopravviveranno a noi stessi: e solo se è raggiunta questa coscienza si scioglie in qualche modo il nostro nocciolo duro e ci apriamo a ciò che assomiglia a una vera pietà. Eppure, mi viene allora da domandare, è davvero un errore esaltare la vita, cercare di conservarla il più a lungo possibile, questa vita vorace, talora sventurata e spesso cattiva, questa cieca speranza di salvare in qualche modo le nostre cellule e i nostri pensieri, quando ben sappiamo che con la morte tutto finisce?
A prescindere da quel grumo di viltà che in atteggiamenti di questo genere può sempre annidarsi, ci sono due ragioni, diciamo così “nobili”, per questo attaccamento alla vita: 1) perché se tutto passa attraverso la vita, solo attraverso di essa possiamo arrivare a capire che cosa significa esistere, pensare, operare - cioè afferrare il nostro stato di esseri naturali; 2) perché solo se concepiamo un’estensione infinita del nostro essere, senza limiti e senza barriere verso quello di altri, arriviamo a sfiorare quella legge morale assoluta di cui siamo in cerca fin dalla nascita, e che i credenti diranno suggerita o dettata da Dio.
Troppo, o troppo poco?. Perché mi sembra che questa posizione sia dopo tutto simile a quella di Kant di fronte alle verità religiose: che erano da lui recuperate alla fine della seconda Critica per ragioni morali e non per una fede che a lui, campione dell’illuminismo, doveva apparire sempre un poco avventata e vicina ai sogni di un visionario.
emmeci is offline  
Vecchio 29-05-2008, 21.50.30   #2
VanLag
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Riferimento: Amare o odiare la vita?

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Originalmente inviato da emmeci
Potrà sembrare assurda o paradossale questa domanda. Eppure una ragione c’è e ho visto che aleggiava anche su qualche altro dibattito di questo forum.
Perché è un fatto che da maestri della religione e della filosofia (non solo dell’Oriente ma anche dell’Occidente) ci viene detto che dobbiamo rassegnarci e capire la morte, afferrare un insegnamento che può venire solo da lei. Io stesso ho perseguito questo obiettivo e, spinto dal dolore per la perdita di esseri amati, ho pensato che la vera lezione della morte stia nell’erodere se non superare il proprio egoismo vitale, cioè quell’errore o quell’illusione che ci fanno credere unici al mondo, mentre proprio la morte di esseri amati ci fa, almeno per qualche giorno, riflettere sulla realtà che esistono altri, cioè esseri che sopravviveranno a noi stessi: e solo se è raggiunta questa coscienza si scioglie in qualche modo il nostro nocciolo duro e ci apriamo a ciò che assomiglia a una vera pietà. Eppure, mi viene allora da domandare, è davvero un errore esaltare la vita, cercare di conservarla il più a lungo possibile, questa vita vorace, talora sventurata e spesso cattiva, questa cieca speranza di salvare in qualche modo le nostre cellule e i nostri pensieri, quando ben sappiamo che con la morte tutto finisce?
A prescindere da quel grumo di viltà che in atteggiamenti di questo genere può sempre annidarsi, ci sono due ragioni, diciamo così “nobili”, per questo attaccamento alla vita: 1) perché se tutto passa attraverso la vita, solo attraverso di essa possiamo arrivare a capire che cosa significa esistere, pensare, operare - cioè afferrare il nostro stato di esseri naturali; 2) perché solo se concepiamo un’estensione infinita del nostro essere, senza limiti e senza barriere verso quello di altri, arriviamo a sfiorare quella legge morale assoluta di cui siamo in cerca fin dalla nascita, e che i credenti diranno suggerita o dettata da Dio.
Troppo, o troppo poco?. Perché mi sembra che questa posizione sia dopo tutto simile a quella di Kant di fronte alle verità religiose: che erano da lui recuperate alla fine della seconda Critica per ragioni morali e non per una fede che a lui, campione dell’illuminismo, doveva apparire sempre un poco avventata e vicina ai sogni di un visionario.
Bravo è colui che sa inebriarsi della vita. La massima ebbrezza, quella che cancella il soggetto è illuminazione. Uno dei saggi che amo citare diceva: - ho vissuto una vita piena e vivrò una morte bella – Un altro saggio, (il mio maestro), invece lo ricordo per la gioia che esprimeva nei suoi ultimi giorni di vita, sembrava un bambino prima di una festa.

Si...si, lo so c'è poca filosofia in queste mie righe, ma mi veniva così.

VanLag is offline  
Vecchio 29-05-2008, 22.32.29   #3
Noor
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Riferimento: Amare o odiare la vita?

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Originalmente inviato da VanLag
Bravo è colui che sa inebriarsi della vita. La massima ebbrezza, quella che cancella il soggetto è illuminazione. Uno dei saggi che amo citare diceva: - ho vissuto una vita piena e vivrò una morte bella – Un altro saggio, (il mio maestro), invece lo ricordo per la gioia che esprimeva nei suoi ultimi giorni di vita, sembrava un bambino prima di una festa.

Si...si, lo so c'è poca filosofia in queste mie righe, ma mi veniva così.
Beh..vale molto di più di qualsiasi filosofia ,per me..
Noor is offline  
Vecchio 30-05-2008, 08.31.48   #4
emmeci
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Riferimento: Amare o odiare la vita?

Però noi siamo entrati in un forum di filosofia, VanLag, e allora pensiamoci un po’ prima di esaltare senza riserve la vita: perché anche senza voler pensare ai mali che stanno in agguato e che sembrano giustificare, piuttosto che quello del tuo maestro, il leopardiano dì della festa, anche solo rimanendo nella condizione di apprendisti filosofi, potremmo prudentemente aspettare a dare un giudizio su questa ridda di spermatozoi intenti a dar vita alla vita, offrendo materia in abbondanza ai biologi, anche a costo di chiudere gli occhi davanti a ciò che può trasformare in un film dell’orrore lo spettacolo di una natura che sa amministrarsi da sé, guidata da quell’etica della predazione che, agli occhi di quei biologi, dimostra di instaurare un sovrano equilibrio fra divorati e divoratori. Etica che manda in solluchero non solo i biologi ma i credenti di tante religioni del mondo, in una specie di patto trasversale dell’ottimismo che può apparire sbagliato non solo a poeti e filosofi schizzinosi ma a qualche uomo semplice nello spirito, almeno nei suoi momenti di patetico spiritualismo. Perché l’uomo in fondo non è sempre pronto a compiacersi coi divoratori, cioè non è sempre un essere naturale, o meglio è un essere naturale che qualche volta recalcitra e vorrebbe trovarsi in un mondo diverso - forse un mondo meno festivo - e che, chiudendo un libro di biologia, è tentato di chiudere anche la Bibbia, pensando che forse quel dio che ha trovato che tutto era buono non è il vero dio.
(Con questo non voglio incitare a odiare la vita…..ma vedere che cosa può renderla in qualche modo più dolce se non adorabile: anche se non sappiamo se sarà possibile questa pace finale o se resterà un’utopia e una cieca speranza).
emmeci is offline  
Vecchio 30-05-2008, 09.23.21   #5
albert
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Riferimento: Amare o odiare la vita?

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Originalmente inviato da emmeci
Eppure, mi viene allora da domandare, è davvero un errore esaltare la vita, cercare di conservarla il più a lungo possibile, questa vita vorace, talora sventurata e spesso cattiva, questa cieca speranza di salvare in qualche modo le nostre cellule e i nostri pensieri, quando ben sappiamo che con la morte tutto finisce?
beh, caro emmeci, non vorrei volare particolarmente basso, ma il motivo per cui siamo (è indiscutibile) estremamente attaccati alla vita è genetico. Gli uomini i cui geni spingevano all'attaccamento alla vita sono sopravvissuti, si sono riprodotti e li hanno trasmessi. Gli uomini con minore attaccamento alla vita avevano minore probabilità di vivere a lungo e riprodursi, ed i loro geni non sono sopravvissuti.
albert is offline  
Vecchio 30-05-2008, 11.15.04   #6
Noor
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Riferimento: Amare o odiare la vita?

Ecco cosa diceva il maestro di Vanlag...

"Questo "io" (voi) non vuol cessare. Ma sa anche che questo corpo cadrà morto come tutti gli altri - esperimentate la morte altrui- e così avete paura, perché non sapete se questo "io" continuerà dopo che il corpo è sparito. Ed ecco che create un dopo-vita. La paura crea questo. Se la paura se ne va, la questione della morte sparisce anch'essa.

Non potete sperimentare la vostra morte ... Ognuno di noi senza eccezione, sperimenterà la "liberazione" al momento della morte. Non potrete sentire il gusto della morte, poiché non vi è morte per voi. Siete forse nati? Vita e morte non possono esser separate. La vostra struttura "sperimentante" non può concepire un avvenimento che non può sperimentare.... si cerca di provare a cosa assomiglia non sentir più niente. Non potete ricordarvi com'era prima di esser nati, non potete ricordare la vostra nascita, così non avete una base per proiettare la vostra futura non-esistenza."
UG
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Vecchio 30-05-2008, 15.13.50   #7
emmeci
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Riferimento: Amare o odiare la vita?

Due risposte (quelle di Albert e Noor) che sembrano rappresentare brillantemente le due principali linee seguite – almeno in questo momento - dai frequentatori del forum: la linea scientifica (occidentale) e quella misteriosofica orientaleggiante. Forse, chi sa, può esserci posto anche per una linea più o meno filosofica o zigzagante fra queste.
Mettiamo pure (soluzione Albert) che chi è deciso a vivere vive forse un po’ più a lungo dei disperati, e anche senza conoscere Darwin farà forse più figli, ma dimostra questo che la vita è un bene? La brama di attaccarsi alla vita – sembra d’altra parte affermare Noor appellandosi al maestro di VanLag - fa temere scioccamente la morte, perché come non possiamo ricordare ciò che eravamo prima di nascere, così non potremo vivere la nostra morte, e allora perché odiare la vita? Mi pare dunque che entrambe le soluzioni coincidano nell’evitare un giudizio, ritenendo impossibile o vano sapere se dobbiamo amare o odiare la vita ….che era il tema base dell’argomento.
Beh, per lo meno io ho tentato di dare una risposta, richiamandomi alla sensibilità morale di chi l’affronta, visto che la morte può essere stata introdotta nel mondo non tanto per una maligna invenzione di Satana, quanto per qualcosa che assomiglia a una grazia di Dio che, dopo la dipartita dall’Eden e davanti all’ansia mortale che avrebbe colto per sempre uomini e donne, ha inteso insegnare che se la morte strazia la vita, ci apre in qualche modo alla vita degli altri, così che da essa può nascere ciò che assomiglia all’amore.
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Vecchio 30-05-2008, 17.38.48   #8
VanLag
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Riferimento: Amare o odiare la vita?

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Originalmente inviato da emmeci
Però noi siamo entrati in un forum di filosofia, VanLag, e allora pensiamoci un po’ prima di esaltare senza riserve la vita: perché anche senza voler pensare ai mali che stanno in agguato e che sembrano giustificare, piuttosto che quello del tuo maestro, il leopardiano dì della festa, anche solo rimanendo nella condizione di apprendisti filosofi, potremmo prudentemente aspettare a dare un giudizio su questa ridda di spermatozoi intenti a dar vita alla vita, offrendo materia in abbondanza ai biologi, anche a costo di chiudere gli occhi davanti a ciò che può trasformare in un film dell’orrore lo spettacolo di una natura che sa amministrarsi da sé, guidata da quell’etica della predazione che, agli occhi di quei biologi, dimostra di instaurare un sovrano equilibrio fra divorati e divoratori. Etica che manda in solluchero non solo i biologi ma i credenti di tante religioni del mondo, in una specie di patto trasversale dell’ottimismo che può apparire sbagliato non solo a poeti e filosofi schizzinosi ma a qualche uomo semplice nello spirito, almeno nei suoi momenti di patetico spiritualismo. Perché l’uomo in fondo non è sempre pronto a compiacersi coi divoratori, cioè non è sempre un essere naturale, o meglio è un essere naturale che qualche volta recalcitra e vorrebbe trovarsi in un mondo diverso - forse un mondo meno festivo - e che, chiudendo un libro di biologia, è tentato di chiudere anche la Bibbia, pensando che forse quel dio che ha trovato che tutto era buono non è il vero dio.
(Con questo non voglio incitare a odiare la vita…..ma vedere che cosa può renderla in qualche modo più dolce se non adorabile: anche se non sappiamo se sarà possibile questa pace finale o se resterà un’utopia e una cieca speranza).
Che dire emmeci? L’attaccamento alla vita è nella natura che sembra urlare: - vita….. sempre più vita – La paura stessa della morte denuncia il nostro grande amore per la vita. Che poi, se fossimo meno contorti, (io per primo), questa vita non sarebbe malaccio. In fondo se chiamassi “male” il dolore fisico e “bene “ l’assenza di dolore e guardassi nella mia vita i momenti di “male” paragonati a quelli di “bene” sono ben pochi. Il nostro organismo ha una straordinaria intelligenza, esso ha attraversato milioni di anni di evoluzione e quando è leso sa ricoverare velocemente, almeno finché non si ha la sfortuna di incappare in un male incurabile.
Allora devo dire che la fatica ed il dolore sono spesso fomentati dalla mente che, attratta dal desiderio del piacere e respinta dalla paura del dolore, proietta e distorce. L’immane teatro che ci si para davanti è opera sua. Ed allora, se voglio vincere il dolore e riuscire ad amare la vita devo ricordare quale parte ha la mia mente nella mia identità. Ho usato la parola ricordare deliberatamente perché certamente io ero anche prima che si formasse l’attuale memoria. Ero già non appena uscito dal grembo di mia madre e forse ero persino prima, non con la memoria che oggi mi caratterizza, ma ero.

Il mio socratico maestro, (grazie Noor per averlo citato), ha vissuto una vita piena. Lui certamente conosceva il dopo e non ne aveva paura. Non lo ha mai detto ma ha dimostrato coi fatti che per lui “vivere o morire era uguale”.

VanLag is offline  
Vecchio 30-05-2008, 21.06.12   #9
Noor
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Riferimento: Amare o odiare la vita?

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Originalmente inviato da VanLag
se voglio vincere il dolore e riuscire ad amare la vita devo ricordare quale parte ha la mia mente nella mia identità.
Già,è che ormai quel "ricordo" è stato soppiantato dall'ego che ha preso il posto di comando e non lo vuole più mollare,e non ci più distanza tra mente e vita...è ormai talmente scontato identificare le due cose,che non ne sappiamo più consapevolmente la differenza.
Ma incosciamente ancora ricordiamo..ne parla anche Platone in questi termini,se non ricordo male..
Lo ricordiamo nel mondo dell'anima,nei sogni,lo ricordiamo quando allentiamo la presa e ci rilassiamo,quando osserviamo un tramonto o durante un'amplesso d'amore.Ecco allora che, per un'attimo, quell'io che sta al timone si dimentica del suo falso ruolo autocostruitosi,si placa il pensiero, ed emerge ciò che Siamo,che è comunque ciò che siamo stati e che saremo:Essere.
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Vecchio 31-05-2008, 10.08.49   #10
emmeci
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Riferimento: Amare o odiare la vita?

Certo dalle vostre risposte si potrebbe dedurre che il male della vita stia soprattutto nello sforzo di pensare, cioè nel voler cercare che cosa si è e dove si va, complicando cose che altrimenti si svolgerebbero come dovrebbero svolgersi, cioè in modo da farci amare la vita senza pensare (come difatti abitualmente facciamo) che potrebbe non solo interrompersi in ogni momento ma essere qualcosa di diverso da quello che sembra, cioè perfino di ingiusto e nocivo, se non per noi per gli esseri che calpestiamo o che alleviamo e mangiamo, giustificati dal fatto che la legge della predazione è legge dell’universo, senza possibilità di deroghe o di eccezioni.
Però effettivamente non tutti sono così saggi come gli stoici o come il tuo maestro, VanLag, e c’è chi potrà nutrire qualche dubbio circa la bontà delle leggi dell’universo, arrivando a pensare, come Socrate, che la morte è meglio della vita, e perfino, in un momento di vera disperazione, che essa è la grazia che agli esseri di questo universo non potrà mai mancare.
emmeci is offline  

 



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