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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 17-02-2014, 18.12.23   #21
Angelo Cannata
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Riferimento: Heidegger: l' essere e l' uomo

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Originalmente inviato da jeangene
Ora mi chiedo: se l' esistenza dell' essere fosse dipendente dall' esserci significherebbe che da sempre c'é e per sempre ci sarà un esserci in cui l' essere accade (esiste), altrimenti, se così non fosse (cioé c'é stato un tempo o ci sarà un tempo in cui non c'é un esserci in cui l' essere accade (esiste)), significherebbe che l' essere e l' esserci derivano dal nulla e nel nulla terminano la loro esistenza. Questo per me é inconcepibile.
Credo che questo problema sia causato da una certa difficoltà, cioè un non essere abbastanza abituati a pensare l'essere esclusivamente come pensato dall'esserci, a causa di una lunga abitudine a pensarlo oggettivamente. Nell'ottica di Heidegger, per noi esseri umani è impossibile avere un'idea davvero adeguata di "come stanno le cose": c'è sempre qualcosa che ci sfugge. Perciò è impossibile farsi un'idea adeguata di cos'è l'essere, cos'è l'esserci e se siano eterni o nati dal nulla. Ma allora perché ne parliamo? Ne parliamo per raccontare la nostra percezione dell'esistenza. Quando Heidegger descrive le relazioni tra essere ed esserci, certamente non lo fa con la pretesa di dire: "Le cose stanno così"; egli piuttosto intende: "L'unica cosa che possiamo fare è provare a raccontare come ci sentiamo in questo mondo"; e secondo lui una maniera tra le migliori per descrivere la nostra situazione umana è tutto ciò che lui dice riguardo all'essere e all'esserci. Ma lo dice come tentativo di interpretare il modo in cui ogni essere umano di questo mondo percepisce il proprio trovarsi in questo mondo, non come visione oggettiva e funzionante dei meccanismi dell'essere e dell'esserci. Tale visione oggettiva, nella filosofia di Heidegger, è impossibile da ottenere. Parlare di essere eterno oppure che deriva dal nulla significa riportare il discorso di Heidegger in una visione oggettiva, che è l'opposto delle sue intenzioni.
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Vecchio 17-02-2014, 19.41.54   #22
david strauss
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Riferimento: Heidegger: l' essere e l' uomo

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Originalmente inviato da green&grey pocket
Se la svolta la vogliamo datare al 1930 possiamo ben dire che il lavoro su Nietzsche è la parte finale del saggio Sull'essenza della verità che fu pubblicato nel 1943, ben tredici anni dopo la sua stesura iniziale. Tale scritto è importante perché delinea la "svolta" (Kehre) nel penisero di Heidegger.

Beh, io la svolta nel pensiero di Heidegger l'ho sempre datata agli inizi degli anni Trenta. Poi è chiaro che su questo punto le posizioni di biografi e critici non è univoca. Non alludo alla "seconda svolta", per me c'è sempre stata solo una prima fase, ed una seconda fase nel pensiero heideggeriano, e Heidegger ha cominciato a fare conferenze ed a scrivere di Nietzsche solo nella seconda fase.

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Originalmente inviato da green&grey pocket
Anche per il Nolte ( per Volpi il miglior commentatore dell'Heidegger politico) comunque, questo errore politico è durato solo un anno.

Vero, giusto, nel 1933 Heidegger divenne rettore a Friburgo, e aderì al partito nazionalsocialista, ma nel 1934 se ne allontanò, preferendo dimettersi dalla carica piuttosto che allontanare dall'università due colleghi contrari al regime.

Citazione:
Originalmente inviato da green&grey pocket
Sul fatto che l'evento heideggeriano debba essere necessariamente inteso come reazionario non lo sapremo mai, sembra che il filosofo tedesco si sia rinchiuso in una sorta di "resistenza silenziosa".

Infatti, non lo sapremo mai, ma la mia opinione è che la sua adesione e il successivo distacco dal nazismo non debba essere tenuto presente come chiave di lettura nelle due fasi del suo pensiero; se invece si cala la sua filosofia nella dimensione politica del suo tempo si commette l'errore di chi ha voluto addirittura psicoanalizzare la sua intervista allo Spiegel. Qui siamo al delirio puro.
Oppure come chi ha ipotizzato un suo distaccamento dalle sue azioni ed affermazioni da sé come persona empirica e le attribuisce ad un destino non meglio specificato, mah.

Citazione:
Originalmente inviato da green&grey pocket
Il buon Zizek non smette mai di stupirmi! è un genio!anche se non so cosa voglia dire , qualcuno spieghi grazie!!
ps.
David ti ricordi dove ne ha scritto/parlato?

Quel mattacchione di Zizek l'ha scritto in "In difesa delle cause perse", Prima parte "Lo stato delle cose", capitolo 3: Intellettuali radicali, o del perché nel 1933 Heidegger compì il passo giusto (benché nella direzione sbagliata), pag. 139, primo capoverso.
Ancora non l'ho finito di leggere, perciò ancora non posso spiegare. Poi Zizek richiede una lunga digestione, come sempre.
Ciao
david strauss is offline  
Vecchio 21-02-2014, 07.33.24   #23
jeangene
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Riferimento: Heidegger: l' essere e l' uomo

A vostro parere ha senso pensare il corpo come una oggettivizzazione dell' apertura in cui siamo gettati (oggettivizzazione percepita attraverso l' apertura stessa) ?

Un saluto.
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Vecchio 21-02-2014, 11.40.20   #24
Angelo Cannata
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Riferimento: Heidegger: l' essere e l' uomo

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Originalmente inviato da jeangene
A vostro parere ha senso pensare il corpo come una oggettivizzazione dell' apertura in cui siamo gettati (oggettivizzazione percepita attraverso l' apertura stessa) ?

Un saluto.
Mi sembra che per Heidegger non si possa mai parlare di oggettivizzazioni, poiché questo termina implica un prescindere dall'inevitabile condizionamento soggettivo a cui ogni tentativo di oggettivizzazione non può sottrarsi. Forse questa tentazione può venire dall'esperienza che ognuno di noi fa, quando vede di potersi toccare una qualsiasi parte del corpo sentendola come un oggetto autonomo: in fondo posso anche staccarmi un piede e io resto io, con la conseguenza di concludere che io sono un soggetto diverso dal mio piede. Ma quest'illusione credo sia dovuta ad una dimenticanza: anche quando prendo in considerazione il mio piede staccato da me, in realtà lo sto pensando pur sempre col mio cervello, quindi devo prendere atto che mi è impossibile pensare il mio piede staccato da me senza inglobarlo all'interno del mio percepire soggettivo. In altre parole, tutte le volte che pensiamo qualsiasi cosa, non possiamo pensarla se non rendendola parte del nostro pensare, e quindi condizionandola con la nostra soggettività. In questo senso ci è impossibile sapere cos'è il nostro corpo indipendentemente dalla soggettività di noi che lo pensiamo. Semmai, forse potremmo individuarlo come simbolo, come linguaggio, come condizione che ci ricorda il nostro esserci, così come può ricordarcelo un libro scritto; il considerarlo in questo modo ci ricorda meglio l'implicazione inevitabile della nostra soggettività, perché ogni simbolo, linguaggio, condizione, rientra in un atto di interpretazione in cui c'è un soggetto che interviene. Infatti il corpo può essere usato con pretese di oggettività, nel momento in cui lo usiamo per aggredire l'altro, oppure con umiltà, nel momento in cui lo usiamo come strumento di ascolto.
Il nostro essere gettati non dev'essere considerato in una visione oggettiva, altrimenti tradiremmo Heidegger: io non posso vedere me stesso nella condizione di gettato, come se mi guardassi dall'esterno; posso solo descrivere ciò sotto forma di racconto soggettivo, come quando uno dice che sente un dolore, senza alcuna pretesa di aver capito di cosa si tratta esattamente.
In altre parole, la tentazione di pensare metafisicamente è sempre dietro l'angolo.
Angelo Cannata is offline  
Vecchio 21-02-2014, 16.30.33   #25
jeangene
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Riferimento: Heidegger: l' essere e l' uomo

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Originalmente inviato da Angelo Cannata
Mi sembra che per Heidegger non si possa mai parlare di oggettivizzazioni, poiché questo termina implica un prescindere dall'inevitabile condizionamento soggettivo a cui ogni tentativo di oggettivizzazione non può sottrarsi. Forse questa tentazione può venire dall'esperienza che ognuno di noi fa, quando vede di potersi toccare una qualsiasi parte del corpo sentendola come un oggetto autonomo: in fondo posso anche staccarmi un piede e io resto io, con la conseguenza di concludere che io sono un soggetto diverso dal mio piede. Ma quest'illusione credo sia dovuta ad una dimenticanza: anche quando prendo in considerazione il mio piede staccato da me, in realtà lo sto pensando pur sempre col mio cervello, quindi devo prendere atto che mi è impossibile pensare il mio piede staccato da me senza inglobarlo all'interno del mio percepire soggettivo. In altre parole, tutte le volte che pensiamo qualsiasi cosa, non possiamo pensarla se non rendendola parte del nostro pensare, e quindi condizionandola con la nostra soggettività. In questo senso ci è impossibile sapere cos'è il nostro corpo indipendentemente dalla soggettività di noi che lo pensiamo. Semmai, forse potremmo individuarlo come simbolo, come linguaggio, come condizione che ci ricorda il nostro esserci, così come può ricordarcelo un libro scritto; il considerarlo in questo modo ci ricorda meglio l'implicazione inevitabile della nostra soggettività, perché ogni simbolo, linguaggio, condizione, rientra in un atto di interpretazione in cui c'è un soggetto che interviene. Infatti il corpo può essere usato con pretese di oggettività, nel momento in cui lo usiamo per aggredire l'altro, oppure con umiltà, nel momento in cui lo usiamo come strumento di ascolto.
Il nostro essere gettati non dev'essere considerato in una visione oggettiva, altrimenti tradiremmo Heidegger: io non posso vedere me stesso nella condizione di gettato, come se mi guardassi dall'esterno; posso solo descrivere ciò sotto forma di racconto soggettivo, come quando uno dice che sente un dolore, senza alcuna pretesa di aver capito di cosa si tratta esattamente.
In altre parole, la tentazione di pensare metafisicamente è sempre dietro l'angolo.

Immaginavo di essere in errore.
La relazione corpo - apertura l' ho pensata perchè in una visione oggettiva è il nostro corpo a relazionarci con il mondo. In una visione oggettiva i cinque sensi ed il sistema nervoso determinano il modo di relazionarci al mondo un po' come nella visione di Heidegger l' apertura in cui siamo gettati determina il modo in cui l' esser-ci si rapporta agli enti.
jeangene is offline  
Vecchio 22-02-2014, 12.09.27   #26
david strauss
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Riferimento: Heidegger: l' essere e l' uomo

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Originalmente inviato da jeangene
Immaginavo di essere in errore.
La relazione corpo - apertura l' ho pensata perchè in una visione oggettiva è il nostro corpo a relazionarci con il mondo. In una visione oggettiva i cinque sensi ed il sistema nervoso determinano il modo di relazionarci al mondo un po' come nella visione di Heidegger l' apertura in cui siamo gettati determina il modo in cui l' esser-ci si rapporta agli enti.

Il tuo dubbio è più che legittimo, anche se come ha giustamente detto Angelo Cannata non ha molto senso parlare di oggettivazioni in Heidegger; ma è il tipo di impostazione che ha dato alla sua ricerca ontica a trarre in inganno. Infatti il modo d'essere appare separato dall'essere, mentre non ne è estrinseco. Questo è uno dei pochi punti di contatto di Heidegger con Parmenide, anche se il primo ci arrivò per via strettamente ontologica, mentre l'eleate per via prettamente logica: l'essere (e quindi anche la relazione corpo-apertura) non può essere oggettivato, perché è un tutt'uno con il mio pensiero, e nel momento in cui volessi separarlo, per pormelo davanti, come oggetto, il mio pensiero verrebbe a trovarsi fuori dall'essere. E fuori dall'essere non c'è niente.
david strauss is offline  
Vecchio 22-02-2014, 13.07.27   #27
jeangene
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Riferimento: Heidegger: l' essere e l' uomo

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Originalmente inviato da david strauss
l'essere (e quindi anche la relazione corpo-apertura) non può essere oggettivato, perché è un tutt'uno con il mio pensiero, e nel momento in cui volessi separarlo, per pormelo davanti, come oggetto, il mio pensiero verrebbe a trovarsi fuori dall'essere. E fuori dall'essere non c'è niente.

Non fa una grinza.
Come afferma anche Angelo "la tentazione di pensare metafisicamente è sempre dietro l'angolo", devo imparare a resistere a questa tentazione.
jeangene is offline  
Vecchio 22-02-2014, 21.06.15   #28
green&grey pocket
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Originalmente inviato da jeangene
A vostro parere ha senso pensare il corpo come una oggettivizzazione dell' apertura in cui siamo gettati (oggettivizzazione percepita attraverso l' apertura stessa) ?

Un saluto.

Bisogna ricordare che Heidegger è anzitutto allievo di Husserl, il tema del corpo è praticamente assente nell'opera heideggeriana, e lo stesso Heidegger rispose sull'argomento in lezioni private, ora disponibili su jakabook.

Se intendiamo il corpo come oggettivazione dell'essere ovviamente sono d'accordo con Angelo e David, ma se invece ti riferisci proprio al corpo allora la tua intuizione mi piace.

Ovviamente non dobbiamo intendere il corpo come le neuroscienze si illudono di fare.

La posizione del corpo è la posizione sensista di derivazione Husserliana.
In essa il concetto di spazio viene problematizzato proprio in riferimento a quello preteso universale da Kant.
Anche lo spazio diventa spazio trasformato dall'osservatore.
In questo caso psicologico.

Ma la tua intuizione mi pare sensata, infatti lo spazio che è oggi qualcosa di determinato da altro (chi parla di materia oscura, chi di gravitoni), è esattamente esso stesso una peculiarità della gettatezza.

Il corpo inteso come somma delle sensazioni (oggi qualcuno parla anche della sensazione di spazio) è allora anch'esso oggettivato dall'Essere, da Dio.

L'oggettivazione è però sempre gettatezza, bella intuizione! (sempre che non l'abbia fatta troppo mia)

by green
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Vecchio 23-02-2014, 18.52.24   #29
jeangene
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Riferimento: Heidegger: l' essere e l' uomo

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Originalmente inviato da green&grey pocket
Se intendiamo il corpo come oggettivazione dell'essere ovviamente sono d'accordo con Angelo e David, ma se invece ti riferisci proprio al corpo allora la tua intuizione mi piace.

Ovviamente non dobbiamo intendere il corpo come le neuroscienze si illudono di fare.

La posizione del corpo è la posizione sensista di derivazione Husserliana.
In essa il concetto di spazio viene problematizzato proprio in riferimento a quello preteso universale da Kant.
Anche lo spazio diventa spazio trasformato dall'osservatore.
In questo caso psicologico.

Ma la tua intuizione mi pare sensata, infatti lo spazio che è oggi qualcosa di determinato da altro (chi parla di materia oscura, chi di gravitoni), è esattamente esso stesso una peculiarità della gettatezza.

Il corpo inteso come somma delle sensazioni (oggi qualcuno parla anche della sensazione di spazio) è allora anch'esso oggettivato dall'Essere, da Dio.

L'oggettivazione è però sempre gettatezza, bella intuizione! (sempre che non l'abbia fatta troppo mia)

by green

Forse ho sbagliato ad usare il termine "oggettivizzazione", provo ad essere più chiaro:
ho pensato il corpo fisico come una percezione che l' esserci, l' uomo ha della apertura in cui è gettato (questa percezione naturalmente avviene sempre e comunque attraverso le modalità della apertura stessa), come se l' apertura "si facesse" ente per l' esserci.

La tua interpretazione forse si discosta dalla mia idea originale, ma sicuramente è più sensata.

jeangene is offline  
Vecchio 02-03-2014, 19.31.25   #30
Roquentin
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Riferimento: Heidegger: l' essere e l' uomo

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Originalmente inviato da leibnicht
Ciò che non potrebbe mai risultare ad un lettore non smemorato e non-tedesco di lingua è il fatto seguente: l'indagine di Heidegger "nasce" da una questione sulla "domanda".
La questione sulla "domanda" cosa è? Torniamo alla KRV, nella Dialettica.
"Cosa posso sapere?" "Cosa debbo fare?" Cosa posso sperare?"
"CHI" o "COSA" sto interrogando nell'atto stesso di "porre" queste domande?
Ecco, la risposta di Heidegger è che vi sono un soggetto ed un oggetto che risultano intrinsecamente ineludibili al "fatto in sé" di porre tali questioni.
Ma Heidegger, intelligentemente, non ritiene che la "soggettività" e l'"oggettività" di questo fatto (cioè porre le questioni) siano "determinabili" assolutamente.
Questo vuol dire che l'oggettività e la soggettività che risiedono nei termini del "Domandare qualcosa a qualcuno" non possono essere prestabiliti una volta per tutte e per sempre.
Dunque la Ragione dialetticamente inscritta in tale "domandare" non può dialetticamente inscriversi nella domanda stessa.
L'intento di Heidegger esita dunque nell'ipotesi inerenziale: soggetto e oggetto ineriscono tra loro e la dialettica è sospesa.

In poche parole: l'esserci non è altro che la consapevolezza umana che interroga se stessa, e l'essere non è che l'"interrogato" della consapevolezza umana che interroga il Mondo, inteso come "altro da ciò che è l'interrogante" e che sottende, convitato di pietra, tra e oltre l'interrogato e l'interrogante.
Dove Heidegger perde se stesso è laddove pretende di recuperare la dialettica precedentemente "sospesa", in quell' "altro da ciò che è l'interrogante", sotto la specie di una progettualità.
Il tempo, insomma.
Ma il Tempo, die Zeit, lei è il vero convitato di pietra... Lei!! Non il Mondo.

Heidegger non parla mai di consapevolezza, ma di confidenza, o fidatezza fidata. L'esserci non è consapevole: si fida di se senza sapersi fino in fondo.
Roquentin is offline  

 



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