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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 18-06-2009, 13.33.47   #11
Il_Dubbio
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Riferimento: declino del discorso culturale

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Originalmente inviato da arsenio
come persona, l'hai detto, non mi stimi.

Non è possibile perché non ti conosco, al massimo potrei essere in disaccordo con il tuo ragionamento.

Infatti discuto questo:


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Originalmente inviato da arsenio
La decadenza culturale che si riflette in ormai ogni ambito, è diffusa ma in Italia nessuno se ne ancora accorge. Né mancano partecipazioni velleitarie in ogni sito virtuale, più o meno. Non sono io solo a dirlo, ma molti osservatori di grande competenza linguistica, disciplinare, sociologica, ecc. Io mi limito,alla luce della mia diretta esperienza a confermare un progressivo scadimento, dovuto anche alla maggior affluenza.

Internet da la possibilità di creare forum come se fossero piccoli salotti, dove le discussioni potrebbero avvenire con una cerchia di "amici" (sopratutto se lontani nello spazio, internet è utilissimo) che vogliono discutere sugli argomenti che a loro sembrano più importanti. Quindi non esclude nulla. Internet però da spazio a molti altri, ma questo invece di essere lo scadimento culturale (come dicevo nel mio precedente post forse abbiamo due concetti diversi di cultura) arricchisce la cultura stessa, in quanto cultura vuol dire anche "vissuto", e l'allargamento piu ampio porta beneficio al suo scambio e quindi alla crescita della stessa.
Se poi per te cultura vuol dire "conoscere", studiare sui libri, bhe io presumo, e questo l'ho sempre sostenuto e lo sostengo, che la somma di tutti i libri non fa un "soggetto" il quale rimane indescrivibile e quindi non conoscibile, ogni apertura culturale invece può immettere, all'interno del suo calderone, nuove risposte e anche nuovi interrogativi.
Guarda che ti ho risposto con la logica, anche se potrebbe essere messa in discussione anch'essa, il soggetto non è descrivibile quindi non è assolutamente vero che tutte le congetture scritte da tutti i filosofi e uomini di scienza (sui libri, nei seminari o nelle università) abbiano completato l'opera conoscitiva sul soggetto (ed anche in parte sull'oggetto). Qui se entra un bambino, e con la sua genuinità fa una delle sue terribili domande, sbanca...
E non è vero che basta conoscere tutte le congetture del mondo sul soggetto per avere una visione migliore sul soggetto.
Qualora la difficoltà fosse quella di ridisegnare ogni argomento come se non fosse mai stato scritto, perché si crede inutile perdita di tempo, ritengo anche in questo caso che non è malvagia l'idea; l'idea ogni volta assume una prospettiva diversa confrontandola con chi non l'aveva mai pensata. E chi l'aveva già pensata dovrà fare un ulteriore sforzo per comprendere la nuova prospettiva. Questo è uno scambio... tu non ricevi da me (o chi per me) una prospettiva già tracciata, ed io devo tentare di comprendere quale sia il tuo punto di vista. La difficoltà (è questo mi sembra chiaro) è di non conoscere affatto il percorso che ti ha portato ad avere quel punto di vista (o tu il mio). Quindi si tende a fare il minimo sforzo e a dialogare con percorsi simili. Ma questo non è scambio culturale, il quale invece si atrofizza.
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Vecchio 18-06-2009, 17.49.02   #12
Noor
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Originalmente inviato da arsenio
si dovrebbe intuire il livello di conoscenze del pubblico a cui si rivolge anche idealmente; ciò che può già sapere, ciò che non gli è noto, cosa si può dare per implicito, la terminologia più adatta,ecc. Il contesto è determinante e penso che in un forum di filosofia lo stile, pur senza eccessi di tecnicismi, o glossari troppo gergali di specifica disciplina, possa essere un po' elevato.

La decadenza culturale che si riflette in ormai ogni ambito, è diffusa ma in Italia nessuno se ne ancora accorge. Né mancano partecipazioni velleitarie in ogni sito virtuale, più o meno. Non sono io solo a dirlo, ma molti osservatori di grande competenza linguistica, disciplinare, sociologica, ecc. Io mi limito,alla luce della mia diretta esperienza a confermare un progressivo scadimento, dovuto anche alla maggior affluenza. Ci sono molte “perle” con cui si potrebbe compilare un libro parafrasando: “io speriamo che in filosofia me la cavo”. Lo spessore modesto è correlato.

Se nasce l’urgenza di dire qualcosa,perché si ha da dirla,è perché la si conosce..
non può esserci nessun freno o preoccupazione di stile,spessore o cura dell’interlocutore..
no,nemmeno questo. O almeno:nasce secondariamente.
Lo stile è sempre ciò che si dice:è la limpidezza che si offre perché così è già in noi:limpidezza,se ce n’è.
La bellezza dei forum virtuali è proprio questo,se saputa cogliere:ognuno è un signor nessuno senza crediti né meriti o distintivi da offrire che può dire la sua o non dire un bel niente.
Non dunque c’è bisogno d’uniformarsi a nulla,lo spessore è colui che testimonia se stesso e non il “posto che occupa” e se si ha qualcosa da dire lo si può liberamente,senza dover salire in cattedre.
A me non importa chi è arsenio o il dubbio,m’importa che qui posso toccare e interloquire con un’anima che chiamerò arsenio o il dubbio,soltanto se si creeranno delle condizioni perché ciò avvenga.
E vero che ciò può comportare il rischio di un livellamento culturale senza selezioni elitarie che taluni ambirebbero,ma ciò non è ancora decadenza culturale,almeno non questa che vogliano rappresentare questi alti osservatori di alta competenza (di cosa?ci sono degli esperti pure nell’osservazione,adesso?)di cui parli,arsenio.

Un caro saluto.
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Vecchio 19-06-2009, 11.33.35   #13
arsenio
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Originalmente inviato da Il_Dubbio
Non è possibile perché non ti conosco, al massimo potrei essere in disaccordo con il tuo ragionamento.

Infatti discuto questo:




Internet da la possibilità di creare forum come se fossero piccoli salotti, dove le discussioni potrebbero avvenire con una cerchia di "amici" (sopratutto se lontani nello spazio, internet è utilissimo) che vogliono discutere sugli argomenti che a loro sembrano più importanti. Quindi non esclude nulla. Internet però da spazio a molti altri, ma questo invece di essere lo scadimento culturale (come dicevo nel mio precedente post forse abbiamo due concetti diversi di cultura) arricchisce la cultura stessa, in quanto cultura vuol dire anche "vissuto", e l'allargamento piu ampio porta beneficio al suo scambio e quindi alla crescita della stessa.
Se poi per te cultura vuol dire "conoscere", studiare sui libri, bhe io presumo, e questo l'ho sempre sostenuto e lo sostengo, che la somma di tutti i libri non fa un "soggetto" il quale rimane indescrivibile e quindi non conoscibile, ogni apertura culturale invece può immettere, all'interno del suo calderone, nuove risposte e anche nuovi interrogativi.
Guarda che ti ho risposto con la logica, anche se potrebbe essere messa in discussione anch'essa, il soggetto non è descrivibile quindi non è assolutamente vero che tutte le congetture scritte da tutti i filosofi e uomini di scienza (sui libri, nei seminari o nelle università) abbiano completato l'opera conoscitiva sul soggetto (ed anche in parte sull'oggetto). Qui se entra un bambino, e con la sua genuinità fa una delle sue terribili domande, sbanca...
E non è vero che basta conoscere tutte le congetture del mondo sul soggetto per avere una visione migliore sul soggetto.
Qualora la difficoltà fosse quella di ridisegnare ogni argomento come se non fosse mai stato scritto, perché si crede inutile perdita di tempo, ritengo anche in questo caso che non è malvagia l'idea; l'idea ogni volta assume una prospettiva diversa confrontandola con chi non l'aveva mai pensata. E chi l'aveva già pensata dovrà fare un ulteriore sforzo per comprendere la nuova prospettiva. Questo è uno scambio... tu non ricevi da me (o chi per me) una prospettiva già tracciata, ed io devo tentare di comprendere quale sia il tuo punto di vista. La difficoltà (è questo mi sembra chiaro) è di non conoscere affatto il percorso che ti ha portato ad avere quel punto di vista (o tu il mio). Quindi si tende a fare il minimo sforzo e a dialogare con percorsi simili. Ma questo non è scambio culturale, il quale invece si atrofizza.



Valuti,se dici che “ghettizzo” (solo distinguo) chi non considera la cultura come discernimento, elaborazione,sintesi, reinquadramento continuo di conoscenze, soprattutto metacognizione,che significa interrogarsi sulle proprie strategie privilegiate con sui si perviene alla conoscenza, rinnovabili e revisionabili finchè si vive. Non è dispersione frammentaria, disorganica, non è espressione ambigua e astratta che permette di ritornare sui propri passi o di girare un discorso.
A parer mio è probabile che io non sappia cos'è la cultura, ma certo non è né una passiva attesa di luminose idee che arrivano per grazia naturale e universale, dopo aver gettato al rogo i libri.
Sarebbe parimenti importante distinguere una non-cultura libresca, come passiva ripetizione di pensieri già pensati, senza autonomia, che è ancora la maggior critica oggi fatta alla scuola, che disincentiva l'originalità. Cultura ancora non è mai accozzaglia di frasi, così come non può essere arte rovesciare barattoli di vernice su di una tela e proclamarsi creativi anticonvenzionali, anche se si troverà semrpe qualcuno da abbindolare.
Cultura è un cammino mai concluso, durissimo,dove devono avere il loro posto letture di formazione ,per scelte casomai suggerite non imposte ma personali, fatte di glosse e confronti, di sintesi proprie, di autori in opere originali e non ridotte, che hanno contribuito a plasmare una società
Non da glissare affermando che nulla si apprende dai libri ma dalla vita. Ma quale vita? No credo cenacoli culturali dove si esca dal consueto in produttivi scambi, non credo immergersi nei colloqui intimi con persone che cercano almeno un sostegno nell'ascolto, chi si dedica ormai a queste attività? Nemmeno in famiglia, tra amici. Incontri e conferenze in cui si ha parte attiva? Viaggi? Fatti di fretta con la fotocamera che è l'oggetto che valorizza la riproduzione e non la realtà che si ha davanti agli occhi? E potrei continuare all'infinito enumerando ciò che intende oggi la massa per “vita”.

Anche Nietzsche l'erudizione è una specie di “sapere” ma non vera cultura. L'erudito è immerso nel deserto accumulato delle cose apprese che non agiscono all'esterno. Svuota gli uomini a “enciclopedie ambulanti”. Oggi potremmo dire a “wikipedie”?
Oggi nei vari forum quasi tutti demonizzano i libri e più di qualcuno si vanta di non leggere a favore di un pensiero naif ; c'è un'idiosincrasia per le citazioni, non per quelle in calce che non significano molto, ma per quelle inserite in un testo per renderlo più incisivo con brevi concetti che noi non avremmo saputo esprimere. Non intendo il citare solo per ostentare la propria cultura, come le frasi latine sovente storpiate. Ma si crede davvero che le idee arrivino da sole, per partogenesi, in nirvaniche attese di illuminazioni?

Ogni verità è congettura afferma Popper ,indiscusso filosofo della scienza che mutò la visione induttiva sperimentale: nessun fatto può diventare legge. Tutto è da validare o da falsificare. In seconda istanza la creatività scientifica terra conto di ciò che è acquisibile, ma è vero che, pur senza eludere un duro lavoro, le scoperte sensazionali, rivoluzionarie per solito avvengono non pe continuità ma per insight, la lampadina che si accende. Così Einstein ha scoperto la formula della relatività.

saluti
arsenio is offline  
Vecchio 19-06-2009, 11.36.11   #14
arsenio
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Originalmente inviato da Noor
Se nasce l’urgenza di dire qualcosa,perché si ha da dirla,è perché la si conosce..
non può esserci nessun freno o preoccupazione di stile,spessore o cura dell’interlocutore..
no,nemmeno questo. O almeno:nasce secondariamente.
Lo stile è sempre ciò che si dice:è la limpidezza che si offre perché così è già in noi:limpidezza,se ce n’è.
La bellezza dei forum virtuali è proprio questo,se saputa cogliere:ognuno è un signor nessuno senza crediti né meriti o distintivi da offrire che può dire la sua o non dire un bel niente.
Non dunque c’è bisogno d’uniformarsi a nulla,lo spessore è colui che testimonia se stesso e non il “posto che occupa” e se si ha qualcosa da dire lo si può liberamente,senza dover salire in cattedre.
A me non importa chi è arsenio o il dubbio,m’importa che qui posso toccare e interloquire con un’anima che chiamerò arsenio o il dubbio,soltanto se si creeranno delle condizioni perché ciò avvenga.
E vero che ciò può comportare il rischio di un livellamento culturale senza selezioni elitarie che taluni ambirebbero,ma ciò non è ancora decadenza culturale,almeno non questa che vogliano rappresentare questi alti osservatori di alta competenza (di cosa?ci sono degli esperti pure nell’osservazione,adesso?)di cui parli,arsenio.

Un caro saluto.



D'accordo che l'urgenza di dire è importante, ma la premessa è che si può avere urgenza nel voler dire qualcosa ad ogni costo, anche se non si ha nulla dia dire, oppure,viceversa, urgenza di dire qualcosa che preme di uscire dalla mente e dal cuore. Il primo è uno scrittore o poeta forzato e artificioso, il secondo autentico nella sua espressività e spesso creativo.
Oggi ci sono anche nel campo della filosofia quelli che sembra vogliano dire ma in realtà sotto il verbalismo trapela la loro povertà di pensiero.
Essere è testimoniare se stessi, disatteso dai più, e non recitare ruoli che non appartengono.
Livellamento culturale è proscrivere i più vitali pensatori di ogni tempo, disprezzati o derisi, e vantarsi di non leggere (sic) aspettando che le idee sortiscano per prodigiosa partenogenesi,da sole,dal cervello.
O casomai leggere, da eterodiretti ciò che propina l'industria culturale, e non per scelte selettive e personali.
ricambiati saluti
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Vecchio 19-06-2009, 17.02.35   #15
Noor
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Originalmente inviato da arsenio
Essere è testimoniare se stessi, disatteso dai più, e non recitare ruoli che non appartengono.
Livellamento culturale è proscrivere i più vitali pensatori di ogni tempo, disprezzati o derisi, e vantarsi di non leggere (sic) aspettando che le idee sortiscano per prodigiosa partenogenesi,da sole,dal cervello.
Ho volutamente espresso con “urgenza” il mio pensiero sopra,con ripetizioni refusi e incongruenze..
Volevo forse mostrare (non dimostrare) qualcosa..
non so cosa se ne è colto nel pensiero-forma..
ma certamente non era il mostrare con vanto che leggo poco visto che era soltanto una banale constatazione..
Se come esprimi bene “essere è testimoniare se stessi” ,allora le idee,converrai ,non sortiscono dalle letture ma da proprio vissuto..
Oppure mettiamoci d’accordo cosa s’intende per testimoniare o recitare ruoli..
ciao
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Vecchio 20-06-2009, 09.43.35   #16
Il_Dubbio
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Originalmente inviato da arsenio
A parer mio è probabile che io non sappia cos'è la cultura, ma certo non è né una passiva attesa di luminose idee che arrivano per grazia naturale e universale, dopo aver gettato al rogo i libri.

D'accordo, le idee arrivano da altre idee e queste si apprendono da chi le ha elaborate prima di te.
Sicuramente abbiamo due concetti diversi di cultura ma questo lo vediamo in un secondo momento.

Ora, perchè non hai risposto alla mia precisa asserzione? Il soggetto non è conoscibile e tutti i libri che parlano del soggetto non hanno elaborato una sola descrizione completa, il che significa che ognuno di noi "intuisce" il soggetto e ne può parlare senza bisogno di elaborare idee create da altri.
Se noti in alto a sinistra della pagina dedicata alla "filosofia" c'è scritto: forum filosofico dedicato alla ricerca del senso dell'essere.
Che significa "senso" secondo te? E' possibile descrivere il senso in modo che possa essere conosciuto nei libri?
Tu forse dirai che è così, ed io in parte te ne darò ragione perchè il significato di ogni cosa lo descriviamo con le parole attraverso il linguaggio (che diventa anche interiore, una sorta di dialogo tra me e me). Ma cosa fa di una descrizione di un senso il senso stesso? Non è forse che il senso è quello che già tu hai e che prende forma linguistica da una descrizione? In altre parole l'essenza del senso deriva dal linguaggio o deriva dal possedere il senso? Non capisco altrimenti perché i libri non abbiano senso se non vengono letti. L'essenza è nei libri (nelle descrizioni) o in te che li leggi?
Tu dirai che l'unione dei due oggetti, io che leggo e il libro da leggere, produce un senso e anche su questo io concorderei in parte, ma il libro non ha un senso sono io che ne do uno al libro (sei d'accordo almeno in questo?), ed è solo dopo l'unione con me che il libro ne acquista uno. E chi sono io da dare senso a cose che non ne avevano? Evidentemente io sono un senso, e qualunque cosa possa voler dire "senso", io sono un ente che da significato alle cose, alle parole e alle descrizioni. Dopo quanti miliardi di significati si puo costruire un senso ex-novo? Io dico ne basta anche uno per poter parlare di "senso"... ed anzi io presumo che sta proprio nella semplicità di linguaggio il vero avvicinamento al senso dell'essere, poiché in quel caso ci si avvicina maggiormente a quell'1 che tanto assomiglia al senso dell'essere, ed è evidente che sono contro la complessità non perché sia in se negativa ma perchè non è quella che ci dona il senso dell'essere.

p.s.
non avevo salutato: saluti
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Vecchio 20-06-2009, 19.18.19   #17
Gaffiere
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Ogni verità è congettura afferma Popper ,indiscusso filosofo della scienza che mutò la visione induttiva sperimentale: nessun fatto può diventare legge. Tutto è da validare o da falsificare.

Ma Popper non era quello che diceva che la potenza speculativa della scienza risiede, in ultima analisi nel principio di non contraddizione, la cui validità è una fede razionale, ma pur sempre fede? Cioè Popper non sa perchè il principium firmissimum dovrebbe fondare il sapere razionale senza essere negato! Non ha minimamente idea di cosa sia l'elenchos, sarebbe il caso che si rileggesse il quarto libro della Metafisica di Aristotele il sommo filosofo della scienza.
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Vecchio 21-06-2009, 22.05.02   #18
arsenio
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Ritenere i libri tout court inutili ai fini della conoscenza o addirittura vantarsi di non leggere è una tendenza diffusa e verificabile frequentando forum filosofici. Forse alibi per chi troppo assiduo in Internet non ha più tempo per dedicarsi a una lettura lenta e proficua.
Le idee nascono da personali vissuti e non dai libri? Quali vissuti? A scuola s'insegnava l'interdipendenza necessaria tra il leggere, scrivere, ascoltare e parlare, ai fini di un'educazione linguistica e culturale. E' pur vero che nessuno insegna a saper leggere, perciò è quasi nulla la competenza testuale, la sintesi, la gerarchia di significatività, ecc. In tal caso, sì, la lettura inesperta sarebbe tempo sciupato, come leggere “cattivi libri”,esclusivamente. O una lettura passiva, non assimilata, oppure erudita e pappagallesca, ecc.
Perchè sono importanti i libri? Per la loro funzione etica ed estetica, per esperienze vicarie, ecc. Danno l'opportunità di accedere a mondi e visioni alternativi: un altrove dal quale saremmo stati esclusi, vivendo una sola vita. La dimensione etica ci pone in confronto con varie situazioni di condizioni esistenziali, mettendo alla prova i nostri giudizi. Si disse pure che per amare si devono leggere libri d'amore, altrimenti non lo si prima conosce ,nelle sue implicazioni e lessico. E' importante relazionarsi con l'autore cercando di distinguere, se possibile, ciò che è nelle sue intenzioni dire e ciò che noi inferiamo, ecc. Sono d'accordo pure che il vissuto, soprattutto, insegni la vita, ad es. come pretendere d'imparare a comunicare leggendo un manuale e non sul campo? Ma c'è vissuto e vissuto. Oggi prevalgono repliche di esperienze banali e sbagliate. Per non scadere nelle astrattezze dovremmo raccontarci le rispettive storie di vita extracartacea, extravirtuale, le strategie da cui abbiamo ricavato conoscenza di noi stessi, degli altri, del mondo. E per cui sarebbe ammissibile con tali attività sottrarre tempo alle letture, perchè l'arte è lunga e il tempo breve. So che io da lettore molto selettivo e e molto moderato, perchè dò molto spazio anche alle riflessioni ed a elaborazioni personali, ho ricavato moltissimo da impegni a carattere sociale con previste relazioni faccia a faccia, moderazioni di gruppo, animazioni in contesti di persone con alcune difficoltà,ecc. Anche per verificare come ero percepito, se accettato o meno, cosa potevo apprendere anche da una comunicazione dove talora l'implicito e non detto è più importante del palese. Inoltre partecipo periodicamente a seminari con interazioni tra partecipanti. Attività sempre secondo la mia personalità e formazione e non forzate, per acquisizione di un'identità artificioa o compenso per autostima vacillante. Pur controllo mie zone d'ombra che possono entrare in gioco nel rapportarmi con altri.
Il senso del nostro essere

Quale senso ha oggi essere? Essere o avere? Essere o non essere? Limitarsi a esistere o imparare a saper essere? E oggi , ha senso accanirsi a parlare invano di un Essere astratto, metafisico, idealistico, qualsiasi senso soggettivo gli si assegni, occidentale o orientaleggiante?

Essere o avere? E stato un fortunato bestseller di Fromm che oggi nessuno ricorda o rileggerà. Infatti tale alternativa è diventata priva di senso in una società che impone esclusivamente il possesso delle cose e delle persone come suprema aspirazione. Anche i residui barlumi di sentimento sono usa e getta o fin dall'inizio decisi a scadenza. Le donne, da parte dell' etica imperante, sono state ridotte a oggetti, mezzi e non fini, semplici utensili. Stato di cose da loro non più subito ma accettato , salvo qualche isolata voce veterofemminista di coraggiosa ribellione.
I libri classici che forgiarono il nostro essere di generazione superata li ho scorti confusi tra gli altri, ammassati a tonnellate in depositi e messi in vendita a un euro. Nessuno più li accetta nemmeno gratis, anche se li conosce di nome ma mai li ha letti e nemmeno più si ristampano. Si comprano piuttosto le copertine di cartone che racchiudono mille pagine di nulla, i romanzi dozzinali costruiti dal computer o scritti da insulsi ed esaltati ospiti tivù. Sempre meglio di quelli che ricominciano a parlare di libri al rogo:sono cattivi maestri che avvelenano le menti. La cultura vera per loro è spontaneità, naturale e anarchica.
L'obbligo imposto è l'avere, il sembrare, l'apparire per quello che non si è, né mai si potrebbe essere. Maschere e non più anime, nel senso junghiano. Da quelle comiche trapela talora un smorfia tragica e quelle ipocritamente tragiche, da circostanza, muovono al riso. Già Amleto avverte quanta fortuna possa avere un sorriso accattivante. “Uno può sorridere ed essere un furfante”.
Ho cercato di spiegare cosa, secondo me, significa essere e soprattutto come si manifesta. Oggi il mondo è popolato da ruoli vuoti privi di individualità, perchè è proprio l'identità a essere entrata in crisi irreversibile, anche per quanto riguarda il genere: cosa significa essere “uomini”, essere “donne”? Nessuno sa chi è, ma sa bene quali modelli vincenti si devono imitare per competere e avere successo. Importa recitare su di un palcoscenico con reciproca e legittimante complicità. La cultura è ridotta a banalità ipersemplificate, scorciatoie logiche oppure grovigli di parole che celano povertà di ideazione. Ogni finzione è scambiata per vera: l'immagine visiva stessa ha sostituito la realtà: si fotografa perchè osservare con assaporata lentezza il paesaggio e gli umani non vale più quanto il dedicarsi allo scatto multiplo, talora ossessivo e fuori luogo. Per altro accumulo di cose, e non di sensazioni. Ciechi verso la vita che circonda.
Finzioni scambiate per “verità; verità amare che si sconfessano come finzioni, se fa comodo.
Ho già detto che amore non c'è se non c'è autenticità, se non si è capaci di essere, se non s'impara giorno per giorno ad essere e non solo a esistere quali zombi, come transiti di cibo, come uomini destinati solo a consumare.
Lo so che un uomo che oggi “è” se stesso, pur immerso nel suo tempo storico, e che non si volge certo a guardare indietro con nostalgia vana, ma che sa vivere con oculate scelte al presente, senza soccombere per suggestioni gregarie né comportamenti indotti, non avrebbe alcuna fortuna, né tra gli uomini né presso l'universo femminile. L'essere oggi è allinearsi alle temperie capricciose dei tempi. Ne mi si chieda in cosa consista l'essere, se finora non lo si è compreso. Concetto anacronistico e arduo da spiegare, così come da assimilare e far proprio.
saluti
arsenio is offline  
Vecchio 21-06-2009, 22.09.17   #19
arsenio
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Originalmente inviato da Il_Dubbio
D'accordo, le idee arrivano da altre idee e queste si apprendono da chi le ha elaborate prima di te.
Sicuramente abbiamo due concetti diversi di cultura ma questo lo vediamo in un secondo momento.

Ora, perchè non hai risposto alla mia precisa asserzione? Il soggetto non è conoscibile e tutti i libri che parlano del soggetto non hanno elaborato una sola descrizione completa, il che significa che ognuno di noi "intuisce" il soggetto e ne può parlare senza bisogno di elaborare idee create da altri.
Se noti in alto a sinistra della pagina dedicata alla "filosofia" c'è scritto: forum filosofico dedicato alla ricerca del senso dell'essere.
Che significa "senso" secondo te? E' possibile descrivere il senso in modo che possa essere conosciuto nei libri?
Tu forse dirai che è così, ed io in parte te ne darò ragione perchè il significato di ogni cosa lo descriviamo con le parole attraverso il linguaggio (che diventa anche interiore, una sorta di dialogo tra me e me). Ma cosa fa di una descrizione di un senso il senso stesso? Non è forse che il senso è quello che già tu hai e che prende forma linguistica da una descrizione? In altre parole l'essenza del senso deriva dal linguaggio o deriva dal possedere il senso? Non capisco altrimenti perché i libri non abbiano senso se non vengono letti. L'essenza è nei libri (nelle descrizioni) o in te che li leggi?
Tu dirai che l'unione dei due oggetti, io che leggo e il libro da leggere, produce un senso e anche su questo io concorderei in parte, ma il libro non ha un senso sono io che ne do uno al libro (sei d'accordo almeno in questo?), ed è solo dopo l'unione con me che il libro ne acquista uno. E chi sono io da dare senso a cose che non ne avevano? Evidentemente io sono un senso, e qualunque cosa possa voler dire "senso", io sono un ente che da significato alle cose, alle parole e alle descrizioni. Dopo quanti miliardi di significati si puo costruire un senso ex-novo? Io dico ne basta anche uno per poter parlare di "senso"... ed anzi io presumo che sta proprio nella semplicità di linguaggio il vero avvicinamento al senso dell'essere, poiché in quel caso ci si avvicina maggiormente a quell'1 che tanto assomiglia al senso dell'essere, ed è evidente che sono contro la complessità non perché sia in se negativa ma perchè non è quella che ci dona il senso dell'essere.

p.s.
non avevo salutato: saluti


Chi ha detto il contrario? Se sono un lettore, sono io che dò un senso a ciò che leggo, in un circolo ermeneutico dove si verifica l'appartenenza reciproca di soggetto e oggetto coinvolti nella relazione dialogica tra lettore e autore. Il senso dell'essere con cui ti metti in contatto è tuo, è la tua storia personale fatta anche di pre-giudizi in un senso neutro, che può essere positivo, e non c'entra nessun intervento idealistico di uno Spirito Assoluto che entra nella nostra mente.
In quanto a una concisa essenzialità concettuale, densa di significato,con un armonico rapporto tra idee espresse e parole usate,e non idee dispersive,digressioni ecc. di sbobbe verbalistiche, è la sfida linguistica del tempo. Ma chi si propone di imparare tale efficacia di linguaggio? Gl' internettiani? Ma anche nella realtà ci si imbatte ancora in accademici involuti e tronfi conferenzieri, e tragico, pure docenti di alta istruzione.
Dal momento che proponete quasi simili problemi. puoi leggere anche il post lanciato a Noor
arsenio is offline  
Vecchio 22-06-2009, 11.06.00   #20
Noor
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Per non scadere nelle astrattezze dovremmo raccontarci le rispettive storie di vita extracartacea, extravirtuale, le strategie da cui abbiamo ricavato conoscenza di noi stessi, degli altri, del mondo

Pur controllo mie zone d'ombra che possono entrare in gioco nel rapportarmi con altri.
Il senso del nostro essere

Ho già detto che amore non c'è se non c'è autenticità, se non si è capaci di essere, se non s'impara giorno per giorno ad essere e non solo a esistere quali zombi, come transiti di cibo, come uomini destinati solo a consumare.

Ne mi si chieda in cosa consista l'essere, se finora non lo si è compreso. Concetto anacronistico e arduo da spiegare, così come da assimilare e far proprio.

Caro arsenio..se si è..
questo viene fuori..anche in contesti inusuali e abbastanza rigidi come questo,se solo stiamo testimoniando noi stessi..
Ciò senza bisogno di raccontarci:il racconto è memoria,esprime un vissuto,ma la vita è questo momento in cui ti parlo,o quello in cui leggi e recepisci ciò che sto scrivendo..
Solo adesso viene fuori l’essere, nell’attimo in cui lo percepisci ( se lo percepisci) e accade se ci si apre senza pregiudizi o conoscenze a priori di ciò che ci è ignoto (perché non l’abbiamo conosciuto prima ) e perché non lo stiamo rapportando ad altro,valutandolo,giudicandolo ..
Vedi,a me non interessano molto le generalizzazioni ,tipiche di ogni cultura,forse servono a rendere la nostra mente più tranquilla,perché ci offre un quadro apparentemente realistico di ciò che accade..
Ma mi chiedo se sia davvero ciò che accade..o se si osservi solo ciò che c’interessa per chiudere il cerchio..
L’ignoto è ignoto..e non contiene l’essere.
Né tantomeno basterà un concetto di Heidegger per farcelo capire.
Perché non è un concetto.

PS Ho comunicato astrattezze , concetti o.. cosa?
ciao
Noor is offline  

 



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