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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 14-04-2014, 23.41.44   #21
Galvan 1224
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Riferimento: Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

Tu credi che si possa

lèvato da quest’acque

pulito dalle schiume,

nuotar nell’altro fiume

là dove non si nacque?

Aneli nel tuo agire

quell’inattesa mossa,

che pur nel buio fondo

si mova come lume?

Non c’è andar e venire,

è questo il solo mondo.


……………………………………….


Molte persone provano strane sensazioni riguardo se stesse, il mondo e la relazione con esso, riassumibili in: forse le cose non sono come par che siano.

Il logico passo successivo, quello di approfondire la questione, tuttavia è cosa affatto semplice.
Di solito si rimane impigliati in qualche ostacolo, di cui il più comune è immaginare o far propria l’altrui idea/convincimento di come le cose siano, in quanto abbiamo una predisposizione a farci acchiappare e trovata una risposta vi aderiamo.

Comportamento che in parte deriva dal bisogno di sicurezza d’antica memoria, quello d’avere un terreno solido sotto i piedi… e un riparo per la notte.
Non parlerò di alcuno di questi “terreni”, ce ne son così tanti che non saprei quali scegliere e altri qui lo fan davvero bene, ma tutti (o quasi) hanno una prerogativa, di portarvi lontano da quella strana sensazione… facendovela dimenticare o riporre ben in fondo nella vostra memoria, che qualcosa si è raggiunto ed è scemata la spinta.

Almeno sino alla prossima occasione, quando una coincidenza, un ricordo,un dejà vu, un cantar la stessa canzone con un'altra persona nel medesimo momento, pensar lo stesso pensiero, far lo stesso gesto, sentir casualmente la risposta a una questione che vi sta arrovellando, scoprir un’affinità, aver un sogno particolare… la solleverà nuovamente alla superficie della coscienza.

Ma ormai conosciamo questo tipo di effimere farfalle che durano lo spazio di un volo e non incidono quasi per nulla nell’economia della (sovente dura) vita quotidiana.

Non è semplice anche perché è pressoché impossibile impadronirsene, son come piccoli semi (qual di senape) che sfuggono alle maglie della nostra struttura di pensiero.
Eventi a sé, senza causa apparente... come un flash illuminano per un istante la scena e poi non son più, non c’è tecnica o metodo per replicarli.

Se fate una ricerca troverete numerose spiegazioni e quando una di queste (anche la mia, quando la fornirò) vi convinca o s’adatti alla vostra visione ecco che quando imprevedibilmente riaccadranno apparirà un pensiero che suggerirà in quale categoria collocarli… e poi chiudere la porta di quel contenitore.

Credo che nessuno sappia davvero come stanno le cose, e potrebbe essere che questi avvenimenti minimi che qui richiamo, rispetto ai grandi temi e problemi dell’umanità, non siano poi del tutto trascurabili.
Quelli son montagne sulla nostra strada e questi minimi ben poca cosa… come lo è la punta dell’iceberg… ma il grosso sta sott’acqua…

Appunto l’acqua, quella di cui parlavo nel post precedente, l’acqua del passato e del futuro riunite in un unico fiume che scorre sino a noi e da noi verso…

Questo fiume è il luogo della nostra vita, che deposita i suoi avvenimenti nella memoria (le schiume) man mano accompagnandoci all’uscita che tanto ci fa discutere e interrogare, anche su questo forum.

La poesia all’inizio sottende un altro fiume, un altro luogo, quello frequentato dal ricordo dove non agisce il pensiero-pilota dell’io.
Potremo chiamarlo un ricordo senza passato.

Un fiume e un ricordo ben strani, un po’ come la materia visibile e quella oscura, croce e delizia di fisici e astronomi.
Questi piccoli imprendibili avvenimenti che pare non nascono dalle nostre memorie, poiché spesso coinvolgono persone, luoghi e circostanze anche del tutto nuove, se proprio abbiamo d’accostarli vien meglio a quella materia oscura più che all’altra, ben conosciuta e codificata in schemi di pensiero che s’appoggiano alla conoscenza fin qui prodotta dall’uomo.

Naturalmente son tutte definizioni quelle che vi fornisco, con tutti i loro limiti, tuttavia son anche definizioni poetiche, ispirate pur se in piccola parte, e in quel sentire, se raccolto, potrebbero liberare qualcosa.

Questo è l’unico mondo che conosciamo, il qui e ora.
Il fiume in cui scorre la nostra vita e l’altro, in cui forse scorre una vita diversa (ma son parole) devono esser qui o non sono affatto.
Pur se tutto diviene, tutto è qui presente… ma non chiedetemi di dimostrarlo filosoficamente, se qualcuno l’ha fatta una tal cosa spetta a lui il compito. E se non l’ha fatta, o quel qualcuno non c’è… stranamente siam ancora qui…

… qui dove tra tanti fatti ci accadono quelli citati, piccole bizzarrie… perché?

Ritorniamo all’esistenza vista come un gioco (non ripeterò ogni volta… anche e soprattutto un terribile e crudele gioco… mi son rassegnato e lo accetto), c’è un gioco che non dà alcuna possibilità al giocatore?
Almeno una chances… almeno un contentino?

Quelle coincidenze, bizzarrie… dicono qualcosa? Non vien forse la sensazione di trovarsi in una specie di gioco quando accadono?

A proposito, avete qualcosa contro i giochi?
Vorreste un discorrer sempre e solo serio, argomentato?
Del tipo: quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare?

O che non son giochi di bimbi quelli più belli?
Galvan 1224 is offline  
Vecchio 28-04-2014, 20.23.27   #22
Galvan 1224
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Riferimento: Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

Da poco ho dovuto rinnovar la patente di guida: un breve esame della vista, un modulo con le eventuali patologie e la spesa di cento euro.
Per ancora quasi sei anni son in regola.

Poiché ho la caratteristica d’arrivar prima del previsto (molto prima, e come tutte le cose se son troppo squilibrate, da un verso o dall’altro, forse non son bene, forse non son male…) ho cercato un modo d’impiegar il tempo, unendo l’utile al dilettevole.

Così mi son trascritto le ultime cinque righe di lettere del tabellone luminoso per l’esame degli occhi (sino ai 10/10, tralasciando gli 11/10) e ho fatto esercizio di impararle a memoria.
Con l’occhio sinistro arrivo ai 9/10 ma col destro, complice uno sfarfallio dell’immagine arrivato ai 7/10 non l’azzecco sempre giusta.
Non c’era alcun bisogno di quell’esercizio, fortunatamente la vista funziona senza dover portare occhiali, ma volevo vedere (è la parola giusta…) se fossi stato in grado di imbrogliar un po’ le carte.

Vi dico subito che non m’è riuscito, non perché mi fossi scordato le sequenze, ma perché il dottore, arrivato con gran ritardo e impaziente d’andar via ancor prima, non mi lasciava che men di un secondo per legger i caratteri.
La mia memoria non era sufficientemente allenata per quel breve tempo, perché avevo usato quella verbale, come di legger le sequenze dentro me. Per riuscir nella prova avrei dovuto impiegare quella fotografica, ma è tutt’altro esercizio.

Questa breve introduzione per ritornar sulla memoria, gran parte di quel che siamo, e approfondire un po’ la questione.

Come sapete io parlo semplicemente e alla portata di ognuno, con quasi nessun riferimento e un ridotto bagaglio di conoscenze.
La mia filosofia, se si può dir così, è minimamente sostanziale.

Mi considero qui il fratello minore che disegnando sulla sabbia non abbisogna che del dito rispetto ai miei maggiori che lo fan con ben più sviluppati apparati e non su tali grezzi materiali.
Queste le mie possibilità.

Ora entrando in argomento, che ne pensate di quell’anticipar prima della fine della digitazione il risultato della ricerca, ad esempio con Google? Quella sì che è velocità!
E per quel che ci riguarda, cosa siam capaci di fare?

Personalmente non son stato capace di identificare con siffatta velocità, richiamando l’informazione dalla memoria, le lettere indicatemi dal dottore. Ma per gli insiemi di lettere, le parole, se ne guardo una qualsiasi, non saprei dir se ci sia un tempo che mi separi dal suo significato.
Una volta messa fuoco e anche prima d’averla inquadrata del tutto - un po’ come Google - ne avverto in me il significato, il senso.

Chissà come realmente funziona l’interno di un computer, nel mio e nel caso d’ogni uomo tuttavia il significato, per quanto immediato, vien dopo la ”lettura” della parola fatta internamente.
Occorre proprio “pronunciarla”, leggerla dentro di sé (o almeno iniziare a farlo, che poi vien “autocompilata”. Le parole son ridondanti di lettere, elidere la vocale finale, come anch’io amo far spesso, non ne pregiudica il significato… e si potrebbe toglier dell’altro) perché ne possa scaturire il senso, e allo stesso modo occorre farlo per poter scrivere una qualsiasi parola.

Passando ai suoni, anche nell’ascoltar una parola (ovviamente a condizione di conoscerla) immediatamente se ne avverte il significato e spesso accade di comprenderla prima che sia completata del tutto.

Questo rivela qualcosa riguardo la nostra modalità percettiva, come dall’attività dei sensi si giunge, attraverso la memoria, al significato di quanto si sperimenta.
Un percorso lineare: senso>memoria>significato, così come è lineare il percorso della ricerca (informatica) usando Google.
In questo e nel nostro caso un’informazione che viaggia in un canale, il letto d’un fiume che trasporta l’acqua dalla sorgente alla foce.
E un passaggio attraverso la memoria – cibernetica o organica che sia - così rapido da non esser avvertibile, anche se in talune circostanze, ad esempio in una situazione di pericolo, può succedere che non lo sia abbastanza.

Ora vi dico d’una sensazione sottile, non so come altrimenti definirla, che m’accade e ritengo accada anche ad altri.
Dicevo che quando si ascolta, sovente il senso anticipa il termine della parola… ma non solo… in certi casi mentre odo iniziar una parola ecco che quella stessa parola all’interno di me risuona già completa, e quella esterna ricalca la traccia di quella, leggermente in anticipo, interna.

Sembrerebbe l’anticipazione degli esempi precedenti, la memoria che s’attiva e prospetta il risultato finale.
Fosse così, e spesso lo è, tuttavia non dovrebbe sempre azzeccarla e invece quando c’è, quella sensazione sottile non manca mai il colpo.
E per render la faccenda ancor più bizzarra (che volete, queste minime cose che la maggioranza trascura mi affascinano…), andando ancor più sul sottile (non è né facile né frequente) si ha la sensazione anche della parola successiva, neppur iniziata… e procedendo ancora… chissà, forse una sorta di déjà vu..?

(Wiki): Il déjà vu è un fenomeno psichico rientrante nelle forme di alterazione dei ricordi (paramnesie): esso consiste nella sensazione erronea di aver già visto un'immagine o di aver già vissuto precedentemente un avvenimento o una situazione che si sta verificando. Seppur impropriamente, viene anche chiamato «falso riconoscimento». Vien stimato che il 60% della popolazione abbia avuto almeno una volta nella vita un'esperienza di déjà vu.

Non son d’accordo che sia un fenomeno psichico o che rientri in una forma d’alterazione dei ricordi, e più che la sensazione d’aver vissuto precedentemente un avvenimento io ritengo che si provi la sensazione di conoscere l’informazione in arrivo, più o meno dettagliatamente.


Come diceva Snoopy (aspirante scrittore seduto sopra la cuccia con - mi piace immaginar - una Olivetti lettera 32, che ho posseduto): … l’intreccio si infittisce… (o si dipana..?)

(A proposito di lettera 32: L'insieme dei caratteri a disposizione ha evidenti mancanze: non è presente il tasto col numero 1 che si ottiene utilizzando la lettera l (elle) minuscola oppure la I (i) maiuscola; allo stesso modo non è presente lo zero, che si ottiene digitando la O (o) maiuscola; mancano inoltre i tasti per le vocali accentate maiuscole usate nella lingua italiana, che andavano sostituite dalle lettere normali seguite dall'apostrofo.
Questa tipologia di soluzioni era piuttosto comune nelle macchine per scrivere dell'epoca.
Che strano, per far funzionare i computer bastano 1 e 0…)

Un saluto
Galvan 1224 is offline  
Vecchio 13-05-2014, 00.11.07   #23
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Riferimento: Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

Dopo il naufragio i sopravvissuti trovarono rifugio nell’isola.
I più si risolsero a star assieme ma visto che il cibo non scarseggiava alcuni preferirono star da soli, e poiché erano in prevalenza maschi e le donne ben poche tal evenienza evitava possibili conflittualità… o almeno le procrastinava.

Quelli che si riunirono in una piccola comunità si adattarono meglio al nuovo ambiente e man mano, riprendendole dal mondo ormai perduto, applicarono a questa le regole di quello (il loro motto: questo e quello per me pari sono…).

I solitari invece erano individui particolari, dalle personalità ben definite e nella media (anche se non si può mediar caratteri diversi) un po’ forti… a volte anche un po’ intransigenti, che si manifestavano perlopiù quando accadeva che s’incontrassero, casualmente o meno, seguendo questo o quel sentiero, alla ricerca del cibo… o di compagnia, che star sempre soli non è facile per nessuno.
Ma pur se animati dall’umano desiderio di rispecchiarsi nell’occhi dei loro simili sovente accadeva che quegli incontri si risolvessero in dispute anche accese (mai violente, però) e sempre per lo stesso motivo, il grande segreto…

L’isola, che per quanto ampia era pur sempre un piccolo limitato mondo ad essi stava stretta e per qualcuno lo diventava ogni giorno di più.
Il mare immenso il nemico da sconfiggere per poter ritornare da dove vennero, dove il loro valore, il loro nome era conosciuto e rispettato. Dov’era la fine dell’incertezza e la giusta collocazione non in un fazzoletto di terra, ma nell’universo addirittura, perché quando non si percepiscono i confini par di star nello sconfinato, o nell’infinito, come qualcuno preferisce chiamarlo.

Ma i mezzi anche solo per tentar di pensar una cosa del genere, ripercorrere quel viaggio all’indietro, semplicemente non c’erano.
Chi tentò, aggrappato a un tronco o provando a issar una piccola vela su una zattera improvvisata, nei casi più fortunati venne ributtato a riva, e negli altri… il problema si risolse, ma non nel modo sperato.

Non si sa con precisione come avvenne ma pian piano la notizia si diffuse, sia tra la piccola comunità che tra i solitari… si rinvennero delle iscrizioni, retaggio di tempi antichi, chissà quanto… ma tuttavia ritenute comprensibili, parole che taluni credettero di poter tradurre nella propria lingua… e poi schemi e disegni…

“La nave della vittoria”, sul nome quasi non c’erano dubbi e neppur sulle possibilità di quella, permettere “il grande ritorno”.
E di qual ritorno mai avrebbe potuto intendersi, se non quello cui tutti anelavano?
Il pensiero comune fu che fin dai tempi antichi qualcuno poté trarsi via da quella prigione (a dir la verità non si stava poi così male, ma tant’è, sempre a rimuginar si finisce per veder sbarre al luogo di palme…) per mezzo di quell’eccelsa nave, capace di vincer l’alti marosi senza spezzarsi e prender la vela il forte soffio del vento e scavalcar la risacca, issata sull’apice dell’onda anomala che l’avrebbe depositata oltre… ormai oltre… e poi solo l’attesa… e il giusto premio all’ardimento, alla fatica e perché no, alla fede… di tanto ci sarebbe stato bisogno… di troppo per la comunità che trasformò quella fantastica storia in un mito, la dipinse su teli e dispose atti, parole e comportamenti per salir sì su quella nave, e vincer certo… ma dopo, dopo questa vita e dopo quell’isola.

I solitari non lo considerarono un mito, per loro quell’iscrizioni non erano fantasie, ma reale possibilità.
Alcuni ritennero che la nave fosse celata da qualche parte, forse vicino alla riva, occultata sotto la sabbia, e qualcuno prese a scavar qui è là, sempre più fondo, talmente fondo da non veder più la luce… e dimenticar l’altri pur di scavar e scavar sempre…

Qualcuno prese a salir sulle palme, dapprima le vicine e poi quelle giganti dell’entroterra, per scovar la gobba ricoperta di vegetazione, cresciuta sopra la nave.
Poi sarebbe stato solo di tagliar via tutto e trasportarla al mare… sì, con qualche temperino (scampato al naufragio) e facendo rotolar tonnellate sopra qualche fragile tronco di palma.
Eh sì, fiducia, tanta fiducia nei propri mezzi e… un problema per volta si risolve tutto.

Altri ancora immaginarono che tal genti capaci di sfuggir al destino che colà li aveva confinati dovessero per forza aver attributi superiori, che dir, se non Dei dei quasi-Dei.
E si sa (come non si sa, ma si sa) che quelli a volte ci hanno a cuore e predispongono anche per noi delle vie di fuga per raggiunger la salvezza… in poche parole quella nave doveva esser nascosta a pezzi e tutto si risolveva nel trovar l’indicazioni giuste, perdiana, la mappa, quella bisognava scovare!!
Eh, ma prima occorreva tradur bene quelle parole… e uno diceva la sua e un altro la capiva diversa… e così via… (son sempre là e continuano…).

Non stiamo a completar la lista, ma almeno di un altro (non se mai capito se fosse un solitario o un fuoriuscito dalla comunità, fatto sta che era carne per l’uni e pesce per l’altri…) per cronaca occorre dire.

Costui soleva camminar sulla spiaggia, dove incontrava ora quelli ora questi e a tutti chiedeva se gradissero un caffè… magari a Milano, dove contava d’aver degli amici…

Quelli della comunità, che lo consideravano picchiatello, lo portavano con loro e gli offrivano la brodazza di palma tostata, senza zucchero, che non c’era… e lui ringraziava e l’invitava a Milano, che avrebbe pagato per tutti… e quelli a sorrider e dirgli, domani… domani… e l’indomani a ridargli la solita brodazza… eh no, non c’era verso… chissà, forse doveva provar con un’altra città…

Ma quando incontrava un solitario… beh, prima s’ha da vedè se ho tempo… no, nun ce l’ho, c’ho da scavà n’altre du tonnellate, da salì n’altre 31 palme e da fà li calcoli co li numeri primi, razionali e irrazionali… e se s’azzardava a dir che, beh, si poteva pure prender ‘na pausa… quelli je rispondevano… per fa gghé..?

Per un caffè, no? … e loro a replicar… ma è Lavazza?

E come no, in quest’isola c’è tutto quello che si desidera, basta volerlo..!!
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Vecchio 21-05-2014, 00.39.46   #24
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Riferimento: Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

Da dove venivano lo sapevano bene, entrambi da un villaggio turistico di Sharm el-Sheikh, dov’erano l’uno per una vacanza dovuta a un colpo di fortuna, la vincita d’un viaggio in una lotteria (tra l’altro biglietto regalato, doppia fortuna…) e l’altro per un breve periodo di riposo (meritato) dopo la visita ai luoghi sacri della cristianità, in veste d’accompagnatore d’un numeroso gruppo di pellegrini.

Anche dove andavano lo sapevano bene (…o meglio credevano di saperlo…), un’escursione in barca a vela per lor due che si trovarono soli alla partenza.
Niente di impegnativo, giusto per il gusto di prendere il largo l’uno e di sentir soffiar il vento in faccia l’altro.

E come si svolsero gli avvenimenti li condusse a interrogarsi sul “che siamo”.

Erano qualche miglia fuor di porto quando del tutto senza preavviso montò un vento da nord-ovest, che ebbe come primo effetto veder i due disquisir se fosse da ricondurre a Roma, culla della religione, ponendo Malta al centro del mediterraneo; o Venezia, culla del buon governo (per quanto aristocratico, il più lungo che mai si conobbe) nel caso di Zante.
La disputa s’interruppe ben presto, la forza crescente dapprima strappò la vela e quindi un’ondata sommerse il piccolo motore mettendolo fuori uso… ma ancor peggio trascinando fuor di poppa il capitano (eufemismo) della barca, fortunatamente lesto a trascinar con se l'unico salvagente…

Eh sì, alla deriva… verso una di quelle isolette della costa occidentale d’Arabia.
Dopo lunghissime ore in balia dei morosi, col vento mai a mollar la presa e le nuvole sempre più nere a scaricar sempre più acqua, alfin la barca spiaggiò e i due novelli naufraghi, stremati, poterono metter piede su terren solido.

Poi che si furon ripresi si guardarono attorno… nessun segno di vita, solo una fitta boscaglia all’interno ma alcun manufatto dell’uomo… un’isola disabitata, o di pertinenza militare?
Come che fosse c’era da decider il da farsi: attendere, confidando nei soccorsi (sapevano della loro gita) o muoversi cercando un contatto?

“Secondo me conviene attendere, la tempesta è ormai scemata. Il Capo del Personale dell’hotel sa di noi e della gita e avrà già allertato i soccorsi, è solo questione di tempo.”

“Sicuramente è questione di tempo, su questo siam d’accordo… il punto è quanto? Mi par di ricordar che di isolette ce ne son molte in quest’area… non abbiam alcuna scorta, acqua da bere innanzitutto… e la temperatura sta salendo, è solo settembre, ancora estate… la minima media è 28 e la massima media 35…”

“Buona memoria del depliant turistico, eh? Già, quest’informazione è vitale, come l’acqua, appunto… che suggerisci?”

“Forse conviene esplorare a fondo l’ambiente, potremmo trovar un contatto…”

“Sì, ma potremo non trovar nulla, e addentrandoci perder l’occasione d’avvistar qualche imbarcazione e lanciar urla e muover le braccia per richiamo.”

“Già..”

“E poi… il Capo del Personale mi sembrava un tipo sveglio, da saper il fatto suo… mi vien d’aver fiducia nei suoi mezzi…”

“Non ho avuto occasione di parlarci… cosa te lo fa supporre?”

“Beh, senza chieder nulla m’ha fatto trovar dei libri religiosi in camera e mi ha dato pieno accesso a internet dal suo computer…”

“Indubbiamente è nei suoi compiti l’assecondar i clienti e procurarsene di nuovi… non darei tanta importanza ai libri, li ho trovati anch’io… dopo che mi ha visto parlar con te… Ma dato l’allarme non può più nulla. ”

“No, qui sbagli… in questi posti una persona influente smuove le rocce…”

“Convengo… ma si tratta di considerar il tempo che ci mettono per trasformarsi in barche ed arrivar qui… tra mille altri posti possibili…”

“Sì, ci vorrà del tempo… intanto cerchiamo di costruir un riparo dal sole con un po’ di vegetazione e materiale di scarto, che dici..?”

“Oh, un’idea pratica… picchia, eh? A proposito, che abbiamo da bere..?”

“Un intero mare…”

“Perbacco… primi sintomi di disidratazione… un aumentato senso dell’umorismo..! Intendevo che a metterci a lavorar sotto il sole ci disidratiamo ancor più…”

“Ma a ripararci sotto gli alberi aumentiamo la distanza e la visibilità…”

“Eh, pare che inevitabilmente una cosa escluda l’altra… potremmo darci il cambio, aumenterebbe l’autonomia…”

“Puoi andar tu per primo a ripararti…”

“Non è questo il punto, non abbiamo molte chances, se decidiamo un comportamento non potremo poi cambiarlo nell’altro…”

“Quindi la scelta giusta… come decidere?”

“… la classica moneta, o pari e dispari?”

“Uhmmm… il caso contro la fiducia nel Capo del personale… scelta difficile…”

“Indubbiamente, come tutte le scelte in cui la vita è in gioco… che convenga dividerci e ognuno provar la sua, tu qui ad attendere e io a ispezionar l’isola?”

“Beh, io ti direi d’aver fiducia… potresti rischiar la pelle in quella selva oscura… magari è anche minata…”

“Ah… bell’incoraggiamento…che ne dici di passarti la lingua sulle labbra… tanto per sentir quanta saliva t’è rimasta?”



E mentre quelli stavano parlando un ragazzino sbucò dal folto della vegetazione, neppur badandoli raggiunse la barca, scoperchiò il motore e dato due colpi d’avviamento lo mise in moto per subito spengerlo. Quindi s’avvicinò ai due e disse loro:

Riparazione motore 500 euro, acqua cibo e alloggio per la notte 500 per tutti e due… totale 1000 euro, pagamento in contanti, va bene?”

“Ma senti questo… 1000 euro…”

“Eh sì, peggio che da noi… trattiamo un po’, si fa così qui…”

Ma il ragazzino riprese a dire:

Riparazione motore 1000 euro, acqua cibo e alloggio per la notte per ognuno 500 euro…………………………..”

“Ehi!Ehi..!!! va bene, va bene…!!! Però sei un ladro, lo sai, vero?”

No, non sono un ladro… il prezzo d’ogni cosa dipende dalle circostanze e poi vi farò un bel regalo…!

“Un regalo… che cosa?”

Vi regalo questa storia!

“Ah, credi che valga 2000 euro..?”

No, vale un buono per un caffè a Milano… ma da qui, aereo, albergo e visita serve quella cifra… però il caffè lo offro io…


Pace&bene
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Vecchio 01-06-2014, 08.13.14   #25
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Riferimento: Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

Tra erba, sassi e rovi, farfalla venne al mondo,
ancor con l’ali chiuse fuggì su piè la serpe
e appresso alzata in aria, un corvo in volo tondo
la vide e chiuso l’ali planò su quelle sterpe.

Parve la fin vicina ma più vicin fu torre
e vista una fessura entrò nel marmo bianco.
Ma il Re dal nero manto nel tetto volle porre
la sua novella casa ed ei non fu mai stanco
da là volar attorno, mirando tra le giunte,
a quel boccon sfuggito, sì salvo ma romito.

Reclusa suo malgrado, lontana dalla fonte
vedea le sue sorelle, volar, cercar marito
e vivere quel poco concesso dal guardiano,
che l’una dopo l’altra cogliea, cibo gradito.
Protetta dalla torre poté pensar lontano
e l’astri, l’enti e tutto alfin le fu elargito.

Cadea dalle sue ali la polvere dorata,
il vol divenne affanno, tra rampe e vuote stanze.
Ben prima della fine, uscita da una grata
s’alzò alta nel cielo, a disegnar le danze.

Sempre a cercar in basso il corvo non la vide
e pur se tu non credi essa gli andò vicino,
ei tosto volse l’occhio ma strano, quella ride!
Più non ha paura e accetta il suo destino.


La presente poesia fa riferimento alla discussione: Stupidità (La torre d'avorio della filosofia) e non ho ritenuto di postarla in quella sede per diversi motivi.
Cerco di tenermi aggiornato sulle discussioni in corso anche se alcune mi risultano difficili, presupponendo una preparazione da addetto ai lavori; ad esempio quella su Nietzsche, nella quale pur cercando di cogliere il cuor della questione (non conoscendo le opere e deficitando degli strumenti critici appropriati) rivolgo maggiormente l’attenzione sull’interazione tra i partecipanti.

In quella e in altre, anche se potrei dir qualcosa mi astengo dall’intervenire dove ne ho la sensazione che sia ai più sia gradita una competenza specifica. Il tempo colà speso non lo ritengo sprecato, mi è servito per conoscere un po’ del vostro pensiero e come l’esponete.
Non certo per avvicinarmi alla vostra parte intima, che per quella servono contatti vis à vis.

Sto attento a che i miei scritti, in questa discussione, siano in tema.
Non a caso ho scelto il titolo che ha, poiché mi permette di dir quel che siamo e su tal questione ognuno di noi ha veramente molto da dire, pur se non sarà l’eccelsa filosofia che altri s’attendevano, e nel mio caso potrebbe apparir chiacchiericcio da bar e parole in libertà, slegate da un percorso intellettuale serio e sostanziato.

Per questo rimango qui nel mio angolo cercando di non disturbare, nei limiti del possibile, chi quel percorso invece onora con la sua presenza. Porto il mio contributo, come voi portate il vostro, augurandomi lo spazio basti per tutti e incoraggiando la vostra pazienza.

Vorrei scusarmi con l’amico leibnicht (che m’ostino a definir tale) d’aver contribuito col mio messaggio nella discussione da lui avviata ad aver supportato le certezze che espone nel suo ultimo, confidando che il silenzio (che è solo esteriore, parlato o scritto) cui ha fatto voto sia temporaneo, dedicandogli questa poesia.


Un’ipotesi: non è che siamo proprio noi, con le nostre mani (uso del pensiero) a costruir le simboliche torri (una è la mia…) che s’ergono nella sconfinata pianura dove svolazziamo più o men contenti all’interno?

Strano, nello scriver parte di quel che sento, che è parte di quel che sono, si disvela una delle direzioni (dove andiamo?) che in quest’ambito (forum) ho iniziato a percorrere.
Resa allegoricamente (sin che non possa divenirlo effettivamente…) con le mie storielle, conduce da quest’isola che (per mezzo delle parole) abitiamo assieme ad altri, a un luogo (un bar, perché no?) ove esserci in figura (carne e ossa) potendo scrutar l’un nell’occhi dell’altro, oltre quelle parole.

Quanto varrebbe una siffatta evenienza, l’incontrarci?
Tanto quanto ognuno ritenga valga, da zero a cento, fosse questa la scala.
Non son certo io che posso dar il valor per voi di una cosa, di un atto e, in assoluto, zero o cento che sono?

Ma tra tutte le ipotesi a cui ci si rifà nel disquisir in questo posto, proprie e più sovente altrui, questa evidenzia un aspetto pratico che rimanda a una interessante questione che il buon Maral ha colto: le molteplici storie (frammenti di vita) che raccontiamo e viviamo possono intrecciarsi e fosse pure per una volta diventar una storia condivisa?

Una morale? È la somma che fa il totale… come a dir che è frequentandosi che ci s’incontra… tautologie o qualcosa d’altro?
Galvan 1224 is offline  
Vecchio 12-06-2014, 14.34.30   #26
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Riferimento: Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

Ho dichiarato le mie competenze e illustrato la modalità dei miei interventi, ora spiego perché li presento in questo modo, poiché una buona parte di quel “che siamo” non è uguale per tutti.
Nel mio discorrer semplicemente ho già anticipato che non avrei usato importanti e potenti parole, non perché le disconosca… all’opposto, perché non le conosco.
Nel senso che pur comprendendole perfettamente e ricordandomi bene d’averle in passato usate (e talora abusate, pur se in buona fede) non son più mie, non hanno agganci reali e sostanziali con quella (riferita al mio vissuto e viver presente) che vien detta esperienza soggettiva.

Son giustamente considerate parole importanti ma nel mio caso quanto ne posso richiamar dalla memoria non mi appartiene, in quanto l’esperienza associata a tal parola non mi ha attraversato depositando qualcosa in essa.
Certo conosco quanto dicono gli altri, la tradizione, i libri… ma quel tipo di conoscenza non mi confà più, non per presunzione d’aver di meglio, tutt’altro, ma perché qualcosa dentro di me (se c’è un dentro) diversamente da un tempo, oggi mi impedisce di aggregar alla mia qualsivoglia esperienza altrui, sentita o letta.

Quel movimento, dell’aggiungere l’altrui al mio, mi si è spento, accendendosene un altro, di ben più modesta entità, che mi porta a trovar il senso di ciò che mi è precipuo in quello che incontro, nell’esperienza che mi ha attraversato/attraversa.
Questo non significa impermeabilità ai contribuiti dei miei simili (che leggo/ascolto ancor più di un tempo…) bensì impossibilità ad associarli ai miei e usarli per un qualche scopo.

All’inizio di questo avvenimento mi son allarmato nel constatare quanto poco mi rimanesse, quanto poco fosse realmente mio, mi sembrava quasi d’esser retrocesso da un (relativamente) avanzato percorso di conoscenza sin all’inizio della scuola, se non ancor prima, a imparar nuovamente i rudimenti del linguaggio.
La spinta a ritornar sui miei passi fu forte e pur se tentai - che in fondo mi ci trovavo bene con le mie letture, approfondimenti e percorsi - non ci fu verso, quasi non disponessi più dell’hardware (organico) necessario per farlo… e senza quello ogni software, per quanto sofisticato e potente semplicemente non gira.

Nel confrontarmi col poco rimasto, nel tempo mi son accorto di poter procedere senza l’appoggio di quelle potenti parole.
Anche senza si può ugualmente scandagliar la memoria, seguir la sensazione del suono o dell’immagine attraverso i sensi e vivere le situazioni (normali e talvolta bizzarre) di ogni giorno.

Naturalmente è il mio percorso, inapplicabile tal quale come ogni percorso ad altre persone; tanti tra noi convengono che ognuno ha da trovar il proprio e che tutti siano di pari grado rispettabili e “veri”.
Nondimeno nel relazionarci qui e altrove ci scambiamo convincimenti, pensieri, esperienze… e tutto concorre a focalizzarlo sempre meglio quel nostro percorso.
Mi è utile e gradito seguir l’altrui pensiero perché pur nella (apparente?) distanza dal mio tuttavia procede nella stessa direzione, l’unica che esista, verso quel dove andiamo che ci accoglierà tutti…

Una peculiarità del mio modo di procedere è che non posso deciderlo, mi deve proprio accadere di sentir il momento in cui qualcosa - un pensiero, una sensazione – mi attraversa e cercar di mantener il passo, sino a poterla tradurre in parole.
Fin qui non è diverso da quel che accade ad altri, pur se di tal questione, da dove originano e come si formino le nostre proposizioni, non ho trovato al momento riferimenti nel forum, forse perché son cose che si danno per scontate…

La differenza invece vien dopo, appresso l’evento ha finito d’attraversar il mio cammino la porta rimane chiusa sino al successivo incontro; proprio non posso riorganizzar pensieri, stabilire connessioni, far debiti confronti e preparar proposizioni fuor da quella situazione, il qui e ora dell’incontro con contenuti che mi apparterranno.

Tale è la via di chi s’affidi all’ispirazione, se mai abbia potuto sceglierla.




Se è un gioco le pedine non lo sanno,

conoscono solo quel che gli accade

nel loro procedere verso la meta,

quella sì ben chiara, l’uscita e la fine del gioco,

se appunto lo è.

La maggior parte di loro incontra ostacoli a ogni mossa,

altre vengon trascinate in fretta,

poche scivolano quasi senza attriti

accompagnate da fortune d’ogni sorta.

Forse solo coincidenze

o la strategia di chi tira i dadi per loro.

C’è un’altra categoria di pedine…

rare e all’apparenza non distinguibili dalle altre,

esse conservano nel loro muoversi

la sensazione di quel lancio di dadi.

Non per questo avranno un destino diverso,

ma mentre con le altre son sospinte all’uscita

che s’approssima, forse a qualcuna

pare di scorgere una remota possibilità

di prender parte, in qualche modo, al gioco in corso…





un saluto e grazie dell'attenzione

Galvan
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Vecchio 05-07-2014, 18.49.13   #27
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Riferimento: Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

Nel campo rettangolare, delimitato da bordi rialzati, son disegnate 24 punte – due dozzine contrapposte – dove son collocate in posizioni definite due serie di 15 pedine di diverso colore (una per giocatore) che con un percorso orario devono uscirne a mezzo di lanci di due dadi.

Chi tolga per primo tutte le sue pedine vince.
Queste durante il gioco posson esser “mangiate” e debbono riprenderlo dalla prima punta, con ciò dando un vantaggio all’avversario, ma la ”fortuna” nel far sortire appropriate combinazioni numeriche e maggiormente dadi con numeri uguali che permettono di contar due volte il punteggio, rapidamente può capovolger le sorti.

Tale campo di gioco, anticamente chiamato in molti modi oggi è conosciuto come backgammon.

(Wiki) .L'origine del backgammon viene comunemente fatta risalire a circa 5000 anni fa al Gioco reale di Ur ritrovato nella tomba di un re sumero durante gli scavi nell'antica città mesopotamica di Ur, nell'attuale Iraq. Una successiva scoperta, però, sembra poter anticipare la data di nascita di circa 100-200 anni e trasferire il luogo di nascita nell'attuale Iran a causa del ritrovamento di una tavola durante gli scavi archeologici della città di Shahrnella provincia sud-orientale del Sistan-Baluchistan.
È probabile che successive migrazioni ne abbiano permesso una diffusione estensiva sia verso Occidente che verso Oriente favorendo la nascita di numerose varianti. Vista la sua antichissima origine è facile comprendere come siano potute nascere col tempo anche numerose leggende sulla sua paternità. Una di queste attribuisce l'invenzione al re di Persia Ardashir Babakan, della dinastia dei Sasanidi, un'altra ad un antico saggio indiano di nome Qaflan. Una variante di nome Senet si doveva giocare anche nell'antico Egitto. Sono state trovate delle tavole risalenti al 1500 a.C. nella tomba di Tutankhamen così come degli affreschi raffiguranti delle tavole simili a quella attuale.
La diffusione della tavola, nelle sue diverse varianti, non si arresta e raggiunge la Grecia: Platone accenna alla popolarità di cui un gioco simile godeva tra i Greci. Sofocle ne attribuisce l'invenzione a Palamede che in tal modo passava il tempo durante il lungo assedio alla città di Troia. Omero lo menziona nell'Odissea.



Da quando l’ho incontrato è il mio solo gioco (salvo qualche sporadico “grattino” durante l’anno, per aiutare l’economia nazionale…) che mi vede affrontare sempre lo stesso avversario.
Nelle innumerevoli partite giocate ben presto abbiamo notato inusuali combinazioni di dadi: serie che si ripetono due, tre, quattro volte di seguito per uno o entrambi; serie ripetute di punteggi doppi (es. tre volte di fila due doppi sei e un doppio cinque, nell’ultima decisiva di una lunga sequenza di partite… permettendo incredibilmente di recuperare e vincere a fronte di una situazione di enorme svantaggio); combinazioni di dadi che immancabilmente si verificano quando una pedina avversaria viene collocata in una determinata posizione… troppo oltre la probabilità.

Non di rado si prova a “chiamare” il punteggio necessario e come debba esser ottenuto, vedendolo realizzato.
Siamo arrivati a equivalerci pur nelle diverse strategie e se la “fortuna” non ci mette troppo lo zampino le partite, al meglio di cinque, terminano 5 a 4 per l’uno o l’altro.
Ma quando ci si mette soffia solo da una parte e diventa difficile anche il punto della bandiera per l’1 a 5…

Dicevo che sin dall’inizio si son manifestate queste “deviazioni” dalla media statistica e contemporaneamente durante il gioco affioravano senza poterli evitare, da entrambe le parti, stati d’animo o psicologici di contrarietà (in realtà ben più complessi) per chi si trovasse in svantaggio, con la fortuna ostinatamente cieca in quella direzione…
Così ne ho avuto la sensazione (ormai certezza) che la cosa non sia solo un gioco e son sicuro che non lo fosse anticamente, che almeno in determinate circostanze a mezzo di quello s’ottenessero delle “informazioni”, forse per decider qualcosa o veder qualcosa dentro di sé.
Ogni gioco può non esser solo un gioco, se affidate la direzione del vostro futuro, incapaci di propendere per questa o quella decisione, al lancio di una moneta capite bene la “potenza” di quel medium tra voi e il destino.

Argomenti affascinanti (non per tutti) sui quali si continuerà a discutere.

Gli storici hanno spiegato come, nel backgammon, sia stato rappresentato il ciclo annuale e giornaliero della vita umana: i 24 punti rappresentano le 12 ore del giorno e le 12 della notte ma anche i 12 mesi dell'anno, le 30 pedine i giorni del mese. Anche i due dadi possono rappresentare il giorno e la notte e la somma dei punti ai lati opposti di un dado può far riferimento ai giorni della settimana ma probabilmente anche ai pianeti allora conosciuti. La compresenza di elementi cromatici discordanti (le punte della tavola, le pedine) sembra rappresentare la visione dualistica del mondo nella antica cultura indoeuropea caratterizzabile dal conflitto tra il bene e il male, la vita e la morte. Il backgammon, nella sua capacità di miscelare componenti di abilità e fortuna, simboleggia perciò una certa visione dell'esistenza umana. L'esito di una partita non può essere pianificato a priori così come il successo nella vita: la sorte è importante quanto l'ingegno (infatti molti giocatori esperti concordano con l'idea che il backgammon sia un gioco in cui la fortuna occupi un ruolo parziale; molti di essi infatti sostengono che un giocatore bravo vince più spesso perché sa ottimizzare i lanci più fortunati, minimizzando al contempo i danni di quelli meno favorevoli).


segue
Galvan 1224 is offline  
Vecchio 05-07-2014, 18.54.55   #28
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Riferimento: Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

Ogni cosa può esser fatta in due soli modi, il vostro o supportati da “qualcos’altro”.
Cosa sia “quest’altro” è del tutto diverso per ognuno nelle diverse circostanze.
Può esser che di quest’altro nella vostra azione ce ne sia appena quanto il profumo che vi s’appiccica addosso per un fugace attimo nel camminar sotto tigli in fiore, o permanga e vi sostenga permettendovi di realizzar uno scritto, una melodia, un quadro… un atto altruistico disinteressato, secondo la misura che vi corrisponde.

Partecipiamo al gioco della vita senza averlo scelto (così pare) come partecipiamo a un gioco da tavolo, ma essenzialmente quello che accade è un percorso, un viaggio da una posizione d’entrata a una d’uscita.
Sembra uno schema che si ripete e lo si ritrova in molti ambiti, anche impensabili, ad esempio qui, in questo forum.

Si entra (se non si è deciso d’esser solo lettori), si valuta l’ambiente e si comincia a interagire.
Ognuno tira i suoi dadi (interventi/post) e pur se lo scopo è di approfondir le questioni nel farlo non si può prescindere da quanto alloggia nella nostra mente e nel nostro cuore, così che affiora una sana competizione nell’affermar i propri convincimenti, far valer quel bel punteggio che si è ottenuto con i propri dadi (studio/applicazione/riflessione) per proceder avanti e consolidare quel convincimento, quasi fosse se non il solo il più importante tra tutti.
Un paio d’occhiali che all’indossarli le cose son finalmente ben a fuoco, quelle che si vogliono vedere e a cui vien data priorità: aspetti scientifici, filosofici o psicologici (le tre sezioni del forum).

Come le partite anche le discussioni col tempo terminano e chi prima chi dopo esce dal gioco.

Qualcuno è venuto, ricordo Oroboros, che con l’occhiali della metafisica ha dibattuto per ricondurre a quell’ambito la possibilità di comprender come stanno le cose, la vita in sostanza.
Non importa quale sia stato il motivo, che riguarda lui solo, ma ha ritenuto d’andarsene, compiuto il suo percorso e lasciato i suoi contributi.
In questo gioco, diversamente da quello Grande della vita, è permesso rientrare o almeno partecipar da lettore, così mai dire mai.

Ricordo Iugulatus (uno dei più giovani partecipanti, gran bella cosa) che ha posto primariamente la questione dell’identità invitando a esplicitar le nostre (qualcuno l’ha fatto) e forse un po’ se l’è presa a non trovar troppa sponda al riguardo, fatto sta che non godiamo più della sua compagnia.

Angelo Cannata (che ha iniziato pregevoli discussioni e risposto con passione in altre) e Leibnicht (che abbiamo forse un po’ deluso) han, momentaneamente o meno, abbandonato il campo.
Non è da escluder che non lo faccia a mia volta e possa farlo chiunque, non c’è assolutamente alcun giudizio, è prender nota degli eventi… come chi entri al (Buddha) bar e dopo il caffè esca e chi ancora s’intrattiene.
Tra questi apprezzo il modo in cui lo fa Maral, pur se quello precipuo di tutti gli altri non mi dispiace, perché anche quando (es. FMJ) mi vien evidenziato d’aver espresso (a lor parere) una qualche inesattezza (eufemismo) ciò mi stimola ad approfondir la questione e far di meglio (son gli “avversari” che ti spingon a correr più in fretta, da soli si vince anche solo passeggiando), lo dico sinceramente.

In questo percorso del gioco della vita e dei suoi sottoinsiemi (questo forum) evidenziamo, mettiamo più o meno in risalto quel che siamo, gli aspetti d’un tipo e dell’altro.
A molti il lasciar tracce, una discendenza o delle opere, degli atti… un ricordo in sostanza, giustifica e appaga lo sforzo nel procedere.
Per la maggior parte delle persone non son problemi da porsi, ben altri (riempir lo stomaco e sopravvivere) son più incalzanti.

Poche pedine avvertono, sentono… o almeno sperano che il gioco non sia tutto quel che c’è, altrimenti il passaggio sulla bella Tavola del Mondo parrebbe vuoto di senso, visto che alfin tutto passa.
Da qui la risposta differisce, la mia è rivolta a cercar un modo per interagire col gioco, così m’è venuto di pensar e fare… Se davvero è un gioco, come in tutti i giochi, a volte per brevi momenti saltano le regole… perché interviene la fortuna, “qualcosa d’altro”…

Questa è la via che seguo e che non ho scelto, s’è presentata da sé conformemente alle mie attitudini.
È così ricca (per me) di piccole sorprese, coincidenze, sensazioni, intuizioni, ecc. che il pensarmi (volessi farlo, cosa che non m’accade) un mero sistema biologico/autopoietico, semplicemente cozza contro la realtà (la mia) delle cose, degli eventi , ma soprattutto non mi fornirebbe alcun indizio sulla provenienza, stato e direzione della mia esistenza nella quale “qualcosa d’altro” ho avuto conferma (in vari modi) agisca.

Tuttavia potrei sbagliarmi, essermi costruito tutto solo per esprimerlo qui e apparir interessante, così ascoltate tutti ma fidatevi solo di voi stessi.
Galvan 1224 is offline  
Vecchio 05-07-2014, 22.03.19   #29
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Riferimento: Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

Citazione:
Originalmente inviato da Galvan 1224
Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

è un dipinto del 1897 di Paul Gauguin ad olio su tela


Storia

L'opera, che pone i massimi quesiti esistenziali dell'uomo, fu dipinta dall'artista a Tahiti in un momento assai delicato della sua vita: prima di un tentativo non riuscito di un suicidio (l'artista era malato, aveva seri problemi al cuore ed era sifilitico, in lotta con le autorità locali ed isolato sia fisicamente che artisticamente).

Ad aggravare le cose, giunse a Gauguin la notizia della morte della figlia prediletta Aline, avvenuta pochi mesi prima. Il dolore per la perdita spinse l'artista a creare un'opera di grandi dimensioni (la più grande del suo opus) che fosse una riflessione sull'esistenza, un testamento spirituale e quindi una summa di tutte le sue ricerche cromatiche e formali degli ultimi otto anni.
Gauguin descrisse per la prima volta il quadro come un acquerello in una lettera spedita all'amico Daniel de Monfreid; dopo alcuni schizzi preparatori, il pittore vi lavorò notte e giorno per circa un mese, imponendosi un ritmo di lavoro frenetico che finì col prostrarlo; fu così che, ritenendosi incapace di finire il dipinto, Gauguin tentò di suicidarsi ingerendo dell'arsenico, ma la dose troppo forte e presa di getto, determinò un forte vomito che annullò l'effetto del veleno.
Il dipinto fu poi arrotolato e spedito a Parigi al mercante d'arte Ambroise Vollard, che così stipulò un contratto redditizio col pittore, assicurandosi l'esclusiva della sua opera.

Fonte:Wikipedia




Prima di riaprire l’occhi dopo un breve tempo trascorso seduto sul divano a rilassarmi dopo il lavoro, mi son posto, o meglio è venuta da sé, una domanda che penso tutti, prima o poi, si son fatta: che è tutto questo?

Non son filosofo, né religioso, né appartenente a qualsivoglia credo o setta, non interpreto la mia vita secondo una qualche scienza o ideologia e non mi riguarda se qualcuno può definirmi ateo.

Al punto cui son giunto nella mia (ormai lunga) vita rifuggo da ogni classificazione ed etichetta, rispondendo solo a un mio senso interno, che dir coscienza, con le sue molteplici definizioni, non sento appropriato.

Questa, come tutte le parole, non son mie. Le ritrovo dentro di me, le uso come tutti e nel vederne la bellezza ne scorgo anche l’altra faccia, il tentativo d’impossessarmene (se non l’abbiamo già fatto) per ricoprir di sostanza il vuoto - o lo spazio - che troviamo dentro di noi.

Una gran parte del mio tempo l’ho trascorso ad accumulare e ora, nell’ultima, m’applico a scaricar zavorra, sì che m’alleggerisco un po’ e ancor risalgo al par di mongolfiera, godendo del panorama dimenticato.
E quel panorama, quello spazio interno che ben riconosco - confrontandomi col quale son spinto a cercar risposta, o negar vi sia - oggi mi si rivela in un modo inatteso.


Che è tutto questo?


Un indovinello (se preferite una connotazione più forte, allora enigma o rebus).

Al quale tutti cerchiamo di dar soluzione, almeno per placar il nostro animo.
Non so da dove veniamo, che è lo stesso che dir da dove proviene quell’indovinello (anche se mi son formato una mia idea al riguardo), né tantomeno dove andiamo o qual sia la soluzione.

Ma son sicuro di una cosa, che la Soluzione non sarà mai rivelata ad alcuno, semplicemente perché non potrebbe contenerla o comprenderla. Quel che ognuno di noi potrebbe trovare, se grandemente fortunato, è la propria soluzione.

Gauguin ha dipinto la sua.

La mia? Trovar un alleato, un’amica che almeno ogni tanto mi tocchi la mano facendomi scriver qualcosa, sollevandomi dal poco che sono.
È più onesto dir che essa ha trovato me, e da quel giorno sempre più mi rendo conto della fortuna avuta (per la mia vita, non per ambizioni letterarie, ché il mio livello è ben modesto).

Per cui mi inchino al suo cospetto, all’Ispirazione, alla quale son devoto.

un saluto

Da dove veniamo, dove stiamo andando... le risposte ci sono eccome... ma tu, quale tipo di risposta preferisci? Da chi la vuoi la risposta? Dai filosofi, dagli scienziati, dai religiosi, dai poeti... ognuno ti potrà dare la sua risposta in base alle sue costruzioni e alle sue anticipazioni. Risposte tutte "vere". Un consiglio? Accetta la risposta che ti fa sentire meglio, quella che serve a TE, quella che rende la TUA vita migliore. Ovvero: valuta le diverse costruzioni dalle loro CONSEGUENZE. Non farti fregare, che nessuno può dire la "VERITA'" che la "VERITA'", la dicono tutti.

Buona fortuna.

FMJ
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Vecchio 06-07-2014, 04.37.19   #30
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Riferimento: Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

non so perchè perdo la traccia di questo 3d in continuazione (vabbè dai è solo la seconda volta).

con rapsodico intendevo, senza meta, senza punto fisso.

preferisco puntualizzare, come forse avrai notato.

non è però così importante

seguendo il flusso di pensiero, non posso che apprezzare tutte le tue intuizioni, anche a partire dalle piccole cose.

e in fin dei conti le piccole cose sono quelle con cui più frequentemente entriamo in contatto.

anche io noto che ci sono dei fili rossi (direbbero i giapponesi) che partono da lontanto (dal passato) e continuano nel presente.
maledetti dejavù!
(approposito anch'io non concordo con quanto scritto sulla wiki, quella al massimo è la modalità, ma poi perchè la gente a seconda si spaventi, si interroghi, rimanga impietrita, entri in dimensioni parallele, quello è l'interessante non spiegato.)

sulla poesia...quanto l'ho amata!
sono anni che questa arte attende di essere ripresa da me.


montale anzitutto...e infine.
vi ripropongo le 2 poesie che sono uno dei punti gravitazionali del mio esistere...tornano quelle parole, ancora e ancora e ancora...e sono già 20 anni!!!



Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t'attende dalla sera
in cui v'entró lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostó irrequieto.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all' avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s'addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s'allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell' oscurità.

Oh l' orizzonte in fuga, dove s'accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende ...).
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.


tu non ricordi....e sono già lacrime
questa poesia è leggenda.



Dora Markus
Fu dove il ponte di legno
mette a porto Corsini sul mare alto
e rari uomini, quasi immoti, affondano
o salpano le reti. Con un segno
della mano additavi all'altra sponda
invisibile la tua patria vera.
Poi seguimmo il canale fino alla darsena
della città, lucida di fuliggine,
nella bassura dove s'affondava
una primavera inerte, senza memoria.
E qui dove un'antica vita
si screzia in una dolce
ansietà d'Oriente,
le tue parole iridavano come le scaglie
della triglia moribonda.

La tua irrequietudine mi fa pensare
agli uccelli di passo che urtano ai fari
nelle sere tempestose:
è una tempesta anche la tua dolcezza,
turbina e non appare,
e i suoi riposi sono anche più rari.
Non so come stremata tu resisti
in questo lago
d'indifferenza ch'è il tuo cuore; forse
ti salva un amuleto che tu tieni
vicino alla matita delle labbra,
al piumino, alla lima: un topo bianco,
d'avorio; e così esisti!

2

Ormai nella tua Carinzia
di mirti fioriti e di stagni,
china sul bordo sorvegli
la carpa che timida abbocca
o segui sui tigli, tra gl'irti
pinnacoli le accensioni
del vespro e nell'acque un avvampo
di tende da scali e pensioni.

La sera che si protende
sull'umida conca non porta
col palpito dei motori
che gemiti d'oche e un interno
di nivee maioliche dice
allo specchio annerito che ti vide
diversa una storia di errori
imperturbati e la incide
dove la spugna non giunge.

La tua leggenda, Dora!
Ma è scritta già in quegli sguardi
di uomini che hanno fedine
altere e deboli in grandi
ritratti d'oro e ritorna
ad ogni accordo che esprime
l'armonica guasta nell'ora
che abbuia, sempre più tardi.

È scritta là. Il sempreverde
alloro per la cucina
resiste, la voce non muta,
Ravenna è lontana, distilla
veleno una fede feroce.
Che vuole da te? Non si cede
voce, leggenda o destino...
Ma è tardi, sempre più tardi.



allo specchio annerito che ti vide diversa una storia di errori imperturbati
e la incide dove la spugna non giunge.
La tua leggenda, Dora!

i brividi....


lo specchio annerito è l'anima e l'anima mundi.

la storia delle erranze, è quella nostra.

imperturbato è la volontà di potenza.

la spugna è la memoria.

l'incidenza è la leggenda.

la poesia non si interpreta MAI.

credo che abbiamo risposto.

green&grey pocket is offline  

 



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