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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 08-05-2012, 11.27.27   #1
La_viandante
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Mente e linguaggio

La lingua influisce sul modo di pensare?

In 1984 George Orwell descrive in un futuro non lontano una società fantastica nella quale il sistema totalitario, al fine di inibire il pensiero, limita il linguaggio a poche parole, che ne riassumono tante altre, elimina i contrari, dunque la possibilità di critica, e rende fuorilegge con la denominazione di "psicoreato" anche il solo pensiero estraneo alla dottrina del partito. In questo libro vengono espressi in forma romanzata diversi suoi studi su linguaggio, politica, letteratura e totalitarismi. In La politica e la lingua inglese (1946) analizza le forme idiomatiche usate in articoli di giornali, e ne deduce che l'uso di frasi fatte, o metafore, non richiedendo uno sforzo riflessivo nel cercare parole diverse con cui dire qualcosa, in qualche maniera impoverivano la lingua e di conseguenza la capacità di pensare. Nell'alessitimia, letteralmente non avere le parole per le emozioni, il soggetto che ne soffre non è stato educato nella primissima infanzia a dare i nomi a quello che sentiva col risultato di atrofizzare questa capacità. Può dunque il solo uso del linguaggio modificare il modo di pensare di chi lo assimila, nel bene e nel male? Io sono dell'idea che l'abitudine ad un uso di un determinato tipo di modalità espressiva, o il non uso, come conferma il disturbo dell'alessitima, determina anche tutta una serie di modalità di pensiero. La domanda riguarda la mera speculazione filosofica sulla mente ed il linguaggio, ma riguarda anche le sue ripercussioni nell'attualità, l'uso dello slogan in politica, dei dibatti urlati e non mediati da dialogo e riflessione, la ripetizione continua di "memi" o idee riguardo l'economia (ad esempio competitività sul mercato globale senza nessuna altra idea di alternativa reale), l'uso delle metafore come descrive George Lakoff, e nella pubblicità, i cui slogan potrebbero anche dettare delle linee di pensiero, comportamento, plasmando la società.
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Vecchio 09-05-2012, 20.08.33   #2
gyta
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Riferimento: Mente e linguaggio

Citazione:
Può dunque il solo uso del linguaggio modificare il modo di pensare di chi lo assimila, nel bene e nel male?
(La Viandante)

Direi proprio di sì. Il pensiero è tramite il linguaggio, forgiato, plasmato, creato dal linguaggio.
Il linguaggio è il pensiero.

Citazione:
[..] e ne deduce che l'uso di frasi fatte, o metafore, non richiedendo uno sforzo riflessivo nel cercare parole diverse con cui dire qualcosa, in qualche maniera impoverivano la lingua e di conseguenza la capacità di pensare.
(La Viandante)

La nostra coscienza mentale, intesa come reale consapevolezza mentale,
è attraverso il linguaggio, poiché è attraverso il linguaggio la capacità di discernere.
Il nostro percepire emerge alla coscienza mentale attraverso la capacità di esprimere.
L'esprimere è portare fuori di noi, in un atto di distinzione
fra la capacità di esperire e l'esperito.
E' un portare fuori di noi come a dividere il soggetto dall'oggetto.
Chi sperimenta da ciò che viene sperimentato.
Già questo è un primo linguaggio.

La coscienza mentale avviene attraverso il pensiero
ed il pensiero si esprime attraverso il linguaggio
ed il linguaggio non è solo associare suoni (o immagini o spazialità) a percezioni
ma distinguendoli dalla capacità di percepire
diventa la materia stessa attraverso cui avviene l'interazione.
La ricchezza del mondo "interiore" allora si compie attraverso
il dare vita propria a quel mondo dei sensi che inizialmente
è come indifferenziato.

Come se per giungere ad una coscienza di identità (io sono)
od unità si debba passare attraverso una precedente
scissione al fine di distinguere per unire.

La mente emerge come capacità
ma per poter trovare sé passa attraverso
la conoscenza di ciò che attraverso sé prende colore.
I colori diventano la modalità attraverso cui la mente conosce sé
nella distinzione fra i colori e la capacità di coglierli.
E questi colori sono quel linguaggio, quell'associare attraverso lo scomporre.
La coscienza mentale è lo scomporre e il ricomporre il percepito,
ciò che chiamiamo linguaggio.

Se questo ricomporre e questo scomporre si blocca
attraverso un atto di emulazione l'identità cui si giunge
pur simulando un identità esperienziale sarà priva
di quella conoscenza radicale che permette
alla coscienza mentale di cogliersi come capacità pura.

Seppure, beninteso, l'emulazione faccia comunque parte di quel
processo di apprendimento per confronto, il giungere a (farne) un' esperienza
reale comporta quella differenza fra una reale capacità di linguaggio
ed una apparente coscienza interiore..
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Vecchio 10-05-2012, 00.12.00   #3
ulysse
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Riferimento: Mente e linguaggio

Citazione:
Originalmente inviato da La_viandante
La lingua influisce sul modo di pensare?
Direi di sì! Ma non è che influisce solo sul “modo”, influisce sulla “capacità” del pensare.
Esiste la corrispondenza:
linguaggio povero = pensiero povero… e viceversa.

La lingua, più di altre esperienze formative, influisce peculiarmente sulla formazione del nostro cervello per la zona dedicata al linguaggio.

Infatti, alla nascita, il nostro cervello non è ancora completamente formato: è solo “predisposto”.
Ne consegue che, nella nostra specie, le cure parentali devono essere estremamente lunghe...diversamente da un piccolo d'elefante, ad es., che, appena nato, già è in grado di seguire il branco.
In particolare le strutture cerebrali dedicate al linguaggio (area di Broca) sono appena predisposte e conformate: su di esse si innesta poi una qualunque lingua parlino i genitori: nessun bambino, infatti, nasce con “lingua” incorporata!

Per inciso, quello delle strutture cerebrali “solo predisposte”, è un “escamotage” adottato dalla evoluzione della nostra specie per limitare il volume della testa dei piccoli nascituri e favorire il parto.

Ovvio che se la lingua è povera di significati ed è capace di identificare e definire solo pochi elementi concreti … incapace di astrazione...allora anche le strutture cerebrali dedicate al linguaggio e al pensiero resteranno povere.
Un linguaggio evoluto, invece, capace di identificare e denominare stati d’animo e concetti complessi (filosofia, fisica, psicologia, ecc...) in continua interazione con l'astrazione, svilupperà e plasmerà al massimo le strutture dedicate al linguaggio…che, in retroazione e interazione, si formano e si plasmano.

Certo che al linguaggio e quindi all’esprimere concetti complessi, occorre dedicare il tempo opportuno: la comunicazione veloce di oggi con SMS, chat, social network, ecc… non favorisce lo sviluppo di un linguaggio complesso e neppure del relativo intelletto.
D’altra parte, se la “comunicazione” veloce è in auge, ha certo i suoi vantaggi
nell’immediato…occorre solo fare attenzione ad usarla nei contesti adeguati.
Per es. non posso scrivere un “curriculum” infarcito di nn, tt, xke, qnt, ok, grz, ecc….
In ogni caso se necessitiamo di approfondimenti e concetti elucubranti dobbiamo scrivere tipo “lettera” anche se si tratta di mail, blog o post del forum di filosofia. In tal modo il binomio cervello/linguaggio si mantiene efficace e ben oliato.

Si diceva, ai tempi dei trionfi tecnologici e commerciali del Giappone, che la cosa fosse dovuta alla struttura della lingua particolarmente complessa che plasmava l’organo cerebrale.
Oggi le cose vanno un pò male anche in Giappone, come in tutti i vecchi paesi non emergenti. Comunque pare che i giapponesi se la cavino abbastanza...a parte l'dea peregrina, sempre prevalente, di giocare con gli atomi, i terremoti e gli tsunami...ma se a loro piace!?
Citazione:
Può dunque il solo uso del linguaggio modificare il modo di pensare di chi lo assimila, nel bene e nel male?
Io sono dell'idea che l'abitudine ad un uso di un determinato tipo di modalità espressiva, o il non uso, come conferma il disturbo dell'alessitima, determina anche tutta una serie di modalità di pensiero.
Da quanto sopra direi che, più che il modo, è proprio la capacità intellettiva ad essere depauperata. Ad esempio, chi usasse mostrare il dito medio in riferimento ad ogni qualsivoglia significato volesse esprimere…sarà forse dotato di fiuto politico, ma non scommetterei una “dracma” sulle sue capacità dialettiche e intellettive.

Un post relativo ad Orwell merita una ben più vasta disanima di quanto io possa fare al momento, ma spero che altri la facciano.
Mi limito alle osservazioni sul contingente.
Citazione:
….la ripetizione continua di "memi" o idee riguardo l'economia (ad esempio competitività sul mercato globale senza nessuna altra idea di alternativa reale)
La ripetizione continua e pervasiva degli stessi slogan è certamente depauperante, ma, il linguaggio popolare, con gli slogan politico/economici delle piazze, sembra che poco influisca sulla lingua e sulle soluzioni della economia europea e globalizzata…prevalgono (a torto o a ragione) le idee e le scuole di pensiero, le soluzioni dei cosiddetti tecnici o, al contrario, il fatto che se chiedi al popolo se voglia pagare le tasse quello (a torto o a ragione) risponde “no”!
Ora logicamente, un governo che si dica democratico, non può che cercare il modo di acconsentire al volere del popolo.

Fin’ora, tuttavia, pur con tutta la buona volontà, non è mai accaduto che si acconsentisse al volere popolare in questo campo: nessuno, popolo o governante che fosse, ha mai messo in atto la pur aprezzata idea risolutiva di eliminare le tasse!
Dubito che la cosa abbia a che fare con la povertà o ricchezza di linguaggio!?

Ma quando le idee ed i concetti sono di estrema mutabilità e spesso anche originali, coinvolgenti e spiazzanti, come lo deve essere una buona pubblicità…la cosa cambia e può essere anche stimolante per una psiche assopita.
La molteplicità dei linguaggi (verbale, musicale, corale, comico, satirico, mimico, rappresentativo, ecc…) che la pubblicità utilizza con espressioni, soluzioni e accostamenti originali e, in qualche modo, artistici, è certo di grande stimolo per il nostro sviluppo intellettuale.
In effetti lo è stato in modo esponenziale a partire dagli anni ’50 del secolo scorso: siamo usciti dal provincialismo tanto che compriamo biglietti aerei via internet!

Effettivamente la nostra società oltre che dalla politica (prima della politica) è stata ed è plasmata dalla pubblicità e non è detto in modo sempre negativo …direi anzi il contrario…in specie per un popolo quasi analfabeta quale eravamo fin quasi alla metà del secolo scorso.

Popolo che a tutt’oggi chatta e manda messaggini…e segue il gossip in TV, ma legge pochissimo giornali e libri. Popolo la cui scuola, in caduta libera causa i tagli, è politicamente tartassata, almeno dai governi precedenti, tanto da arrivare ad essere considerata quasi ai livelli delle scuole del terzo mondo.

Ne consegue che la pubblicità, assieme ai social network, costituisce quasi la maggior fonte di trasmissione del sapere e delle sollecitazioni intellettuali….come lo è stata per gli albanesi, che nei primi anni novanta, a frotte sbarcarono sui lidi italiani, attirati da una pubblicità TV che faceva apparire il nostro paese come una specie di terra di bengodi!

Non per colpa della pubblicità ovviamente!
Gli è che gli albanesi, usciti appena da un totalitarismo tipo ”Grande Fratello” di Orwell, depauperante intellettivamente ed economicamente, erano incapaci di un qualsiasi giudizio e confronto
Erano incapaci di valutare serenamente e razionalmente il canto delle sirene pubblicitarie: ma noi dovremmo essere oramai vaccinati.

Comunque si potrebbe dire, se non intervenissero i tagli alla ricerca universitaria a deprimere ogni possibile innovazione, la pubblicità costituirebbe oggi (e in parte costituisce) il maggior tramite di cultura e informazione innovativa per l’uomo della strada: dalle lezioni e laboratori universitari, l’innovazione passerebbe alle aziende produttrici di beni e servizi e infine alle agenzie pubblicitarie che diffondono il sapere al popolo attraverso ogni possibile mezzo si comunicazione.

E’ dalla pubblicità che l’uomo della strada sugge, con massima disapprovazione e disdoro di alcuni benpensanti, il nettare del sapere concernete l’ultima realizzazione tecnologica di cui la pubblicità costituisce il magico veicolo verso un consumatore difficile dalle mani non più bucate..

La pubblicità, in emulazione alla profezia di Orwell, impersona oggi il “Grande Fratello”, non così feroce e invadente come quello di “1984”, ma, che lo vogliamo o meno, che sia o meno un bene o un male, costituisce, al limite, elemento fondamentale di condizionamento e strutturazione del nostro comune pensare e sentire.
D’altra parte è dalla pubblicità, dal gossip e dallo sport che l’uomo della strada oggi quasi esclusivamente apprende e a cui si conforma.

Basta chiedersi e osservare cosa esista attorno a noi o in noi di concreto o di astratto che non sia diffuso dalle categorie citate…: direi niente!

Magari un benpensante potrebbe dire che ciò è plagiante e manipolante…allo stesso modo che Orwell profetizzava e stigmatizzava per la società del Grande Fratello, di cui lui aveva ben presente il modello reale.
Resta pero che il Grande Fratello pubblicitario, oltre che essere all’acqua di rose, è anche coadiuvante indispensabile per non affondare nelle spire recessive di un’economia sbilenca: è vero che i più i quattrini non li hanno, ma i meno li hanno e li devono spendere: in mancanza della tasse sui patrimoni, almeno questo.

Un tempo, prima della esplosione della TV commerciale, aveva grossa parte nella formazione del comune pensare e sentire, anche la omelia settimanale del prete o la cellula di partito od entrambi insieme, ma ora, tali succedanei sono da tempo scomparsi: solo la pubblicità in TV ed il bar dello sport sono rimasti..magari i blog di Grillo: teniamoceli cari! In alternativa non resta che iscriversi ad una facoltà di fisica o filosofia.

La competitività, assieme alla adattabilità, è una delle componenti motivanti la evoluzione del vivente.
Essa può essere certo crudele per chi non c’e la fà…ma è per questo che esiste il Ministero del Welfare.
Comunque la competitività (il trovarsi in difficoltà) aguzza l’ingegno in tutte le attività umane ed i meglio capaci e creativi emergono.
Ora non è che io auspichi l’avvento di difficoltà estreme, ma se le difficoltà incombono è meglio darsi da fare sul concreto esistente piuttosto che perdersi nella ricerca di soluzioni incongrue o nel lamento incolpante a destra e a manca.
In fondo c’è anche il detto: è quando il gioco si fa duro che i duri cominciano a giocare!
Proviamo ad applicarlo!
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Vecchio 10-05-2012, 18.05.22   #4
La_viandante
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ciao Ulysse
Citazione:
Direi di sì! Ma non è che influisce solo sul “modo”, influisce sulla “capacità” del pensare.
Esiste la corrispondenza:
linguaggio povero = pensiero povero… e viceversa.
Capacità ma anche qualità del pensiero. In un test è stato chiesto a due gruppi che avevano visionato un filmato a che velocità andassero due auto che fu detto ad un gruppo si erano “schiantate”, all’altro tamponate. Le risposte differirono nonostante il filmato fosse lo stesso e alla parola “schiantare” il gruppo reagì rispondendo che la velocità era stata maggiore. In questo caso la parola usata plasma il pensiero di chi risponde.
Citazione:

Certo che al linguaggio e quindi all’esprimere concetti complessi, occorre dedicare il tempo opportuno: la comunicazione veloce di oggi con SMS, chat, social network, ecc… non favorisce lo sviluppo di un linguaggio complesso e neppure del relativo intelletto.
Esatto, la tecnologia e la velocità dell’informazione sta impoverendo la capacità di pensare, ma non credo l’intelletto, la capacità intellettiva resta inespressa, ma è lì. Prende probabilmente vie di espressioni differenti, aggressività fine a se stessa ad esempio, o iperattivismo, credo,.. temo.
Citazione:
In ogni caso se necessitiamo di approfondimenti e concetti elucubranti dobbiamo scrivere tipo “lettera” anche se si tratta di mail, blog o post del forum di filosofia. In tal modo il binomio cervello/linguaggio si mantiene efficace e ben oliato
Concordo, a differenza di twitter, dove si deve dire tutto in un massimo di pochissimi caratteri, forum come questo e altri luoghi virtuali possono essere delle palestre per contrastare l’effetto negativo di altri media.
Citazione:
Da quanto sopra direi che, più che il modo, è proprio la capacità intellettiva ad essere depauperata. Ad esempio, chi usasse mostrare il dito medio in riferimento ad ogni qualsivoglia significato volesse esprimere…sarà forse dotato di fiuto politico, ma non scommetterei una “dracma” sulle sue capacità dialettiche e intellettive.
Qui è difficile dire se è la capacità intellettiva di cui è dotato ad esprimersi in un linguaggio così elaborato, o viceversa, ma quello che capisco meno è il fiuto politico, vuoi dire che intercetta un sentire comune ( a molti?) fatto di gestacci e turpiloquio? Secondo me hai preso proprio un bell’esempio di come all’involversi della comunicazione pubblica corrisponda un impoverimento intellettuale anche di chi quei politici li vota. Qui avviene quella canalizzazione verso le modalità aggressive, o solo volgari proprio perché non viene offerto un vocabolario più ampio per esprimere quelle capacità.
Citazione:
La ripetizione continua e pervasiva degli stessi slogan è certamente depauperante, ma, il linguaggio popolare, con gli slogan politico/economici delle piazze, sembra che poco influisca sulla lingua e sulle soluzioni della economia europea e globalizzata…prevalgono (a torto o a ragione) le idee e le scuole di pensiero, le soluzioni dei cosiddetti tecnici o, al contrario, il fatto che se chiedi al popolo se voglia pagare le tasse quello (a torto o a ragione) risponde “no”!
Ora logicamente, un governo che si dica democratico, non può che cercare il modo di acconsentire al volere del popolo.

Fin’ora, tuttavia, pur con tutta la buona volontà, non è mai accaduto che si acconsentisse al volere popolare in questo campo: nessuno, popolo o governante che fosse, ha mai messo in atto la pur aprezzata idea risolutiva di eliminare le tasse!
Forse perché sia le piazze che i tecnici sono a corto di idee, quali sono gli slogan delle piazze ai quali ti riferisci? Magari le due cose si autoalimentano, ma sulle tasse pensi che esista un modo di farne a meno? Sarò magari affetta dalla stessa ristrettezza di pensiero, ma io credo che le tasse servano se vogliamo i servizi, la sanità pubblica, l’istruzione pubblica. Democrazia non può voler dire assecondare ogni richiesta della maggioranza, se anche tutta la popolazione volesse stermini di massa ( e se ci pensiamo smettere di pagare le tasse sarebbe grossomodo questo, mandare a morie tutta la gente che non può far fronte a spese sanitarie), il politico deve essere superiore.
Citazione:
Ma quando le idee ed i concetti sono di estrema mutabilità e spesso anche originali, coinvolgenti e spiazzanti, come lo deve essere una buona pubblicità…la cosa cambia e può essere anche stimolante per una psiche assopita.
Non credo che esistano buone pubblicità, né coinvolgenti né spiazzanti.
Citazione:
La molteplicità dei linguaggi (verbale, musicale, corale, comico, satirico, mimico, rappresentativo, ecc…) che la pubblicità utilizza con espressioni, soluzioni e accostamenti originali e, in qualche modo, artistici, è certo di grande stimolo per il nostro sviluppo intellettuale.
Non lo è affatto, al più senti i bambini (e non solo) ripetere a pappagallo le frasette della pubblicità o imitare questa o quell’altra trovata. Non mi danno l’idea di avere un intelletto più sviluppato grazie alle trovate pubblicitarie.
Citazione:
In effetti lo è stato in modo esponenziale a partire dagli anni ’50 del secolo scorso: siamo usciti dal provincialismo tanto che compriamo biglietti aerei via internet!
Comprare in rete è solo una possibilità in più data dall’esistenza di internet, dal progresso tecnologico, e a dirla tutta non mi sembra poi tutta questa gran cosa, almeno andare fino all’agenzia a piedi aiutava a tenersi in forma e magari socializzare con una chiacchierata con un altro essere umano invece che col pc.
Citazione:
Popolo che a tutt’oggi chatta e manda messaggini…e segue il gossip in TV, ma legge pochissimo giornali e libri. Popolo la cui scuola, in caduta libera causa i tagli, è politicamente tartassata, almeno dai governi precedenti, tanto da arrivare ad essere considerata quasi ai livelli delle scuole del terzo mondo.

Ne consegue che la pubblicità, assieme ai social network, costituisce quasi la maggior fonte di trasmissione del sapere e delle sollecitazioni intellettuali…
Meno male che non è del tutto così. La scuola pur con le sue difficoltà insegna, la tv non è tutto solo pubblicità, gossip, ad ogni modo mi sembra un po’ un discorso di Giovanardi di qualche tempo fa a proposito della chiesa che arriva là dove lo Stato non riesce ad arrivare, naturalmente è lo Stato che deve attivarsi per non produrre povertà e non dare denaro alle chiese e delegare loro le proprie responsabilità.
Citazione:
Comunque si potrebbe dire, se non intervenissero i tagli alla ricerca universitaria a deprimere ogni possibile innovazione, la pubblicità costituirebbe oggi (e in parte costituisce) il maggior tramite di cultura e informazione innovativa per l’uomo della strada
Non credo di aver capito, siccome i tagli alla ricerca universitaria deprimono l’innovazione la pubblicità oggi è o non è il maggior tramite di cultura per l’uomo della strada?
Ad ogni modo informare dell’esistenza dell’ultima novità tecnologica non è fare cultura, tanto più che di come funzionino le sempre più sofisticate invenzioni ne sappiamo sempre meno. Anche chi impara ad aggiustarsi da solo il pc, per dire, non fa in tempo ad impararlo bene che è già pronto un nuovo modello, diverso e i pezzi di ricambi del vecchio non si trovano nemmeno più.
Citazione:
E’ dalla pubblicità che l’uomo della strada sugge, con massima disapprovazione e disdoro di alcuni benpensanti, il nettare del sapere
Ma cosa intendi per “benpensante”? E’ sempre in riferimento al buonpensante di Orwell? Il buonpensante era il perfetto ortodosso annullato di dottrina, slogan del partito, socing.
Citazione:
, ma se le difficoltà incombono è meglio darsi da fare sul concreto esistente
Ma anche riflettere bene prima di agire altrimenti diventa un fare inconcludente l’azione senza un pensiero alla base potrebbe fare più danno che risolverli i problemi.
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Vecchio 10-05-2012, 18.21.05   #5
La_viandante
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Citazione:
Originalmente inviato da gyta

Se questo ricomporre e questo scomporre si blocca
attraverso un atto di emulazione l'identità cui si giunge
pur simulando un identità esperienziale sarà priva
di quella conoscenza radicale che permette
alla coscienza mentale di cogliersi come capacità pura.

Seppure, beninteso, l'emulazione faccia comunque parte di quel
processo di apprendimento per confronto, il giungere a (farne) un' esperienza
reale comporta quella differenza fra una reale capacità di linguaggio
ed una apparente coscienza interiore..
Ciao Gyta
Cosa vuoi dire con emulazione? Non ho capito bene tutto questo passaggio.
Comunque per il resto siamo mi pare d'accordo. Ma ora mi viene in mente un'altra domanda
Se siam d'accordo sul linguaggio che plasma il pensiero almeno nei primi anni di vita, una volta imparato, si può disimparare? O meglio, se esposti a una comunicazione mediatica povera in età adulta si può disimparare un linguaggio appreso in passato a causa del disuso?
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Vecchio 11-05-2012, 09.35.48   #6
arsenio
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Originalmente inviato da La_viandante
La lingua influisce sul modo di pensare?

In 1984 George Orwell descrive in un futuro non lontano una società fantastica nella quale il sistema totalitario, al fine di inibire il pensiero, limita il linguaggio a poche parole, che ne riassumono tante altre, elimina i contrari, dunque la possibilità di critica, e rende fuorilegge con la denominazione di "psicoreato" anche il solo pensiero estraneo alla dottrina del partito. In questo libro vengono espressi in forma romanzata diversi suoi studi su linguaggio, politica, letteratura e totalitarismi. In La politica e la lingua inglese (1946) analizza le forme idiomatiche usate in articoli di giornali, e ne deduce che l'uso di frasi fatte, o metafore, non richiedendo uno sforzo riflessivo nel cercare parole diverse con cui dire qualcosa, in qualche maniera impoverivano la lingua e di conseguenza la capacità di pensare. Nell'alessitimia, letteralmente non avere le parole per le emozioni, il soggetto che ne soffre non è stato educato nella primissima infanzia a dare i nomi a quello che sentiva col risultato di atrofizzare questa capacità. Può dunque il solo uso del linguaggio modificare il modo di pensare di chi lo assimila, nel bene e nel male? Io sono dell'idea che l'abitudine ad un uso di un determinato tipo di modalità espressiva, o il non uso, come conferma il disturbo dell'alessitima, determina anche tutta una serie di modalità di pensiero. La domanda riguarda la mera speculazione filosofica sulla mente ed il linguaggio, ma riguarda anche le sue ripercussioni nell'attualità, l'uso dello slogan in politica, dei dibatti urlati e non mediati da dialogo e riflessione, la ripetizione continua di "memi" o idee riguardo l'economia (ad esempio competitività sul mercato globale senza nessuna altra idea di alternativa reale), l'uso delle metafore come descrive George Lakoff, e nella pubblicità, i cui slogan potrebbero anche dettare delle linee di pensiero, comportamento, plasmando la società.



Linguaggio e pensiero: facce di una stessa medaglia

Le competenze linguistiche che ognuno riesce a raggiungere, come lingua parlata e scritta, il saper ascoltare e il parlare stesso sono interdipendenti e assieme costituiscono la base che veicola tutti i nostri pensieri, come ben sanno gli studiosi del linguaggio, i didatti della comunicazione, i cognitivi : “ciò che siamo in grado di dire delimita e organizza il nostro pensiero” , o ancor meglio “il linguaggio è come la luna, la parola è la faccia visibile, il pensiero quella che non vediamo (Wigotskij). Ciò che uno riesce a dire, parlando o scrivendo, rivela a chi sa “leggerlo” o “ascoltarlo” la qualità del suo pensiero . Ad esempio ad occhi esercitati, basta leggere attenti un testo anche breve,su cui si hanno conoscenze, per cogliere indizi e relative valutazioni sulla coerenza e consequenzialità di pensiero su chi si è espresso.
Come potrebbe verificarsi che una persona che scrive periodi con concetti oscuri, confusi e allo stesso tempo vuoti, per chi si prende la briga di farne un'analisi onesta e senza voler sminuire, possieda uno stile di pensiero limpido e organizzato? Ormai parecchi anni fa quando alcuni linguisti storici s'interessavano a problemi di espressione linguistica, fu detto che un linguaggio contorto rispecchia addirittura una “malattia del pensiero”. Oggi si riparla appunto di tale disagio.

Oggi le capacità linguistico- riflessive, dialogiche-empatiche sono sempre più povere e scadenti. Ciò è dovuto, oltre a carenze educative a scuola e in famiglia, affermano gli esperti, allo stile di digitazioni da tastiera, brevi, frammentate, senza che ci sia alla base una vitalità interiore o interesse ad apprendere. La lingua è povera, mediatica, tecnologica. L'alternativa è tra un pensiero inesistente e un caos mentale dovuto all'enorme repertorio d' informazioni confuse e disordinate, che si reperiscono in rete, abbandonati i testi cartacei affidabili, e che pochi esaminano con criteri selettivi. Il problema prioritario diventa il disimparare molto di ciò che abbiamo imparato.

L'altro versante collaterale e ancor più preoccupante è quello che con un termine improprio si può definire “alessitimia” (patologia dei sentimenti dovuta a mancate introiezioni affettive durante la prima infanzia: si è in grado di rendere l'affetto che si ha ricevuto). Qui intendiamo piuttosto un dilagante analfabetismo emotivo: l'incapacità di esprimere proprie emozioni dal loro un nome, interpretare quelle altrui, e ancor più importante, saperle gestire e tenerle sotto controllo. Grave carenza di cui è responsabile soprattutto la famiglia, e che spingerà i giovani alle dipendenze quali alcol e droga.

Saluti
arsenio
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Vecchio 11-05-2012, 17.40.41   #7
gyta
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Citazione:
Comunque si potrebbe dire, se non intervenissero i tagli alla ricerca universitaria a deprimere ogni possibile innovazione, la pubblicità costituirebbe oggi (e in parte costituisce) il maggior tramite di cultura e informazione innovativa per l’uomo della strada
(Ulysse)

Mi viene male quando leggo questo..
E mi viene male soprattutto.. perché non riesco a darti torto..


Come si testa il livello medio mentale di un paese?
Dando una sbirciatina al tipo di intrattenimento base che accomuna i nuclei famigliari.
Dove un'idea raggiunge questi luoghi siamo certi che è materiale consolidato.
Concetti triti e ritriti dove ogni tanto passa una ventata minuscola di aria nuova,
seppure con zero o poco più consapevolezza; ma passa. Allora sentiamo
che qualcosa si sta lentamente infiltrando nel pensare 'comune',
a cui volente o nolente ci si fa i conti tutti quanti, consapevoli o addormentati che si sia.
Ma, dovremmo chiederci: quale ventata di aria nuova?
Senz'altro non qualcosa destinato a rivoluzionare gli animi.
Perché mai fosse si disperderebbe all'istante nel clima soporifero asfissiante
del ritmo nevrotico studiato ad hoc dei cosiddetti media abituali.
Morale: per l'uomo "medio" (perché forse quello 'di strada' stranamente potrebbe fare eccezione)
non c'è un "tramite della cultura" ma una sbobba pronta e riscaldata dove talvolta malgrado
si evitino con accuratezza incontri con la dimensione interiore dell'uomo un qualche piccolo spiffero
sfugge al controllo entrando di soppiatto destinato a svanire altrettanto veloce
e capita magari venga chissà recepito da quel qualcuno che non si sa come straordinariamente aveva seguito
suo malgrado l'impulso coatto del pigiare quel tasto oscuro.. Amen (da pronunciarsi all'americana, hey man!)

Citazione:
E’ dalla pubblicità che l’uomo della strada sugge, con massima disapprovazione e disdoro di alcuni benpensanti, il nettare del sapere
(Ulysse)

Guarda, se mi parli di cartoni animati, magari.. qualche piccola perla talvolta..
Ma di nettare non credo se ne trovi altrove. Sono ormai anni che non accendo la televisione
e non credo sia migliorata.. Perché dovrebbe essere migliorata?
Per vendere cosa? Per insabbiare cosa? Perché le reti da pesca sono queste.
Premettendo che il "nettare del sapere" lo coglie chi lo possiede in sé, anche possedessi in me il paradiso
penso che il massimo di quel "nettare" in me avrebbe nella migliore delle ipotesi l'aspetto
della compassione.. Rammento uno slogan proveniente da ben altre fonti di nettare
e non in calce a qualche cartellone pubblicitario: "il sonno della ragione genera mostri".
Eppure penso che se anche questa scritta scorresse libera sul tabellone tv
morirebbe presto anche il suo senso. Non ce n'è. La televisione è il focolare domestico
dove ottenebrare i sensi.. La "si apre" e "ti riempie".. Immobile, passivo, resti ad accogliere dentro
ogni visione con gli occhi fissi di chi già sa che nulla può, tranne che spegnere.
Tu sei il prodotto, non il consumatore. Quella tipologia di informazione -che già è un insulto chiamarla tale-
ti consuma: non tu lei, ma lei te. "Nettare" del sapere è quando riesci a ricordare che il mondo è vario
e varie le droghe che assoggettano le menti più acerbe. Si sa.. E' la droga adatta,
quella che in fondo non mette in discussione niente e nessuno,
se non a parole, vane parole.



Citazione:
Cosa vuoi dire con emulazione?
(La Viandante)

Intendo che molto della radice del pensare, quando da piccoli impariamo a distinguere le prime cose
è atto di imitazione. Osserviamo ciò che dicono i genitori, impariamo in un certo senso l'abc del loro modo
di porre e risolvere i problemi, formiamo il carattere attraverso quei modi di procedere loro, del loro ragionare
o sragionare; di seguito poi avviene nel medesimo modo anche al di fuori della famiglia, perché
il nostro bisogno di essere integrati, di essere assieme passa attraverso la comunione di quei pensieri,
la criticità quella vera, profonda, radicale, arriverà se arriverà solo molto molto più tardi
quando iniziamo a cercare un nostro modo di intendere, ma sempre radicato
su quei principi base assimilati nostro malgrado, nel bene e nel male.
Di certo l'educazione al pensiero non è promossa affatto, non si sostiene una ricerca critica del pensiero,
nell'insegnamento base scolastico si addestrano i futuri cittadini a diventare produttivi ed a discernere
l'utile dall'inutile sociale, cristallizzando nel profondo un alfabeto del reale indotto, dove anche i migliori
pensieri vanno a perdere quasi del tutto il loro potere diventando materia di acquisizione non sospinti
verso una meta ed una volontà di trasformazione del senso individuale dell'essere.


Certo, liberi, sino in fondo, forse lo potremmo essere sino ad un certo punto, perché è possibile che
seppure si abbiano alcune intuizioni per crescerci dentro occorrerebbe uno stacco profondo,
una profonda rivoluzione interiore, una diversità che non tutti sentono di poter reggere.
Essere se stessi, profondamente se stessi, diventa quando si possiede quella forza interiore autentica
talmente profonda da poter accettare la propria diversità sentendola sul serio come una ricchezza
e non solo a parole, essendo pronti ad accettare il peso che questa diversità consegna.
E' a un certo livello una condanna e una benedizione giungere a comprendere che la libertà
è possibile, condanna perché ha un costo, benedizione perché -se non altro- possiamo ricordare
sotto le croste di pelle chi siamo o potremmo essere. Tutta la nostra mente fondamentalmente è un'emulazione.
Siamo cresciuti come attori alle prime armi, poi ci scegliamo man mano i copioni, talvolta comprendiamo che ogni pensiero,
ogni ragionamento che diamo "per scontato" non è che una sottile finzione nata tanto tanto tempo fa.
Allora un barlume, per un attimo. La possibilità di scegliere. Di reinventare quel linguaggio sul quale la nostra mente gira.
Un altro modo di sentire, un'altro modo di essere, forse nuove parole, forse sentimenti che attendono un nome.
Presumibilmente i mistici non sono che persone che si sono stancate di tentare un alfabeto differente del comunicare
ed hanno affidato al silenzio, a dio o chi per lui, il loro fuoco interiore.. Restano i poeti, quando hanno abbastanza coraggio
per non ricalcare le orme comuni e non gliene frega di vendere niente a nessuno..
Gli artisti in genere -scopritori del reale non attraverso le parole- radicano come nel mondo indifferenziato del profondo
dove il linguaggio pur essendo messo in discussione resta a un livello percettivo privo di quella spinta
audace del coniugare la coscienza con l'essere sino al giungere a farne linguaggio profondo della ragione.

C'è un linguaggio che accettiamo, un'altro che malvolentieri subiamo..
Poi c'è l'ossigeno puro di quando osiamo, dei tanti pochi Orwell, di chi per davvero ha gustato quel "nettare"
e non ne può fare a meno, allora parla per comunicare, dona i nomi che sente propri alle realtà che incontra e ci si augura
mai la sua brama si assoggetti alla volontà malata di chi stanco resta a farsi percorrere dalla vita..
Non ricordo chi lo disse " l'uomo è arte.. la sua necessità è farsi arte"..
Infatti ci libriamo in volo quando stacchiamo le ancore del conosciuto,
quando ogni parola diventa puro suono per un attimo e con fatica rammentiamo il suo senso e ne cerchiamo altri..
quando ci accorgiamo che col linguaggio consegniamo la nostra anima e di colpo un mondo si apre.. possiamo essere, siamo.
Diveniamo quelle parole. Anche queste appena scritte. Alcune usurate e stanche, altre come piccole scintille a tentare una piccola luce, una diversa prospettiva, forse a ridestare quel fuoco sopito dell'essere, dell'essere sé.. non la superficie.. non l'immagine stanca.. ma la vita nascosta..
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Vecchio 13-05-2012, 12.48.31   #8
La_viandante
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Citazione:
Rammento uno slogan proveniente da ben altre fonti di nettare
e non in calce a qualche cartellone pubblicitario: "il sonno della ragione genera mostri".
Eppure penso che se anche questa scritta scorresse libera sul tabellone tv
morirebbe presto anche il suo senso. Non ce n'è. La televisione è il focolare domestico
dove ottenebrare i sensi.. La "si apre" e "ti riempie".. Immobile, passivo, resti ad accogliere dentro
ogni visione con gli occhi fissi di chi già sa che nulla può, tranne che spegnere.


Concordo e aggiungo che, non so se è questa tua frase ad avermici fatto pensare o se lo pensavo già e me l'ha riportato in mente, ma nei prossimi tre giorni su La 7 Fabio Fazio e Roberto Saviano andranno in onda con una trasmissione, Quello che (non) ho forse proprio sul tema dellìimpoverimento del linguaggio, ad ogni modo verterà sulle parole. Chissà se riusciranno nel nobile intento o se il medium farà loro malgrado il messaggio, ovvero appiattendo i sensi come la televisione sa fare rendendo passivi i telespettatori, come ha ben spiegato McLuhan col termine narcosi. I media sovraccaricando di stimoli indurrebbe al torpore esattamente come in uno shock per difendere il sistema nervoso. Ecco perché una frase che evoca grandi cose se usata come slogan per un qualsiasi prodotto viene svuotata del suo senso più profondo. Forse non serve nessun Grande Fratello che impieghi tempo e risorse per inventarsi una neolingua, forse è lo stesso mezzo tecnologico a star forgiando il linguaggio fuori di noi e la mente al nostro interno.
Se non ricordo male fu Schroedinger a parlare dell'io, l'autocosienza come un residuo evoluzionista del passato che andrà via via ad estinguersi per renderci, noi esseri umani un unico organismo che reagisce come un automa come fanno gli sciami di api. E se avesse visto più lontano lui e l'uomo evolvendosi sempre più, aumentando i suoi media al di fuori di sé creando reti esterne come un grande unico cervello stesse privando di senso critico ogni singolo individuo solo per la necessità di spravvivenza della specie? In realtà a me sembra che agendo senza pensare (o pensando in maniera troppo egoistica e individualista) stiamo distruggendo man mano il sistema ecologico, l'ambiente e ci stamo avviando verso l'autodistruzione, però ciò non toglie che la specie umana essendo all'interno di un sistema più grande si stia potendo autodistruggere per la sopravvvenza di tutto il resto delle specie animali e vegetali.
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Vecchio 14-05-2012, 01.03.20   #9
gyta
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Citazione:
Se non ricordo male fu Schroedinger a parlare dell'io, l'autocoscienza come un residuo evoluzionista del passato che andrà via via ad estinguersi per renderci, noi esseri umani un unico organismo che reagisce come un automa come fanno gli sciami di api.
(La Viandante)

Beh, allora si è rivelato profetico.. Mi sembra lo specchio fedele della situazione umana più in generale.
E pensare che in fondo nonostante il suo "uso del gatto".. mi stava simpatico.
L'io è, secondo il mio intendimento, una sudata conquista individuale
e non esattamente quel peso inutile al sociale ed alla specie
come sembra affermare secondo le parole da te riportate.
Anzi, è proprio da quel reagire indotto che l'uomo da sempre sente
la necessità di liberarsi attraverso la luce di una reale intelligenza della ragione
sull'automatismo dell'incoscienza.

Citazione:
E se avesse visto più lontano lui e l'uomo evolvendosi sempre più, aumentando i suoi media al di fuori di sé creando reti esterne come un grande unico cervello stesse privando di senso critico ogni singolo individuo solo per la necessità di sopravvivenza della specie?
(La Viandante)

Non so. Non credo che sia la quantità degli strumenti a disposizione finalizzati alla comunicazione
a rendere la comunicazione apparente ma il fatto che al pari di questi non c'è probabilmente
un reale incremento di quella ricerca interiore che possa di fatto rendere efficaci quei mezzi.
Il senso critico -fondamentale nella condivisione autentica e nei fondamenti di un benessere sociale e dell‘individuo-
è principalmente coltivato e sviluppato nello stretto ambiente relazionale
dei nostri specchi affettivi, laddove le emozioni possono mettere le proprie ali attraverso
la luce dell'intelligenza più profonda, allora la nostra identità reale può emergere, può sbocciare
e diveniamo effettivamente padroni di quella reale criticità che ci consente di essere centro solido
e non palla di rimbalzo verso ciò che ci circonda. E con solido non intendo granitico come chiusura
ma quella capacità "di essere" -per davvero- "con" mutando senza perdere il senso profondo di sé,
della propria irrinunciabile preziosa individualità.
Non sono gli strumenti in sé imputabili ma i fondamenti intellettuali su cui ruota il nucleo sociale;
quel sociale dato proprio dallo sviluppo minuscolo - e autogestito- di tutte quelle unità che formano il sociale:
le menti individuali.

Il grande unico cervello allora diverrebbe proprio quella modalità critica dai fondamenti solidi dell’essere
(dell’essere sostituito all’avere -per dirla alla Fromm).
gyta is offline  

 



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