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Vecchio 29-05-2013, 02.30.54   #21
Soren
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Riferimento: Suicidio, extrema ratio o languore?

Trovo anch'io come Maral che non si possa dare al suicidio un significato univoco ma lo si possa soltanto riferire ad un contesto sociale ed interpretarlo di conseguenza come una reazione a questo. Il gesto di per sé contiene troppe possibilità di significato, troppi codici che lo possono causare, per essere ristretto ad una classificazione stretta di cause; nel caso del monaco tibetano per esempio non si tratta di un atto irrazionale - in quanto dettato da una emozione - ma di una semplice scelta etica, un manifesto del proprio credo, che nulla ha a che fare con l'irrazionale, e nel loro modo di vedere il mondo, è un semplice, anzi forse l'unico possibile atto di protesta è rinunciare alla propria vita per mostrare la forza delle proprie convinzioni; niente di più che questo singolo atto; non c'è disagio, soltanto codice.
Qui invece pare che qualcosa come essere disposti a morire per una causa o un'idea, siccome perseguiamo un modello estetico piuttosto edonista, sia così assurda da non essere nemmeno contemplata: ed in effetti mi pare che il nostro suicidio a parte rarissimi casi non tocchi minimamente questa sfera e si sposti nell'irrazionale... che poi irrazionale non è: semplicemente se qualcuno si trova in una condizione decisamente sfavorevole, in cui i costi, le fatiche e i dolori sembrano certamente se non del tutto inabissare pace e piaceri nei numeri, razionalmente si decide di porvi fine nell'unico modo socialmente - ed economicamente - possibile. Io trovo ben più irrazionale onestamente la volontà di vita contro ogni previsione e speranza, che quella del suicida dove queste mancano. L'irrazionalità in questo caso credo sia al massimo di ordine intellettuale ( e non emozionale ): non ci si riesce ad adattare, o anche solo a concepire, schemi mentali diversi da quelli adattati per una vita; non si riesce a concepire nulla di diverso, dunque, della quotidianità ripetitiva in cui la società ci precipita fin da giovani e pare al giorno d'oggi libera di privarci senza troppo preavviso. In questa "abitudine" riscontro il maggior numero di motivi per il suicidio: essere abituati al lusso, allo status, ai sentimenti, per poi perderlo/i, e dunque fallire nell'adattarsi ad una situazione meno abbiente e quindi più povera di possibilità o totalmente priva di certi elementi che sembrano ormai scolpiti a fuoco nei nostri schemi. Il suicidio passionale comunque mi sembra passato, se non di moda, in secondo piano rispetto al suicidio pecuniario: ormai la passione è sempre più indirizzata a interessi materiali o a bisogni d'interscambio generalizzati... ciò significa: se una persona è abituata all'alta società potrebbe non interessargli particolarmente quale compagnia avere, ma averne una ( riconducibile poi al mero status sociale anziché alla sfera strettamente individuale). Tutto ciò mi pare congruente al cambiamento per eccellenza che si è avuto modernamente in società, con l'aumento delle telecomunicazioni ed internet, ci si "ipersocializza", la rete di relazioni che stringiamo e sempre più ampia... così come le connessioni si fanno più labili; alla fine non è più la relazione la protagonista ( a meno che in casi molto intimi, suppongo ) ma la rete stessa attraverso cui questa si forma, che spesso poi finisce per essere l'interfaccia autentica della relazione: io-tu non sparisce ma si affievolisce e diventa sempre più importante la relazionalità multipla del "noi", che vive di una vita e regole proprie di solito molto resilienti rispetto alla portata d'azione dell'io, che ha poca scelta se non adattarsi ( dunque iper-socializzarsi ) alle regole interne del gruppo o venirne escluso, lasciando poco spazio alla personalità se non che per quanto questa riesca ad esprimersi attraverso il codice comune ( cosa che usando l'io-tu non accadeva, perché il codice era costruito sulla reciprocità e dunque sui singoli ). In questo processo di iper-socializzazione mi pare ne faccia seguito uno contrario, in caso di fallimento, di iper-esclusione: se rapportiamo tutto al passato emerge chiaro il contrasto da questo tipo di organizzazione "gruppoidale" e lo schema per famiglie e gradi, che garantiva sempre uno status sociale o comunque una sorta di "back-up" che col tempo è sparito. Ciò comporta vantaggi come svantaggi... ma mi pare che si sia perso un equilibrio sicuro, si sia continuamente "in ballo" senza riposo; forse anche l'assenza di un finale a questo, il moto perpetuo di facimento e disfacimento delle relazioni, può determinare forti crisi d'identità...
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Vecchio 29-05-2013, 09.33.31   #22
CVC
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Riferimento: Suicidio, extrema ratio o languore?

E' stato detto, a ragione, che l'atto del suicidio è in sè insindacabile. Poichè siamo esseri razionali, le nostre azioni sono motivate dal senso che le diamo e, si è visto, diversi possono esseri i casi in cui il suicidio può avere un senso inteso come messaggio lanciato alla civiltà: la protesta verso un regime, il porre fine alla sofferenza di una malattia incurabile, il sacrificarsi per la patria, ecc.
Nello specifico di questa discussione la mia attenzione è principalmente rivolta a quello che ha assunto le caratteristiche di un fenomeno di massa, i perpetrati casi in cui, in conseguenza della crisi ed a fronte della perdita del lavoro, alcune persone decidono per l'estremo gesto, lasciando spesso le persone vicine in una situazione di tragedia o, peggio ancora, in certi casi decidendo del destino delle persone a loro più prossime e coinvolgendole forzatamente nella loro scelta estrema.
La mia non è una critica morale al suicidio in generale, ma un tentativo di comprendere un fenomeno attuale, ricorrente nei fatti di cronaca.
Razionalmente parto da un presupposto, una persona che decide di suicidarsi deve aver preventivamente fatto una stima della vita e del valore che vede in essa. Ogni atto umano può essere pensato come atto di scambio, nello specifico si scambia l'incertezza del post mortem con l'incertezza di una vita senza un reddito. Ciò che mi chiedo, più razionalmente che posso, chi compie tale gesto ha fatto un buon affare? L'incertezza del post mortem è un qualcosa che presto o tardi acquisiremo tutti, volenti o nolenti. Che senso ha a rinunciare ad una cospicua parte del tempo che ci è stato assegnato in questa vita – che fino a prova contraria è tutto ciò che ci appartiene realmente – per un qualcosa che è già nostro? Nel caso del monaco tibetano, del gesto di autanasia, del sacrificio per la patria, il "contraente" sa chiaramente a cosa rinuncia. In un caso ad una vita senza libertà, nell'altro ad una vita fra i dolori e l'ineluttabile precoce deperimento del corpo e nell'altro ancora alla perdita di un'occasione di gloria.
Ma il quarantenne che si suicida perchè ha perso il lavoro, lo sa a cosa sta rinunciando, oppure è solo l'incapacità di affrontare razionalmente la situazione che gli impedisce di pensare quanto di buono ancora potrebbe riservargli il tempo a sua disposizione? Magari non in denaro ma in nuove conoscenze, nel vedere i propri figli crescere, nel migliorare se stesso e conoscere qualcosa in più su di sè e sugli altri.
In definitiva penso che lo stato in cui versano queste persone sia quello di essere letteralmente terrorizzate dalla paura, è il terrore che le blocca ed ottunde il loro ragionamento.
Nessuno, o molto pochi, muoiono dalle nostre parti per gli stenti. La paura della povertà invece uccide all'istante. E sia chiaro che qui con povertà non si intende una misura razionale come potrebbe essere la soglia di sussistenza o le condizioni di salute fisica in cui versa una persona,
la povertà che uccide in virtù del terrore che infonde è un fantasma creato dall'angoscia e dalla depressione, figlie dell'epoca in cui viviamo – in cui ci interessa solo la misura del valore e non il valore in sè – e che uccide non per mezzo della realtà ma con la suggestione.
CVC is offline  
Vecchio 29-05-2013, 10.17.40   #23
paul11
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Riferimento: Suicidio, extrema ratio o languore?

L’ambiente in cui noi viviamo, questo monoteismo totalizzante chiamato “megamacchina”, capitalismo globalizzato , è l’oggettivazione del nostro pensiero soggettivo che è divenuto indipendente, ora siamo noi a doverci adattare a questo totalitarismo che macina vite umane.
Siamo noi a dover cambiare in funzione di questa oggettività indipendente, ci adattiamo in questa artificiosità come una cellula si adatta alla natura ambientale e non viceversa, per cui cambiamo desideri, aspettative, fiducie, speranze.
Non può che uscirne l’alienazione e l’alterità intesa come processo standardizzato che “pialla” l’”animus” umano, privandolo di emozione per renderlo razionale, funzionale , teleologico al mercato .
Ma è del tutto normale che l’uomo non sarà mai macchina e non si può negare la sfera affettiva per piegarla ai voleri del “sistema”.
Se non esiste una cultura alternativa ( e non lo sono il nuovo realismo e il post modernismo filosofico) alla “megamacchina” che aggrega e identifica, quest’ultima non farà altro che “macinare” le singole vite umane, le strutture sociali come la famiglia come cellula iniziale sociologica, in quanto non adeguate, le frammenta le elasticizza ai “suoi”tempi e ritmi di produzione del ciclo economico. La cultura o genera una alternativa o sull’altare della globalizzazione molte vittime cadranno, spinte all’estremo gesto come iato fra anima e sistema.
Uno dei problemi fondamentali è il "limite" che la tecnica della "megamacchina" non conosce.
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Vecchio 29-05-2013, 14.08.25   #24
maral
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Riferimento: Suicidio, extrema ratio o languore?

Dunque veniamo al tema del suicidio per motivi economici, essendo ormai passato in secondo piano (nel nostro tempo e nel nostro luogo) il suicidio per passione, sia essa amorosa (oggi ben più spesso per amore o per un malinteso senso dell'amore è decisamente più facile che si uccida, piuttosto che suicidarsi), sia essa idealistica, sociale o estetica esistenziale.
Mi sembra evidente che il suicidio per motivi economici sia il più praticato , soprattutto in questi tempi economicamente difficili, proprio in quanto da tempo si esige che la ragione essenziale dell'esistere stia nel rapporto economico e dunque il fallimento economico sia sinonimo di radicale fallimento esistenziale, senza scampo. La mancanza di scampo è dovuta al fatto che sotto sotto tutto quanto potrebbe costituire alternativa motivazione esistenziale (amore, passione ideale, sociale, valore etico o senso estetico di pienezza della propria vita) nella concezione culturale corrente, va economicamente riferito in quanto il guadagno o la perdita che deriva dallo scambio esaurisce ogni senso e quindi la perdita in potere di acquisto appare indiscutibilmente una perdita radicale di senso della propria vita. Non è questione di abitudine a un certo tenore di vita, ma è incapacità radicale a trovare un senso motivazionale al di fuori della lettura economica del mondo in cui il proprio tenore di vita misura con precisione la propria individuale prestazione esistenziale.
Io allora non me la sento di condannare nemmeno chi si suicida per tali motivi accusandolo di non aver saputo "reinventarsi" o "rifondarsi" su valori diversi, il suo suicidio è la chiara conseguenza di un adeguamento a una pretesa razionale e non un'irrazionale ed emotiva incapacità di adeguamento. Mi sento invece di condannare a ogni suicidio proprio quel contesto culturale che appunto esige la follia della negazione di ogni alternativa di valore e la tollera solo se economicamente riconducibile.
Ecco che allora paradossalmente anche il suicidio per motivi economici, proprio come il suicidio di Palach o quello dei bonzi, diventa inconsciamente un atto di accusa verso una cultura in cui il fallimento economico è di per sé fallimento esistenziale, in quanto è assolutamente necessario credere che al di fuori del produrre e consumare secondo standard quanto più possibile elevati (e dunque avere le risorse per produrre e consumare) al terminale umano non siano concesse alternative per cui sia degno vivere.
La miseria contemporanea sta propria in questa radicale mancanza di alternativa che si vuole nascondere dietro innumerevoli alternative illusorie in quanto tutte facenti riferimento all'unico senso esistenziale ammesso come lecito.
maral is offline  
Vecchio 29-05-2013, 14.34.43   #25
femmefatale
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Riferimento: Suicidio, extrema ratio o languore?

mah, onestamente, condannare il suicidio...

in genere, chi condanna il suicidio, non si pone neanche il pensiero che tanto, la vita, deve comunque finire, il come e il quando, che differenza fa...

Leggersi di più "lo Straniero" farebbe comprendere molte, molte cose,
oltre ad essere un farmaco contro l'angoscia del vivere e dei rovesci economici o no, di questo vivere.

Mi verrebbero da citare alcune frasi di Antonio Rezza prese da
"Credo in un solo oblio"

- Nasciamo morti e moriamo vivi. Questo è il problema.

- Da circa sette anni vivo un inferno interiore. Brucio dentro. Sono la mia ulcera. Sono il mio tormento.
Senza me vivrei meglio, ma mi occupo quel tanto da non darmi scampo.

- Non ho tempo per il salutismo, crepare più tardi serve solo a farci invecchiare.

ricchi, poveri, belli, brutti, in fondo che differenza fa, alla lunga distanza?
Nessuna.
Comunque, come disse Jean Paul, se ciascuno è il padre creatore di se stesso, perchè mai non dovrebbe essere anche l'angelo distruttore di se stesso?
Credo sia l'unica cosa che ci avvicini a Dio, poter crearci, e/o distruggerci, con le nostre proprie mani, a nostro insindacabile giudizio.
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Vecchio 29-05-2013, 17.51.59   #26
Soren
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Riferimento: Suicidio, extrema ratio o languore?

Citazione:
in genere, chi condanna il suicidio, non si pone neanche il pensiero che tanto, la vita, deve comunque finire, il come e il quando, che differenza fa...

Ok che deve finire, ma c'è una certa differenza secondo me tra accettare questo fatto e svalutare di conseguenza il come ed il quando... il pensiero della morte annulla il significato della vita ma la vita va riferita anche a sé stessa, al "qui ed ora" e questo ha un significato per sé stesso: così anche il "da qui a 10 anni" ha un significato se riferito al secondo siccome è tutto tempo da vivere. Se poi si cerca un significato trascendente è ovvio si rimane delusi... così come se si guarda sempre oltre la vita... e non dentro... oltre c'è solo il mondo, e si sa che non vale niente di per sé, oltre rimane soltanto il nichilismo... dentro invece ci sono diversi ordini di rilevanza ( morale, sessuale, psichico, biologico... anche se non sono del tutto distinti ) all'interno dei quali la vita ha valenza... il discorso è se questo valore atteso è positivo o negativo: non conta tanto di per sé come effettivamente prosegue ma l'immagine nella nostra mente che c'è in un momento dato e che spesso contribuisce a impedire un miglioramento. Se quest'immagine ad esempio è l'idea della morte è perché spesso non si riesce a scorgere niente di buono tra il momento attuale e quello prima o poi prossimo di essa e così si perde effettivamente ciò che è buono. Per cui riferire la vita alla morte ha senso solo se prima si mantiene l'altro auto-riferimento... allora la morte diviene un pensiero costruttivo attraverso il quale progettare sé stessi, così come i vari eventi, piacevoli o dolorosi che siano... preso fine a sé stesso invece delegittima tutto l'arco vitale della sua valenza soggettiva... Anche se questo fa parte di un discorso molto più ampio sul tempo la vita e l'esserci... Trovo che il tuo pensiero possa avere senso se riferito ad un'immagine della vita "vuota" ma altrimenti no perché il tempo è il valore più autentico ( e so di cosa si parla quando si tratta di vuotezza, però mi rendo anche conto che a pensare così è ovvio che il pensiero s'ingrigisca fino al nero e non conceda più piacere... se non nell'idea dell'oblio )
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Vecchio 30-05-2013, 10.47.06   #27
femmefatale
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Riferimento: Suicidio, extrema ratio o languore?

Sì, credo di aver compreso il tuo ragionamento, che mi sembra un tentativo di dare senso, di rendere razionale, spiegabile "la vita".
Mah, ti dirò, sono 10 anni che mi trascino, non è neppure esatto dire che mi occupo di me, in quanto faccio il minimo indispensabile e spesso controvoglia, per "sussistere".

Credo che leggere (dedicarsi anche a creare qualcosa) sia l'unica cosa che ci distingue dai sassi e che ci renda "dignitosi".
Altro non vedo e non trovo, come "senso della vita".
Sono cioraniana, leggo abitualmente Camus e cose simili, se ci pensi, 10 anni sono un mucchio di tempo, eppure, dal mio punto di vista, è sempre lo stesso momento congelato, un Eterno Presente, che mi rende quasi come Dio. La sterile ripetizione di ciò che è stato 10 ann fa, né più né meno, escludendo il progressivo aumentare delle colpe da espiare.
Per me la vita in generale non val la pena di essere vissuta, come dice Cioran, non vale neanche la pena uccidersi, tanto quando lo si fa, è sempre comunque tardi.
Non esistere, sarebbe il farmaco migliore, niente più agonia corporale, niente più angoscia dell'Esserci e tutto ciò che possiamo aggiungere alla cosa (concedetemi di credere che una donna soffra immensamente di più di un uomo, è la donna "l'agnus dei", non l'uomo, che ne diventa il carnefice fisico e morale).
Sento tutti i giorni la gente che si uccide, e no, non sono contraria alla cosa.
Esistere è un inferno, l'idea dell'inferno swedenborghiano lo è molto di più, quindi, l'unica cosa che auguro a queste persone che si uccidono è quella di non avere più l'io dopo la morte, di non sussistere più del tutto, è tremendo pensare di passarsi l'eternità nelle tare del proprio io, nel proprio solipsismo.
Augurarsi che ci sia per davvero la morte eterna, e nessuna sussistenza extra col proprio io, è la cosa migliore da farsi e da augurarsi.
Ma sono più che sicura che ci sia vita dopo la morte, e questo ci rende tutti ancora più burattini.
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Vecchio 30-05-2013, 19.52.18   #28
maral
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Riferimento: Suicidio, extrema ratio o languore?

Citazione:
Originalmente inviato da femmefatale
Mah, ti dirò, sono 10 anni che mi trascino, non è neppure esatto dire che mi occupo di me, in quanto faccio il minimo indispensabile e spesso controvoglia, per "sussistere".

Credo che leggere (dedicarsi anche a creare qualcosa) sia l'unica cosa che ci distingue dai sassi e che ci renda "dignitosi".
Altro non vedo e non trovo, come "senso della vita".
Sono cioraniana, leggo abitualmente Camus e cose simili, se ci pensi, 10 anni sono un mucchio di tempo, eppure, dal mio punto di vista, è sempre lo stesso momento congelato, un Eterno Presente, che mi rende quasi come Dio. La sterile ripetizione di ciò che è stato 10 ann fa, né più né meno, escludendo il progressivo aumentare delle colpe da espiare.
Per me la vita in generale non val la pena di essere vissuta, come dice Cioran, non vale neanche la pena uccidersi, tanto quando lo si fa, è sempre comunque tardi.
Non esistere, sarebbe il farmaco migliore, niente più agonia corporale, niente più angoscia dell'Esserci e tutto ciò che possiamo aggiungere alla cosa (concedetemi di credere che una donna soffra immensamente di più di un uomo, è la donna "l'agnus dei", non l'uomo, che ne diventa il carnefice fisico e morale).
Sento tutti i giorni la gente che si uccide, e no, non sono contraria alla cosa.
Esistere è un inferno, l'idea dell'inferno swedenborghiano lo è molto di più, quindi, l'unica cosa che auguro a queste persone che si uccidono è quella di non avere più l'io dopo la morte, di non sussistere più del tutto, è tremendo pensare di passarsi l'eternità nelle tare del proprio io, nel proprio solipsismo.
Augurarsi che ci sia per davvero la morte eterna, e nessuna sussistenza extra col proprio io, è la cosa migliore da farsi e da augurarsi.
Ma sono più che sicura che ci sia vita dopo la morte, e questo ci rende tutti ancora più burattini.
Già, come nella Nascita della Tragedia di Nietzsche, dice Sileno al re Mida che gli chiedeva cosa fosse più desiderabile per l'uomo e il demone seguace di Dioniso, dopo avere a lungo taciuto, tra stridule risate risponde: 'Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto.' »
Non essere, essere niente perché il peso dell'io che vuole poter scegliere può essere davvero insopportabile quando nessuna scelta ha più senso essendo tutto indifferentemente uguale:
Citazione:
ricchi, poveri, belli, brutti, in fondo che differenza fa, alla lunga distanza?
e la vita, come per MacBeth alla fine della sua tragedia è solo una favola scritta da un idiota, l'opera di un Demiurgo demente senza nemmeno più la speranza di un Pleroma salvifico in cui venire finalmente riassorbiti e nel cui insondabile Abisso svanire.
Nel desiderio del niente c'è pur sempre un io che desidera tutto, perché solo essendo niente mi posso illudere di tutto. E questa sofferenza profonda perché nelle lacerazioni dell'insensato ove tutto si equivale l'uomo non riesce a vivere, diventa anche l'ultimo riparo, perché in fondo il soffrire un senso ancora lo dà, per quanto doloroso sia. Basta sopravvivere teneramente confortati dalla propria macerazione.
E' da 10 anni, dici, che vivi lo stesso attimo; forse tutta la vita è lo stesso attimo, siamo sempre in questo presente che si dibatte per trovare sensi tra ricordi e attese, via via che le attese diventano ricordi e i ricordi cessano di apparirci perché ormai compiuti, realizzati. In questo gioco dell'apparire che è tutto nell'eterno inevitabile presente dell'Essere da cui non si può sfuggire, dato che siamo, si esprime l'immensa ricchezza di tutti i sensi dell'esserci che narrano il nostro qui e ora come la nostra storia. La negazione di questa storia è la negazione di ogni senso, l'atto più forte della volontà di un io che esige la sua onnipotenza che può essere raggiunta solo nell'illusione di un annientamento definitivo che ci permette di sentirci come il Demiurgo.
Non credo sia una questione di genere, anche perché mi sembra che le donne, per quanto agnelli sacrificali storici, siano in genere meglio attrezzate a resistere alle vacuità delle pretese demiurgiche. Ma forse mi sbaglio.
maral is offline  
Vecchio 31-05-2013, 02.58.35   #29
leibnicht
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Riferimento: Suicidio, extrema ratio o languore?

[quote=acquario69]
Citazione:
Originalmente inviato da ulysse



vorrei per un attimo soffermarmi su quanto hai detto qui sopra,perche mi piacerebbe avere più opinioni (per chi ha voglia di farlo) in merito a una considerazione venutami in mente a tal proposito;
ossia riflettevo sul fatto che ci sono state epoche in cui il suicidio (ma posso anche sbagliare) non fosse considerato l'ultimo gesto disperato e privo di una qualsiasi razionalità,proprio in virtu della diversa scala di valori all'epoca esistenti e al diverso ambito sociale cui faceva riferimento...
forse poteva si essere un gesto "ultimo" ma la concezione era radicalmente diversa...si potrebbero citare i romani,per alcuni casi era considerato un gesto
di coraggio,oppure in epoca piu recente al giappone dove, -sempre per alcuni casi- l'uccidersi era ritenuto un gesto di estremo onore..comunque pur sempre "accettato" anche in seno alla comunità.
naturalmente con questo non voglio esaltare il suicidio ma solo riflettere sul fatto che cio' che puo essere ritenuto inaccettabile oggi,poteva al contrario avere una considerazione nelle diverse epoche,per noi inconcepibile e viceversa.

quindi mi domando; si puo' veramente dare una definizione di cio' che riteniamo razionale con cio' che presumiamo non lo sia?


Sarebbe una petizione di principio. Dunque senza alcuna possibile consecuzione: un "crampo mentale" alla Wittgenstein.
leibnicht is offline  
Vecchio 31-05-2013, 06.07.50   #30
leibnicht
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Riferimento: Suicidio, extrema ratio o languore?

Citazione:
Originalmente inviato da maral
Sicuramente la follia si manifesta come forma di disadattamento sociale da cui ne consegue l'esclusione che si riflette come causa di profonda sofferenza nel soggetto stesso, ma mi pare del tutto inappropriato riferire la realtà al sistema di valori culturali e morali correnti che comunque sono solo prodotti di una rappresentazione. Come giudicheremmo allora chi in una società nazista si oppone, magari solo e isolato, al nazismo? O chi dissente in una cultura di stampo stalinista fino a manifestare la propria dissidenza con il suicidio? Irrazionale? O non è piuttosto irrazionale quel sistema di valori correnti ancorché siano largamente condivisi e dunque è irrazionale chi li sostiene vi si adegua in ossequio alla maggioranza?
Il 16 gennaio 1969, uno studente di filosofia, Jan Palach, si diede fuoco in piazza San Venceslao a Praga per protestare contro la cappa del comunismo restaurato dai carri armati del Patto di Varsavia e risvegliare con quel gesto il sentimento di ribellione ormai sopito nella maggior parte della popolazione che si stava adeguando dopo i sussulti di una Primavera ormai morta. Fu quello semplicemente un atto irrazionale perché andava contro la morale corrente? Fu l'atto di una persona insana in preda alle proprie incontrollabili emozioni? Di una persona ingrata che suicidandosi si sottraeva ai doveri di riconoscenza verso la patria socialista in cui era comunque nato, cresciuto, educato e inserito in un contesto sociale appropriato e anche con notevoli prospettive se avesse saputo adeguarsi?
Jan Palach, per attuare il suo proposito irrazionale sottraendosi al suo dovere di gratitudine verso quel contesto sociale che comunque gli aveva permesso fino a quel momento di vivere aveva imitato una pratica in uso in Oriente, soprattutto tra i monaci buddisti. Ma allora se vi sono contesti sociali in cui il suicidio in condizioni estreme (protesta, fallimento) manifesta un valore culturale è irrazionale chi, trovandosi in quelle condizioni, non si suicida in quanto non si adatta ai valori correnti di quel contesto?
Per questo ribadisco che ogni giudizio in merito al suicida è assurdo, del tutto inappropriato e fuorviante. E' lecita solo la comprensione del sentimento, della disperazione che ad esso può portare, se ancora ne siamo capaci (sempre meno comunque, perché sempre più siamo immersi nella nostra reciproca, disumana estraneità).
Comunque che la vita mi appartenga o meno, che sia o meno un dono di una qualche forma di trascendenza (di qualsiasi trascendenza si tratti religiosa, sociale o quant'altro) ritengo che sia al singolo individuo, al suo personale sentirsi, che essa è stata data in personale e completo affidamento e nessuno ha mai il diritto di metterci becco, per la semplice ragione che nessun altro è in quella mente e in quel corpo che vive quei sentimenti, né ha alcun diritto ad avanzare pretese di gratitudine in nome di qualsiasi trascendenza. Può solo cercare di comprendere o, se non ci riesce, almeno tacere di fronte a un atto così estremo. Questa è l'unica cosa razionale che chi è spinto da smanie di giudicare può fare: astenersi dal giudicare.

Dico ciò che penso, non ciò che mi piace pensare e, tantomeno, ciò che mi pare conveniente pensare.
Il suicidio di Jan Palach, del quale ha ancora qualche profumo lontano piazza Venceslao, alimentò un seme che Dubcek vi aveva consapevolmente sepolto.
Credo che ogni uomo abbia il dovere di capire almeno dalle esperienze della sua vita, se già ha la disgrazia di essere troppo stupido per non capire la vita dalle esperienze altrui.
Quindi: i suicidi "storici" non servono assolutamente a interpretare quelli attuali.
Intanto perché la psichiatria stessa, che di patologia mentale si occupa, ammette l'impossibilità di interpretare in chiave di "psicopatologia" il suicidio in sé e per sé.
Pensare che la Storia ci fornisca "chiavi interpretative" (come se questo tempo intersecasse due linguaggi) mi pare scemo.
Le morti che affollano la cronaca italiana di questi mesi meritano un'interpretazione, cioè un "senso nuovo". Almeno, io ho la prepotenza di volerlo credere.
Ho sbagliato già in passato, grandemente, prendendo partito irrazionalmente contro un atto tremendo.
Un atto tremendo non solo non è sempre "contro" l'Umanità, ma, di più, non è MAI contro l'Uomo.
Perché le sue motivazioni non possono essere "contro" l'Uomo, mai.
Ho sbagliato, per il gravame di una cattiva filosofia e una debole fede nell'Uomo e per causa della debolezza della mia intelligenza. Riconoscerlo è un atto dovuto, qui, come in ogni luogo in cui ho sbagliato.
La morte non è mai stata percepita, in nessun tempo, come un disvalore assoluto.
Volere la vita e amare la morte sono un identico.

I morti di questi mesi a me sembrano zombies prima e dopo. Questo paese-italia è zombieland. Qui tutto è finito, non è una questione di analisi filosofiche o sottili disquisizioni metalogiche: è un fatto concreto che è sotto gli occhi di tutti.
Io non desidero approvazioni, né commenti.
Sono soltanto un uomo quasi stupido, perché ho imparato tutto dalle mie esperienze (quelli intelligenti imparano dalle esperienze degli altri).
Ho un odio/amore modesto per questo paese.

Credo che l'ultimo Jan Palach in ordine temporale sia Dominique Venner in europa.
Gli altri che lo accompagnano sono soltanto poveri diavoli che, per puro caso, lo accompagnano. A metà strada tra il paradiso e il purgatorio si diranno forse qualcosa...(??!)
Dio vigila oltre ogni preghiera.
Comprendere che la moralità oltrepassa assolutamente ogni legalità è un processo che l'Occidente sta elaborando con banale ottundimento.
Eppure Cristo stesso disse: "Non gli uomini sono per la Legge, ma le leggi sono per gli uomini." Ciò significa: la libertà del giudizio morale autorizza la Legge a ergersi come tale.
Fuori di questa possibilità di "autonomia del giudizio" nessuna "legge" è Legge.

L'italia è semplicemente un paese "finto". Non è mai esistito se non per volontà straniere, oppure è stato da altri governato o controllato.
Una penisola di tanti popoli, e basta: nessun lappone si crede svedese.
Figuriamoci un veneto con un piemontese, oppure con un siciliano.
L'italia unita ha semplicemente costruito un modello impossibile a partire da condizioni ai limiti del possibile e della realtà.
Le condizioni di vita in norditalia, terra di puro saccheggio (mai leghista, io mai votante), degradano in un modo peggiore di quanto non avvenne mai in nessun tempo dal 1861, a parte le guerre (che, però, sacrificarono uomini creando opportunità economiche).
Mi perdo, come i vecchi...

Volevo solo dire: non preoccupatevi delle morti, ma piuttosto di ciò che anticipano o, peggio, di ciò che potrebbero anticipare.
Oggi l'Italia ha sepolto, con clamore, due persone. Ad una sarà destinato da subito il silenzio perpetuo.
Prego per lei, da buon cattolico. A Tony chiedo perdono e compassione.
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