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Vecchio 11-02-2013, 02.19.42   #21
leibnicht
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Riferimento: Quando deciderò di morire.

Non è giusto dimenticare che la vita è, prima di tutto, un dovere. Dovere in quanto "responsabilità" irriducibile a nient'altro.
Ciascuno di noi deve rispondere alle aspettative di tutti coloro le cui aspettative, prima che stabilire legittime, ritiene di non poter non apprezzare e stimare.
E poi a quelle di tutti gli altri le cui aspettative, prima che apprezzare e stimare, sente di volere e dovere corrispondere per amore.
"Il grande mistero della vita è il dolore che noi cagioniamo" scriveva Constant.
"Non far soffrire" è un dovere limitato solo dall'impossibilità materiale di impedirlo sempre e per tutti.
Decidere di morire per noia, per stanchezza o per ogni altra declinazione del vuoto di esistere è l'esercizio più edonistico ed estremo dell'egoismo borghese.
Degrado umano e degenerazione sociale.
La vita non è sacra per chi la rappresenta nella commedia umana che anima le scene del mondo... La vita è sacra nel suo essere un crogiuolo puntiforme delle esistenze di tanti e, indirettamente, di tutti!
Facile, troppo facile, lasciare la scena quando tutti applaudono oppure tutti fischiano e disapprovano... Dipendesse da questo soltanto io, personalmente, sarei terra da trent'anni almeno.
"Devi saperti immergere, devi imparare:/ un giorno è gioia, un altro giorno affanno/ non desistere, andartene non puoi/ quando è mancata all'Ora la sua luce. (...)" (Apreslude, Benn).
Scusate, ma io percepisco davvero qualcosa di degenerato e di socialmente morboso in questa idea (che non è l'eutanasia, assolutamente!): che un essere umano, quando stanco e stufo, oppure annoiato se ne vada così come è venuto...
Nessuno se ne va al modo in cui è venuto: nascere e morire non hanno in comune neppure la contraddizione degli estremi. Si nasce in troppi modi diversi: per caso, per calcolo, per amore, per infortunio, per disperazione...
Si muore in altrettanti modi diversi.

Ma dal momento in cui noi scopriamo di avere il possesso dell'agire di un corpo per l'intero scorcio di una esistenza, le ragioni per cui siamo nati passano in subordine: il nostro sentire, il sapere ed il dovere prevalgono.
E questo dovere e questa responsabilità mi ripetono, con peso di pietre, che io non posso interrompere il vortice della molteplicità delle coscienze che intervengono intorno alla mia vita. Nè pretendendo di fermarle (impossibile!), nè agendo come un'ameba che vuol solo scorrere via inosservata (altrettanto impossibile!).

Quando avevo 14 anni, una sera dissi a mio padre: "Perchè mi hai messo al mondo, perchè? Io non ti ho chiesto nulla!"
Stavamo litigando, quindi la scena era movimentata. Mio padre invece si rasserenò.
"Io volevo un figlio, quando lo decisi con tua madre. Volevo un figlio e basta: potevi essere tu, oppure infiniti altri e diversi."
Attesi. "Ora so che eri tu, ma non lo prevedevo prima. E, in ogni caso, ricorda: l'amore di tuo padre è grande proprio perchè non ti ha scelto."
Aveva ragione, e fu uno per cui rifiutai la morte.
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Vecchio 11-02-2013, 08.48.45   #22
Tempo2011
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Riferimento: Quando deciderò di morire.

Citazione:
and1972rea

...sinceramente, non credo che bastino 100 anni per esaurire le esperienze che un uomo può incontrare; quello che invece viene meno e' il velo sulla spesso presunta insensatezza della vita presente, il quale non può più reggersi sull'alibi di un futuro lontano ed invisibile nel momento in cui si raggiunge la soglia fatidica della morte. L'istinto di conservazione credo, c'entri poco con il proposito di farla finita; esso non muta lo stato di insoddisfazione e di noia alla vita, non ingenera, cioè, in chi altrimenti vorrebbe morire, una dose di voglia di vivere ma, semplicemente, impedisce un atto contrario alla vita nel solo momento in cui lo si vuole compiere, utilizzando il mezzo della paura istintuale.
Noto che, piano piano, le nostre opinioni si avvicinano. In ogni modo è vero che non basterebbero 100 anni per esaurire tutte le esperienze, ma i centoventi anni sono il limite naturale oltre il quale l'uomo non può andare, per una semplice ragione fisica; ed è a tale motivo che le esperienze si accumulano di generazione in generazione. Per altro, per lasciarsi morire, secondo me, vorrebbe dire che anche lo spirito di conservazione si è abbassato, insieme a tutti gli altri parametri a difesa della vita. Ps. Perché la definisci "Presunta insensatezza della vita?" Hai ancora dei dubbi concreti? In ogni modo, se insensatezza vi deve essere, questa vivrà fino a quando non avremo scoperto il suo senso.
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Vecchio 11-02-2013, 13.49.49   #23
Tempo2011
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Riferimento: Quando deciderò di morire.

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leibnicht

Non è giusto dimenticare che la vita è, prima di tutto, un dovere. Dovere in quanto "responsabilità" irriducibile a nient'altro.
Ciascuno di noi deve rispondere alle aspettative di tutti coloro le cui aspettative, prima che stabilire legittime, ritiene di non poter non apprezzare e stimare.
E poi a quelle di tutti gli altri le cui aspettative, prima che apprezzare e stimare, sente di volere e dovere corrispondere per amore.
"Il grande mistero della vita è il dolore che noi cagioniamo" scriveva Constant.
"Non far soffrire" è un dovere limitato solo dall'impossibilità materiale di impedirlo sempre e per tutti.
Decidere di morire per noia, per stanchezza o per ogni altra declinazione del vuoto di esistere è l'esercizio più edonistico ed estremo dell'egoismo borghese.
Degrado umano e degenerazione sociale.
La vita non è sacra per chi la rappresenta nella commedia umana che anima le scene del mondo... La vita è sacra nel suo essere un crogiuolo puntiforme delle esistenze di tanti e, indirettamente, di tutti!
Facile, troppo facile, lasciare la scena quando tutti applaudono oppure tutti fischiano e disapprovano... Dipendesse da questo soltanto io, personalmente, sarei terra da trent'anni almeno.
"Devi saperti immergere, devi imparare:/ un giorno è gioia, un altro giorno affanno/ non desistere, andartene non puoi/ quando è mancata all'Ora la sua luce. (...)" (Apreslude, Benn).
Scusate, ma io percepisco davvero qualcosa di degenerato e di socialmente morboso in questa idea (che non è l'eutanasia, assolutamente!): che un essere umano, quando stanco e stufo, oppure annoiato se ne vada così come è venuto...
Nessuno se ne va al modo in cui è venuto: nascere e morire non hanno in comune neppure la contraddizione degli estremi. Si nasce in troppi modi diversi: per caso, per calcolo, per amore, per infortunio, per disperazione...
Si muore in altrettanti modi diversi.

Ma dal momento in cui noi scopriamo di avere il possesso dell'agire di un corpo per l'intero scorcio di una esistenza, le ragioni per cui siamo nati passano in subordine: il nostro sentire, il sapere ed il dovere prevalgono.
E questo dovere e questa responsabilità mi ripetono, con peso di pietre, che io non posso interrompere il vortice della molteplicità delle coscienze che intervengono intorno alla mia vita. Né pretendendo di fermarle (impossibile!), né agendo come un'ameba che vuol solo scorrere via inosservata (altrettanto impossibile!).

Quando avevo 14 anni, una sera dissi a mio padre: "Perché mi hai messo al mondo, perché? Io non ti ho chiesto nulla!"
Stavamo litigando, quindi la scena era movimentata. Mio padre invece si rasserenò.
"Io volevo un figlio, quando lo decisi con tua madre. Volevo un figlio e basta: potevi essere tu, oppure infiniti altri e diversi."
Attesi. "Ora so che eri tu, ma non lo prevedevo prima. E, in ogni caso, ricorda: l'amore di tuo padre è grande proprio perché non ti ha scelto."
Aveva ragione, e fu uno per cui rifiutai la morte.
Caro eibnicht, come avrai certamente letto, il discorso è limitato alla opinione di una mia amica, e seppur psicologa sempre di un'opinione si tratta. Per altro, tutto quello da te riportato, mi ha dato l'impressione di voler evidenziare e fortificare il valore della vita per un milione di motivi; mentre la domanda riguardava solo una sua parte: l'ultima. Di fatto lei affermò: quando sarò vecchia e deciderò di morire, voglio fare un resoconto di quello che ho saputo combinare in tutta la mia vita. Perciò non parlava di altre date, ma della vecchiaia. Per altro, da quello che ha risposto dopo la mia richiesta, non si trattava di morire di malattia, di dispiaceri o per altri motivi ma, solo per la noia del ripetersi delle azioni stesse della vita. La tua pagina e i suoi contenuti mi sono piaciuti molto, però si scostano un po' da quelle che erano le mie intenzioni di dialogo interpretativo. Punto di domanda: possibile che nessuno di noi abbia avuto delle esperienze indirette su quest’opinione?

Ultima modifica di Tempo2011 : 12-02-2013 alle ore 12.58.29.
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Vecchio 13-02-2013, 13.36.13   #24
Tempo2011
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Riferimento: Quando deciderò di morire.

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...sinceramente, non credo che bastino 100 anni per esaurire le esperienze che un uomo può incontrare; quello che invece viene meno e' il velo sulla spesso presunta insensatezza della vita presente, il quale non può più reggersi sull'alibi di un futuro lontano ed invisibile nel momento in cui si raggiunge la soglia fatidica della morte. L'istinto di conservazione credo, c'entri poco con il proposito di farla finita; esso non muta lo stato di insoddisfazione e di noia alla vita, non ingenera, cioè, in chi altrimenti vorrebbe morire, una dose di voglia di vivere ma, semplicemente, impedisce un atto contrario alla vita nel solo momento in cui lo si vuole compiere, utilizzando il mezzo della paura istintuale.
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Tempo2011

Noto che, piano piano, le nostre opinioni si avvicinano. In ogni modo è vero che non basterebbero 100 anni per esaurire tutte le esperienze, ma i centoventi anni sono il limite naturale oltre il quale l'uomo non può andare, per una semplice ragione fisica; ed è a tale motivo che le esperienze si accumulano di generazione in generazione. Per altro, per lasciarsi morire, secondo me, vorrebbe dire che anche lo spirito di conservazione si è abbassato, insieme a tutti gli altri parametri a difesa della vita. Ps. Perché la definisci "Presunta insensatezza della vita?" Hai ancora dei dubbi concreti? In ogni modo, se insensatezza vi deve essere, questa vivrà fino a quando non avremo scoperto il suo senso.
Stiamo parlando della stanchezza per la vita in vecchiaia e, come similitudine, ecco che accade un fatto storico ed eclatante, dopo novecento anni dall'ultima volta di Celestino V, si è dimesso di nuovo un papa. In tal caso dove riscontro la similitudine con il nostro thread? 1°) Perché abbiamo visto papa wojtyla camminare piegato in due per la stanchezza, malattia e vecchiaia, eppure è rimasto al suo posto fino all'ultimo; mentre Benedetto XVI che cammina dritto come una lancia e somigliante a un atleta prima di una gara, si dimette per stanchezza. La verità di questa decisione sarebbe OT per questo topic, ma se non altro ci indica (Se le cose stessero veramente in questo modo), che la stanchezza per la ripetitività della vita non è uguale per tutti ed è, quindi, soggettiva. Affermo questo, come similitudine, poiché non vi è dubbio che lasciare un papato sia come rinunciare alla propria vita. Nella realtà, anche Celestino V fuggì dal soglio di Cristo per gravi motivi interni al vaticano. L'andarono a riprendere forzosamente dal suo rifugio, ma alla fine vinse lui e non vi fu nulla da fare.
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Vecchio 13-02-2013, 16.10.53   #25
and1972rea
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Riferimento: Quando deciderò di morire.

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Originalmente inviato da Tempo2011
Stiamo parlando della stanchezza per la vita in vecchiaia e, come similitudine, ecco che accade un fatto storico ed eclatante, dopo novecento anni dall'ultima volta di Celestino V, si è dimesso di nuovo un papa. In tal caso dove riscontro la similitudine con il nostro thread? 1°) Perché abbiamo visto papa wojtyla camminare piegato in due per la stanchezza, malattia e vecchiaia, eppure è rimasto al suo posto fino all'ultimo; mentre Benedetto XVI che cammina dritto come una lancia e somigliante a un atleta prima di una gara, si dimette per stanchezza. La verità di questa decisione sarebbe OT per questo topic, ma se non altro ci indica (Se le cose stessero veramente in questo modo), che la stanchezza per la ripetitività della vita non è uguale per tutti ed è, quindi, soggettiva. Affermo questo, come similitudine, poiché non vi è dubbio che lasciare un papato sia come rinunciare alla propria vita. Nella realtà, anche Celestino V fuggì dal soglio di Cristo per gravi motivi interni al vaticano. L'andarono a riprendere forzosamente dal suo rifugio, ma alla fine vinse lui e non vi fu nulla da fare.
be'...purtroppo, le dinamiche umane sono sempre piu' complesse di come appaiono e quelle divine addirittura misteriose, ...ma a me pare evidente che nella questione della rinunica di Benedetto xvi la stanchezza non giochi il ruolo preponderante; per cambiare la Chiesa dal suo interno , visto che essa si trova in caduta libera sotto molti aspetti , l'unico modo potrebbe essere l' estrema e coraggiosa scelta di questo Papa; da solo contro tutta la gerarchia dominante, e contro tutto un sistema di interessi umani e materiali ormai marcescente ed al collasso, Egli puo' rivoluzionarla , forse,soltanto scuotendo questa istituzione alla base; Egli rinuncia ad un ministero , ma non ad essere Papa, rinuncia ,cioe', ad amministrare l' istituzione della comunita' dei Cattolici come ultimo atto supremo e salvifico di amministrazione; dopo di Lui ci puo' essere soltanto un completo stravolgimento degli ordini secolari di questa Chiesa, nulla sara' come prima; ...di certo non poteva licenziare in tronco ogni grado dirigente del Suo clero , stravolgere tutti gli ordini costituiti e riconvertire il Vaticano ai bisognosi del vero pane della Fede... senza , prima, compiere quest'atto Supremo e Immenso, che , sicuramente, ogni appartenente alla Chiesa ha compreso...
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