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Vecchio 09-06-2013, 11.46.56   #1
maral
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In che misura il paradigma sociale di un’epoca fonda la credibilità scientifica?

In “Contro il metodo” L’epistemologo Paul Feyerabend presenta la tesi secondo la quale l’eliocentrismo di Copernico e Galileo si affermò ai tempi grazie non all’osservazione condotta secondo i requisiti di verificabilità sperimentale richiesti del metodo scientifico, ma in virtù del nuovo clima culturale prodotto dall’affermarsi della classe borghese che necessitava il sovvertimento dell’ordine cosmologico medioevale. All’epoca di Galileo infatti, a causa dell’arretratezza della scienza ottica, non era possibile dare evidenza osservativa della teoria eliocentrica (le prime evidenze sarebbero state prodotte solo con l’osservazione della parallasse stellare più di 2 secoli dopo, quando la teoria eliocentrica si era già da molto tempo affermata), dunque, stando al metodo scientifico, la teoria eliocentrica nel 600 e nel 700 sarebbe dovuta essere stata rigettata. Feyerabend conclude dunque che il successo della teoria eliocentrica fu in realtà determinato dalla forza retorica di chi l’asseriva, facendo perno sul senso culturale storicamente emergente di cui era portatrice la classe borghese che andava sempre più affermandosi, ben più che su questioni di oggettiva verità scientifica.
Le stesse considerazioni potrebbero essere ripetute con ancor maggiore evidenza in merito all’altro pilastro della scienza moderna: l’evoluzione darwiniana, la cui teoria trovò credibilità scientifica ben prima dello sviluppo della genetica, in virtù dell’affermarsi dei modelli culturali di nuove gerarchie sociali e dai valori da esse portate: in particolare la competitività conflittuale da cui emerge il merito egoisticamente fondato che porta al progresso, la necessità imprescindibile di una visione economica che esautora ogni altro valore non precisamente misurabile in termini di vantaggio utile e riduce il vivente a pura macchina biologica funzionale solo al suo meccanico riprodursi.
Si potrebbe anche dire che è il contesto culturale e sociale a fare emergere nuove interpretazioni del mondo ad esso necessarie che, cancellandone altre ritenute ostacolanti, aprono al senso nuovi percorsi di osservazione scientifica che altrimenti resterebbero ignorati.
E’ dunque possibile concludere che anche la verità scientifica si afferma non in base alla sua oggettività di verifica metodologica, ma come emergenza culturale implicita a un determinato contesto storico e sociale?
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Vecchio 09-06-2013, 21.27.28   #2
variabile + fisso
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Riferimento: In che misura il paradigma sociale di un’epoca fonda la credibilità scientifica?

Caro maral, ho già sentito qualcosa di simile, a dire il vero ho letto anche che, cosa che qui tu non prendi in considerazione (giustamente ha a che vedere con il metodo scientifico), le stesse teorie possono partire da fasi euristiche dovute al periodo storico culturale e sociale nel quale il singolo individuo è immerso.

Venendo al quesito, hai proposto due esempi che richiamano l'antropocentrismo della cultura cristiana, geocentrismo e creazionismo, dunque idee intuibilmente fallaci, «facilmente» invalidabili su base di puro spirito critico, quantomeno di dubbia autenticità considerato che si predicava una verità di un monoteismo che non coincideva con una verità di matrice scientifica, rispetto ad un senso per la ricerca (curiosità, paura, interesse ecc...) che l'uomo ha per sua stessa natura, se pur in una misura maggiore o minore, a seconda dell'individuo e dell'epoca. Inoltre, teniamo conto che hai fatto due esempi che parlano di verità scientifiche tendenti al generico rispetto a verità scientifiche che possono rivolgersi anche al particolare, in quest'ultimo caso presumo sia alquanto improbabile l'affermazione di una teoria appoggiata su basi culturali di una comunità, ma puramente su fondamenti scientifici specifici. Ad ogni modo, se pensiamo agli effetti riscontrati dalla teoria generale di Einstein (es. eclisse solare del 1919), la quale ha trovato una forte avversione e scetticismo iniziale negli ambienti accademici, in tal caso possiamo dire sia avvenuto il contrario.

Tuttavia limitandoci al verbo «affermare», in quanto credenza diffusa, risponderei che è possibile (ma non necessariamente) che una verità scientifica si affermi in un'epoca culturalmente e socialmente pronta a sostenerla a prescindere dalla riscontrabilità della medesima, d'altra parte analogamente a quanto è avvenuto per le falsità scientifiche.

Citazione:
Originalmente inviato da maral
Feyerabend conclude dunque che il successo della teoria eliocentrica

"Successo" nel senso di idea diffusa o di idea diffusa che ha portato al riscontro oggettivo ? «Teoria affermata» e «teoria di successo» li metti sullo stesso piano ?

Perchè se il concetto di "successo" si riferisce in qualità di diffusione, nonchè affermazione, è accettabile, ma "successo" in termini di idea diffusa che implica in un momento successivo la veridicità di una teoria, non condivido, poichè il riscontro è mera questione di progresso scientifico e tecnologico. Certo, se vogliamo essere ancor più precisi, potremmo dire che tecnica e scienza sono incentivati anche da cultura e formazione, ma a parer mio, è gia qualcosa di «indiretto» rispetto alla questione che tu hai posto.

Ultima modifica di variabile + fisso : 10-06-2013 alle ore 20.05.04.
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Vecchio 10-06-2013, 18.56.37   #3
sgiombo
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Riferimento: In che misura il paradigma sociale di un’epoca fonda la credibilità scientifica?

Citazione:
Originalmente inviato da maral
In “Contro il metodo” L’epistemologo Paul Feyerabend presenta la tesi secondo la quale l’eliocentrismo di Copernico e Galileo si affermò ai tempi grazie non all’osservazione condotta secondo i requisiti di verificabilità sperimentale richiesti del metodo scientifico, ma in virtù del nuovo clima culturale prodotto dall’affermarsi della classe borghese che necessitava il sovvertimento dell’ordine cosmologico medioevale. All’epoca di Galileo infatti, a causa dell’arretratezza della scienza ottica, non era possibile dare evidenza osservativa della teoria eliocentrica (le prime evidenze sarebbero state prodotte solo con l’osservazione della parallasse stellare più di 2 secoli dopo, quando la teoria eliocentrica si era già da molto tempo affermata), dunque, stando al metodo scientifico, la teoria eliocentrica nel 600 e nel 700 sarebbe dovuta essere stata rigettata. Feyerabend conclude dunque che il successo della teoria eliocentrica fu in realtà determinato dalla forza retorica di chi l’asseriva, facendo perno sul senso culturale storicamente emergente di cui era portatrice la classe borghese che andava sempre più affermandosi, ben più che su questioni di oggettiva verità scientifica.
Le stesse considerazioni potrebbero essere ripetute con ancor maggiore evidenza in merito all’altro pilastro della scienza moderna: l’evoluzione darwiniana, la cui teoria trovò credibilità scientifica ben prima dello sviluppo della genetica, in virtù dell’affermarsi dei modelli culturali di nuove gerarchie sociali e dai valori da esse portate: in particolare la competitività conflittuale da cui emerge il merito egoisticamente fondato che porta al progresso, la necessità imprescindibile di una visione economica che esautora ogni altro valore non precisamente misurabile in termini di vantaggio utile e riduce il vivente a pura macchina biologica funzionale solo al suo meccanico riprodursi.
Si potrebbe anche dire che è il contesto culturale e sociale a fare emergere nuove interpretazioni del mondo ad esso necessarie che, cancellandone altre ritenute ostacolanti, aprono al senso nuovi percorsi di osservazione scientifica che altrimenti resterebbero ignorati.
E’ dunque possibile concludere che anche la verità scientifica si afferma non in base alla sua oggettività di verifica metodologica, ma come emergenza culturale implicita a un determinato contesto storico e sociale?

Seconde me bisogna fare alcune precisazioni.

Ritengo sicuramente innegabile che dall' "ambiente sociale" derivino importanti condizionamenti sullo sviluppo della conoscenza scientifica.
Purché si precisi che tali condizionamenti riguardano i tempi della conoscenza scientifica e del suo progresso (che ne possono essere variamente accelerati, oppure ritardati a seconda dei casi), il fatto che essa proceda in certi campi e direzioni di ricerca piuttosto che in certi altri (per esempio il fatto che in un determinato contesto storico si sviluppi maggiormente la biologia, in un altro la fisica, in un altro ancora la chimica, o determinate loro branche), oltre che ovviamente le sue applicazioni tecniche pratiche.
Ma essi non riguardano assolutamente i suoi contenuti “positivi” (e oggettivi; a certe condizioni indimostrabili) di conoscenza (nel senso che tutt’ al più possono favorire, e non di rado di fatto favoriscono nelle fasi di conservazione o peggio di reazione politica e sociale, il prevalere di teorie profondamente errate e superate; il cui riconoscimento come tali prima o poi inevitabile di fronte alla verifica empirica ed il sostituirsi ad esse di concezioni e paradigmi maggiormente adeguati all’ oggettività del mondo naturale indagato dalla scienza è bensì potentemente condizionato "dall' esterno" -favorevolmente oppure ostativamente- dal contesto sociale, senza però che ne siano affatto determinate le intrinseche caratteristiche teoriche).

Le verità scientifiche si impongono o meno, con maggiore o minore rapidità ed efficacia, dipendentemente dai contesti sociali, ma non sono per nulla quelle che sono dipendentemente dai contesti sociali, bensì dipendentemente dal rapporto dialettico fra soggettività umana ed oggettività naturale (ammissibile a certe condizioni indimostrabili) dei “contenuti reali” della ricerca; il contesto sociale fa sì che una teoria scientifica venga universalmente riconosciuta come vera o meno, che lo sia prima o che lo sia poi, ma non ne detta i “contenuti” nel modo in cui Dio avrebbe dettato il Corano a Maometto, non la determina in quanto tale.
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Vecchio 10-06-2013, 23.06.20   #4
maral
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Riferimento: In che misura il paradigma sociale di un’epoca fonda la credibilità scientifica?

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Originalmente inviato da variabile + fisso
Venendo al quesito, hai proposto due esempi che richiamano l'antropocentrismo della cultura cristiana, geocentrismo e creazionismo, dunque idee intuibilmente fallaci, «facilmente» invalidabili su base di puro spirito critico, quantomeno di dubbia autenticità considerato che si predicava una verità di un monoteismo che non coincideva con una verità di matrice scientifica, rispetto ad un senso per la ricerca (curiosità, paura, interesse ecc...) che l'uomo ha per sua stessa natura, se pur in una misura maggiore o minore, a seconda dell'individuo e dell'epoca.
Quel «facilmente» che giustamente metti tra virgolette forse tanto facile non è finché si è all'interno di una cultura che concepisce il mondo fortemente strutturato in modo gerarchico ove al posto centrale vi è l'uomo fatti a immagine e somiglianza del Creatore e a loro volta gli uomini sono divisi tra loro in classi sociali di potere, secondo quanto si ritiene implicito da quell'ordine teologico (a discendere: chi ne è interprete della Volontà divina, chi è chiamato a difendere la Volontà interpretata e infine chi fornisce le necessarie risorse materiali per svolgere nel mondo tali compiti). Ora, dire che questo ordine sociale che si riflette in un ordine naturale e cosmologico non sia oggettivo e scientifico può essere detto «facilmente» solo da chi ormai ne è al di fuori e ha punti di riferimento ben diversi.
E' vero che l'uomo ha per sua natura il senso della ricerca, ma questo non implica che esso debba svilupparsi verso quella scienza in cui si è sviluppato in Occidente ove certamente il progressivo affermarsi della classe borghese soprattutto mercantile e dei suoi valori su quella clericale e aristocratica ha determinato una visione del mondo nuova e sovvertita in cui solo potevano trovare presupposto i requisiti di controllo puntuale, intersoggettivo e quantificato del metodo scientifico.
Nella domanda ho preso in considerazione tematiche generali e scientificamente generiche in quanto mi pare che nella loro genericità esse costituiscano presupposti di valenza "metafisica" per la scienza che trovano giustificazione ben prima che dall'evidenza sperimentale e direttamente fenomenica, quanto soprattutto nella regola del rasoio di Occam, principio di natura economico filosofica che piace tanto per la sua semplificazione a chi deve fare di conto.
Tutto sommato ciò che Feyerabend provocatoriamente afferma in senso sofistico (nei suoi testi assume esplicitamente Protagora come riferimento) è che non esistono verità in sé oggettive, ogni verifica è condizionata dalle conoscenze e dai mezzi che si hanno a disposizione in quel contesto epocale per attuarla e dunque attenersi rigorosamente al metodo può essere controproducente per la scienza stessa, ai tempi di Galileo come oggi. Certamente ogni nuova teoria (come l'esempio di Einstein che tu citi dimostra) sarà contrastata dalla visone culturale dominante se ad essa vi si oppone, e sarà contrastata e negata con facilità proprio perché nuova e dunque priva dei necessari supporti di pensiero e di esperienza consolidati, ma avrà successo anche se le sue prove in suo favore sono deboli o nulle, se in qualche modo interpreta lo spirito emergente dei tempi. Se questo accade anche i metodi di riscontro verranno approfonditi, si svilupperanno tecniche nuove che ne permetteranno verifiche sempre più accurate e sottili, superando le iniziali difficoltà. Se invece questo non accade abortirà inevitabilmente in partenza, soffocata dai modi di pensare da tempo approvati e consolidati. Non basta cioè che sia vera per sperare di poter essere scientificamente affermata come tale, ma deve prima trovare il terreno storico, sociale e culturale che comunque a priori, magari inconsciamente, la consideri ammissibile. Ovviamente può anche essere che tale teoria poi si verifichi falsa, ma sarà comunque un falso da affinare per tentare di correggere reinterpretando se il contesto favorevole continua ad affermarsi.


Citazione:
"Successo" nel senso di idea diffusa o di idea diffusa che ha portato al riscontro oggettivo ? «Teoria affermata» e «teoria di successo» li metti sullo stesso piano ?
Nel senso che dicevo prima, se una teoria è consona al contesto allora si potranno sviluppare nuove metodologie di verifica atte a confermarla, può esserci una sorta di effetto sinergico: la teoria eliocentrica non confermabile per via ottica sperimentale ai tempi di Galileo produsse tuttavia quello sviluppo teorico dell'ottica che portò alla conferma due secoli dopo attraverso l'osservazione della parallasse stellare (di cui forse nessuno si sarebbe occupato o se ne sarebbe occupato in tal senso se la teoria galileiana non fosse già stata ampiamente accettata).
Ossia la diffusione aiuta notevolmente il continuare a cercare strumenti di verifica per trovare riscontri di verità superando gli spesso inevitabili iniziali insuccessi che, a rigor di metodo, ne comporterebbero la immediata bocciatura.
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Vecchio 11-06-2013, 07.36.07   #5
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Riferimento: In che misura il paradigma sociale di un’epoca fonda la credibilità scientifica?

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Originalmente inviato da maral
Ora, dire che questo ordine sociale che si riflette in un ordine naturale e cosmologico non sia oggettivo e scientifico può essere detto «facilmente» solo da chi ormai ne è al di fuori e ha punti di riferimento ben diversi.

Effettivamente vero.

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Originalmente inviato da maral
E' vero che l'uomo ha per sua natura il senso della ricerca, ma questo non implica che esso debba svilupparsi verso quella scienza in cui si è sviluppato in Occidente

Possiamo dunque asserire che una volta pervasi e ben immersi nella cultura della tecnica e della scienza è possibile nel lungo periodo concepire una ricerca diffusa di natura differente che tralasci le medesime ? Una volta intrapresa la ricerca scientifica così come avviene in occidente, è realistico pensare che di tale cultura possiamo privarcene in un futuro più o meno lontano ? Detto in altri termini: la cultura scientifica non è ciò di quanto più necessario e utile l'uomo possa produrre ? E allo stesso tempo consapevole di ciò ?

Citazione:
Originalmente inviato da maral
Nella domanda ho preso in considerazione tematiche generali e scientificamente generiche in quanto mi pare che nella loro genericità esse costituiscano presupposti di valenza "metafisica" per la scienza che trovano giustificazione ben prima che dall'evidenza sperimentale e direttamente fenomenica, quanto soprattutto nella regola del rasoio di Occam, principio di natura economico filosofica che piace tanto per la sua semplificazione a chi deve fare di conto.

Ma limitatamente a quali siano certe verità scientifiche (e non a se sia vera o meno una teoria) non hanno a che vedere con il contesto storico, in quanto, è mera perseveranza specifica di competenze, ovvero, alla casualità della scoperta: la conoscenza scientifica avviene per scoperta o per mezzo di dimostrazioni empirico-analitiche di ipotesi e congetture.
Inoltre, ribadisco, vi sono verità scientifiche nel particolare che solo chi di competenza può prendere in considerazione una loro possibile consistente veridicità.

Dunque, casi in cui non si parla di verità scientifiche che si affermano, ma di verità scientifiche che si divulgano, come per la teoria della relatività.

Citazione:
Originalmente inviato da maral
Tutto sommato ciò che Feyerabend provocatoriamente afferma in senso sofistico (nei suoi testi assume esplicitamente Protagora come riferimento) è che non esistono verità in sé oggettive, ogni verifica è condizionata dalle conoscenze e dai mezzi che si hanno a disposizione in quel contesto epocale per attuarla e dunque attenersi rigorosamente al metodo può essere controproducente per la scienza stessa, ai tempi di Galileo come oggi.

Ciò che Feyerabend definiva anarchia epistemologica o metodica.

Citazione:
Originalmente inviato da maral
Certamente ogni nuova teoria (come l'esempio di Einstein che tu citi dimostra) sarà contrastata dalla visone culturale dominante se ad essa vi si oppone, e sarà contrastata e negata con facilità proprio perché nuova e dunque priva dei necessari supporti di pensiero e di esperienza consolidati, ma avrà successo anche se le sue prove in suo favore sono deboli o nulle, se in qualche modo interpreta lo spirito emergente dei tempi.


Certo, ma qui stò facendo notare che è stato prima ancora riscontrato oggettivamente il fenomeno previsto dalla teoria della relatività per poi, successivamente, acquisire la notorietà ed il consenso, possiamo dunque asserire sia avvenuto il contrario.

Citazione:
Originalmente inviato da maral
Se invece questo non accade abortirà inevitabilmente in partenza, soffocata dai modi di pensare da tempo approvati e consolidati.


Inevitabilmente ? Direi che vi è alta probabilità.

Citazione:
Originalmente inviato da maral
Non basta cioè che sia vera per sperare di poter essere scientificamente affermata come tale, ma deve prima trovare il terreno storico, sociale e culturale

O deve prima essere riscontrata oggettivamente.

Citazione:
Originalmente inviato da maral
Nel senso che dicevo prima, se una teoria è consona al contesto allora si potranno sviluppare nuove metodologie di verifica atte a confermarla, può esserci una sorta di effetto sinergico: la teoria eliocentrica non confermabile per via ottica sperimentale ai tempi di Galileo produsse tuttavia quello sviluppo teorico dell'ottica che portò alla conferma due secoli dopo attraverso l'osservazione della parallasse stellare (di cui forse nessuno si sarebbe occupato o se ne sarebbe occupato in tal senso se la teoria galileiana non fosse già stata ampiamente accettata).
Ossia la diffusione aiuta notevolmente il continuare a cercare strumenti di verifica per trovare riscontri di verità superando gli spesso inevitabili iniziali insuccessi che, a rigor di metodo, ne comporterebbero la immediata bocciatura.

Certo, l'affermazione di una teoria aiuta la sua riscontrabilità ma ciò non toglie che nel lungo periodo sia destinata in ogni caso ad essere confermata scientificamente, perciò non è necessaria la sua diffusione se non per accelerarne il progresso scientifico, che certamente non è poca cosa. Il fatto è che vorrei capire se per Feyerabend, la sua osservazione è passibile di assiomatizzazione, se così si può dire, oppure voleva esprimere più semplicemente una tendenza piuttosto che una oggettività.


Ultima modifica di variabile + fisso : 11-06-2013 alle ore 17.45.15.
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Vecchio 11-06-2013, 13.36.27   #6
paul11
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Riferimento: In che misura il paradigma sociale di un’epoca fonda la credibilità scientifica?

Direi che ha delle serie ragioni Feyerabend.
Infatti Galileo nel contesto italiano post riformistico cristiano viene processato.
Ma il Nord dell’Europa è fortemente “mercantilizzato”, siamo nella fase storica della fine del feudalesimo e del vassallaggio .La classe dei mercanti e dei banchieri diventa fondamentale persino per i nobili da cui attingono denaro per mantenere pace e guerre.

Quindi sì, mi trovo d ’accordo che il contesto “ufficiale” di una cultura accetta o meno una nuova argomentazione culturale se l’avvalora se asseconda quella ufficiale formalizzata dal potere costituito, la rifiuta o contesta altrimenti.

Ma qui inserirei due elementi che ritengo fondamentali : il principio di autorità e di autorevolezza.

Quello dell’autorità si formalizza nella organizzazione che detiene il potere anche nel controllo del contesto culturale che ovviamente si è modificato storicamente. Oggi ad esempio i mass media, riviste autorevoli come “Nature”,fanno da eco mediatico
Si tratta allora di capire come si riesce ad esempio a scrivere su “Nature”, chi decide e come?
Chi decide nella comunità scientifica i vari premi che danno “autorevolezza” al pensiero?
Perché oggi più che mai l’autorevolezza passa per la notorietà.
Chi li sostiene finanziariamente?
La Royal Society, istituti storici che finanziavano viaggi escoperte scientifiche e geografiche come il National Geographic inglese, dibattevano chi , come e perché finanziare viaggi ,ecc.finalizzato il tutto alla”corona inglese”, si sa il loro potere colonialistico.
Ricordo che Schopenauer attaccò violentemente i metodi di assegnazione delle cattedre di filosofia in Germania che erano date ai soli seguaci della corrente idealista.
Non è quindi storia di ieri, questo scontro è da sempre attualissimo.
Chi finanzia e come la ricerca? Quale ricerca?

Quindi il discrimine, il filtro dato da autorità a loro volta ad autorevoli consessi ,soci, di enti preposti che cooptano e quindi scelgono e si danno premi fra loro , su quale logica è costituita?
Quale dato oggettivo vi è nella scelta di un autore o di una argomentazione?
I premi Nobel e tutti vari premi artistici o scientifici poggiano su concetti di autorità.
Guardate ad esempio la legion d’onore in Francia per Bob Dylan quali problematiche ha scatenato.
Si tratterebbe di capire se i consessi, le comunità scientifiche sono trasparenti.

Anche qui vale la libertà e la trasparenza.
Ciò significa che il sistema di credenze in una comunità, in un popolo, in uno Stato o comunità internazionale tende a conformarsi per legittimarsi, rischiando i servilismo per avere in cambio “prebende”.

“Dietro” ad una giuria ci sono persone che giudicano.
Ritengo che l’autorevolezza sia fondamentale nel momento in cui il dibattito all’interno di una comunità sia trasparente, cioè escano allo scoperto le diverse posizioni argomentative su una determinata problematica scientifica , artistica ,ecc.
Solo così la stessa giuria diventa autorevole e non autoritaria, quando motiva la validificazione o meno di una argomentazione scientifica o di una “vision” artistica.
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Vecchio 11-06-2013, 22.30.49   #7
maral
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Riferimento: In che misura il paradigma sociale di un’epoca fonda la credibilità scientifica?

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Originalmente inviato da sgiombo
Le verità scientifiche si impongono o meno, con maggiore o minore rapidità ed efficacia, dipendentemente dai contesti sociali, ma non sono per nulla quelle che sono dipendentemente dai contesti sociali, bensì dipendentemente dal rapporto dialettico fra soggettività umana ed oggettività naturale (ammissibile a certe condizioni indimostrabili) dei “contenuti reali” della ricerca; il contesto sociale fa sì che una teoria scientifica venga universalmente riconosciuta come vera o meno, che lo sia prima o che lo sia poi, ma non ne detta i “contenuti” nel modo in cui Dio avrebbe dettato il Corano a Maometto, non la determina in quanto tale.
Se le verità scientifiche dipendono dal rapporto dialettico fra soggettività umana ed oggettività naturale non capisco come sia possibile escludere dal termine soggettività umana e dunque dal rapporto dialettico stesso l'apporto culturale storico e sociale. In realtà spesso nella scienza si tende a considerare la teoria verificata vera solo come oggettività naturale e non come risultato interpretativo di una dialettica tra soggetto e oggetto in cui entrambi sono ugualmente presenti in quanto si enuncia. Sappiamo che il riferimento soggettivo viene per così dire, annacquato nel concetto di soggettività condivisa (che stabilisce a priori per tutti gli osservatori accreditati come osservare, cosa osservare, cosa escludere come interferenza e come esprimere i risultati), ma a maggior ragione questa soggettività condivisa sarà più o meno coscientemente fondata su una cultura storica e sociale parimenti condivisa. Dunque non vedo perché, proprio alla luce di questa dialettica, il contesto sociale non dovrebbe avere influenza non solo sui tempi di maturazione, ma pure sui contenuti finali delle leggi scientifiche.

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Originalmente inviato da variabile+fisso
Ma limitatamente a quali siano certe verità scientifiche (e non a se sia vera o meno una teoria) non hanno a che vedere con il contesto storico, in quanto, è mera perseveranza specifica di competenze, ovvero, alla casualità della scoperta: la conoscenza scientifica avviene per scoperta o per mezzo di dimostrazioni empirico-analitiche di ipotesi e congetture.
Inoltre, ribadisco, vi sono verità scientifiche nel particolare che solo chi di competenza può prendere in considerazione una loro possibile consistente veridicità.
In realtà penso che anche per quanto riguarda le questioni puramente tecniche depurate di ogni allusione metafisica sul senso del mondo e che necessitano apparentemente di competenze strettamente specialistiche, giochino, nascosti dal problema tecnico, fattori determinati dal terreno culturale soggiacente. Non fossero altri che quelle autorità (tali in virtù dell'accreditamento sociale di cui godono) di cui parla Paul11. L'autorità è infatti tale in relazione al modo in cui esprime il pensiero culturalmente lecito. Pensare che comunque l'oggettività della scienza (garantita dal suo modus operandi) risulterà vincitrice mi sembra assai ingenuo. Se infatti sappiamo di molti casi in cui ipotesi inizialmente ostacolate dal corpo accademico hanno poi avuto successo non possiamo escludere che ve ne siano altre che immeritatamente sono state scartate e restano tuttora o resteranno dimenticate. Un'intuizione nuova contrastante rispetto al corpo di conoscenze accettato, anche in ambiti strettamente tecnici, è sempre un'intuizione debole che necessita di forti investimenti (sia di ordine materiale che epistemico) per potersi chiaramente definire in senso scientifico e, per trovare tali investimenti, necessita di qualcosa che va ben oltre il cosiddetto riscontro oggettivo, perché il riscontro oggettivo non è quasi mai qualcosa di immediatamente effettuabile. Ci vuole un sentimento storico e sociale che la mantenga in piedi a lungo, anche per secoli se necessario, prima che possa trovare un riscontro soddisfacente, magare grazie all'evoluzione di altri settori scientifici (come l'ottica teorica per l'astronomia).
Un esempio specifico può essere la teoria degli stati di attivazione dell'acqua di Giorgio Piccardi http://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Piccardi che oggi potrebbero trovare una base di maggiore accettazione scientifica grazie all'evolversi della scienza della complessità e della teoria del caos, altri potrebbero essere alcune ipotesi sull'influenza dei campi magnetici sulla geometria spazio temporale, fino ad arrivare alle ipotesi che ultimamente hanno avuto grande risonanza sulla predicibilità sismica e così via. Sono tutte questioni di stretta competenza tecnica, ma sulle quali i paradigmi culturali di chi è chiamato in virtù della sua riconosciuta autorità a esprimere un giudizio hanno un peso enorme anche solo per prendere in esame il problema senza derisioni preconcette.
Non è nemmeno un problema di onestà culturale , perché chi aderisce alla forma di cultura in cui si è formato e ha costruito il suo sistema di conoscenza si ritiene sempre giustamente in buona fede, soprattutto se non brilla per apertura mentale, ma per spirito di fedeltà (e qui entrano in ballo fattori psicologici).
Detto questo è evidente che della scienza per come si è sviluppata in Occidente non potremmo mai privarcene (sarebbe assurdo), come non possiamo privarci nemmeno di tutto il pensiero non scientifico da cui ha preso forma, ma questo non significa che dobbiamo per forza ritenere che questa cultura scientifica sia ciò di quanto più necessario e utile l'uomo possa produrre in qualsiasi contesto si trovi e per qualsiasi problema si trovi ad affrontare.
Sta scritto nella prefazione al libro "i segreti dell'acqua" che ricorda l'opera scientifica di Piccardi: "E' noto come gli uomini di scienza di ogni epoca siano costretti a muoversi negli ambiti epistemologici dettati dal paradigma vigente e che pochissimi riescono a percorrere nuove vie". Credo che la scienza debba moltissimo a costoro, anche a quelli che resteranno per sempre misconosciuti a causa di premature pretese di oggettività che spesso non sono altro che pregiudizi culturali. E ogni epoca ha i propri, senza nemmeno potersene accorgere finché non vengono messi in discussione da un nuovo emergente spirito dei tempi.
maral is offline  
Vecchio 12-06-2013, 09.07.36   #8
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Riferimento: In che misura il paradigma sociale di un’epoca fonda la credibilità scientifica?

Devo ammettere che la mia linea di pensiero è più o meno quella di Maral in proposito. Aggiungerei che il "metodo" scientifico non lo ha inventato Galilei, come spesso sembra di capire dalle parole di alcuni; il distacco dalla mitologia e dalla poesia che ha portato all'uso della prosa e al "verificazionismo" era un atteggiamento proprio già di molti antichi studiosi della natura come quelli della scuola di Mileto (Talete, Anassimandro, Anassimene ecc.). Di lì, quando la cultura greca si è intrecciata con quella romana e al cristianesimo, dalle profonde riflessioni di teologia e teologia naturale si è andata lentamente configurando la necessità di un approccio alla natua attento a ciò che nella natura stessa si poteva osservare.


Per ciò che riguarda alcune scienze come la psicologia, la psicopatologia soprattutto e la psichiatria il problema della tassonomia e del metodo stà portando oggi al collasso di alcune metodologie istituzionalizzate. Che poi, in generale, una teoria scientifica abbia valore se viene divulgata dalle riviste più attendibili e dai ricercatori più in voga è cosa risaputa, cioè fa parte del metodo stesso della scienza oggi. Poi confido abbastanza nell'approccio sperimentale ma ciò che mi fa paura è la costruzione di grandi teorie come il Modello Standard in fisica. Si è dovuto cercare questo bosone di higgs, doveva esistere, ora lo hanno trovato, ora esiste.. speriamo che non sia un modo per proteggere una costruzione così complessa e conosciuta.
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Vecchio 12-06-2013, 09.27.51   #9
Aggressor
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Riferimento: In che misura il paradigma sociale di un’epoca fonda la credibilità scientifica?

Poi non capisco perché, soprattutto alle medie e al liceo, si fa passare la scienza come caposaldo di oggettività e verità. Oppure si insegnano cose sbagliate sulla storia della scienza o si omettono verità sui personaggi della storia del pensiero scientifico. Per esempio quello che ha scritto all'inizio Maral su Galileo e il telescopio è vero (ma non lo sanno in molti). La tecnologia del tempo non permetteva di guardare nitidamente oggetti come la Luna dal telescopio, solo da certe ricostruzioni si potevano far emergere le immagini riportate pure nei disegni di Galileo sui suoi libri. Lo scienziato vendeva i suoi potenti cannocchiali alle forze militari veneziane per scopi bellici, senza per altro diffondere le informazioni per poter duplicare la sua invenzione.


I libri filosofici di Godel sono nascosti.. una cosa è la teconologia che si muove sulle costruzioni matematiche della scienza, una'altra è l'intrerpretazione dei dati ottenuti dalla sperimentazione (interpretazione della natura). In ogni caso sembra proprio del nostro periodo storico un certo nichilismo, uno sguardo a-etico sul mondo e guardacaso la scienza oggi sembra il primo veicolo di questa impostazione, ma la scienza non è stata sempre a-etica, lo è oggi a causa del clima culturale in generale.
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Vecchio 12-06-2013, 20.38.32   #10
ulysse
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Riferimento: In che misura il paradigma sociale di un’epoca fonda la credibilità scientifica?

Citazione:
Originalmente inviato da maral
In “Contro il metodo” L’epistemologo Paul Feyerabend presenta la tesi secondo la quale l’eliocentrismo di Copernico e Galileo si affermò ai tempi grazie non all’osservazione condotta secondo i requisiti di verificabilità sperimentale richiesti del metodo scientifico, ma in virtù del nuovo clima culturale prodotto dall’affermarsi della classe borghese che necessitava il sovvertimento dell’ordine cosmologico medioevale.
Forse la classe borghese non amava l’ordine cosmologico medioevale, ma mi pare che il clima, pur, a quel tempo generlamente effervescente, nel caso delle idee cosmologiche di Copernico, Keplero, fino a Galileo e oltre…il clima, dicevo, mi pare fosse abbastanza contrario, tant’è vero che Copernico aspettò di essere in punto di morte per dare alle stampe il suo “DE REVOLUTIONIBUS ORBIUM COELESTIUM “… tanto l’Inquisizione lo terrorizzava!

Del resto sappiamo dei guai che lo stesso Galileo ebbe a patire proprio dalla Inquisizione col famoso processo in cui gli fu imposto, oltre alla condanna, di giurare che mai avrebbe diffuso le sataniche ipotesi di Copernico.

Per inciso, quella di Copernico era sopprattutto una elaborazione matematica piuttosto che cosmologica: rispetto a Tolomeo riduceva quasi della metà il numero degli epicicli nel calcolo delle orbite...per'altro supposte circolari.

Insomma, quello di Copernico, dal punto di vista cosmologico, era un pò un pasticcio, ma aveva il grande merito (o demerito a seconda dei punti di vista) di introdurre nella ferrea struttura Aristotelico/Tolemaica, dopo quasi 2000 anni, l'idea, blasfema per quei tempi, che fosse il Sole, il centro e non la terra...quindi la terra non era più il nido che Dio aveva preordinato per l'uomo, ma solo uno dei pianeti che già orbitavano intorno alla terra...ed ora, con la terra stessa, intorno al sole.

Quindi la questione vera in interesse non era tanto di ordine matematico o di conoscenza cosmologica, o di struttura sociale, ma era di ordine teologico...la qual cosa, oltrepasando gli intenti di Copernico, lo sprofondavano in argomenti di estremo pericolo che mai avrebbe voluto toccare.

Quindi è probabilmente vero che la borghesia emergente desiderava sconvolgere i privilegi rimasti dal mondo feudale…ma, certo, dovette presto accorgersi che il libricino di Copernico non costituiva agevole strada.

Di fatto, già allora e ben oltre il tempo di Galileo, le università, il mondo accademico in genere, continuarono imperterriti nel racconto della cosmologia aristotelica, con buona pace dei borghesi, banchieri, mercanti, ecc...che di certo non se ne curavano…e nemmeno erano in grado di dare alla cosa, all’eliocentrismo emergente, l'importanza che meritava o,comunque un qualche significato.

Nemmeno quando Galileo, col suo cannocchiale, evidenziò al Doge la curvatura della terra: si vedevano, infatti, con certo anticipo le navi in arrivo...il Doge, pur apprezzando, non ne intuì la grandezza.
E quando mostrò alla corte medicea le lune di Giove: i pianeti medicei…. a significare che non tutto girava intorno alla terra... accadeva che i cortigiani si divertivano con stupore a guardare nel cannocchiale, ma lo consideravano un innocuo giochetto di corte senza collegarlo ad una reale diversa struttura dell’universo…tanto erano convinti del contrario...immersi com'erano nella cultura teologica del tempo.

Non è che Galileo non si rendesse conto del nuovo paradigma cosmologico, ma si accontentava della pubblicità che gli davano i giochetti col telescopio e faceva il finto tonto per non rendere la cosa troppo evidente ai cardinali (Barbarino in testa) ed al Papa...o mal gliene incoglieva.

Quindi non mi pare proprio che il clima fosse così aperto alle nuove idee: forse cominciò ad aprirsi ai tempi di Newton e solo allora, cominciò ad apparire in tutta evidenza agli studiosi che l’universo non era più quello di Aristotele.

Eppure resta strano che i prodromi del nuovo pensiero…del nuovo universo… si avessero proprio nel tempo in cui l’inquisizione fu più virulenta: da Copernico fino alla morte di Galileo/nascita di Newton…ma non saprei dire perché, proprio in quel periodo, il cosmo aristotelico/tolemaico, che la Chiesa sosteneva a spada tratta, cominciasse a perdere colpi.

Dubito fosse una questione socioeconomica o di prestigio sociale…la società operante e attiva semplicemente non se ne rendeva conto…non ne aveva la cultura…a parte gli accademici ed i religiosi…che però pendevano in senso opposto.

E’ comunque vero che poi, già dopo Newton, si presentarono i primi sintomi di mutamenti sociali che in un secolo avrebbero portato alle grandi rivoluzioni: quella americana, quella francese e poi la rivoluzione industriale inglese, ecc…ma temo che in un senso o nell’altro la cosmologia ci avesse poco a che fare se non per il fatto che, con la perdita della unicità e centralità dell'uomo e del reltivo pianeta,…anche la religione..e quindi la Chiesa...perdeva la centralità sua e non esercitava più tanto il suo predominio, oramai retrogrado, sul pensiero dell'uomo e sulle coscienze...verso l'illuminismo!

La cosa fu di enorme e strabiliante interesse per l'evolvere del pensiero umano in ogni campo...molto oltre quello che poteva essere l'intento dei primi promotori (Copernico, Keplero, Galileo, Bacone, ecc...) o dei primi borghesi del '500/'600: dopo migliaia di anni di supposta centralità e unicità dell'uomo e del suo pianeta...la centralità passò al Sole, poi alla Galassia ed ora a...niente.

Di centralità ed unicità, infatti, l'uomo non ha più bisogno...forse è finalmente diventato adulto e pienamente autonomo....altro che riduzione alla pura funzione maccanicistica del riprodurre...ove lo avrebbe confinato Darwin.

Ma la strada era ed è ancora lunga: figuriamoci che, in certi ambienti, ancor oggi, Darwin è osteggiato per la stessa ragione: il darwinismo ed il neodarwinismo evoluto sarebbero responsabili di togliere all’uomo la sua unicità nell’universo... quando, appunto, neppure questo universo è più certo di essere il solo unico universo.

Si prospettano, infatti, teorie per cui anch’esso sarebbe parte, con altri universi, di un più vasto arcaico universo, il multiverso, che tutti i possibili universi comprende…ma forse è fantascienza!
Comunque è una possibilità contemplata e teorizzata

E’ un fatto tuttavia che le esternazioni di Copernico, Keplero, ecc…e dello stesso Galileo non costituivano ancora scienza…nel senso che intendiamo noi oggi: mancava, ovviamente, il crisma del metodo!

Invero i nuovi matematici e filosofi che da Copernico … culminarono in Galileo…e poi in Newton, costituirono una vera cesura rispetto ai vecchi filosofi aristotelici dell’ipse dixit: infatti non erano più filosofi da tavolino elucubranti su sterili scritti di vecchi maestri, ma si impegnavano direttamente sul campo e traevano le loro elucubrazioni da osservazione diretta, sperimentazione, calcolo, ecc…
Fu su questa strada che emerse e si sviluppò la scienza...un nuovo più avanzato e affidabile sapere...dopo la stasi... per il sapere laico.... Aritotelico/Tolemaica/Cristiana di quasi 2000 anni.

Tuttavia, ripeto, non si può dire (e sarebbe ingenuo pretenderlo) che le elucubrazioni di questi maestri costituissero scienza… chè, ancora, la scienza, quale noi la intendiamo, non era stata concepita, ma lo sarebbe stata presto… proprio emergente dal “Discorso sui due massimi sistemi” col quale Galileo stesso postulò il “metodo scientifico”.

Tuttavia è già di per sè merito di quei maesrtri che, pur privi di metodologie stabilizzate, giungessero a tanto per intuizione, creatività e genio.

Comunque è un fatto che l’dea eliocentrica, di certo non scientificamente elaborata all’origine costituì trampolino per arrivare evolutivamente all’odierno universo pensato in espansione in ogni direzione e privo di centro: le galassie che fuggono allontanandosi l’una dall’altra!....

Comunque l’dea che sempre si giunga all’enunciato scientifico perseguendo il metodo è idea fasulla..di chi ancora manca di una pur minima idea del realizzarsi scientifico.
Non di rado, infatti, accade il contrario: l’intuizione, il pensiero laterale o, magari, il caso, mostrano, d’un botto, il nuovo trovato o magari l’intera teoria strategica…quando, magari, si cercava altro, ecc…

La dimostrazione metodica la si persegue dopo: molte delle idee emerse alle punte più avanzate dei vari campi scientifici aspettano ancora una dimostrazione…se verrà... sarà nuova conoscenza, nuova scoperta…altrimenti la si butta e si persegue su altra via: try and error… ma è così che la ricerca scientifica si fa più aggressiva.

Del resto le grandi teorie scientifiche oggi vigenti sono, in contermporenea, deduttive e induttive.

Quindi, direi che se i fautori delle prime affermazioni dell’eliocentrismo hanno derogato dalla metodologia scientifica, che, ripeto, ancora non esisteva, è cosa di poco conto o di nullo momento.

Fa piuttosto meraviglia che da quella prima rozza idea (orbite ancora circolari per Copernico) si sia giunti all’ipotesi del multiverso di oggi…del tempo/spazio…o di un arcaico universo…madre di tutti gli universi!

Certo è vero che anche il clima socio/culturale preorientato di un paese o di una società...magari come ricaduta di una più rigorosa precedente cultura… può molto influire sull’emergere e diffondersi di nuovi e più efficaci paradigmi scientifici: se, invece, all’opposto, regna la sfiducia non c’è molto da pretendere.

Si aggiunga che gli stessi governi investono in scuole, insegnamenti, cultura e ricerca tecnico/scientifica solo se i cittadini sono favorevoli…se la cosa porta voti ai promotori politici….diversamente non c’è che da arretrare verso il terzo mondo. …e pare quest’ultimo ancora il caso del nostro paese...causa una sua particolare storia...politico/religiosa/sociale/culturale, ecc..
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