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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 22-03-2010, 15.01.22   #1
Myricae
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Messaggi: 3
L'uomo che dà un perchè al mondo

Buongiorno a tutti! Mi chiedevo, forse stupidamente (spero!) forse no: è un dato di fatto che ogni individuo fornisca una propria interpretazione personale di ciò che è il mondo, che essa derivi da 'imitazione' di interpretazioni altrui o siano personali, non è importante, comunque ognuno possiamo dire che ne possiede una, anche già soltanto per il fatto che interagiamo con la realtà circostante con dei mezzi, i sensi, che mediano con questa realtà e ne forniscono un'interpretazione. Oltre a darne un'interpretazione oggettiva (la pioggia cade), risulta naturale dare anche un'interpretazione etica della realtà che ci permette di dire cosa è giusto e cosa non lo è, secondo i principi di questa etica, e ciò avviene per la stragrande maggioranza delle persone, su questo ne converrete;
la questione appunto è: ma ha un senso dare un'etica e un'interpretazione al mondo? ha un senso chiedersi se c'è un senso? ha senso giudicare? in questo caso, che funzione ha una società che si dimostra diversa nei suoi ambiti nei vari contesti geografici e storici (quindi fa presupporre che aldilà della convenienza per la specie, non esista un qualcosa in comune fra le varie società che sia da considerarsi quindi universale)? Che funzione ha il giusto e lo sbagliato, sulla base di cosa? Riflettendo con amici, ci siamo resi conto che in una determinata situazione i modi di vedere le cose possono essere completamente diversi da due persone differenti, ma cos'è che ci fa condannare l'uno e approvare l'altro? Perchè dovremmo farlo? L'esistenza del punto di vista da condannare non è di per sé garanzia del fatto che non andrebbe condannato, giusto poiché esiste? E dell'amore, dell'odio, cosa possiamo dire? Un musulmano bigamo prova un'amore diverso da quello di un cattolico? Visto che sono inconciliabili, perché giudicare uno 'meno amore dell'altro'? Ma soprattutto, è possibile definirli?
In pratica: perché dare una ragione a tutte le cose, ostinarci a trovare una condotta di vita, quando semplicemente non ci potrebbe essere nessun 'senso'? E' intelligente fornirsi dei principi personali morali, quando si ha la consapevolezza che valgono per alcuni di noi ma non per molti altri?

Scusate questa cascata nichilista, credo ci siate passati un po' tutti, vorrei sapere che ne pensate.
Grazie!
Myricae is offline  
Vecchio 23-03-2010, 17.08.58   #2
TheDruid
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Riferimento: L'uomo che dà un perchè al mondo

Eh si, ci siamo passati tutti (almeno credo).
Tuttavia almeno per quanto mi riguarda “sono passato” ma non sono andato oltre. Nel senso che a mio avviso non esiste una realtà trascendente i comportamenti umani. Gli uomini sono cosi, si azzuffano e si amano a giorni alterni, i principi vanno e vengono, le piccole verità si dilatano o implodono. Io guardo a tutto questo con un sorriso compiaciuto. Se vedessi passare un uomo per strada con i pantaloni a vestirgli il petto e la maglia a vestirgli le gambe cosa faresti? Sorrideresti se non ti facessi prendere dall'imbarazzo. E v'è un motivo per il quale un uomo che veste i pantaloni alle gambe e la maglia al petto non dovrebbe essere risibile? Io credo di no.
Quando andavo a scuola i professori mi sgridavano in continuazione perchè sorridevo quando vedevo un qualche loro slancio, pensando erroneamente che stessi deridendoli. In realtà mi compiacevo soltanto di loro. Mi è sempre piaciuto osservare gli slanci emotivi umani, perchè essi sono sempre differenti, ed essi dimostrano che cè sempre qualcosa di cui meravigliarsi se osserviamo fino in fondo.
Per rispondere piu precisamente alla tua domanda, credo che sia necessario porre in essere un bivio a due teste. Ci sono uomini che credono nell'esistenza di una verità assoluta che trascende persino la logica, e i loro giudizi non sono altro che tentativi di emularli, raccontare qualcosa in armonia con questa verità dalla v maiuscola. Ci sono altri uomini che invece accettano l'errore umano e la sicurezza che “non tutto sia per tutti”, e per questo li sentirai difficilmente snocciolare verità generalizzate, e se lo faranno ti ricorderanno che si concedono naturalmente il beneficio del dubbio.
Ci sono anche altri uomini, ma non possiamo elencarli tutti. Che dire, è naturale che gli uomini abbiano i propri metri di paragone finchè vorranno interagire con la realtà, nessun asceta potrà trascenderli fino in fondo, e nessuno potrà forgiarne di inossidabili.
La mia conlusione (piu tesa a colpire che a delineare) è che un buon uomo sa quandè il momento di apprezzare il proprio silenzio, e anche quando il silenzio del suo pensiero gli è conveniente.
TheDruid is offline  
Vecchio 24-03-2010, 13.38.48   #3
Il_Dubbio
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Riferimento: L'uomo che dà un perchè al mondo

Ciao e benvenuto

Tenterò non tanto di rispondere seccamente, ma di dare almeno due diverse interpretazioni, poi uno può scegliere la migliore. Al limite può pensare di trovarne un'altra.

La prima interpretazione è in chiave evolutiva.
Ogni piccolo cambiamento può essere di tre tipi: vantaggioso, non vantaggioso, indifferente. Quest'ultima è importante in base ai nuovi sviluppi della teoria evoluzionista in cui i cambiamenti più sostanziosi avverrebbero ad opera di tanti piccoli cambiamenti che col tempo si accumulano per essere significativi e selezionabili in un secondo momento. Se tali cambiamenti fossero infatti soltanto svantaggiosi non potrebbero cumularsi, verrebbero del tutto eliminati.
In base a quanto ho detto (che potrebbe anche essere una valutazione errata) l'uomo si da un senso alle cose se ciò è vantaggioso oppure se è indifferente. Se fosse invece svantaggioso, la selezione naturale, avrebbe dovuto in qualche modo eliminarla... se fino ad oggi non lo ha fatto o perché è vantaggioso/indifferente oppure perché non non sono bastati 5 milioni (e passa, non si sa bene la data precisa) per eliminarla, da quando questa novità è apparsa.
Quindi la domanda potrebbe essere rivoltata: che vantaggio ne abbiamo, noi uomini, nel dare senso alle cose? Di questo passo, avrà ancora un senso? Sarà sempre un vantaggio oppure la natura lo eliminerà come per tutte le caratteristiche svantaggiose?
Al limite ti puoi accontentare pensando che esso sia "indifferente", cioè che non produca ne un vantaggio evolutivo ne uno svantaggio (anche se ho forti dubbi che ciò possa avvenire nel caso da te enunciato).

La seconda interpretazione (che io preferisco) è di tipo spirituale o se vuoi meta-fisico: cosa sarebbe stata la nostra vita senza la possibilità di dare il senso alle cose? Probabilmente saremmo comunque vissuti tutti, prima o poi, ma probabilmente senza accorgerci di esserlo. Quindi in definitiva la risposta, secondo questa interpretazione, è del tutto ovvia: perché tu un giorno potessi porti la domanda.
Se non ti basta questa seconda interpretazione allora dovrai accontentarti della prima o pensare ad una terza alternativa.
Il_Dubbio is offline  
Vecchio 24-03-2010, 20.53.57   #4
Myricae
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Riferimento: L'uomo che dà un perchè al mondo

In effetti la prima alternativa l'ho letta con più interesse della seconda in quanto convivono in me due anime, la prima metafisica, che mi permette -diciamo anche costringe- a pormi domande sul mondo, sull'essere e sulle domande stesse, l'altra anima è più marcatamente scientifica, della scienza mi piace il fatto che è basata su modelli - quindi non ha la pretesa di affermare che la realtà E' (scusate il maiuscolo ma serve) come la descrive, ma i suoi strumenti ne forniscono una visione tuttavia umana -, modelli che hanno grandi standard di rigore e affidabilità nelle previsioni: nel senso che tramite il modello 'derivata dello spazio nel tempo' del corpo in moto su piano inclinato, andando a predire teoricamente il risultato e andandolo a cercare sperimentalmente il risultato, a meno di errori sperimantali, combacia. Mi piace perché la considero una scienza del tutto umana, inscritta in noi con un nostro linguaggio e con nostre definizioni (che ovviamente sono pure molto difficile, ma comunque 'nostre'). Per questo la tesi evoluzionista mi pare più interessante, e ancora più intrigante a questo punto predire quale sia lo scopo finale di questa evoluzione, il guadagno della specie umana; guadagno che, presumo, sarebbe materiale comunque, in quanto l'evoluzione si fonda sul principio di mantenimento e progressione della specie che comunque vive nella contingenza. Molto interessante! Questo comunque riporterebbe la metafisica all'ambito della contingenza - il piano della minchia, carmelo bene docet - .
Sulla seconda oppurtunità, mmh io la vedo un po' troppo 'buonista', il fatto che siamo per porci la domanda su di noi, e nel senso siamo tali per quello. Perché comunque le volpi e gli ornitorinchi esistono, soffrono, si riproducono come noi. Vedo il pensiero e in generale l'intelligenza come una forma evolutiva e per questo questa seconda interpretazione non mi ispira.

Poi più ci penso più mi convinco che qualsiasi spiegazione non ci sia, anche se il fatto che tutto sia relativo e non giudicabile lo vedo come un immenso vilipendio alla capacità di pensiero umana, volendo, anche dal punto di vista evoluzionista.

E' possibile che la struttura biologica del nostro cervello condizioni il nostro modo di vedere il mondo? E come mai una persona che mediamente ha studiato di più si lancia in ragionamenti etc che una persona poco acculturata non riesce a seguire? dov'è il ruolo biologico, se c'è, in tutto ciò?
Myricae is offline  
Vecchio 25-03-2010, 00.57.13   #5
arsenio
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Riferimento: L'uomo che dà un perchè al mondo

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Originalmente inviato da Myricae
Che funzione ha il giusto e lo sbagliato, sulla base di cosa? Riflettendo con amici, ci siamo resi conto che in una determinata situazione i modi di vedere le cose possono essere completamente diversi da due persone differenti, ma cos'è che ci fa condannare l'uno e approvare l'altro? Perchè dovremmo farlo?
Scusate questa cascata nichilista, credo ci siate passati un po' tutti, vorrei sapere che ne pensate.
Grazie!

Sotto un'ottica che non misconosca l'abitus mentis che deve animare il filosofo non naif, in effetti "giusto" e "sbagliato" sono pregiudizi", che casomai vanno indagati, perchè di ogni verità può esistere un'altra ugualmente da dover considerare. E' un topos tipico, ma le conclusioni infine sono quasi sempre le stesse, uscendo da un istintivo buon senso o senso comune.

I giudizi morali sarebbero solo pre-giudizi che ci si propone di “dimostrare” per persuadere a indotti comportamenti, come notò Nietzsche?
I doveri assoluti dei 10 comandamenti, che si obbediscono senza discutere analiticamente sulle loro possibili conseguenze, in che senso sono “virtù” giuste e buone? Perchè lo dice l'infallibile parola biblica di Dio? Ad esempio sarebbe stato sbagliato e immorale uccidere Hitler per salvare la vita di tante persone? La guerra approvata dai teologi quale “giusta”, in quali casi e per chi lo è veramente Chi lo stabilisce? “Dio è con noi”, Dio lo vuole”; in nome di Dio, ecc. Per chi intende ricordare furono alibi sinistri.

In altro senso anche Kant non giudica la moralità di un'azione secondo le conseguenze. Alla base dev' esserci il senso del dovere, e nemmeno un impulso emotivo dovuto a un'inclinazione caratteriale è giusto, buono,meritevole. Così anche chi disapprova la tortura per un impulso emotivo non meditato, con intento di coinvolgere altri, non agirebbe secondo “morale”. Ma il “senso del dovere è a tutt'oggi invocato dagli aguzzini dei campi di sterminio nazisti!

Viceversa il consequenzialismo giudica “giusto” e sbagliato” in base alle conseguenze, che possono essere previste o meno. L'”eterogenesi dei fini” infatti riconosce che le azioni umane possono conseguire effetti diversi da quelli che si volevano perseguire.
E le teorie relativistiche? Sono valide solo se relativizzano pure se stesse, perchè non esistono verità assolute. Se non si considerano le “verità” sempre e solo con le virgolette non si può parlare di filosofia né di etica.
Anche Nietzsche teorizzò un “oltreuomo” non definitivo, né statico,ma perpetuamente in divenire. Doveva superare se stesso e la sua mediocrità, se si rendeva necessario. Altrimenti una “volontà di potenza”, nei suoi intenti intesa come capacità di donare, non avrebbe avuto senso.

Su certi problemi bioetici nemmeno la filosofia può dare risposte definitive. Infatti, coerentemente con i suoi scopi, può solo offrire un orientamento di pensiero e l'oculatezza e opportunità di formulare domande mirate; un lessico indispensabile alla disciplina e i termini chiave su cui si confrontarono i grandi pensatori d'ogni epoca e scuola.

“Dio” può imporre eroismi a chi per natura è pusillanime? A chi per impulso istintivo si astiene da un' altruistica abnegazione? Si dovrebbe decidere ponderando caso per caso? Ma ne conseguirebbero comunque interpretazioni, di origine pure teologica. Perfino “ama il prossimo” e “non uccidere” sono precetti che possono essere ideologizzati a propria interpretazione di comodo o da dogma.

A parer mio si dovrebbe insegnare che ogni ideologia, politica o religiosa, come cristianesimo, islamismo, buddismo, specie nelle versione intransigenti dell'integralismo , del fondamentalismo, e relative interpretazioni dei testi sacri o di “Verità rivelate, sono nichilistiche in quanto acciecano e annullano l'uomo, il suo “essere”, il suo libero e autonomo diventare, con imposizioni dogmatiche di cos'è “giusto” o “sbagliato”. Poi ognuno sarebbe libero di scegliere ciò che crede. Ideologie moralisticheggianti e generalizzate, visioni del mondo, sistemi chiusi che suggestionano verso determinati comportamenti,credenze, idee, valori, sono sovente pensieri distorti che travisano la realtà al fine di favorire occultati interessi. Le stesse implicazioni sulla morte assumono connotazioni diverse, attraverso tradizioni ed emanazioni del potere.

Alla luce di recenti ricerche, quali sono le linee prevalenti dei filosofi contemporanei? Indirizzo alla lettura di “Menti morali” - Le origini naturali del bene e del male – Marc D. Hauser – 2007, da cui traggo qualche idea essenziale.
La moralità è un freno all'istinto? Oggi in prevalenza viene analizzata secondo versioni evolutivo-darwiniane.
Per i Greci agire bene significava dimostrare coraggio o prudenza, possedere buone abitudini e disposizione naturali dell'animo, piuttosto che obbedire a regole , e si decideva caso per caso.
Se si seguono “giusti principi” ciò avviene su di un piano conscio. Perchè in realtà valutazioni, decisioni, ecc. che condizionano un giudizio morale e relativo comportamento, avvengono per un processo inconscio. Non nel senso freudiano delle pulsioni represse,ma quale umana attività mentale che non ha accesso alla sfera conscia. La propria effettiva linea morale determinata da una conscia libertà sarebbe inverosimile. Non si nega nemmeno una morale innata parzialmente condivisa con altri animali. Seguendo le teorie di Hume, “giusto” e “Sbagliato” sarebbero giudizi non da regole imposte. Dovuti a un'empatia presente (oggi dimostrata dagli etologi) pure tra gli animali. Ma intelligenza,sentimento, giudizio, non appartengono a un unico sistema. Tuttavia nemmeno l' evoluzionsimo può spiegare certi dilemmi. Né la amorale tende a scopi unici. Come decidere tra giustizia e pietà, tra bene comune e giustizia, ecc. ?

Consiglio ancora “Il gene agile – La nuova alleanza fra eredità e ambiente, di Matt Ridley, 2005. Il “libero arbitrio” viene interpretato al di là dei dilemmi filosofici. Compatibile con i geni, in un processo di cause/effetti, non lineare ma circolare. Nel cervello non ci sarebbe un “Io” ma una configurazione di stati cerebrali in continuo cambiamento. Vi entrano in gioco storie, emozioni, istinto, esperienze, influenze esercitate dagli altri, dal caso, ecc. Importante il capitolo dedicato alla continuità psicologica tra animali e umani.
arsenio is invisible cerca nel sito, enciclopedia, dizionario filosofico, dizionario delle religioni.

saluti
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Vecchio 25-03-2010, 12.00.11   #6
Noor
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Riferimento: L'uomo che dà un perchè al mondo

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Originalmente inviato da arsenio
in realtà valutazioni, decisioni, ecc. che condizionano un giudizio morale e relativo comportamento, avvengono per un processo inconscio. Non nel senso freudiano delle pulsioni represse,ma quale umana attività mentale che non ha accesso alla sfera conscia. La propria effettiva linea morale determinata da una conscia libertà sarebbe inverosimile.
Vabbè..a parte che l’esortare a letture di testi che non stimolino la conoscenza diretta bensì l’intellettualismo sarebbe sempre bene evitarlo..
volevo invece capire se neghi la possibilità di una consapevolezza dei propri gesti non compromessi da pulsioni inconsce..

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Vecchio 25-03-2010, 12.28.49   #7
Il_Dubbio
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Riferimento: L'uomo che dà un perchè al mondo

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Originalmente inviato da Myricae
In effetti la prima alternativa l'ho letta con più interesse della seconda

Se la ritieni molto piu interessante la prima allora alla tua domanda:
In pratica: perché dare una ragione a tutte le cose, ostinarci a trovare una condotta di vita, quando semplicemente non ci potrebbe essere nessun 'senso'? si può rispondere così: ci ostiniamo a dare il senso alle cose perché serve a qualcosa in chiave evolutiva anche se non c'è alcun senso.

Ora potremmo passare al punto B: a cosa serve, evolutivamente parlando, dare un senso alle cose quando semplicemente la riteniamo inutile?
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Vecchio 25-03-2010, 16.27.05   #8
Trasillo
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Riferimento: L'uomo che dà un perchè al mondo

Vorrei anche io entrare nella discussione cercando di dare un valido contributo al tema molto ampio del Senso del Mondo. In effetti la filosofia altro non è che trovare un senso alle cose. A me sembra che gli uomini abbiano da sempre dato un senso alle cose per orientarsi nel mondo, un pò come dei cartelli stradali, essi sono quindi veri in assoluto ma li utilizziamo finchè funzionano. Inoltre la vita umana sarebbe davvero triste e orribile senza le numerose "illusioni" che noi creiamo e che la famiglia, le varie istituzioni e la tradizione ci tramandano. Si potrebbe discutere sul fatto che come mai mutano nel tempo e nello spazio e ognuno guarda il mondo in modo diverso.
Per rispondere a tale quesito penso che Kant sia illuminante, nella prima critica, afferma come tutte le nostre conoscenze si fermano al mondo della rappresentazione, ai semplici fenomeni, la cosa in sè e per noi un mistero. Quando guardo una ragazza ad esempio, pure se la conosco da anni, non saprò mai cosa sta pensando nella sua testa, potrei immaginarlo ma non potrò mai avere una certezza razionale. Quindi a me pare che il mondo intorno a noi sia un magma, che continuamenti mostra forme diverse, questo fa si che ci siano tante interpretazioni diverse. Così come la lettura di un testo o la visione di un film rimane sempre un esperienza unica, diversa dalla seconda o dalla terza. Oppure pensiamo all'artista che attraverso le metafore riesce a cogliere connessioni incredibili ai più e riesce a far condividere a tutti la sua visione tramite la pittura, la musica e le tante discipline artistiche.
Ritornando alla morale essa deve essere utile alla vita e non viceversa insomma deve essere una valida cartina capace di orientarci ricordando che i vari precetti sono solo convenzioni. Una cartina che ha come principio il rispetto della vita. re a questo è chiaro che bisogna uscire dalla filosofia e abbracciare altre discipline come farà Nietzsche inaugurando appunto il metodo genealogico, mostrando che ogni morale è frutto di lotte di potere di una particolare genere di persone. I nostri giudizi di buono e cattivo nascono non dal fatto che una cosa sia utile o meno ma bensì dallo scontro tra la morale dei Nobili (emblema di questa classe sono I Romani) e quella degli schiavi (gli Ebrei). La morale del nobile era caratterizzata da un si profondo alla vita, alle passioni, senza l'incubo del peccato perchè erano forti e virili e reputavano cattivo tutto ciò che era diverso da loro; gli schiavi che sono poi i vari svantaggiati della vita erano invidiosi ( il termine tecnico utilizzato da Nietzsche e ressenteiment che è qualcosa di più del semplice risentimento) solo che non potevano ribellarsi al potere dei nobili con la forza ma lo fecero tramite la Religione e una nuova morale che era l'esatto opposto della morale dei nobili. E' la morale poi Cristiana, fondata sul peccato, rifiuto dei sensi, la castità, insomma tutti questi diventano valori che hanno come fondamento il mito del peccato originale. Nella religione romana non c'è nulla di paragonabile. Siccome poi come sappiamo i Romani si convertirono al cristianesimo, gli schiavi riuscirono così a vincere, con una sublime strategia, i loro sfruttatori: non annientando i loro corpi ma mutando le loro anime, attraverso la conversione. Ed oggi questa morale continua ancora oggi anche se oggi tramite la scienza comincia a vacillare.
Infatti il sapere scientifico ad esempio la fisica non si chiede il perchè funziona così una legge ma il come funziona. Insomma toglie il senso al mondo ed è quindi la vera causa del nichilismo e secondo alcuni filosofi che io condivido ( almeno per il momento) è la causa dei vari totalitarismi del 900, dei campi di concentramento e dello scoppio della bomba nucleare a Nagasaki e Hiroshima. Inoltre la scienza dimentica quando affermava Kant all'inizio di quanto dicevo, ossia che essa non potrà mai cogliere la realtà in sè ma essa si ferma ai fenomeni e quindi impone un unico modo di vedere il mondo.
Per concludere penso che la Vita sia il principio a cui si devono basare le varie morali che danno un senso al mondo, ma la vita "vera" (non le questioni sull'aborto e la fecondazione assistita come fa oggi il Vaticano) quindi negare sempre ogni guerra ogni assassinio e ogni sfruttamento.
Chiudo lanciando questa domanda che vorrei che qualcuno potesse rispondere.
Ma allora perchè esistono le guerre nonostante fin dalla nascita ogni uomo è stato educato, in Chiesa a Scuola in Famiglia tramite i mass media, a non uccidere? Perchè esiste lo sfruttamento dell'uomo su un altro uomo? Perchè molti uomini sono ridotti a bestie nonostante tutte le religioni e il diritto ci dicono che ogni uomo è un essere razionale e quindi va rispettato ?
La colpa penso alla fine che sia del nichilismo economicista e scientista che ha ridotto l'uomo a merce e non ad essere "infinito", un semidio, come era caratterizzato e descritto nel Rinascimento Italiano da filosofi come Ficino e Giordano Bruno. Bisogna lottare quindi contro il nichilismo e ridare valore alla vita.
Spero di accendere la discussione e di non aver annoiato nessuno ma questa è una materia, la filosofia morale, che mi interessa molto non solo come hobby, ma anche professionalmente.
Trasillo is offline  
Vecchio 27-03-2010, 15.54.43   #9
arsenio
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Originalmente inviato da Noor
Vabbè..a parte che l’esortare a letture di testi che non stimolino la conoscenza diretta bensì l’intellettualismo sarebbe sempre bene evitarlo..
volevo invece capire se neghi la possibilità di una consapevolezza dei propri gesti non compromessi da pulsioni inconsce..


La consapevolezza è la conoscenza interiore e la realizzazione di sé, senza avvalersi di risposte preconfezionate o ideologiche, rinunciando all'indossare maschere,corazze. Assumiamo alcune idee di noi stessi, schemi assorbiti da famiglia, scuola, chiesa, mass media, ma sappiano veramente tutto di noi? Dobbiamo ritornare a noi stessi, fuori da distorsioni culturali, timore di non essere accettati; occorre sforzarsi di capire i nostri giochi e autoinganni,spesso giacenti sotto soglia di coscienza. Essere coscienti di tutto ciò che riguarda le nostre azioni, scopi, valori e obiettivi al meglio delle nostre capacità, indipendenti da occulti condizionamenti.
Il filosofo non può ignorare il già detto, il già scritto, il già riflettuto, fidandosi di esperti, filosofi, scrittori, giornalisti, scienziati, studiosi di assodate competenze. E' ingenua la pretesa di autoreferenzialità che porta alle sciocchezze e incompiutezze. E' vero che le letture vanno assimilate con criticismo, con analisi testuali , confronti,connessioni, sintesi. Strada per un'eventuale nostra idea inedita che non sia qualcosa di strampalato e campato in aria. Ogni fatto corrisponde a una teoria ed è inutile sapere tante cose che non stanno esattamente così.
E' strano che i nemici della “cultura libresca” (non esiste se non come invenzione dei frustrati delle propria incultura, costretti a svalutare i libri) preferiscano “vivere piuttosto che leggere”, imparare dalla natura piuttosto che dalla carta, e se io invito loro a confrontarsi con me su vissuti fuori rete su ricerche sul campo, ecc. tacciono. Spesso sono tra quei nick che non hanno esperienze dirette della vita perchè troppo immersi nel mondo virtuale, nei frenetici rimandi delle chat. Così sfuggono al mondo reale e la vita sfugge loro dalle mani.

arsenio is offline  
Vecchio 27-03-2010, 15.57.02   #10
arsenio
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Originalmente inviato da Trasillo
Vorrei anche io entrare nella discussione cercando di dare un valido contributo al tema molto ampio del Senso del Mondo. In effetti la filosofia altro non è che trovare un senso alle cose. A me sembra che gli uomini abbiano da sempre dato un senso alle cose per orientarsi nel mondo, un pò come dei cartelli stradali, essi sono quindi veri in assoluto ma li utilizziamo finchè funzionano. Inoltre la vita umana sarebbe davvero triste e orribile senza le numerose "illusioni" che noi creiamo e che la famiglia, le varie istituzioni e la tradizione ci tramandano. Si potrebbe discutere sul fatto che come mai mutano nel tempo e nello spazio e ognuno guarda il mondo in modo diverso.
Per rispondere a tale quesito penso che Kant sia illuminante, nella prima critica, afferma come tutte le nostre conoscenze si fermano al mondo della rappresentazione, ai semplici fenomeni, la cosa in sè e per noi un mistero. Quando guardo una ragazza ad esempio, pure se la conosco da anni, non saprò mai cosa sta pensando nella sua testa, potrei immaginarlo ma non potrò mai avere una certezza razionale. Quindi a me pare che il mondo intorno a noi sia un magma, che continuamenti mostra forme diverse, questo fa si che ci siano tante interpretazioni diverse. Così come la lettura di un testo o la visione di un film rimane sempre un esperienza unica, diversa dalla seconda o dalla terza. Oppure pensiamo all'artista che attraverso le metafore riesce a cogliere connessioni incredibili ai più e riesce a far condividere a tutti la sua visione tramite la pittura, la musica e le tante discipline artistiche.
Ritornando alla morale essa deve essere utile alla vita e non viceversa insomma deve essere una valida cartina capace di orientarci ricordando che i vari precetti sono solo convenzioni. Una cartina che ha come principio il rispetto della vita. re a questo è chiaro che bisogna uscire dalla filosofia e abbracciare altre discipline come farà Nietzsche inaugurando appunto il metodo genealogico, mostrando che ogni morale è frutto di lotte di potere di una particolare genere di persone. I nostri giudizi di buono e cattivo nascono non dal fatto che una cosa sia utile o meno ma bensì dallo scontro tra la morale dei Nobili (emblema di questa classe sono I Romani) e quella degli schiavi (gli Ebrei). La morale del nobile era caratterizzata da un si profondo alla vita, alle passioni, senza l'incubo del peccato perchè erano forti e virili e reputavano cattivo tutto ciò che era diverso da loro; gli schiavi che sono poi i vari svantaggiati della vita erano invidiosi ( il termine tecnico utilizzato da Nietzsche e ressenteiment che è qualcosa di più del semplice risentimento) solo che non potevano ribellarsi al potere dei nobili con la forza ma lo fecero tramite la Religione e una nuova morale che era l'esatto opposto della morale dei nobili. E' la morale poi Cristiana, fondata sul peccato, rifiuto dei sensi, la castità, insomma tutti questi diventano valori che hanno come fondamento il mito del peccato originale. Nella religione romana non c'è nulla di paragonabile. Siccome poi come sappiamo i Romani si convertirono al cristianesimo, gli schiavi riuscirono così a vincere, con una sublime strategia, i loro sfruttatori: non annientando i loro corpi ma mutando le loro anime, attraverso la conversione. Ed oggi questa morale continua ancora oggi anche se oggi tramite la scienza comincia a vacillare.
Infatti il sapere scientifico ad esempio la fisica non si chiede il perchè funziona così una legge ma il come funziona. Insomma toglie il senso al mondo ed è quindi la vera causa del nichilismo e secondo alcuni filosofi che io condivido ( almeno per il momento) è la causa dei vari totalitarismi del 900, dei campi di concentramento e dello scoppio della bomba nucleare a Nagasaki e Hiroshima. Inoltre la scienza dimentica quando affermava Kant all'inizio di quanto dicevo, ossia che essa non potrà mai cogliere la realtà in sè ma essa si ferma ai fenomeni e quindi impone un unico modo di vedere il mondo.
Per concludere penso che la Vita sia il principio a cui si devono basare le varie morali che danno un senso al mondo, ma la vita "vera" (non le questioni sull'aborto e la fecondazione assistita come fa oggi il Vaticano) quindi negare sempre ogni guerra ogni assassinio e ogni sfruttamento.
Chiudo lanciando questa domanda che vorrei che qualcuno potesse rispondere.
Ma allora perchè esistono le guerre nonostante fin dalla nascita ogni uomo è stato educato, in Chiesa a Scuola in Famiglia tramite i mass media, a non uccidere? Perchè esiste lo sfruttamento dell'uomo su un altro uomo? Perchè molti uomini sono ridotti a bestie nonostante tutte le religioni e il diritto ci dicono che ogni uomo è un essere razionale e quindi va rispettato ?
La colpa penso alla fine che sia del nichilismo economicista e scientista che ha ridotto l'uomo a merce e non ad essere "infinito", un semidio, come era caratterizzato e descritto nel Rinascimento Italiano da filosofi come Ficino e Giordano Bruno. Bisogna lottare quindi contro il nichilismo e ridare valore alla vita.
Spero di accendere la discussione e di non aver annoiato nessuno ma questa è una materia, la filosofia morale, che mi interessa molto non solo come hobby, ma anche professionalmente.

In un'epoca di confusione culturale come la nostra un discorso filosofico fedele allo spirito che anima tale disciplina dovrebbe tralasciare le imitazioni accademistiche, certe fraintese reminescenze da manuale scolastico,le ipersemplificazioni e soprattutto i neospiritualismi pertinenti ad altri forum di discussione.
La filosofia non si sostiene più sugli assoluti e valori con la maiuscola come Vita, Verità, ecc. che non ci servono per un confronto dialettico. Quindi tralasciamo la “cosa in sè” già giudicata da Kant un argomento inutile e privilegiamo l'unico senso che può avere la vita terrena: tutto ciò che riguarda l'umano, l'uomo singolo esistente e gli scopi soggettivi, personali e a propria misura che ogni individuo si assegna ritenendoli a sé adatti ( “ Diventa ciò che già sei”, disse Nietzsche). Gli astratti sono privi di referenti, come miracolo, magia, fede, peccato originale, credulità. Discuterli porta a fallacie, ad esempio : “Dio esiste , lo dimostra la Bibbia, e la Bibbia è ispirata da Dio”. Chi farebbe oggi un discorso di filosofia con argomenti circolari di tale tipo?
L'uomo filosofico autentico pensa, discute, rivede credenze, scrive su contenuti, idee, emozioni. In merito ai valori rimando al concetto nietzscheano della transmutazione dei valori, sempre attuale: rifiuto delle credenze più salde della tradizione culturale e religiosa: il sapere assoluto, la certezza dell'io autocosciente, la fede nella realtà trascendente, l'altruismo. Sono valori non autonomi ma dipendono da chi li considera, spesso imposti da nostre pulsioni come la protezione da passioni e istinti, da autorità e caste non mosse da intenti nobili ma da malafede. Non c'è differenza tra verità e falsità, ci sono solo menzogne da smascherare e ogni verità è interpretazione. Ovviamente Nietzsche per le gerarchie ecclesiastiche è da sempre il massimo dei “cattivi maestri”. Dobbiamo appoggiarsi alle tradizioni? Su ciò che ci hanno insegnato i genitori? Con quali prove? E 'solo una pigra abitudine di pensiero mai revisionato. “Buono e “cattivo”, ma per chi? Se oggi per me stesso ciò che è buono domani può non esserlo, e viceversa.
Il vero nichilismo oggi è il collettivismo tecnologico che uccide la creatività individuale; i consumi scriteriati, il profitto e tornaconto come unico parametro di vita,dove la quantità ha preso il sopravvento sulla qualità; la decadenza dell'Occidente ormai alla deriva. Non certo il nichilismo nietzscheano costruttivo e necessario per costruire una nuova società e un oltre -uomo che superi quello umanistico fallito, e non certo il travisato superuomo del nazismo.
Per comprendere il mondo vale l'etica del sentimento e della compassione e non le retoriche buonistiche e ipocrite. La differenza sta tra chi pensa e chi non pensa, ma oggi l'uomo che non affronta argomenti nel profondo vince: a pensare ci si disabitua sempre di più e risulta sempre più faticoso.
Non esiste un sapere autosufficiente: anche la filosofia si deve appoggiare ai metodi della scienza naturale e ai risultati sperimentali ( oggi anche le neuroscienze) per eventuali critiche. Rappresentano l'unica fonte di conoscenze fattuali e solo essi producono la conoscenza dell'uomo e della società. Ben altro è la scienza fittizia, artificiosa, confusa che s'immaginano certi “filosofi”, anche travisando sulle verità assolute. Avere fiducia nella scienza non è scientismo in negativo, tanto più che nessun scienziato ha mai affermato la conoscenza totale e perfetta. Contro la scienza sono le mitologie e la religione.
La filosofia è utile se discute sulle condizioni dell'esistenza fondata sulle strutture culturali e sulle pratiche sociali dell'Occidente, altrimenti si tratta d'altro.
Richiede di saper di cosa si parla e a nome di chi e cosa; di esporre i fondamenti di ciò in cui si crede, riconoscendo la fragilità di ogni opinione personale. Ci si fidi degli esperti e non del nostro buon senso. Ragionare non è una dote di natura concessa agli eletti dall'alto come illuminazione, ma è un'attività complessa, lenta, riflessiva.

saluti
arsenio is offline  

 



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