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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 07-07-2014, 22.12.59   #31
Galvan 1224
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Riferimento: Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

Citazione:
Originalmente inviato da FMJ
Da dove veniamo, dove stiamo andando... le risposte ci sono eccome... ma tu, quale tipo di risposta preferisci? Da chi la vuoi la risposta? Dai filosofi, dagli scienziati, dai religiosi, dai poeti... ognuno ti potrà dare la sua risposta in base alle sue costruzioni e alle sue anticipazioni. Risposte tutte "vere". Un consiglio? Accetta la risposta che ti fa sentire meglio, quella che serve a TE, quella che rende la TUA vita migliore. Ovvero: valuta le diverse costruzioni dalle loro CONSEGUENZE. Non farti fregare, che nessuno può dire la "VERITA'" che la "VERITA'", la dicono tutti.

Buona fortuna.

FMJ


Grazie per il consiglio, FMJ.

Non ho porte chiuse verso alcuna direzione e ogni indicazione giunga a suggerirmi qualcosa, se non del mondo di me stesso.
Tuttavia capita a me come a tanti di non coglier subito le potenzialità degli eventi.
Spero perché a volte son inusuali più che per un’inevitabile (mi auguro lento) declino psicofisico.

Così ho da spender due parole su di te, non so la tua età ma sarei profondamente sorpreso se avessi più di quarant’anni, considerata l’energia (vitale) che ti ritrovi, una parte della quale riversi attraverso i tuoi interventi nel forum, che a mio parere ne ha tratto giovamento, augurandomi possa conservar a lungo la tua presenza.

Come Sgiombo ha notato per primo, passata la prima grande onda sulla cresta della quale ti sei presentato tenendo testa a tutti (però non proprio rispondendo a tutto, ma ci sta, ovviamente) stai iniziando a manifestare altri aspetti altrettanto interessanti della tua personalità, oltre l’indubbia cultura (complimenti per le quattro lauree).
Aspetti gradevoli ma ancora in divenire dall’esprimersi compiutamente, quale il senso dell’umorismo che maggiormente risalta su uno sfondo se non neutro almeno non spigoloso, ché altrimenti scade di livello divenendo sarcasmo, la più bassa forma d’arguzia (wiki: può essere sottolineato anche attraverso particolari intonazioni della voce, enfatizzando così, parole o parti dell'affermazione … scrivere in maiuscolo equivale ad alzar la voce, nei forum).

Ma come ti sei ben costruito sui piani che ti son peculiari confido tu abbia il sentore dell’importanza che l’albero allarghi i rami in tutte le direzioni, non solo per una questione di equilibrio e stabilità ma anche d’armonia e bellezza.
Poi i canoni son diversi e come ti vesti deve piacere a te.

Son contento d’esser qui in tua compagnia, come lo sono di quella di paul11, Maral, green e via via tutti gli altri, nessuno escluso.
Ognuno di voi ha qualcosa d’unico, peculiare, suona una nota che al mio orecchio divien sempre più gradita e col tempo, pur frequentandoci solo virtualmente, apprezzo sempre più, sì che quando per un po’ s’assenta, ecco che già un po’ mi manca, quasi quell’eterogenea orchestra in qualche misterioso modo stia pian piano accordandosi in vista d’eseguir l’opera, e come non si possa di certo rinunciar al violino solista, neppur si potrebbe per ogni altro strumento, triangolo compreso (non quello di Pitagora, in questo caso…) che pur modesto e non appariscente è tuttavia l’unico suonato dall’angeli, come raffigurato in dipinti medievali, a dir che l’importanza dipende dal punto di vista, la direzione del nostro cuore o del nostro animo.

Accettando il mio caffè siam andati oltre i nostri punti di vista, per i quali forse avremo ancor da confrontarci (tuttavia non ti prometto che mi ritroverai meno ignorante di quel che sono, i dizionari specifici non rientrano tra le mie priorità… e poi vedo che altri ben padroni di tali letture son da te al mio pari trattati, così che è anche questione del se e cosa s’abbia capito da tanto studio…) ma comunque vada, stabilito un contatto, non sarò io a romperlo.
Io son colla e non temo coltelli.

Un caro, sincero saluto.
Galvan 1224 is offline  
Vecchio 07-07-2014, 23.11.17   #32
Mymind
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Riferimento: Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

Caro Galvan, leggo con gran piacere questo topic ogni qualvolta c'è un aggiornamento ed anche se talvolta mi sia sorta l'ispirazione ad approfondire data dalle tue parole ne ho fatto a meno così come non ci si unisce ad un danzatore i cui passi seguon altro tempo. Ma nel limitarmi ad aprezzare trovo ora il tempo giusto in cui inserirmi. Allo stesso modo in cui affermi qui:

Citazione:
Una peculiarità del mio modo di procedere è che non posso deciderlo, mi deve proprio accadere di sentir il momento in cui qualcosa - un pensiero, una sensazione – mi attraversa e cercar di mantener il passo, sino a poterla tradurre in parole.
Fin qui non è diverso da quel che accade ad altri, pur se di tal questione, da dove originano e come si formino le nostre proposizioni, non ho trovato al momento riferimenti nel forum, forse perché son cose che si danno per scontate…

mi ritrovo ad echeggiare tra chi le parole depensate deve tradurle spinte da uno spirito allietato dalla brezza.
Il tuo cammino è nobile e l'abbandono di ciò che non è proprio è una lama che s'abbatte anche su me, nel cercar la coscienza di chi siamo e divenirlo in forze!

M' ha sorpreso la tua affermazione nei riguardi del backgammon (che purtroppo non conosco) sull'improbabilità statistica di certe oscillazioni dei dadi, che più che statistica è spesso improbabilmente calzante e favorevole, come se il caso non fosse totalmente indipendente.
Nella fisica moderna c'è un esperimento davvero affascinante e singolare chiamato "della doppia fenditura" che s'accoda all'interpretazione di Copenaghen dove si nota che il ruolo dell'osservatore è cruciale nello svolgersi dell'esperimento. Riassumento, facendo passare un fascio di luce attraverso due fenditure ed osservando come esse si comportino nel superarle si nota che nel momento in cui manca l'osservatore la luce si comporta come un onda, mentre quando è presente ha le proprietà di una particella. Ti invito a cercar l'esprimento tra le fonti del web in caso non lo conoscessi, ti lascio un simpatico video illustrante: QUI ed un documentario che ne parla: QUI
A parer mio le conseguenze di questa proprietà della luce non si limitano ad un esperimento, ma influiscono anche sulla nostra vita e sul nostro macrocosmo insegnandoci che il ruolo dell'osservatore non è estraneo e completamente distaccato. Il caso non è fine a se stesso in presenza di altri enti.
E lungi da me voler dare al caos un fine per l'uomo mettendo quest'ultimo alla cima d'un dualismo, ma guardando all'insieme simbiotico senza divisioni categoriche, un insieme dove tutti i dati ne fanno parte senza isolamenti interni.
Ti lascio un altro documentario interessante che lascia pensare, oltre gli anomali dati statistici: QUI

Nell'esplicar il tuo pensiero ai riguardi dell'io metaforicamente rappresentato dall'atomo e dagli elettroni la nube esogena ne condivido pienamente la visione, che non ti parrà strano, ma spesso mi è giunta in mente nell'astrarre. Ed allo stesso modo della "chiave" di cui siam composti, l'aspetto interno dell'atomo (alla quale è ben badare prima di riversarsi sulla nube o dipendere esclusivamente da essa come molti vanno errando) è composto da protoni e neutroni, dove i protoni devon equilibrarsi alle forze negative opposte degli elettroni ed armonizzarsi per far si che i neutroni, al pari del nostro sè più profondo e intimo, non ne vengan oscurati. Mi piace vedere il nostro sè come uno specchio che in sè resta sempre tale e discernente ciò che ne riflette non essendone condizionabile, troppe volte ci siam identificati nel riflesso torbido, flebile e vanito quando infine siam lo specchio stesso, alla pari d'un mare increspato dalle tempeste esterne in superficie ma che nel suo fondo mantiene una placida fermezza di serentà, a prescindere dai venti che soffino all'esterno. "Riesci fratello ad abbandonarti all'abisso e morire per tornar alla luce vestito di buio e volare?"

Nell'incasualità del mio lancio di dadi parolati si ravvivi il fuoco del sentire e del gioco, in attesa del momento giusto in cui lanciare nuovamente un cordiale saluto

V'è un sole che risplende
la vita e il tatto
ed un altro che s'avvolge
tra l'alma e il tutto
insorge alla notte
del cieco fatto
si flette il lunare
schiarito flusso
cammino d'un uomo
tra rovi e spine
lenite d'astratto
vento sublime
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Vecchio 08-07-2014, 19.58.29   #33
Galvan 1224
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Vecchio 10-07-2014, 21.40.45   #34
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Riferimento: Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

Citazione:
Originalmente inviato da Mymind


V'è un sole che risplende
la vita e il tatto
ed un altro che s'avvolge
tra l'alma e il tutto
insorge alla notte
del cieco fatto
si flette il lunare
schiarito flusso
cammino d'un uomo
tra rovi e spine
lenite d'astratto
vento sublime


V'è un sole che risplende, mio devoto, e a quello rivolgiti per saper del senso del
la vita e il tatto che permette di goderla, al par dell’occhio per vederla. Tanti sensi,
ed un altro che s'avvolge a tutte le cose e le riporta a te, sospeso senza tempo
tra l'alma e il tutto, regno sconfinato il tuo, perenne lotta di luce che indomita
insorge alla notte. Chi fu quell’uomo, qual il suo destino? Che possiam dire
del cieco fatto che l’ha destato appresso una vita di sogno? In quello son immagini dove
si flette il lunare riflesso d’un ricordo mai pensato. Ecco che finalmente gli appare lo
schiarito flusso d’acque che furon scure, foriere di spavento, sempre di traverso al
cammino d'un uomo, che pur n’ebbe di coraggio a passar il guado per ritrovarsi ancor
tra rovi e spine… altre prove, altri dubbi e sol il vento gli fu amico sulle sue ferite, che
lenite d'astratto tocco ne fece scemar la pena e risalir le forze. Di nuovo avanti, e tu
vento sublime gli sei compagno e altro non chiede, l’hai toccato e più non teme.


Un caro saluto
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Vecchio 15-07-2014, 18.09.55   #35
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Riferimento: Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

In una banda cittadina arrivò per farne parte un violinista dotato di un talento e parimenti d’una preparazione che avrebbe meritato palcoscenico più prestigioso, tuttavia prese tal decisione e sin dal presentarsi si capì che aveva dei numeri, come si dice.
Conosceva a fondo il suo strumento e bene quello d’altri, sicché l’annoverare un soggetto di tali capacità avrebbe aumentato il prestigio della banda, oltre che accrescere il livello qualitativo di tutti, stimolati dalla sua bravura.

Appresso l’iniziale compiacimento di direttore e società, che dopo le prime uscite pubbliche videro aumentare il gradimento e la partecipazione della gente, man mano subentrarono dei problemi.
La preparazione del violinista era tale che su ogni pezzo aveva competentemente da dir la sua, com’è giusto che accada pur se il giusto deve commisurarsi alle circostanze, per non crearsi troppo dislivello.

Tuttavia, senza far nomi di strumenti (che in una banda identifica il suonatore) dopo un po’ serpeggiò un certo disagio e alcuni che avevano buona voce in capitolo, a forza di venir rintuzzati su questa o quella questione musicale man mano smisero di replicare, considerandolo tempo perso (salvo qualcuno, altrettanto reattivo e determinato del nostro violinista) o proprio non condividendo le sue certezze.

Altri ancora forse preferivano i tempi passati nei quali a fronte d’eseguir una musica un po’ ripetitiva, si veniva ripagati non da moneta, ch’era tutto volontariato, ma da quello che si può definir spirito d’appartenenza al consesso de’ musici.

Inoltre s’appalesò una moderata insoddisfazione del violinista per il grado di preparazione dei suoi compagni reticenti ad entusiasmarsi alle partiture moderne, che sollecitava prender in considerazione per rinnovar il repertorio un po’ ammuffito, come sarcasticamente ebbe ad affermare…


O lettori, come pensate possa procedere la storia?


Quante direzioni si diramano da questo punto - quel che voi siete – e dove vi conduce?
A quella che privilegia lo spirito di gruppo piuttosto che l’accettar la sfida, posta anche in modo ruvido, a ricordar lo schiaffeggiar l’avversario in pubblico co’ guanti, sì che quello, s’abbia a cuor l’amor proprio, come potrebbe sottrarsi dal replicar conformemente?

Certo ogni sfida, accolta, permette di migliorarsi nell’ambito specifico, così per giostre di spade come per giochi di lingue che espriman concetti, costruzioni o opinioni che siano (che poi son parole diverse per la medesima cosa, quel che pensi tu e quel che penso io… se c’è un io – quale dei centomila? - che davvero pensa o piuttosto non ne prenda atto…).

Qualcun di voi può ritener che sia questione di misura, che il bravo violinista poteva se non ridurre le proprie pretese, almeno dilungarle, attendendo il tempo necessario, insomma un po’ di pazienza… e di forma, modi… ché vecchi parrucconi son più lenti de’ giovani… ma come ottener ciò senza ch’egli debba soffocar l’ardore che lo anima, sorgente primaria del suo talento?

Non c’è, come per tutte le questioni, una sola risposta.
Ognuno di noi (come per il concetto di bene e male) darà la sua, simili ma non eguali e pur s’appaiano tali, al proceder con la descrizione ecco ancora bivi, direzioni divergenti.
La storia dell’uomo, il dono e l’onere della scelta (apparente o reale.. nel suo dominio, ovviamente).

Nella sala delle prove a una cert’ora s’era stabilito di far una pausa, sancendola con la sacra bevanda cara ad ogni spirito desideroso di non soggiacer alla stanchezza.
Sì, un bel caffè: puro, ristretto, lungo, macchiato… con o senza zucchero e ben caldo, bollente per alcuni..!

Ragion per la quale dal bar lì sotto saliva sino alla sala, con una sorta di carrellino portavivande come quelli che si vedon su’ treni, un signore ormai prossimo alla pensione che aiutava per amicizia e un po’ per passar il tempo la Proprietaria del bar.

Poiché non gli dispiaceva la musica prese a rimaner dopo la pausa ad ascoltar le prove e col tempo prese a far due chiacchere di poco conto (da parte sua) con gli orchestrali.
O beh, ogni tanto diceva anche la sua, ma da ignorante di tal arte, che non l’ebbe a studiare né ritenne di dovercisi applicare… il divario sarebbe sempre stato incolmabile.

Ascoltava, apprezzando la dedizione e ogni altra qualità che ogni musico, per un verso o l’altro, profondeva nell’esprimersi a mezzo di suoni… vibrazioni che si spengon presto, come i pensieri.
Che strano, rifletteva, quest’arte che si consuma nell’esprimerla e quella del pensiero che diventa parola… e su tutto quell’ascoltatore segreto che trattien ogni cosa abbia attivato i sensi e la incide là dove la spugna…

Ma era tempo di tornar al bar e nello scendere di piano ecco il ricordo di quel violino impertinente e della musica nuova ch’aveva portato, pur sollevando qualche contrasto…

In quella sala, fotogramma dopo fotogramma (come direbbe paul11) eccoci tutti comparire e per uno strano scherzo che ci accade - forse da qualche parte nel cervello o distante e poi in quello - par che noi si suoni e s’ascolti, si reciti e ci si osservi.

Arriverà il fotogramma che non vedrà più in quella sala il violinista o qualche altro strumento, ma l’aiutante della Proprietaria del bar - in una forma o nell’altra – non mancherà di salire a portar il caffè, da bersi nella pausa.

Una pausa tra le note, tra le parole, tra i pensieri… una tra l’alto prima di ridiscender e al contrario, dal basso per salire.

La pausa, che unisce tutte le cose.
E solo in quella, nel non esser quel che siamo, possiam davvero bere un caffè… amichevolmente.


un saluto
Galvan 1224 is offline  
Vecchio 29-08-2014, 17.39.03   #36
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Riferimento: Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

bentornati,

riprendo uno dei temi che mi appassionano rispetto al quale ho scritto la mia esperienza - cui ha fatto seguito (lo ringrazio ancora) quella di paul11 - oggi trascrivendo per voi, in attesa delle gradite vostre, quella di C.G. Jung che potete trovare su youtube: https://www.youtube.com/watch?v=_xRYbZxACE4

La sua ultima lunga intervista che vi invito a vedere non l’abbiate fatto.
Di tal uomo difficile separare l’aspetto filosofico da quello spirituale o psicologico.


Intervistatore -“Ora posso riportarla ai tempi della sua infanzia? Ricorda in quale occasione lei ha preso coscienza per la prima volta della sua individualità?”

Jung- “Sì, avevo undici anni. Improvvisamente mentre andavo a scuola, emersi da una specie di nebbia. Fu proprio come se prima camminassi nella nebbia e adesso fossi emerso e potessi dire: “Io sono. Io sono ciò che sono. “ E pensai: “Ma prima cos’ero?”. E allora capii che ero sempre stato in una nebbia, incapace di differenziare me stesso dagli oggetti. Ero un oggetto tra tanti altri oggetti.”

Intervistatore- “Questo avvenne in coincidenza con un particolare episodio della sua vita o è stata una normale funzione dell’adolescenza?”

Jung- “Difficile dirlo, per quello che ricordo non era successo niente, prima, che spiegasse quell’improvvisa presa di coscienza.”

Intervistatore- “Non aveva, per esempio, litigato con i suoi genitori o altro?”

Jung- “No, no.”

----------------------


Intervistatore-“Che tipo di educazione religiosa le diede suo padre (era un curato di campagna)?”

Jung-“Oh, eravamo della Chiesa svizzera riformata:”

Int.-“Doveva andare in chiesa regolarmente?”

Jung-“Be’, era normale. Tutti quanti andavamo in chiesa la domenica.”

Int.- “Lei credeva in Dio?”

Jung-“Oh sì.”

Int.-“E adesso crede in Dio?”

Jung-“Adesso? Difficile rispondere. Adesso so. Non ho bisogno di credere. So.”



un saluto
Galvan 1224 is offline  
Vecchio 29-09-2014, 23.27.51   #37
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Riferimento: Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

Intervistatore -“Ora posso riportarla ai tempi della sua infanzia? Ricorda in quale occasione lei ha preso coscienza per la prima volta della sua individualità?”

Jung- “Sì, avevo undici anni. Improvvisamente mentre andavo a scuola, emersi da una specie di nebbia. Fu proprio come se prima camminassi nella nebbia e adesso fossi emerso e potessi dire: “Io sono. Io sono ciò che sono. “ E pensai: “Ma prima cos’ero?”. E allora capii che ero sempre stato in una nebbia, incapace di differenziare me stesso dagli oggetti. Ero un oggetto tra tanti altri oggetti.”



Ho rimesso un pezzo dell’intervista a Jung per dire che tra tutta l’opera che l’eccelso studioso ha prodotto (della quale conosco solo una piccola parte) questo frammento, forse formulato in quella forma giusto nell’occasione, per me val più che tutto il resto.

Sia Jung o chiunque altro ad esprimersi in merito non fa differenza, non serve alcun studio o titolo, nessuna dote particolare… solo riandare indietro con la memoria - il flusso del fiume che in noi si muove indietro nel tempo – e avvicinarsi a quel confine indistinto.

Al proposito l’immagine che ne dà, dell’emergere come da una nebbia, è preziosa… avete presente quando sintonizzate un apparato ricevente?
Fruscii e finalmente suoni distinti, ai quali associamo un significato.
O come le televisioni (quelle di tempo addietro) che proprio la mostravano una sorta di nebbia, prima d’aver nitida l’immagine.
Jung prima d’emergere da quella nebbia descrive se stesso come un oggetto tra altri oggetti, incapace di differenziarsi da quelli.

Qualcosa accade, prima o poi, a tutti: l’io, la coscienza individuale o come preferite, si radica, si stabilizza e non viene più scalzata (permanentemente). Finalmente la manopola è nella giusta posizione, la corrente è quella che ci corrisponde (in accordo con la controparte organica, fisica) e da quel momento ciò che definisco il pensiero pilota (della memoria attivata) si muoverà incessantemente dal passato (rivisitando le informazioni acquisite: i ricordi) sin sulla soglia del futuro, in attesa di quelle in divenire.

Il futuro, le informazioni che disporranno le nostre azioni, non sono normalmente accessibili se non in minima parte… appena quell’anticipar la parola che comincia ad esser pronunciata… o talvolta un po’ più avanti, sì d’aver la sensazione della successiva.
Andar oltre è, in modo diverso, ugualmente difficile che andar a ritroso prima della nebbia… e non dipende dalla nostra volontà, soprattutto.

Il senso di noi stessi, per quel che ci conosciamo, proviene dal movimento del pensiero pilota in condizioni normali, direi quando siamo tranquilli… in quiete non par anche a voi di riconoscervi maggiormente?

Certamente nel sogno o in una situazione per qualche motivo alterata non siamo come da desti.

Nel famoso qui e ora il movimento del pensiero pilota (dell’io, se preferite… ma manca il senso dinamico) è minimo, quasi l’impercettibile ronzio d’un motore elettrico ben funzionante.
Le porte verso il passato e verso il futuro son appena socchiuse, le informazioni necessariamente attendono che il pensiero pilota riacquisti l’energia per avvicinarsi alle porte.

Si enfatizza assai tale stato, quasi che il permanervi (ammesso lo si possa volere) induca chissà quali modificazioni nella coscienza.
Dal mio punto di vista né più né meno che attendere (in folle) nell’auto in attesa del verde al semaforo.

Il qui e ora, che è tutto quel che siamo… è irresistibilmente attratto dal mistero della sua origine e dall’evenienza della sua fine (passato e futuro).

La pedina si è mossa nella tavola del gioco della vita.
Man mano che si sposta realizza (conformemente alle sue capacità) che non saranno i libri letti, le avventure d’ogni sorta, i piaceri d’ogni tipo, le speranze, i comportamenti e quant’altro l’esistenza ha disposto per essa a fermar il suo procedere e uscire alfine dal gioco.

Una libertà limitata… un certo grado di libertà… c’è davvero una qualche libertà se non si può affrancarsi dal fato?
Che resta (a meno di sviluppar una fede e attendersi un intervento esterno, superiore) una volta che il quadro s’è delineato?

Personalmente ho coscienza che i miei pensieri, ben sintonizzati sulla mia persona, dispongono le mie azioni e gli stati d’animo.
Son così avvezzo alla cosa d’essermi identificato con essi, seppure non ne veda e segua la genesi.
La mia sensazione è che mi arrivano, confezionati se così si può dire.

Purtuttavia ho un certo grado di libertà nello scegliere l’argomento… ad esempio diciamo sport… ma se ho litigato col capufficio, o mi ha lasciato la compagna… devo attendere d’aver risolto (o accettato) il problema.

La pedina continua la sua marcia… ha compreso le regole e attende il prossimo lancio di dadi e di veder il punteggio: un pensiero nella mente (o nello schermo, se preferite).

Riguardo la porta d’uscita meglio non darsi pena, arriverà sicuramente.
Sulla marcia d’avvicinamento si ha solo un certo grado di libertà.

Che resta, come dicevo prima, se non guardar a quella porta donde siam entrati?

Come rispondevo a Donquixote:

Per esempio, tu hai colto qualcosa di quel momento, quando l’io si radica?
Di là da quello è tutta la stessa cosa...


Capite l’origine della mia domanda?
Galvan 1224 is offline  
Vecchio 11-12-2014, 23.43.48   #38
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Riferimento: Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

È tutta la stessa cosa nel senso che, salvo particolarissimi eventi, la sensazione che da quel momento avremo di noi stessi, riferita alla modalità e peculiarità del nostro esperire, rimarrà tale accompagnandoci nell’esistenza.

Ognuno deve guardar se stesso e per quello che è il mio sentire, arrivato a una certa età, trovo che sia (stato ed è) così.
Quel che intendo per sensazione di noi stessi non è una connotazione psicologica; nella vita una persona può ritrovarsi ad odiare mentre prima esprimeva amore o viceversa (mai dar nulla per impossibile…), ritrovarsi (a causa dell’occasione) a prender quanto non gli spetta e/o non dividere quello che ritiene di sua esclusiva proprietà quando in precedenza fu generoso e onesto.

Uno può diventare un criminale, magari a causa d’una guerra, e trovar la propria giustificazione nelle mutate condizioni sociali.
C’è chi lo diviene senza ne avesse sentore… quello che vien definito un raptus e così via.
Tuttavia non credo che allo svegliarci si abbia una sensazione di sé che ci faccia apparir del tutto estranea quella precedente.

Per divagare un po’… ai miei tempi molti giovani disillusi dalla possibilità di modificare le condizioni sociali attraverso la politica han sterzato di 180 gradi e si son rivolti a loro stessi in cerca di un cambiamento interiore, di coscienza come veniva detto, che avrebbe dovuto influire anche sulla società, sul mondo.

Beh, per molti un tale cambiamento si ritenne potesse esser accelerato da qualche “catalizzatore”, droghe, in sostanza.
Se una via par più breve e soddisfacente di altre perché non provarci? Il punto era ed è che le (presunte o reali) positive modifiche indotte da tali pratiche non sono durature e creano dipendenza.
Fanno molto di peggio, alcuni miei amici di quel periodo non ci son più.

Se ne accorsero gli stessi Beatles, passando da Lucy in the skay whit diamond… a My sweet Lord… contribuendo a promuovere il nuovo ritorno a oriente.
Oggi ci son più guru che discepoli (come ci son più scrittori che lettori) alle prese con l’imbarazzo dell’asceta (nella scelta).

Desidero richiamare il vissuto di un giovane di quei tempi, un ragazzo talentuoso (e di bell’aspetto), Claudio Rocchi, di professione cantante (cantautore).
Mi pare esordì con l’album “Volo magico” ed è scontato cosa permettesse d’emular Icaro nel cielo.
Avesse continuato su quella strada poteva rimanerne intrappolato… altri ben più noti (Hendrix, Joplin…) l’han percorsa sino alla fine… in un tempo incredibilmente breve, cambiando ben poco del mondo e credo neppur di loro.
Nel mondo e in loro indubbiamente han lasciato un segno, i loro nomi son scolpiti nella memoria e precedono la data d’uscita posta sulla lapide.

Ma Claudio comprese per tempo e se l’ebbe iniziato si distolse da quel procedere, rivolgendosi per il cambiamento interiore al mondo spirituale, al tempo ancor da diventar fenomeno di massa.
Vi aderì con sincerità, dedicandovi buona parte della sua vita.
Per molti anni ritenne fondata la prescrizione di rinunciar al piacere dei sensi (sesso) in funzione dell’elevazione dello spirito e si comportò di conseguenza.
Rinunciò a molte altre cose… compresa la birra fresca all’aver sete e caldo.

Un giorno accadde che la bevve di nuovo… provandone gran piacere… e realizzò che 15 anni di vita ascetica non l’avevano cambiato.
Il resto della sua vita (c’è un’intervista su youtube : https://www.youtube.com/watch?v=w4OxaIyYvso) lo trascorse a far quello che davvero sapeva fare, suonare, continuando a farlo sinché la terribile malattia glielo impedì.
Come l’affrontò è davvero un esempio.

Se è arduo intervenire sull’impronta psicologica che agisce in noi (interpretata a mezzo d’archetipi o come si preferisca) figurarsi modificare il nocciolo dell’io.
Dopo di quel momento, quando gli parve d’emergere dalla nebbia, Jung fu Jung e tale rimase sino alla conclusione .
Il punto è sempre quello: cos’è davvero l’io?
I contenuti che vengon dopo, a causa di studio, applicazioni, eventi ed esperienze d’ogni sorta, sono assorbiti dall’io che li trasporterà sempre con sé.

Questa è una delle ragioni per cui lo definisco “il pensiero pilota”, una sorta di treno che trasporta un’infinità di vagoni, procedendo senza soluzione (sinchè il corpo regge) dalla stazione di partenza a quella d’arrivo percorrendo un anello, una sorta di circuito dove scorre la sua peculiare e unica corrente.
Qualche vagone talvolta vien staccato, lasciato attendere un prossimo giro (anche ad arrugginire durante la sosta che può esser davvero lunga…) ma poi, fatalità una birra… e quel vagone vien riagganciato.

Necessariamente m’esprimo per metafore, così le due stazioni son il divenire nell’esistenza; una volta arrivato alla nuova – il futuro o meglio i suoi contenuti - essa diviene il passato e al prossimo giro vi saranno altre informazioni che attendono d’esser trasformate in vita vissuta, qualunque siano.
Quanto velocemente proceda questo treno è una domanda importante per le implicazioni che comporta, abbiamo a che fare col tempo… se la velocità di proiezione d’un film è maggiore del tempo di persistenza dell’immagine sulla retina si ha la sensazione della continuità, un movimento fluido e senza scatti.

Come potete constatare anche qui nel forum, sorgono problemi interpretativi nell’usare (necessariamente) le parole, che aumentano a dismisura quando vengon associate a formar proposizioni, cosa che non possiamo evitare, dovendo usare un linguaggio per comunicare.

Frequentando questo posto ho imparato che in filosofia non si dovrebbero moltiplicare senza valide motivazioni gli enti, ciò che nel mio approccio tendente alla semplificazione traduco in quello che si può esprimere con semplicità ha maggior possibilità d’esser condiviso.

Visto che siamo in maggioranza a ritenere che non vi sia una sola verità, forse neppure “la verità”… cosa rimane se non la coerenza dei propri costrutti (come direbbe l’amico FMJ) e la verifica, nella propria vita dell’efficacia degli stessi?
La validità di qualcosa s’ha da vivere di proprio, di questo si tratta, ogni e maggior autorità se non è al vostro fianco è un bagaglio, non un amico che procede con voi alleviandovi il cammino.
Non per trasportare i bagagli che rimangon sempre sul vostro groppone (si dice che ognuno ha la sua croce) ma indicandovi un possibile senso, un modo di procedere, di riposarsi e al limite di scaricar zavorra, visto che non possiamo dispensarci dal viaggiare, dal vivere...

Tale possibile senso, se intrinsecamente coerente, potrebbe produrre come conseguenza quella che in metafora esprimo come la pedina che “intuisce” di esser tale, e nel venir trasportata da forze che non può neppur concepire più che cercar d’interpretarle (cosa assai deliziosa, tuttavia) le annusa, le tasta e le osserva all’opera.

La nostra pedina talvolta incontra quelle che son chiamate coincidenze e diversi tipi di sensazioni, ad esempio quelle procurate da dejà vù, quella di sé come entità di fatto inesistente pur se agente e pensante… e di altro tipo.
Tutte queste non son astri sfavillanti nel cielo, non producono alcuna rivelazione… paiono i ciotoli nel sentiero che non indicano più che appunto di trovarsi a camminar in quello, potendo in ogni momento volger lo sguardo altrove o rivolgersi a quel bel gingillo, il pensiero, che c’accompagna come un ombra, o un sole, secondo altri.
E con quello costruir astratte ed eleganti geometrie concettuali che talora paiono calzar a pennello con quanto l’esperienza, il vivere ci porta.

Ciò è del tutto lecito, permesso, valido, opportuno ed ogni altro positivo aggettivo vi venga in mente.
Dev’esser così se così è avvenuto, che noi s’abbia da esplorar sino al massimo grado le potenzialità del nostro strumento che avendo natura non manifestatamente materiale, all’adoperarlo ci procura l’impressione d’aver la testa nel cielo.
Ma i piedi hanno d’avanzare tra sassi, non esiste altra strada, salvo ritenerla differente se ci si costringe a non guardar per terra, a non veder ciotoli e… birre.

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Vecchio 11-12-2014, 23.51.40   #39
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Al pari dei miei simili condivido quanto ho trovato, che non è frutto di assidui studi e validati percorsi, perciò non confrontabile con le deduzioni che quest’ultimi permettono.

Le mie son suggestioni figlie d’un dio minore che una forma diversa dalla presente (ad esempio una poesia o raccontino) a volte potrebbe render meglio (infatti le adopero).

Mi rendo conto di non procedere come s’usa comunemente, poiché parlo di quel che più spesso s’ignora e si scarta… una sensazione, un ricordo… che le ardite architetture del pensiero filosofico, psicologico e spirituale non considerano materiale adeguato ai loro scopi.

A volte delle banali coincidenze… stranamente una volta che si siano evidenziate e si sia provato per esse una certa affinità pare che si ripetano più di frequente e al parlarne con amici ecco che anche a loro accadano e anch’essi le ritrovan più spesso.

Personalmente ne ho collezionato una buona quantità e di tali articoli non m’accade di far l’abitudine… sempre le sento fresche e sovente simpatiche e mi par d’esser qual bimbo a cui si metta in mano un regalino…

Ovviamente, poiché il pensiero autonomamente è sempre all’opera ecco che mi si formano delle immagini, interpretazioni che correlano tali eventi ad altri… ma ancor non mi vien da abbozzarne una spiegazione, quasi che al farlo quella vaporosa ed eterea consistenza che le distingue potesse cristallizzare, ed aumentatane la densità divenissero preda della forza di gravità del pensiero… che le allocherebbe tra la sua collezione di memorie…

Occorre che ce ne facciamo una ragione, non siam tutti uguali, ognuno ha il suo proprio modo di camminare, mangiare, pensare… e vivere. Bello, no?

Un mio amico il 10 ottobre in auto percorreva strade di montagna nella provincia di Belluno, in Veneto, ed usava come al solito tener la radio accesa.
Nello stesso istante che a bordo strada lesse il cartello “Longarone” una voce dalla radio disse “… Longarone non esiste più… “ , in ricordo dell’anniversario…

Quest’altra (sempre sul tema “acqua & radio”) m’è occorsa qualche giorno fa.

Si andò a prender acqua su una fonte presso casa in auto a causa del peso dei boccioni da 5 litri in vetro.
Riempito il bagagliaio metto in moto e (non so se si può disattivare ma non dà fastidio) come sempre si accende la radio dicendo “… l’acqua a chilometri zero…” (il tragitto è meno di un chilometro, fatalità).

Quel che siamo è anche quel che ci accade, come lo facciamo diventare (ammesso siamo noi a farlo) parte di noi e il credito che gli diamo.
Per tanti una coincidenza è null’altro che un gingillo, cosa di poco conto e bizzarria probabilistica.

Beh, anche un volto di donna (o uomo) non è che muscoli in movimento sotto la pelle, adagiati sull’ossa del cranio… ma quando ce se ne innamora…


Un caro saluto e buon Natale (indipendentemente dall’aver o meno significato per voi).

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Vecchio 05-02-2015, 15.06.52   #40
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I^ parte

Premessa - gli uccelli, in particolare quelli più piccoli, mi son cari in modo che solo chi provi altrettanto può comprendere.

Quando a 16 anni potei avere solo per me una stanzetta al terzo piano di un appartamento popolare, misi una rete tipo zanzariera alla finestra, appesi al soffitto un vassoio di vimini largo una quarantina di centimetri a cui fissai a varie altezze dei posatoi e appesi una grande tenda alla porta per accedere senza lasciar varchi.

Nella stanza il letto, una piccola scrivania e un comodino… divennero il mondo libero e limitato di sei uccellini: due coppie di diamanti mandarini originari dell’Australia (una di bianchi e l’altra color nocciola) e un’altra coppia dai colori iridescenti (uno blu e l’altro verde) di cui non rammento la specie.

Nella finestra che tenevo aperta il più possibile avevo collocato un ampio recipiente per l’acqua (quanto gradivano far il bagno…) e altri trespoli.
Non avevo letto L’anello di Salomone… di K. Lorentz e del perché avessi tal passione per gli uccelli non so spiegarlo se non che il loro volo m’ispira sentimenti di libertà.
Non avrei mai tenuto né mai terrei degli uccelli in gabbia e a quel tempo volli dare uno spazio più grande a una mezza dozzina di poveri uccellini che vidi costretti in minuscole prigioni al mercato, condividendo il mio ambiente in cambio dell’osservar il loro volo e udirne il cinguettio.

Voi non potreste credere di cosa divennero capaci… in breve tempo la loro abilità nel volo crebbe a tal punto che si spostavano a tutta velocità tra le quattro mura, atterrando con millimetrica precisione ai posatoi.
Volavano sempre più a lungo, ore ed ore in continuazione, e pure i gorgheggi annoverarono nuove gamme tonali… infatti una coppia figliò… nacque un diamante mandarino bianco che diventò il più forte e acrobatico nel volo.
Le cure che dedicavo loro consistevano nel pulir il posatoio e balcone e scopare quando cadevano le piume… potete non crederci ma i miei uccellini facevano i loro bisogni solo nel posatoio e sul balcone, dove rinnovavo della carta di giornale.

Quando dopo la scuola, scostata la tenda entravo nella stanza, immediatamente i diamanti mandarini venivano a salutarmi tracciando delle ellissi nell’aria con la mia testa quale uno dei fuochi, volandomi a pochi millimetri dalle orecchie.
L’altra coppia non sviluppò tale confidenza, forse dovuto alla specie o a traumi pregressi.

Potrei dire molto altro, ad esempio di come intuissero con anticipo quando avrei spento la luce, disponendosi per la notte…

Col tempo me ne rimasero due coppie e in seguito per mutate circostanze dovetti cercar loro una diversa collocazione che trovai in una grande voliera privata all’aperto (avrebbero avuto un po’ meno spazio ma più compagnia e un nuovo sensibile padrone).

Gli uccellini si son presi - o mi hanno dato - un pezzo della mia anima…


……………………………………………………………….



Dopo la premessa vi racconto dell’ultima coincidenza che m’è occorsa, prima di concludere con qualche osservazione.

Era la vigilia o forse già Natale 2014 e mi trovavo con mia madre a guardar la TV (distrattamente, per farle compagnia, da solo non la guardo mai).
Trasmettevano il TG2 dell’ora di pranzo.

A un certo punto un servizio (esterno) cattura la mia attenzione.
Vien mostrato un uccellino che incede buffamente, come si movesse su trampoli, saltellando sullo spiazzo prospicente una pizzeria, situata accanto a un’autostrada.

Poi si vede lo stesso uccellino volar all’interno del locale in cerca di cibo.
Non ha paura ed è avvezzo a riceverlo dal personale, sì che ognuno di loro afferma sicuro che preferisce il pane, mozzarella o altro ancora.

Tutti hanno notato lo strano modo di camminare dell’uccellino, dovuto alla mancanza delle dita, e dopo aver identificato la specie - una ballerina – han controllato se abbia in origine le zampe a quel modo, senza le dita…
Naturalmente no, tutti l’uccelli han dita e se a quello mancano si deve a genetica, malattia o altro.

L’elegante uccellino, fiducioso dell’uomo, ha stabilito nei pressi della pizzeria la sua casa e in quella la sua mensa.
Il personale l’ha adottato e si vede bene l’affetto che nutrono per esso… una pallottola di pochi grammi capace di volare nel cuore delle persone, oltre che in cielo…

Il servizio finisce con le parole del proprietario che contento del suo ospite s’impegna per l’anno successivo a cambiar il nome al locale, intitolandolo alla ballerina…

Quando arriverete alla fine della storia che vi sto raccontando comprenderete, se vorrete, il tuffo al cuore che ho provato.
Ho visto aprirsi un varco nella realtà che usualmente vivo, potendo col cuore prima che con la mente, scorgere qualcosa del dietro le quinte del teatro dell’esistenza…


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