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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 04-06-2013, 10.37.02   #41
albert
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Riferimento: Suicidio, extrema ratio o languore?

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Originalmente inviato da CVC

Ritengo singolare che il nostro sistema economico si consideri figlio di Adam Smith quando dice che "l'egoismo del singolo diventa un vantaggio per la collettività" e non riconosce le parole dello stesso autore quando dice che "il lavoro è la misura reale di tutte le cose". Se le banche non servono più per finanziare il lavoro, allora qual'è il loro valore e la loro utilità? Preservare il capitale dei grandi magnati? Tanto vale che scomparissero allora. Almeno si imparerebbe a fare definitivamente a meno di loro

Su questo c'è un'altra discussione
https://www.riflessioni.it/forum/rifl...eliminare.html
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Vecchio 04-06-2013, 17.07.17   #42
ulysse
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Riferimento: Suicidio, extrema ratio o languore?

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Originalmente inviato da maral
Non credo che il suicidio sia dettato da un venir meno dell'istinto di vita,......C'è, soprattutto nel suicidio per disperazione o per vendetta, l'affermazione estrema della piena libertà dell'io che non riesce a tollerare la distanza tra il suo progetto e la necessità da lui non decidibile secondo la quale si svolge la sua vita. Venendo a mancare il proprio progetto in cui l'io, nucleo di una volontà che si autoprogetta, identifica se stesso, il soggetto si autoelimina come un peso troppo inutile e gravoso e vede in se stesso la negazione del suo più profondo voler essere.
Mentre il prosieguo evolutivo della specie si fonda su atti vita...è un pò assurdo pensare che sia il suicidio una rivendicazione della vita: poichè il vivere non mi soddisfa e mi imprigiona io preferisco la morte!

Credo che sia proprio il contrario: magari il vivere mi imprigiona, ma io lotto e combatto per ottenere ciò che voglio...se non tutto...almeno qualcosa sempre più: su qusta strada l'umanità è sopravissuta ed è diventata forte...poichè chi ha prevalso ha maggiormente sparso il proprio seme che si è riprodotto con ragione quadratica.
Anche per questo il gene del suicida è relativamnte raro e si manifesta in specie nei momenti di crisi quando la lotta per la vita è più dura e i deboli cedono....
...Geneticamente e psichicamente deboli intendo poichè tanti altri, i più immagino, che pure si trovano nei medesimi travagli, lottano e sopravvivono...magari per una vita migliore propria e di tutti.

D'altra parte è piuttosto improbabile ed irrealistico che ogni suicida si sprofondi nelle dialettiche considerazioni di maral: è raro che un teologo o un prof. di filosofia, un cultore esimio del diritto all'affermazione estrema della piena libertà dell'io ...gente insomma abituata al rigore dello studio, si suicidi: ci si suicida per ben altro!

E' più probabile e realistico che il suicida sia di bassa o media cultura, incapace di una disciplina di rigore nel coordinare le proprie idee o nel tenere sotto controllo i propri impulsi emotivi.

Le considerazioni espresse da maral.... circa il non riuscire a tollerare la distanza tra il proprio progetto di vita e la necessità da se medesimo non decidibile secondo la quale si svolge la propria vita...credo si facciano in altri momenti...magari nella traquillità della elborazione di una tesi di laurea o nell'elucubrare su un forum...momenti molto distanti, credo, da situazioni caratterizzate da intenti di suicidio per disperazione (a mente debilitata)...disperazione magari giustificata, ma, per forza di cose concepita in un empito di irrazionalità di una psiche non temprata.

Come dicevo, tanti altri, certo la stragrande maggiornza...in analoghe o peggiori situazioni, reagiscono e resistono: come possiamo giudicare chi sia a rappresentare il miglior modello etico da perseguire o esaltare?...questi ultimi che resistono e ne escono confortati...o quegli altri che si abbattono?

Pur con tutta la pietà, chi si abbatte non è modello esaltabile nè tanto meno lo giustifica la situazione sociale ed economica in cui, per sua disgrazia, si è venuto a trovare pur con tutte le elucubrazioni filosofiche di maral.

Della propria vita ognuno è responsabile, non lo sono gli eventi sociali che andrebbero combattuti...e solo in vita li si può combatere...per sè e per tutti: la libertà la si persegue vivendo...quando di essa si potrebbe anche eventualmente godere ... non certo abbandonando prematuramente questa valle di lacrime!!!
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Vecchio 04-06-2013, 17.45.04   #43
gyta
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Riferimento: Suicidio, extrema ratio o languore?

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Io penso che spesso all'uomo capiti ciò che succede al sonnambulo, che cammina tranquillo nel sonno e poi all'improvviso si sveglia e si accorge di essere in piedi sul cornicione. Il fatto è che si è sull'orlo del baratro, ma cosa ci ha condotto qui? Per certo la nostra volontà, ma è una volontà addormentata, che non comprende la gravità delle proprie scelte se non quando è troppo tardi.

E' la nostra società che cammina nel sonno e non si accorge che perchè ci sia speranza occorre che il lavoro torni ad avere la sua dignità.

(CVC)
A mio avviso.. occorre che l’essere umano giunga a consolidare la propria dignità di essere e di mente. Logico che un senso non fragile della dignità come individuo difficilmente può affermarsi in assenza di sicurezza e di tutela della soddisfazione dei bisogni primari!

Non sono le difficoltà finanziarie a portare qualcuno alla disperazione ma il messaggio sottostante portato avanti da quello che risulta nel sociale essere il pensiero dominante: sei se hai, sei in quanto hai. Tanto che nel sistema di pensiero “più evoluto” questo si è tradotto con il “sei in quanto possiedi te stesso (il tuo pensiero, le tue capacità, etc..)”. Siamo ancora lontani da una coscienza di dignità di essere in quanto essere di per se stesso! C’è una sorta di addestramento alla mente dell’utile, prodotto di una concezione di pensiero e sociale che eleva l’utilità a modello interiore da emulare. Manca la controparte ‘materna’, ciò che non si “usa”, la parte che è fine a se stessa e che forgia la qualità dell’essere per essere, la qualità di comprendere (non solo tramite concetto di utilità), la qualità di essere-in.

Ecco perché a mio avviso di aiuto sostanziale alla crisi interiore emersa visibile potrà essere esclusivamente una profonda messa in discussione del significato che diamo alla nostra esistenza che non può certo essere a risposta funzionale di un sistema di pensiero politico presunto sociale che sempre muterà volto, interessi e richieste. Abbiamo necessità di un nuovo umanesimo [ ‘materno’ non solo ‘paterno’] che ponga al centro del mondo e del pensiero non un sostituto dell’uomo (Dio, la scienza, il sistema economico) ma l’essere come esperienza nella sua interezza, nella sua sacra a-funzionalità. C’è necessità di realizzare un senso che già in noi è compiuto nella semplice a-funzionale esperienza di essere. Questa realizzazione necessita di un rilascio dell’atrofia intimista, di un riapproprio di quelle qualità dell’intelletto non più finalizzate ad una acquisizione di possesso, come realizzazione esterna all’essere, ma volte al consolidamento dell’esperienza interiore. Siamo diventati dei creativi persi ed identificati nelle loro creazioni ed abbiamo lasciato sepolto l’atto della creazione-prima-della-creazione, il momento sacro in cui tutto è ancora perfetto ed in potenza, non utile e non funzionale, non materialmente mutabile. Abbiamo scordato tutto il mondo del potere puro come non esistente e dichiarato esistente ciò che altro non è che la rappresentazione (parziale e finita) di quel potere. Abbiamo eretto a reale il frutto del sentire e lasciato sepolto il mondo del sentire, il potere, se non talvolta come realizzazione latente nell’arte. Abbiamo plasmato, analizzato, posseduto il mondo ed ignorato ogni radice dei sensi. Siamo spezzati. Abbiamo abbracciato le nostre rappresentazioni e credute reali ed assieme a queste cadiamo e ci innalziamo. Il concetto dell’amare e dell’amore è diventato mero senso di rappresentazione sentimentale, sostituito da una debolezza del non essere affatto, fantoccio di passività e di oblio. Chi crederebbe ad un potere il cui volto è ormai orribilmente mutilato e la cui sostanza è stata omessa e depredata?
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Vecchio 04-06-2013, 23.18.16   #44
maral
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Riferimento: Suicidio, extrema ratio o languore?

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Originalmente inviato da ulysse
Le considerazioni espresse da maral.... circa il non riuscire a tollerare la distanza tra il proprio progetto di vita e la necessità da se medesimo non decidibile secondo la quale si svolge la propria vita...credo si facciano in altri momenti...magari nella traquillità della elborazione di una tesi di laurea o nell'elucubrare su un forum...momenti molto distanti, credo, da situazioni caratterizzate da intenti di suicidio per disperazione (a mente debilitata)...disperazione magari giustificata, ma, per forza di cose concepita in un empito di irrazionalità di una psiche non temprata.

Come dicevo, tanti altri, certo la stragrande maggiornza...in analoghe o peggiori situazioni, reagiscono e resistono: come possiamo giudicare chi sia a rappresentare il miglior modello etico da perseguire o esaltare?...questi ultimi che resistono e ne escono confortati...o quegli altri che si abbattono?

Pur con tutta la pietà, chi si abbatte non è modello esaltabile nè tanto meno lo giustifica la situazione sociale ed economica in cui, per sua disgrazia, si è venuto a trovare pur con tutte le elucubrazioni filosofiche di maral.

Della propria vita ognuno è responsabile, non lo sono gli eventi sociali che andrebbero combattuti...e solo in vita li si può combatere...per sè e per tutti: la libertà la si persegue vivendo...quando di essa si potrebbe anche eventualmente godere ... non certo abbandonando prematuramente questa valle di lacrime!!!

Ma infatti il suicida non fa le considerazioni che ho fatto io, semplicemente vive la profonda frattura tra la vita che sente procedere per necessità e il proprio progetto e pertanto la vita perde di senso, diviene paradossalmente un non vivere, un sentirsi già morto. Se il suicida potesse rendersene conto con consapevolezza filosofica probabilmente non si suiciderebbe, non mi risulta infatti e salvo smentita che ci siano stati filosofi suicidi, nemmeno i più radicalmente pessimisti e nichilisti. Ci sono stati invece filosofi che hanno accettato tranquillamente il proprio dover morire, senza opporsi ad esso anche se potevano farlo, come Socrate ormai settantenne.
D'altra parte Sileno dice al re Mida cosa sia più desiderabile per un uomo: non nascere e in sottordine morire prima possibile, ma non per questo gli dice di darsi la morte, forse perché darsi la morte è invece l'affermazione più estrema del voler davvero vivere. E il suicida che compie il suo atto per vendetta contro il mondo non vuole in realtà così vendicare la sottrazione di vita che sente che il mondo gli ha imposto?
Poi, come dicevo, vi è il suicidio che nasce dal senso di perfetta compiutezza della propria vita e dunque è proprio la vita che si celebra in piena coscienza, e come pensare che quello di estrema rivendicazione di libertà sia dovuto a debolezza di carattere? Non credo che un bonzo che si dà fuoco per protesta contro la tirannide lo faccia perché non ha un carattere ben temprato alle avversità, né che sia particolarmente interessato al problema del proprio DNA, come non lo è ovviamente nessun suicida anche se ancora in età riproduttiva.
Sì, è vero, giocano molto le caratteristiche individuali, ma forse più della debolezza, la sensibilità che a volte rende fragili (ma la fragilità non è mancanza di forza, non debolezza).
Giustamente dici che della propria vita ognuno è responsabile (per quello che è, per come il mondo lo ha espresso, più o meno sensibile, fragile, accorto, cauto, resistente, duttile ecc.), ma forse il suicida sente davvero questa responsabilità fino in fondo, anche nell'assumere e porre in atto l'estrema decisione è lui che decide, è lui che vuole esserne pienamente responsabile. La morte è comunque un atto della vita e volerla coscientemente lo è ancora di più.
Le elucubrazioni filosofiche ci portano a una certa distanza dalla vita, la leggono in lontananza sperando così di meglio comprenderla, per questo chi ha uno spirito filosofico è assai difficile che si suicidi, non perché è più forte, ma perché ha imparato come porsi a distanza di sicurezza da ciò che davvero brucia quando è tenuto troppo vicino.
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Vecchio 05-06-2013, 00.54.56   #45
paul11
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Riferimento: Suicidio, extrema ratio o languore?

Probabilmente capisco la posizione di Ulysse e per certi versi la condivido. C’è un po’ troppo , come dire, “sufficienza”” nel suicidio nei nostri tempi.
Del pensiero di Maral condivido che c’è una ragione fra il ”progetto” così distante dalla realtà da far venir meno la volontà di vita.
Ma non la penso tanto in maniera esistenziale quanto culturale.
Se l’istinto di vita è una pulsione fondamentale profonda , nel suicidio significa che l’immagine , la rappresentazione nostra che diamo nel mondo è talmente percepita i maniera fallimentare da riuscire a vincere l’istinto: la mente ha vinto l’istinto.
Eppure penso di aver imparato che uno dei segreti del sape vivere è la cedevolezza.
In momenti fortemente emotivi ci si accorge che per quanto noi vorremmo forzare la realtà non possiamo vincerla, la volontà ne esce mortificata perché nno modifica una realtà.
Accade come dopo una malattia che i nostri sensi nel periodo di convalescenza si ritonificano si riarmonizzano, sentiaao che riprendiamo forza in uno stato psicologico che dapprima è di prostrazione poi di totale rilassamento e infine di euforia per le forze che riprendono.
Questa cedevolezza è un po’ la filosofia orientale del non contrastare il potere enorme della natura e degli eventi, la consapevolezza di saper affrontare “il nemico” assecondandone i gesti senza contrapporsi ,come nelle arti marziali.: utilizzare la forza altrui per squilibrarlo senza necessariamente contrastarlo. La cedevolezza non è arrendevolezza, ma il sapere che la vita ci riserva gioie e dolori ,che potremmo cadere e cadremo e dovremo essere capaci di rialzarci.
Insomma, temo che stiamo disimparando a vivere “naturalmente” e siamo prigionieri “mentalmente” di modelli troppo affermativi del proprio ego e della sua volontà di imporsi nella realtà, in una realtà troppo competitiva già dalla scuola.
Non sappiamo più né perdere ,né vincere e quindi né gioire ,né soffrire con temperanza ,cioè senza eccedere , consapevoli del fatto che la gioie come il dolore spesso sono inaspettati e allora bisognerebbe reimparare ad accettarsi e accettare i mondo, vivendo certo con volontà e coraggio, ma sapendo che la vita è fatta di infinite battaglie , ma la guerra è persa in partenza.
Quel pensare, in un certo qual modo, alla morte “heideggeriana” può servire molto come capacità di capire la precarietà fisica del nostro corpo e come orizzonte progettuale di dare un significato alla propria esistenza che comprenda anche la sconfitta,il cadere, ma anche la capacità di reagire di continuare il progetto di vita, soprattutto se si capisce che non c’è una misura "assoluta" della propria esistenza.
Dal punto di vista squisitamente filosofico trovo un parallelismo molto vicino alla problematica del Novecento, dove giustificare l’esistenza di una relazione semantica tra simboli ed eventi o cose del mondo diventa un problema cruciale. È il problema della conoscenza .E’ il problema del suicidio del nostro tempo, della nostra civiltà.
Condivido con Maral che probabilmente la filosofia sia in una certo qual modo un antidoto al suicidio
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Vecchio 05-06-2013, 06.53.17   #46
gyta
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Riferimento: Suicidio, extrema ratio o languore?

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per questo chi ha uno spirito filosofico è assai difficile che si suicidi, non perché è più forte, ma perché ha imparato come porsi a distanza di sicurezza da ciò che davvero brucia quando è tenuto troppo vicino

(Maral)
Mi auguro proprio di no. Che lo spirito filosofico possa condurre l’uomo a vivere più pienamente le esperienze della vita, che lo possa avvicinare sempre più ad un ascolto profondo al proprio sentire e sarà questa autenticità dell’esperienza a fornirgli quella forza necessaria a comprendere le esperienze penose senza erigerle a sconfitta. Non credo e non ho mai creduto alla distanza di sicurezza per una possibile vita felice o perlomeno serena. Ho sempre pensato che le distanze di sicurezza siano l’inizio della morte interiore, l’inizio di una anestesia inarrestabile, l’inizio di una disumanità molto triste. Ho sempre pensato che la nostra mente è piena di risorse se solo osiamo farle emergere e che le distanze non sono mai di sicurezza ma la costruzione di muri invisibili che non ci permettono più di essere per davvero toccati dagli altri e al contempo ci isolano da noi stessi; è così, a mio avviso, che coltiviamo la scissione interiore e diveniamo man mano sempre meno capaci di passione reale verso la vita anche quando fa male, quando insopportabile la sua fiamma sembra estinguere ogni nostra residua forza. E non sarà la distanza a salvarci ma l’ascolto profondo e coraggioso a ciò che stiamo vivendo. Nella comprensione, solo nella comprensione umana potremo ricostruire quella fiducia che avevamo smarrito a causa dell’aver consegnato la visione al piccolo cuore-mente sepolto fra mura di sordità. Certo, ci vuole un filo restante di intelligenza capace di mirare sin dentro l’esperienza.

Chissà se queste parole possono entrare di merito in questa discussione a delucidare il punto di confine varcato il quale l’umano non può riuscire a proseguire. A me hanno ispirato, trovando conferme alle mie riflessioni, seppure un po’ angusto inserirle limitandone il contesto così ampio:

“[…] Più importanti dell’entità e della forza di qualsiasi altro contenuto sono l’entità e la forza dell’intelligenza immaginativa, che un tempo si chiamava sagacia o previdenza. L’intelligenza immaginativa è una sorta di vista interiore, di percezione intuitiva delle immagini all’opera nella nostra vita. E queste sono la nostra verità. La verità intesa non come dottrina o principio; la verità come istinto. Perché il carattere agisce alla stregua di un istinto sottostante, che sottolinea incisivamente i gesti che facciamo, le parole che diciamo, segnalandone lo stile particolare. E’ una forza immaginativa per cogliere le tracce della quale occorre intelligenza immaginativa. Esiste un sentimento intuitivo che ci impedisce di deviare troppo dalla nostra strada e di oltrepassare troppo i nostri confini coinvolgendoci in mondi estranei alla nostra natura autentica. Questo senso istintivo trova un parallelo in analoghe risposte inibenti proprie di tutte le specie, forse di tutte le cose, che le mantengono fedeli alla forma data. Il margine per noi esseri umani può essere molto ampio; la nostra eccentricità potrà essere la nostra dote più durevole e duratura, ma non possiamo aggiungere una virgola che sia inautentica, senza provocare un collasso dell’istinto che ci sostiene e incorrere nella collera degli dèi. L’effetto inibente della nostra immagine innata impedisce una simile inflazione, quel superamento dei limiti, quella hybris che il mondo classico considerava il più grave degli errori umani. “
(Hillman -da “La forza del carattere”)



Nel precedente intervento mi sono soffermata sulla centratura dell’essere, nel porre in emersione,
all’ascolto, il mondo interiore del sentire, essere, essere-in; poiché attraverso di me è l’esperienza.
C’è un altro punto fondamentale negato il quale l’interezza non può compiersi
e causa della confusione radicale attraverso cui è avvenuta la trasposizione al concetto di utile: il dono, l’attività del donarsi.

Centrale all’esperienza del sentire, radicale all’esperienza di essere è la necessità di farsi dono.
L’esperienza che è attraverso di noi affinché l’essere sia completo ha necessità di scorrere nella forma di dono. Ciò che ci appartiene, la nostra anima, affinché divenga possesso va donato. Non è un dono "utile" ma necessario, una necessità di quel medesimo fluire interiore che caratterizza la nostra esperienza di essere. Donare sé è un’apertura verso l’esterno, verso gli altri esseri, una necessità profonda, un bisogno che necessita di accoglimento. Quando il nostro dare non viene preso da nessuno (il ché è radicalmente impossibile), quando il dono di ciò che siamo non è accolto, la nostra vita si ferma, lo scorrere interiore che siamo si blocca, la gioia scompare, il sapore dell’esperienza scompare.. perché non lo abbiamo donato.

Ecco secondo me il secondo punto fondamentale per quell’interezza capace di vincere le difficoltà delle esperienze più penose.

Allora è necessario che questo dono si compia, che questa apertura sia costante, che la consapevolezza della nostra ricchezza sia costante ed accade allora come un miracolo, ti accorgi che questa ricchezza che proviene dalla tua profondità cancella luoghi e parvenze, che il pozzo inesauribile è mio perché è di tutti, è la fonte e la forma stessa di ogni anima, comprendi che il riconoscimento della sacralità richiama la sacralità dell’anima umana ovunque. Non resta che procedere..

La guerra, la pazzia che distrugge non è che l’incoscienza di essere, la sordità alla volontà di donare. Non è questione di possesso, non è questione di uso, è un sentire differente, sofferente e malato, è un grido a coprire voci che non udite paiono insensate. Non ho una ricetta immediata contro le guerre, piccole o grandi che siano, indago solo il muoversi delle cose e cerco di vedere dove vogliono andare, come un investigatore seguirebbe le tracce. Tutte le tracce convergono alla brama di potere, investigando meglio comprendo che quel potere non sarà mai abbastanza perché non ha vittoria sul tempo. Mi ritrovo al punto di partenza dell’analisi: l’unica vittoria sul tempo coincide con l’essere.

E’ singolare e profondamente coerente all'animo umano che i Veda (Veggenti) giungano alla medesima conclusione (cito Danielou -sul mito):

<<Il Signore del sonno (Shiva), che è il principio della disintegrazione (tamas), è il principio del tempo, il distruttore, ed è nel medesimo momento il principio dell’esperienza, della beatitudine, il cui simbolo è la sorgente della vita, del piacere, cioè il linga o fallo. La beatitudine che è la vita, e il tempo che è la morte, sembrano dunque due aspetti di un’unica entità. La fonte della vita e dell’immortalità (a-mrita) è la medesima di quella della morte (mrita), un simbolo che si esprime in tutte le tradizioni con l’unione dell’amore e della morte (a-mor e mor-tis). Siccome la beatitudine è la forma dell’esperienza, il continuum-beatitudine, base dell’esperienza, è conosciuto con il nome di sensazione (rasa) o emozione, “Egli (L’Essere assoluto) in verità [non] è [che] sensazione” (Taittiriya Upanishad 2,7). L’esperienza di una beatitudine pura, senza limiti, considerata natura intima delle cose, implica la realizzazione del tempo assoluto che è l’eternità, l’attimo sempre presente.>>


Non è donare materialmente qualcosa che ci appartiene [non è il momento dell’offerta –usando un’immagine dell’i ching- ma quello subito dopo la purificazione; il momento fra i due, quello della sacra contemplazione dove chi mira subisce la trasformazione]; essere-con, dedicare, donare noi stessi ad altri noi stessi; la continuazione di quell’atto sacro del momento della creazione-prima-della-creazione, il proseguo della sacralità di essere. Significa: vedo, sento, ascolto con tutta la sacralità del mio essere, della mia intelligenza la tua sacralità, la tua intelligenza. Cosa se non in questi termini può essere descritto l’atto della conoscenza, l’arte di amare?

Ultima modifica di gyta : 05-06-2013 alle ore 20.37.52.
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Vecchio 06-06-2013, 23.37.22   #47
maral
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Originalmente inviato da gyta
Centrale all’esperienza del sentire, radicale all’esperienza di essere è la necessità di farsi dono.
L’esperienza che è attraverso di noi affinché l’essere sia completo ha necessità di scorrere nella forma di dono. Ciò che ci appartiene, la nostra anima, affinché divenga possesso va donato. Non è un dono "utile" ma necessario, una necessità di quel medesimo fluire interiore che caratterizza la nostra esperienza di essere. Donare sé è un’apertura verso l’esterno, verso gli altri esseri, una necessità profonda, un bisogno che necessita di accoglimento. Quando il nostro dare non viene preso da nessuno (il ché è radicalmente impossibile), quando il dono di ciò che siamo non è accolto, la nostra vita si ferma, lo scorrere interiore che siamo si blocca, la gioia scompare, il sapore dell’esperienza scompare.. perché non lo abbiamo donato.

Leggendo il tuo intervento mi è sovvenuto che il significato della parola pro-getto indica un gettarsi innanzi, verso e in favore a qualcosa o qualcuno. Anche nell'offerta del dono vi è quindi un pro-gettare, e giustamente dici che quando il nostro darci nel il dono di ciò che siamo è rifiutato, la gioia scompare, il pro-getto è rifiutato.
Forse qui sta la chiave per capire l'atto suicida per disperazione, il fallimento del progetto è il fallimento di un donarsi (indipendentemente di chi sia la colpa, se del donante o del ricevente) che, dopo questo fallimento, appare ora negato nella sua stessa originaria possibilità e quindi va soppresso attraverso un sacri-ficio. Il sacri-ficio (rendere sacro) sarà allora la sola purificazione possibile del dono rifiutato, perché il dono che non poteva nel mondo essere un dono, diventa dono al sacro.
Se il suicida per disperazione riscatta il proprio dono rifiutato nel sacrificio, il suicida per protesta sociale è letteralmente la vittima sacrificale, l'agnello immolato che con il suo "sangue" nutre dall'Essere il sorgere di una diversa coscienza, di un nuovo possibile rappresentare.

Il filosofo non è comunque colui che costruisce muri dietro ai quali potersi riparare dal fuoco (anche se spesso succede), ma è colui che può porsi a distanza e ponendosi a distanza riesce a scorgere quel fuoco che quando ci si è dentro non si scorge, se ne sente solo il doloroso bruciore e, comprendendolo, riesce a scorgerne il senso, fosse anche il senso di una radicale insensatezza.
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Vecchio 07-06-2013, 02.50.38   #48
Soren
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Originalmente inviato da paul11
Probabilmente capisco la posizione di Ulysse e per certi versi la condivido. C’è un po’ troppo , come dire, “sufficienza”” nel suicidio nei nostri tempi.
Del pensiero di Maral condivido che c’è una ragione fra il ”progetto” così distante dalla realtà da far venir meno la volontà di vita.
Ma non la penso tanto in maniera esistenziale quanto culturale.
Se l’istinto di vita è una pulsione fondamentale profonda , nel suicidio significa che l’immagine , la rappresentazione nostra che diamo nel mondo è talmente percepita i maniera fallimentare da riuscire a vincere l’istinto: la mente ha vinto l’istinto.
Eppure penso di aver imparato che uno dei segreti del sape vivere è la cedevolezza.
In momenti fortemente emotivi ci si accorge che per quanto noi vorremmo forzare la realtà non possiamo vincerla, la volontà ne esce mortificata perché nno modifica una realtà.
Accade come dopo una malattia che i nostri sensi nel periodo di convalescenza si ritonificano si riarmonizzano, sentiaao che riprendiamo forza in uno stato psicologico che dapprima è di prostrazione poi di totale rilassamento e infine di euforia per le forze che riprendono.
Questa cedevolezza è un po’ la filosofia orientale del non contrastare il potere enorme della natura e degli eventi, la consapevolezza di saper affrontare “il nemico” assecondandone i gesti senza contrapporsi ,come nelle arti marziali.: utilizzare la forza altrui per squilibrarlo senza necessariamente contrastarlo. La cedevolezza non è arrendevolezza, ma il sapere che la vita ci riserva gioie e dolori ,che potremmo cadere e cadremo e dovremo essere capaci di rialzarci.
Insomma, temo che stiamo disimparando a vivere “naturalmente” e siamo prigionieri “mentalmente” di modelli troppo affermativi del proprio ego e della sua volontà di imporsi nella realtà, in una realtà troppo competitiva già dalla scuola.
Non sappiamo più né perdere ,né vincere e quindi né gioire ,né soffrire con temperanza ,cioè senza eccedere , consapevoli del fatto che la gioie come il dolore spesso sono inaspettati e allora bisognerebbe reimparare ad accettarsi e accettare i mondo, vivendo certo con volontà e coraggio, ma sapendo che la vita è fatta di infinite battaglie , ma la guerra è persa in partenza.
Quel pensare, in un certo qual modo, alla morte “heideggeriana” può servire molto come capacità di capire la precarietà fisica del nostro corpo e come orizzonte progettuale di dare un significato alla propria esistenza che comprenda anche la sconfitta,il cadere, ma anche la capacità di reagire di continuare il progetto di vita, soprattutto se si capisce che non c’è una misura "assoluta" della propria esistenza.
Dal punto di vista squisitamente filosofico trovo un parallelismo molto vicino alla problematica del Novecento, dove giustificare l’esistenza di una relazione semantica tra simboli ed eventi o cose del mondo diventa un problema cruciale. È il problema della conoscenza .E’ il problema del suicidio del nostro tempo, della nostra civiltà.
Condivido con Maral che probabilmente la filosofia sia in una certo qual modo un antidoto al suicidio

Oh, sono molto d'accordo. C'è un precetto taoista "wei wu wei" che dice di seguire naturalmente il corso delle cose... "azione senza azione" ovvero di agire solo seguendo l'armonia del proprio ambiente e di non reagire agli stimoli egoici propri o di altri... insomma una formula del tutto non-aggressiva. Noi veniamo abituati esattamente all'opposto, a "farci sotto", a competere senza farci scrupoli per l'armonia generale quando si tratta del nostro utile ed in generale la "connessione" con la natura risulta labile se non assente, vivendo al tempo dell'attività lavorativa che diventa l'orologio di riferimento... il rapporto con il mondo "vero" che ci sta sotto i piedi e sopra la testa viene vissuto pochissimo ed eppure è il fondamento della vita. Da questa profonda scissione tra sociale e naturale emergono forse tutti i problemi del mondo moderno... a mio parere almeno. Come faceva notare qualcuno altrove ( mi pare 0xdeadbeef ) questo è un cambiamento recente: anche nel medioevo il tempo dell'individuo era comune e si basava su di un metro naturale/comunitario come la campana: ora ognuno ha il suo tempo che spesso ha una velocità diversa da quello degli altri, come orologi impostati tutti su ore diverse. Questa disarmonia si riflette nelle relazioni con gli altri e di conseguenza anche in quella intima con sé stessi quando ci si accorge che una frattura di questo tipo rende parzialmente impenetrabili e impermeabili a ciò che è comune e dunque tendenzialmente più solitari e tristi... almeno nella percezione che abbiamo ( o almeno... che ho ): posso anche passare una giornata tra amici, ma se in fondo ho pensieri ricorrenti riferiti ad altre cose è un po' come se stessi da solo... se io in tale momento non sono in ciò che esprimo e condivido ma in qualcosa che tengo nascosto. Anche se so che ciò è solo una deviazione sulle conseguenze sociali di un problema che principalmente nasce nel proprio rapporto col mondo piuttosto che con gli altri. Però da questo continuo dovere rintanare al proprio interno ciò che si pensa e si vive credo nascano molti dei conflitti emotivi ed interpersonali che causano crisi... individuali o collettive, siccome la finzione, questo nascondersi, porta facilmente all'esaurimento i soggetti, siccome non avendo valvola di sfogo causano contraddizioni interne... fino a quando l'accumulo porta inevitabilmente a sfoghi incisivi ed "irrazionali" che creano fratture profonde o portano ad azioni senza ritorno, come il suicidio... mentre se magari si vivesse il tempo della natura cioè ci si mantenesse nel presente invece che tra ricordi o progetti molto probabilmente si vivrebbe molto meglio... anche se mi rendo conto che questo è ovvio, ma spesso difficilissimo se non impossibile per un sacco di gente, a causa dell'aspettativa che ricade su ognuno e della strutturazione innaturale della vita di oggi che ci tiene quanto più possibile lontani dal presente... creando vuoti a cui si cerca di supplire artificialmente. Un po' come i genitori che riempiono i bambini di antidepressivi per evitare di affrontare il problema alla radice... e poi quelli crescono così bene che non solo si suicidano ma se ne portano dietro anche una ventina buona ( mi sto riferendo ad un caso famoso ). Bah! per il resto devo ammettere che io a tutto ciò, per quanto non abbia trovato una mia personale soluzione vera ( le difficoltà di estromettersi da questo sistema malato sono tante... prima di tutte l'abitudine ), riconosco che la filosofia e la cultura "alta" sono un ottimo palliativo ( e forse, sul lungo periodo, una vera e propria cura... ma non saprei )... in quanto permettono di identificare il malessere e di guardarlo senza veli... ed in fondo non credo sia altro che l'ipocrisia di una società che dice di integrare e nel frattempo fa quanto più possibile per dividere e frammentare le persone attraverso distinzioni del tutto superficiali... tra uno e l'altro c'è un intero sistema sociale che ne regola gli scambi e non gli permette di incontrarsi davvero: questo gioco di "ruoli" e "posizioni" che non fa capo ad alcunché di autentico e lascia l'individuo nella tana sicura... anche se riconosco, come sempre, che potrebbe essere tale solo nella mia percezione. Chiudo qui prima di sforare! saluti.
Soren is offline  
Vecchio 07-06-2013, 07.37.01   #49
gyta
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Riferimento: Suicidio, extrema ratio o languore?

Citazione:
Leggendo il tuo intervento mi è sovvenuto che il significato della parola pro-getto indica un gettarsi innanzi, verso e in favore a qualcosa o qualcuno. Anche nell'offerta del dono vi è quindi un pro-gettare, e giustamente dici che quando il nostro darci nel il dono di ciò che siamo è rifiutato, la gioia scompare, il pro-getto è rifiutato.

Forse qui sta la chiave per capire l'atto suicida per disperazione, il fallimento del progetto è il fallimento di un donarsi (indipendentemente di chi sia la colpa, se del donante o del ricevente) che, dopo questo fallimento, appare ora negato nella sua stessa originaria possibilità e quindi va soppresso attraverso un sacri-ficio. Il sacri-ficio (rendere sacro) sarà allora la sola purificazione possibile del dono rifiutato, perché il dono che non poteva nel mondo essere un dono, diventa dono al sacro.

(Maral)

E’ stupendo come nell’etimologia delle parole risieda la chiave dimenticata capace
di svelare i movimenti più nascosti dei nostri accordi interiori, del nostro interagire,
della nostra natura e come giungendo a quella si dischiuda come per incanto
ai nostri occhi tutto il mondo sottostante a racchiuderne il senso e come leggendo
in chiaro questo disvelarsi si dipani al nostro incedere il percorso.

Quanti percorsi! Tanti, quanto lo sono le nostre parole segrete a compierli.

Citazione:
Se il suicida per disperazione riscatta il proprio dono rifiutato nel sacrificio, il suicida per protesta sociale è letteralmente la vittima sacrificale, l'agnello immolato che con il suo "sangue" nutre dall'Essere il sorgere di una diversa coscienza, di un nuovo possibile rappresentare.

Forse, vittime sacrificali, agnelli immolati a quel segreto.

Forse l’immolazione che con il suo sangue nutre l’Essere
è la radice ed il volto stesso dell’Essere e nostro
ed a ogni incedere ad ogni apparente stasi non vi è che quello.

Citazione:
Il filosofo […]è colui che[..]comprendendo[lo], riesce a scorgerne il senso,
fosse anche il senso di una radicale insensatezza.

Io, continuo spesso a pensare che non troviamo altro
che ciò che di noi stessi siamo riusciti a disvelare, a conoscere.
gyta is offline  
Vecchio 08-06-2013, 02.40.13   #50
leibnicht
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Riferimento: Suicidio, extrema ratio o languore?

E' bello, nobile e tragico inaridire. Le distanze si fanno evidenti, le prossimità fatue e fasulle. Si impara che solo il silenzio può essere l'argomento della vera filosofia, non per dire né per negare.
La vecchiaia non marasmatica è l'autenticità dell'Uomo. Per cogliere l'essenziale, per liberarsi di infiniti orpelli, per la Verità stessa: occorre inaridire.
Come il foglio bianco di Mallarmè è la filosofia, figlia del Vuoto e dell'Impossibilità di scrivervi nulla.
... "solo la notte udì le loro parole" ... (Verlaine).
Non è l'essere umano il punto omega, non può esserlo: neppure la fede ebraica mi sorregge, nell'aridità, in quella illusione minore.
E' evidente che siamo animali intermedi e non sappiamo quanto l'Omega sia lontano da noi.
In questa fattispecie penosa il suicidio non è che un modo per mostrare a tutti che il foglio è bianco, e senza ispirazione e senso la poesia da scrivervi: e che essa resterà un'ipotesi, al di là del foglio bianco che sarà bianco per sempre.
Può sorprendere.
Poi, finita la sorpresa, qualcuno ci scriverà sopra l'ovvietà del momento, nel modo in cui conviene e nell'interesse del momento.
leibnicht is offline  

 



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