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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 10-06-2008, 00.02.10   #11
odos
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Mi metterei in coda anch'io per alcune domande.

Emmeci, se ho capito bene dal poco che ho letto delle tue parole, uno dei motivi per cui una verità assoluta ci deve essere, è proprio per il fatto che le risposte finora disponibili sono insoddisfacenti. Di fatti non avrebbe senso dichiarare insoddisfacente una risposta se non si pensasse che qualcosa di più vero si può trovare.

Limitandomi a questa argomentazione, e solo a questa, a me non sembra che questo implichi che ci sia una verità assoluta, ma che ci sia una verità di qualche tipo. Di fatto perlopiù le discussioni hanno sempre dei limiti posti dalla domanda, e raramente si domanda direttamente sull' ab-solutus.
Quando si cerca una risposta ad una domanda, si cerca una verità, ma non una verità assoluta, ed errori e dubbi sono relativi a questa.

Ciò che tu chiami verità assoluta secondo me ha più il carattere di un presupposto logico del pensare discorsivo in generale. E mi pare di capire che è per questo motivo, cioè proprio per il suo carattere autofondativo e non attaccabile dal dubbio, che tu fai della sua esistenza un principio filosofico primo.

E qui veniamo alla filosofia che piace a me. Il caro amico Wittgenstein, il secondo mi raccomando, parlava di proposizioni elementari come di proposizioni indubitabili. Esse erano indubitabili non tanto perchè appartenevano ad un magico mondo istintivo del senso comune purtroppo, ma proprio perchè costituivano quell'asse di rotazione attorno al quale si costruisce tutto il sapere. Esse non sono fondate nel senso predicativo del pensiero, ma sono fondate come una sorta di apriori, però materiale, cioè non formale. La cosa assolmiglia abbastanza a quella logica non formale di cui parli tu.
Un esempio di proposizione elementare è: "tutte le superfici hanno un'estensione", oppure "il mondo non è cominciato ieri". Ciò che è in gioco dubitando di queste proposizioni è l'immaginabilità stessa dei propri termini. La prima non è immaginabile, la seconda richiede una serie di aggiustamenti all'interno del mio sapere che, estesi nelle loro conseguenze, implicano la contraddizione logica dei temini "ieri", e "mondo".
Esse sono certezze indubitabili e vengono prima del dubbio stesso e anzi ne costituiscono il corpo, ed è per questo Wittgenstein non fonda l'assoluto come uno, ma guarda il mondo sub specie aeternitatis ripercorrendo il costituirsi linguistico dei significati, e illustrando di volta in volta il nostro unico mondo. Questa è l'etica del metodo. La verità diventa etica.

Senza qui addentrarmi nella questione che queste certezze hanno un carattere ovviamente storico, e che se potessi fare un'ontogenesi linguistica mostrerei come il modo stesso di essere apprese dall'infante è sempre tacito, cioè sempre implicito nelle espressioni più comuni, io credo che la tua fede nella verità assoluta possa essere ricondotta una sorta di "apriori materiale" del pensare discorsivo, con la riserva che di assoluto non puoi parlarne, essendo ogni verità concepibile già mediata da sempre dal linguaggio.

Alla luce di queste premesse, spero non troppo ellittiche, perchè, Emmeci, assoluto e non semplicemente verità?
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Vecchio 10-06-2008, 15.40.22   #12
emmeci
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Caro Odos, la mia affermazione che una verità assoluta esiste e non può non esistere va al di là di qualunque verità relativa, cioè di qualunque verità che può o non può essere dimostrata, e se anche è validamente dimostrata può essere posta in dubbio, perché pensare è dubitare e noi possiamo pensare che 2+2 non faccia 4, anzi lo si è sostenuto da razionalisti e teologi. Dunque il mio “una verità assoluta c’è” riguarda il concetto in sé di verità, non questa o quella verità ossia il più o meno vero: e quindi è meglio esemplificato da proposizioni universali su cui magari si spende una vita, quali: l’essere è - il nulla non è; l’universo è solo fisico - l’universo è anche metafisico; Dio c’è - Dio non c’è…… cioè in questo senso generalissimo e per così dire ideale una verità assoluta non può non esserci, anche se dovesse risultare che non è dimostrabile e neppure concepibile, o addirittura che una verità assoluta non c’è.
Tutto questo ti potrà sembrare astratto ed è però giusto quello che affermi, cioè che la mia verità assoluta ha il carattere di un presupposto logico, anzi dell’unico presupposto logico che si può formulare – ben più forte di qualunque giro di frase o costituirsi linguistico o etico di concetti wittgensteiniani della prima o seconda maniera. Ed è per questo, “cioè proprio per il suo carattere autofondativo e non attaccabile dal dubbio”, che della esistenza della verità assoluta faccio un principio primo o, come dici, l’apriori di ogni pensiero e ogni linguaggio. Sì, l’assoluto è il principio che non potrà essere mai abbattuto, come lo è per chiunque – religioso filosofo o scienziato – che nel momento in cui vede balenare una verità crede che essa sia l’assoluta verità, anche se un momento dopo è disposto a metterla in dubbio. E’ quello il punto o il principio da cui tutto discende, e aggiungerei – trasformando la deduzione in induzione – a cui tutto sale, perché è questo il secondo principio della mia filosofia, che seppure l’assoluto, di cui siamo certi, non lo afferriamo, possiamo o dobbiamo cercarlo, tuffandoci in quell’oceano di proposizioni che riempiono la storia della religione, della filosofia e della scienza.
Capisco che tutto questo può lasciare un po’ sconcertati visto che ci fa credere in qualche cosa che alla fine non afferriamo mai, eppure a me sembra che avere una luce davanti a noi possa bastare per darci coraggio, mantenere fede nel nostro lavoro e forse – chissà? – chiudere gli occhi in pace.
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Vecchio 10-06-2008, 21.59.15   #13
odos
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Mi spiace che non apprezzi il pensiero di Wittgenstein. Peccato perchè capito a fondo è un pensatore realmente radicale. Concedimi il sospetto che si tratti più di un rifiuto estetico che altro. Ma comunque non siamo qui a fare il processo alle intenzioni. Ti volevo porgere invece alcune domande.

Anzi, prima solo una piccola riflessione. Non è l'astrattezza ovviamente che mi sconcerta (diciamo che il mio parlare terra terra nasce dall'esigenza di poter dialogare con sempre più persone), quanto questa ossessione per l' UNO.
E già, perchè credere nella temporalità dell'essere, cioè credere che il senso delle cose muti di epoca storica in epoca storica, non elimina affatto quello che si può chiamare "l'intento universale" del pensiero.
Di fatto siamo chiamati a dire UNA verità, e non possiamo sottrarci a questa vocazione. Ogni nuovo fenomeno che si schiude, ogni nuovo evento, o scoperta, o magari le conseguenze imprevedibili di una pratica(internet?), come lo fu per la scrittura alfabetica, donano un nuovo senso da pensare, e schiudono un nuovo senso del Tutto, che ci appare ORA come la verità autentica; poco importa se questa verità è storicamente contingente, noi la crediamo come l'unico vero possibile.
Ma capisci che questo non è pensiero debole (che dimentica la necessità)
Non c'è bisogno secondo me di postulare una verità assoluta, in termini di verità atemporale, per avere una "luce davanti a noi". La stessa necessità la abbiamo di verità storiche, cioè le uniche che possiamo dire e che crediamo comunque universali senza avvertire il senso di precarietà che una verità debole potrebbe fornirci.
Questo è il fatto: io non posso sapere cosa succederà, ma non posso sottrarmi dal dire ciò che dico e crederlo come la assoluta verità. E si badi bene, non "non posso sapere cosa verrà scoperto", bensì non posso sapere quale evento contingente ci imporrà di trovare un nuovo senso per le cose. E d'altra parte non mi pare che in mille anni di storia medievale sia mai stato seriamente messo in dubbio che Dio fosse l'assoluto.

Ad ogni modo, le domande che volevo farti sono queste:

che valore potrebbe avere una eventuale verità assoluta, per una civiltà dell'oralità come ce ne sono e ce ne sono state sparse in tutto il mondo, che non condivide nulla del nostro sistema di saperi?

non ti turba il fatto che ogni verità concepibile è da sempre mediata dall'elemento linguistico, e che centinaia di altri popolazioni segmentano il mondo e il reale, nella migliore delle ipotesi in modo per noi comprensibile solo con un certo sforzo e con un certo periodo di coabitazione?
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Vecchio 11-06-2008, 08.37.09   #14
emmeci
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Certo, Odos, anch’io sono innamorato della storia, ed è proprio questa che – attraverso individui e popoli, emozioni, fantasmi, idee, delitti o eroismi morali, rappresenta quella ricerca della verità che assume il valore – misterioso ma irresistibile – di un compito universale; che anzi, in un senso anch’esso misterioso ed irresistibile, non è solo umano ma si riverbera nell’universo. So bene che questo non è pensiero debole ma pecca caso mai del difetto opposto: ed è forse il residuo di quell’alone religioso che è rimasto intorno al mio pensiero, che pur rifiuta ogni indulgenza verso le dottrine ecclesiastiche, anzi le considera dannose per una fede che non può che vivere in noi come fede nell’assoluto, cioè fede in quello stesso fine che è proprio della filosofia – giustificando l’idea di un’unità infinita degli esseri, pensanti o non pensanti, provenienti da gloriose o umili origini, compresi i popoli rimasti all’oralità o inceppati da impotenze linguistiche, visto che la verità assorbe tutto, quasi fosse quel fantasma tenebroso e radioso che incombe da millenni sulla cuspide di Babele, indifferente al fatto che il suo nome possa essere tradotto in tante lingue diverse e magari non sia mai il suo vero nome: cioè il nome di quello che crediamo un Dio mentre è solo ciò che, più modestamente (o libertinescamente?) possiamo presumere sia la “Verità”.
emmeci is offline  

 



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