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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 12-02-2014, 20.29.05   #1
Galvan 1224
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Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

è un dipinto del 1897 di Paul Gauguin ad olio su tela


Storia

L'opera, che pone i massimi quesiti esistenziali dell'uomo, fu dipinta dall'artista a Tahiti in un momento assai delicato della sua vita: prima di un tentativo non riuscito di un suicidio (l'artista era malato, aveva seri problemi al cuore ed era sifilitico, in lotta con le autorità locali ed isolato sia fisicamente che artisticamente).

Ad aggravare le cose, giunse a Gauguin la notizia della morte della figlia prediletta Aline, avvenuta pochi mesi prima. Il dolore per la perdita spinse l'artista a creare un'opera di grandi dimensioni (la più grande del suo opus) che fosse una riflessione sull'esistenza, un testamento spirituale e quindi una summa di tutte le sue ricerche cromatiche e formali degli ultimi otto anni.
Gauguin descrisse per la prima volta il quadro come un acquerello in una lettera spedita all'amico Daniel de Monfreid; dopo alcuni schizzi preparatori, il pittore vi lavorò notte e giorno per circa un mese, imponendosi un ritmo di lavoro frenetico che finì col prostrarlo; fu così che, ritenendosi incapace di finire il dipinto, Gauguin tentò di suicidarsi ingerendo dell'arsenico, ma la dose troppo forte e presa di getto, determinò un forte vomito che annullò l'effetto del veleno.
Il dipinto fu poi arrotolato e spedito a Parigi al mercante d'arte Ambroise Vollard, che così stipulò un contratto redditizio col pittore, assicurandosi l'esclusiva della sua opera.

Fonte:Wikipedia




Prima di riaprire l’occhi dopo un breve tempo trascorso seduto sul divano a rilassarmi dopo il lavoro, mi son posto, o meglio è venuta da sé, una domanda che penso tutti, prima o poi, si son fatta: che è tutto questo?

Non son filosofo, né religioso, né appartenente a qualsivoglia credo o setta, non interpreto la mia vita secondo una qualche scienza o ideologia e non mi riguarda se qualcuno può definirmi ateo.

Al punto cui son giunto nella mia (ormai lunga) vita rifuggo da ogni classificazione ed etichetta, rispondendo solo a un mio senso interno, che dir coscienza, con le sue molteplici definizioni, non sento appropriato.

Questa, come tutte le parole, non son mie. Le ritrovo dentro di me, le uso come tutti e nel vederne la bellezza ne scorgo anche l’altra faccia, il tentativo d’impossessarmene (se non l’abbiamo già fatto) per ricoprir di sostanza il vuoto - o lo spazio - che troviamo dentro di noi.

Una gran parte del mio tempo l’ho trascorso ad accumulare e ora, nell’ultima, m’applico a scaricar zavorra, sì che m’alleggerisco un po’ e ancor risalgo al par di mongolfiera, godendo del panorama dimenticato.
E quel panorama, quello spazio interno che ben riconosco - confrontandomi col quale son spinto a cercar risposta, o negar vi sia - oggi mi si rivela in un modo inatteso.


Che è tutto questo?


Un indovinello (se preferite una connotazione più forte, allora enigma o rebus).

Al quale tutti cerchiamo di dar soluzione, almeno per placar il nostro animo.
Non so da dove veniamo, che è lo stesso che dir da dove proviene quell’indovinello (anche se mi son formato una mia idea al riguardo), né tantomeno dove andiamo o qual sia la soluzione.

Ma son sicuro di una cosa, che la Soluzione non sarà mai rivelata ad alcuno, semplicemente perché non potrebbe contenerla o comprenderla. Quel che ognuno di noi potrebbe trovare, se grandemente fortunato, è la propria soluzione.

Gauguin ha dipinto la sua.

La mia? Trovar un alleato, un’amica che almeno ogni tanto mi tocchi la mano facendomi scriver qualcosa, sollevandomi dal poco che sono.
È più onesto dir che essa ha trovato me, e da quel giorno sempre più mi rendo conto della fortuna avuta (per la mia vita, non per ambizioni letterarie, ché il mio livello è ben modesto).

Per cui mi inchino al suo cospetto, all’Ispirazione, alla quale son devoto.

un saluto
Galvan 1224 is offline  
Vecchio 13-02-2014, 11.23.25   #2
Angelo Cannata
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Riferimento: Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

In effetti a me sembra che la filosofia farebbe bene a rendersi conto che, per certi versi, è anch'essa arte, letteratura e poesia. Quando ci chiediamo "che è questo", potrebbe essere meglio precisare la questione in questi termini: "come mi piace esprimere questo?". Ai matematici piace esprimerlo con studi matematici, ai pittori piace esprimerlo con pitture, ai filosofi con riflessioni; ma ciascuno lo fa con un linguaggio perché quel linguaggio gli piace più di altri e quindi farebbe bene a non avere pretese di superiorità di fronte agli altri linguaggi. Ovviamente il mio è solo un punto di vista. Io stesso adesso ho scritto questo perché mi è piaciuto scriverlo, non perché ritengo che sia stato buono o giusto più che fare altre cose; questo mi induce ad essere umile e modesto.
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Vecchio 19-02-2014, 13.50.56   #3
Galvan 1224
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Riferimento: Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

Vi propongo il raccontino qui sotto, poiché non mi riesce di conformarmi alla tipologia domanda-risposta e mi auguro non riteniate presunzione l’eluderla, semplicemente questo è uno dei modi con cui presentando il mio sentire mi riesce di star più aderente all’ispirazione del momento, la mia stella polare.

Ci son molte vie per giungere in un luogo, ma a chi sia accompagnato dall’amore per il vero, per scoprire – se c’è – un significato al nostro veloce passaggio nell’esistenza, ogni indicazione e suggerimento può tornar utile.


Si era registrato in quel sito seguendo l’impulso del momento, nonostante l’argomento, filosofia, non rientrava sino a quel momento nei suoi interessi. Leggendo gli interventi aveva l’impressione che la discussione, il seguir questo o quel pensiero, riportavano sovente al punto di partenza e nel contempo più spesso s’era accresciuta la distanza tra tesi contrapposte piuttosto che ridotta.

Dal canto suo più che domandare aveva da proporre: riflessioni, poesie e brevi racconti; gli argomenti erano gli stessi ma contenuto, forma e sviluppo erano un po’ avulsi dal contesto.

E allora perché iscriversi, sapendo che non sarebbe stato semplice collocarsi e farsi accettare senza venir meno alla sua natura, difficilmente addomesticabile?
Semplicemente perché, come tutti i liberi pensatori, era attratto dal confronto e quel luogo almeno teoricamente avrebbe dovuto permetterlo, presupponendo che anche dall’altra parte vi sarebbe stato almeno in qualche circostanza ugual interesse, quello di confrontarsi oltre le specifiche competenze.

Per incontrarsi occorre necessariamente aver fatto un percorso comune?

A livello intellettuale, nel formalismo d’una disciplina certamente sì; pure anche gli scienziati: fisici, biologhi, astronomi e tutti l’altri son stati e son capaci di semplificare per il pubblico concetti altamente specialistici.
La relatività, i buchi neri, la doppia elica del DNA e la codifica dei geni… son tutti argomenti in parte sedimentati nella conoscenza collettiva, ovviamente a livelli differenti.

Perché non dovrebbe esserlo anche per gli argomenti di quella bella disciplina che rimanda alle fondamenta del sentire, laddove si ricerca il senso dell’esistenza?

Com’è una sfida per lui avvicinarsi sul terreno altrui per procedere almeno di qualche passo assieme, lo sarà anche per chi la raccolga dall’altra parte. Per cominciare iniziò a leggere quanto i frequentatori scrivevano, non per colmare una distanza, ma per familiarizzare con la terminologia e il modo di sviluppare il discorso.

Beh, non certo facile… mettetevi nei panni di quel neofita di fronte a proposizioni piene di rimandi ad autori, concetti e percorsi… spesso lunghe e ricche di terminologie specifiche.

Ma il nostro amico sapendo un po’ trafficare con i software (chi non conosce questa parola oggi?) ne trovò uno che faceva al caso suo, capace di catalogare ogni intervento e analizzarne il contenuto… tanto che man mano andava inserendovi i contributi degli utenti, quello era anche in grado di produrre una rosa di possibili risposte a definite questioni.
(Se è abbastanza chiaro come uno la pensa, in che prospettiva si muove, la cosa dovrebbe essere possibile anche senza ausili informatici, non credete?).

Beh, bisogna dire che era proprio contento, diventava sempre più esperto e di rimando la soddisfazione di muoversi con crescente sicurezza in ambiti che non gli appartenevano lo portò a dedicarvi maggior tempo ed energie. Con l’aiuto di quel software, quasi una seconda mente, in seguito riuscì a intervenire persino nello specifico di argomenti e concetti oltre le sue capacità.
Finì per sentirsi di casa in quel posto e se qualcuno lo aveva un po’ snobbato data la manifesta incompetenza, ora che i suoi interventi collimavano nella terminologia e nei contenuti con quelli degli utenti più preparati, questi presero a rispondergli, tanto che più in là nel tempo (ci vuol sempre tempo) alcuno si ricordò più di quelli iniziali, quando interveniva a mezzo di poesie, raccontini e suggestioni.
Altri tempi, altro respiro.

Sì, quel software l’aveva proprio aiutato e, ancora più in là nel tempo, lo abbandonò non avendone più bisogno e la dimestichezza acquisita gli fece guadagnar stima e seguito.

Un giorno, per caso, si ritrovò a legger un intervento in un altro forum, sempre a tema filosofico. Strano intervento… gli ricordava qualcosa ma non riusciva a metterlo a fuoco...

Ne ebbe l’impressione che l’utente non padroneggiasse adeguatamente gli “strumenti del mestiere”, sì che finito d’averlo letto non perse certo tempo a scrivere una sua considerazione in quella discussione un po’ presuntuosamente avviata, tanto più che il novizio non faceva domande, ma diceva la sua partendo dalla propria esperienza.
Dove e cosa mai sperava di raggiunger così facendo?

Quella notte dormì poco e male e, sapete come accade, all’improvviso una domanda si presenta alla sua attenzione: quanto di tuo c’è in quello che scrivi? Da dove proviene quel sapere così ben esposto?

Ricordò il sogno che lo destò, dove: ... rivolse l’occhio che abbiam tutti dentro a ricercar l’origine, il filo dal quale s’erano sviluppati i suoi ragionamenti e riflessioni… e gli parve quasi di scorgere l’eterea ragnatela che nel tempo s’era estesa, divenendo via via più complessa, capace di trattenere come avesse un’adesività al par di quella, non moscerini, ma pensieri, formulazioni della mente.

Una volta bloccati nel loro percorso egli, qual ragno, li raggiungeva… ispezionandoli per verificarne la “commestibilità”, scartando quelli che non avrebbero potuto recar nutrimento e dell’altri suggendone la linfa e traendola in sé, diventando essa il suo proprio sangue.

La mirabile ragnatela occupava una spazio enorme, tutto il suo mondo.
Ma quel occhio, chissà come, ora si rivolse non alle prede imprigionate, ma a quella stupida farfallina che volava nei pressi senza venir attratta dai movimenti di quelle appiccicate e rifuggiva dal procedere nella direzione della rete, che accorciando il percorso conduceva in uno spazio rigoglioso di piante.

Perché provava adesso qualcosa di diverso all’osservar quella possibile preda? Perché quasi non desiderava che, al par dell’altre, alfine nel cercar una via cadesse intrappolata?
E poi, quell'ampia rete da cui derivava la sua sicurezza, così potente ed efficace nel trattenere privandole della libertà e infine della vita le sue catture, sulla quale poteva muoversi istantaneamente, era pur sempre ancorata al mondo dai primi, spessi fili.
Le piogge dell’imminente autunno l’avrebbero traforata sino a trascinare i setosi fili e i resti di prede ormai morte a terra, dove ogni cosa vien dissolta...
… dove anche quella farfallina, pur sfuggendo alla sua o altre reti l’avrebbe alfine conclusa...

La farfallina, rappresentazione di una parte della sua anima alla quale smise di prestar attenzione, se n’era volata via… e da allora non ci fu verso di richiamar quel respirar assieme.
Probabilmente il conformismo allontana ogni creatività e chi la rende possibile, l’Ispirazione.


Nel primo messaggio proposi che quanto sperimentiamo nell’esistenza sia una sorta d’indovinello, un rebus, dando per scontato che non vi sia possibilità per l’uomo di poterlo risolvere.
Ma il fatto stesso di considerar la questione sotto tal prospettiva, a mio avviso produce qualcosa.

Non amo citar alcuno o riferirmi a qualche tradizione se non quando non posso farne a meno e con gran parsimonia, come nel presente caso nel richiamar quelle che ritengono la manifestazione e i suoi oggetti (l’uomo in primis) il dispiegarsi di un gioco Divino (anche un indovinello può esser gioco).
Non posso affermarlo a mia volta non avendo sufficienti elementi, solo indicare che tal suggestione non appartiene a me solo.

Forse noi proveniamo da quel gioco e vi contribuiamo, qual ignare pedine… almeno sin quando non arrivi l’occasione di scorgere (magari solo un’immagine) il nostro ruolo.

Quella la mia risposta al “da dove veniamo”, mentre l’intervento odierno risponde al “che siamo”, denotando (o connotando, non son certo del termine appropriato) l’aspetto “meccanico” (una meravigliosa macchina tuttavia, della quale son affascinato) del nostro agire, salvo l’intervento di qualcosa che ci è completamente estraneo, altro da noi, così io sento l’Ispirazione.

Son solo abbozzi messi giù senza pretese e come tali vi prego di considerarli.
Mi riprometto, potendo, di svilupparli, curioso di legger le vostre considerazioni, se ci saranno.

Per il momento mi fermo qui, una prossima volta cercherò di dir qualcosa su quel “dove andiamo”.


Ringrazio Angelo Cannata per aver qui postato un suo intervento, che condivido in gran parte, al par suo anch’io scrivo ciò che mi piace scriver, il mio punto di vista. Uno tra i tanti.

Un saluto
Galvan 1224 is offline  
Vecchio 22-02-2014, 17.00.03   #4
Galvan 1224
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Riferimento: Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

Da dove veniamo, che siamo, dove andiamo…

Sono una sola questione, una stanza con tre porte. Aprendone una, all’interno si trova la chiave delle altre.

In realtà esiste una sola questione, o La Domanda, come qualcuno la definisce, che si può riassumere in un: “Perché?”

Perché la vita, la coscienza… il dolore, l’amore, la morte infine?

La storia dell’uomo è anche il tentativo di rispondere a tale questione e nei millenni tali tentativi son diventati credi, religioni, filosofie… e scienza.

Avessimo trovato la risposta, sarebbe svanita la domanda.
Ma nonostante l’impegno la domanda permane, e ai suoi piedi, come offerte di fiori, giacciono le innumerevoli risposte.

Qualcuno suggerisce che non vi sia risposta, altri che non ha senso porre una tal questione, i più indicano una direzione… la loro.

Mi vien l’immagine di una moltitudine di genti che da ogni parte del mondo, dopo un lungo e faticoso cammino, giungono in una grande piazza e, sorpresi d’esser così tanti, si chiedono come mai son lì.
Ognuno fornisce una risposta, che dipende dal cammino percorso e quello che vi han incontrato.
Molte son simili, nessuna uguale.

Visto che son lì vien loro da chiedersi il perché qualcosa li abbia indotti a quel viaggio - percorrendo un pezzo di strada senza quasi rendersene conto - interrogandosi tra loro e in loro stessi.
Anche in questo caso ottenendo disparate risposte.

Il “dove andiamo” è tuttavia sotto gli occhi di tutti… man mano le persone muoiono e altre giungono nella piazza.
La consapevolezza della fine induce le persone a chiedersi il senso di quel viaggio, umanamente incapaci di accettar quel ”dove andiamo”, fisicamente irrevocabile e senza la minima garanzia di continuità psicologica, del loro senso di sé.

C’è poco da fare, nessuno è tornato indietro (o la domanda avrebbe trovato risposta) e il proiettar qualcosa di sé oltre la morte, sia essa un’anima o qualcos’altro, è un’ipotesi come un’altra.

Se le migliori menti dell’umanità, saggi, filosofi, scienziati e gente d’ogni tipo che si son cimentate con la Domanda non hanno trovato la Risposta, questo forse indica qualcosa.

Tralascio di riportare le varie ipotesi e riprendo quanto proposi: che quanto sperimentiamo nell’esistenza sia una sorta d’indovinello, ma per procedere oltre, come sovente accade, occorre far dei passi indietro…

In questa rivista ha scritto e risposto Isabella di Soragna, della quale riporto un estratto preso dal suo sito http://www.isabelladisoragna.eu/site/?lang=italiano
alla pagina: Pensiero, memoria, spazio-tempo…miraggi?

LE MACCHINE DELLA MEMORIA.
Verso il 1950 un neurofisiologo inglese Grey Walter, cercando di riprodurre i movimenti del cervello umano in modo meccanico, inventò delle piccole “tartarughe” semoventi a rotelle che eseguivano un movimento cibernetico. Si tratta di una serie di sistemi legati a catena in modo che la perturbazione in un elemento si ripercuote su tutta la serie: arrivata all'ultimo elemento, ritorna indietro fino al primo, seguendo la catena.

Si tratta dunque di una serie di retroazioni che si perpetuano fino a ritrovare l'equilibrio iniziale.
Ecco la descrizione della tartaruga o strumento cibernetico.
Vi è un occhio elettronico ruotante e sensibile alla luce collegato a due accumulatori, a loro volta collegati, uno alle due ruote motrici, l'altro allo sterzo, che dà la direzione.
L'equilibrio è raggiunto solo se i due accumulatori sono carichi.
L'occhio cerca una sorgente luminosa e si fissa sulla direzione di questa appena la scorge. La corrente passa e le ruote si mettono in movimento.
La tartaruga si dirige verso la lampada che è l'esca.

Prima esperienza: si frappone un oggetto tra la luce e la tartaruga. L'oggetto fa ombra ed essa si ferma.
Le ruote si dirigono poi a caso di qua e di là come in un valzer lento, finché per caso l'occhio ritrova la luce ed essa riprende il cammino.

Seconda esperienza: si rimette l'oggetto allo stesso posto tra la lampada e la tartaruga e ci si accorge che il tempo di esitazione per evitare l'oggetto è sempre più corto e deciso.
Una sola conclusione: si ricorda.
Senza silicio o tessuto nervoso.... ma solo elementi cibernetici capaci di reazioni e retroazioni nella ricerca di un equilibrio.

Terza esperienza: si aggiunge un altro senso alla tartaruga, l'udito.
Si pone un microfono presso la lampada, collegato all'occhio elettronico.
Si fischia. Nessuna reazione naturalmente.
Si cerca di “educarla”: si accende la luce e si fischia allo stesso tempo.
La tartaruga va verso la luce. Si ripete l'esperienza molte volte.
Poi si fischia senza accendere la luce.
La tartaruga rotola verso la luce... spenta!
Essa ha dunque associato il suono alla luce e ha obbedito ad un vero riflesso condizionato.
Detto altrimenti, ha acquistato due memorie diverse e le ha associate, realizzando una funzione psichica molto più complessa di una semplice memoria.
Sembra dunque fuori dubbio che la memoria esiste al di fuori del mondo vivente: si tratta di ritrovare un sistema retroattivo e un equilibrio da raggiungere.”

(per chi fosse interessato c’è una pagina in inglese su Grey Walter in Wikipedia, e un filmato originale su youtube)

Nel brano sopra riportato si forniscono prove che la memoria esista (anche) al di fuori del mondo vivente e nel tempo attuale dei computer che vanno accrescendo le loro potenzialità in modo esponenziale par del tutto evidente.

L’evoluzione ha fornito all’uomo i suoi sensi e in seguito gli ha permesso di distinguersi dagli altri animali (per qualcuno è stato un errore…) con lo sviluppo del pensiero.
Non fosse accaduto non saremmo qui a parlar di queste cose ma a cercar bacche per nutrirci e un riparo per la notte, la nostra vita regolata dall’istinto.

Ma il pensiero (e per estensione il luogo ove si suppone operi: la mente) non può sussistere senza il fattore fondamentale, dal quale origina ogni cosa: la memoria.

Prima di parlarne vi invito a dar un’occhiata al nostro mondo attuale, quello fisico in ebollizione (alcuni dicono per il surriscaldamento, altri quale fenomeno ciclico) e soprattutto quello dell’uomo sotto ogni aspetto: politico, religioso, culturale e scientifico.
Come cambiano in fretta le cose, non trovate? (purtroppo non in meglio, per la maggior parte).

Si impone la specializzazione allo stesso tempo in cui procede la ricerca di unificazione, particolarmente evidente nelle discipline scientifiche, fisica in primis. Gli ambiti han perso i loro definiti confini e al giorno d’oggi s’è quasi fatta l’abitudine al sentir i fisici parlar di Dio (es. la famosa “particella”, il bosone di Higgs), le discipline si compenetrano e necessariamente anche i loro propri strumenti saranno costretti a evolvere, ad adattarsi.

Così quella ricerca sopra riportata, iniziata nel 1950, non riguarda solo i cibernetici, i fisici o gli scienziati.

Riguarda tutti, getta un po’ di luce sul fenomeno (a mio avviso) più importante dell’universo, la memoria.

Cos’è, dov’è questa memoria? Da dove si inizia se non da noi?

Quel “da dove veniamo”, il senso di noi stessi, non ha a che fare con essa? Quel “che siamo”, senza il suo intervento, possiamo definirlo?

Per come la vedo la memoria son le profonde fondamenta della casa che si eleva in altezza e leggerezza sin qui, ai piani alti, dove maggiormente in contatto col cielo si disquisisce del senso della vita e degli enti universali, in un lecito tentativo di spiccare il volo e divenir uno con quelli (magari mantenendo un po’ della nostra individualità… ).

Questo è l’inizio del mio sentire, quello di cui mi piace scrivere.

Un saluto
Galvan 1224 is offline  
Vecchio 22-02-2014, 21.51.34   #5
green&grey pocket
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Da dove veniamo, che siamo, dove andiamo…

Sono una sola questione, una stanza con tre porte. Aprendone una, all’interno si trova la chiave delle altre.


1 )Purtroppo la filosofia quando è seria, cioè quando è dura, non può permettersi questo genere di voli pindarici.

Essa si interroga di volta in volta, come se fosse un software? direi di sì.
Metaforicamente s'intende, esiste sempre una disciplina che ci blocca che ci interroga.

Non penso sia solo una questione di strumenti, ma proprio di ciò che si origina dalla domanda, come anche tu scrivi.

Possiamo anche farne un poemetto, anzi molti lo indicano come via.

Ma poi i contenuti non dovranno almeno essere discussi?

Voglio dire citare i comportamentisti, citare le neuroscienze non è facilmente inquadrabile per un filosofo duro come una derivazione del potere della Tecnica.
Tutti i movimenti della New-Age non sono forse figli di questo incrocio impossibile fra determinismo tecnico e sogno umano?

L'impossibilità che poi non può fare mai a meno di diventare dogma, solipsismo.

Io non credo che tu abbia scelto gli esempi corretti, e bada bene, lo dico per proteggere ancora quel sogno, quel poemetto.

2 ) In definitiva credo che qualsiasi scrittura nasca da un bisogno, sarebbe bello capirne il perchè di quel bisogno, il dove stiamo andando è solo una questione di incidenze di quei bisogni e dei suoi aimè strali (dogma, impero).

Sono d'accordo invece sull'intuizione che poi è anche la mia, qualsiasi sia la domanda vi è sempre un io che la pone e la sente.
Il problema che forse non ti sei ancora posto è che anche il nosto io, un pò come la memoria è frutto di una costruzione.

E a partire da un profondo discernimento di cosa sia questo io, in cosa consista la sua potenzialità e quali sono i suoi limiti sopratutto a paragone con l'altro e la società, che andremo più sicuri a scandagliare il sogno, il filo rosso che unisce le esistenze.

Non è ancora finita, perchè ci sarebbe l'ombra, ci sarebbe l'es, che non sono il sogno.

3) Se non lo si fa sistematicamente, io credo nemmeno si riesca a intravedere l'ombra (questa volta come gioco di parole) che quelle domande che tu poni proiettano sull'esistenza.

In realtà queste domande che sorgono fin da bambini non sono già di per se un inizio del viaggio spirituale che attende ogni uomo.

Non è vero che una volta risposto, allora svaniranno, perchè nuovi uomini nasceranno e di nuovo le stesse domande si formeranno.

L'unica cosa certa a mio parere è che quel viaggio è necessario per poter raggiungere quelle risposte.

Il viaggio, il passaggio: temi che affondano nella religione ebraica e che incidono sostanzialmente su tutti noi.

Non ci sarei mai arrivato se non abbattendo i limiti della ideologia, della scienza, del sogno e della religione, e cioè attraversandole tutte.
Ma a partire da quella memoria, c'è ancora un io che pone una domanda.

Ottima intuizione (sarà perchè è condivisa ?)!
green&grey pocket is offline  
Vecchio 25-02-2014, 19.29.39   #6
Galvan 1224
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Citazione:
Originalmente inviato da green&grey pocket
1 )Purtroppo la filosofia quando è seria, cioè quando è dura, non può permettersi questo genere di voli pindarici.

Essa si interroga di volta in volta, come se fosse un software? direi di sì.
Metaforicamente s'intende, esiste sempre una disciplina che ci blocca che ci interroga.

Non penso sia solo una questione di strumenti, ma proprio di ciò che si origina dalla domanda, come anche tu scrivi.

Possiamo anche farne un poemetto, anzi molti lo indicano come via.

Ma poi i contenuti non dovranno almeno essere discussi?

Voglio dire citare i comportamentisti, citare le neuroscienze non è facilmente inquadrabile per un filosofo duro come una derivazione del potere della Tecnica.
Tutti i movimenti della New-Age non sono forse figli di questo incrocio impossibile fra determinismo tecnico e sogno umano?

L'impossibilità che poi non può fare mai a meno di diventare dogma, solipsismo.

Io non credo che tu abbia scelto gli esempi corretti, e bada bene, lo dico per proteggere ancora quel sogno, quel poemetto.

2 ) In definitiva credo che qualsiasi scrittura nasca da un bisogno, sarebbe bello capirne il perchè di quel bisogno, il dove stiamo andando è solo una questione di incidenze di quei bisogni e dei suoi aimè strali (dogma, impero).

Sono d'accordo invece sull'intuizione che poi è anche la mia, qualsiasi sia la domanda vi è sempre un io che la pone e la sente.
Il problema che forse non ti sei ancora posto è che anche il nosto io, un pò come la memoria è frutto di una costruzione.

E a partire da un profondo discernimento di cosa sia questo io, in cosa consista la sua potenzialità e quali sono i suoi limiti sopratutto a paragone con l'altro e la società, che andremo più sicuri a scandagliare il sogno, il filo rosso che unisce le esistenze.

Non è ancora finita, perchè ci sarebbe l'ombra, ci sarebbe l'es, che non sono il sogno.

3) Se non lo si fa sistematicamente, io credo nemmeno si riesca a intravedere l'ombra (questa volta come gioco di parole) che quelle domande che tu poni proiettano sull'esistenza.

In realtà queste domande che sorgono fin da bambini non sono già di per se un inizio del viaggio spirituale che attende ogni uomo.

Non è vero che una volta risposto, allora svaniranno, perchè nuovi uomini nasceranno e di nuovo le stesse domande si formeranno.

L'unica cosa certa a mio parere è che quel viaggio è necessario per poter raggiungere quelle risposte.

Il viaggio, il passaggio: temi che affondano nella religione ebraica e che incidono sostanzialmente su tutti noi.

Non ci sarei mai arrivato se non abbattendo i limiti della ideologia, della scienza, del sogno e della religione, e cioè attraversandole tutte.
Ma a partire da quella memoria, c'è ancora un io che pone una domanda.

Ottima intuizione (sarà perchè è condivisa ?)!




1- Non ho titoli per dir cosa sia e cosa possa permettersi o non permettersi la filosofia e neppure riuscirei a distinguere quella seria dall’altra (quella seria è quella degli addetti ai lavori?).
Ignoravo che la prima avesse tali limiti, dovendo far a meno di voli pindarici, rappresentazioni o certi tipi di metafore.
Nel dubbio d’usarli potrei chieder il parere di un esperto: dove trovarlo e come riconoscerlo?
Ad esempio, per andar sul concreto, prendiamo una discussione gettonata e ricca di interventi (anche tuoi): Se non esiste l'anima che senso ha vivere ?

L’ho seguita (con difficoltà) e oggi, arrivati alla pagina 7, dopo tanti interventi e una leggera animosità (beh, parlando d’anima, par conseguente…) cosa se ne ricava?
La mia sensazione è che le distanze permangono e forse si son accresciute, ma non sta a me giudicare, perché non son competente e non potrei dire se la discussione sia stata fine a se stessa o possa aver arricchito chi l’avesse seguita.
Non avendo granché di personale da dire sull’argomento, rivolgo la mia attenzione altrove, avendo un tempo limitato e dovendo far delle scelte (ma se mi piacesse approfondirlo andrei a riveder le otto parti di cui è costituita secondo gli antichi egizi… e mi chiederei come mai essi gettassero via il cervello, tanto in auge nel nostro tempo, al contrario degli altri organi riposti nei vasi canopi e così via…).

Confidando nel sens of humor di tutti, per me il sale della vita, sono qui a parlar dell’esistenza al par vostro, suggerendo, talvolta in forma poetica e altre qual racconti, quel che mi è parso d’aver colto al riguardo.
Ho dichiarato anticipatamente di non essere un addetto ai lavori e quindi non lo farò, né cercherò di farlo secondo i dettami e con gli strumenti e le parole proprie di questa bella disciplina, almeno come s’usa in occidente.

Ho letto e apprezzato diversi tuoi interventi dai quali traspare la serietà della tua indagine, il tuo rigore.
Nel rispondermi, per due volte associ la parola “dura” alla filosofia, a indicar l’applicazione e lo studio necessari per impadronirsi degli strumenti che permettono l’elaborazione dei concetti, e posso comprendere che da tal percorso ne discenda il tuo metro, col quale misuri la distanza altrui.

Vorrei chiederti: i popoli cosiddetti selvaggi, a loro modo si interessano di filosofia, di ricercar il senso della vita?
Pur non possedendo i tuoi strumenti e la potenza del ragionamento forgiato dagli innumerevoli contributi di schiere di filosofi, arriveranno a capirci qualcosa, a viver pienamente (o quasi) il senso della loro esistenza?

Il mio parlar, filtrato attraverso la tua rete di conoscenze (memorie collegate e interagenti) forse ti rimanda l’immagine, appunto, se non di un selvaggio quello di un individuo che non usa né le parole né gli esempi appropriati per farsi intendere.
Tuttavia un altro selvaggio potrebbe comprenderlo senza difficoltà.

Il punto diventa: cosa si comprende, e attraverso quali strumenti? La mia risposta, differente dalla tua, non è specialistica: attraverso qualsiasi strumento c’è la possibilità di comprendere, di portar dentro di sé qualcosa che ne era fuori.
Quanto bene e propriamente si riesca a farlo compete al singolo.

Riguardo il sogno umano non mi è chiaro cosa intendi, può esser di tutto (proviamo a chieder a molti?) così che non posso dire se i movimenti new-age (che non conosco e dovrei studiare) siano figli di un incrocio impossibile tra quello e il determinismo tecnico.
So però che la tecnologia è sempre esistita e quanto abbia contribuito allo sviluppo sociale dell’umanità è sotto gli occhi di tutti.
Pur non amandola pienamente non la reputo responsabile d’ogni male (o l’origine/ricettacolo di quella volontà di potenza che qui incontro spesso), anzi, mi correggo, questo computer che uso da anni invece l’amo… è diventato quasi una mia estensione, un’appendice, e al suo interno penso vi sia una sorta d’anima (meriterebbe parlar dell’anima delle cose, o dei luoghi… lì avrei qualcosa da dire).

Tuttavia conosco il sogno notturno e sì, da quello si possono estrarre poemi e non solo, anche formule matematiche, composizioni musicali e molto altro.

2- Son d’accordo che il nostro io sia frutto di una costruzione e ritengo non sia affatto separato dalla memoria: l’io è la memoria attivata, più precisamente il “pensiero pilota” nella memoria attivata (una mia definizione, che svilupperò in seguito. Presenta delle analogie con “l’onda pilota” di L. de Broglie).
Non son invece d’accordo che dall’esplorazione (scandagliare) dell’io (un mare di memorie) si arrivi a qualche terra ferma (verità).
Ognuno arriverà alla sua piccola zolla galleggiante.

3- Un metodo (applicazione sistematica) è senz’altro utile per sbirciare nell’inconscio, e senza esser passati (almeno un po’) attraverso i suoi contenuti oscuri ho idea che per i più il viaggio si fermi lì.
Ma poi, esiste davvero un viaggio diverso dagli altri, quello spirituale?

Dire che la Risposta farà svanir la Domanda è solo un costrutto logico, come a dir che il caldo farà spogliar dall’abiti pesanti.
Ho dato per scontato che l’uomo non può contenere, far propria una tal Risposta.
Ma potrei sbagliarmi, perché no?
Magari un giorno un vero Lazzaro tornerà a dirci come stanno le cose e il Regno dei Cieli (o qualcosa di simile) si trasferirà ai piani bassi.
Ma se la risposta è quella con la “r” minuscola convengo che riguarda l’individuo e ognuno ha da trovar la propria.
Sempre meglio una verità parziale che nessuna… ma son punti di vista.

Affermi di esser arrivato da qualche parte dopo aver …abbattuto i limiti della ideologia, della scienza, del sogno e della religione, e cioè attraversandole tutte.
Ma ancora un io (che scaturisce dalla memoria) continua a porre una domanda, con ciò supportando la necessità di discipline che se ne occupino, la filosofia tra queste.
Forse è nella natura dell’io continuar a far domande, una retroazione (feedback) ciclica senza la quale…

Se le cose stessero così non importa quali domande faccia e che risposte ottenga, in qualsiasi ambito - filosofia compresa - il suo scopo, nascosto dietro la sua attività, è perpetuare se stesso.

(PS- convengo che la scrittura – anche questi scambi - possa nascer da un bisogno; osservo che non c’è una discussione al riguardo qui nel forum…)

Un amichevole saluto
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Vecchio 26-02-2014, 04.31.04   #7
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Da dove veniamo, che siamo, dove andiamo…


io non credo che possano esistere risposte certe,cioè mi spiego meglio..
la modalita in cui siamo abituati a dare delle risposte risulta il più delle volte asettica,fredda e calcolatrice (cioe' morta) del tipo: domanda consegue risposta,punto. ..ma credo che e' nel cammino delle domande che il senso prende mano a mano la sua forma e il suo intrinseco valore di risposta.. in questo senso e' dinamica e vitale!
fai riferimento ai cosiddetti "selvaggi" (che nel frattempo abbiamo sterminato,insieme al loro bagaglio di conoscenze millenarie!) molti di questi,penso che avevano un rapporto con la vita,cui vi si relazionava tutto,loro non se ne sentivano esclusi,erano consapevoli cioè di essere anch'essi parte integrante di tutte le manifestazioni,non se ne sentivano separati e in questo modo sapevano cogliere quei segni,che gli fornivano delle risposte,senza magari porsi ancora prima le domande,poiché la risposta era contenuta nella domanda e viceversa,simultaneamente…mi chiedo,quante facoltà oggi ritenute impensabili nel frattempo abbiamo perso che prima possedevamo? o che alcune di queste noi oggi le riusciamo solo a interpretare come banali superstizioni stregonesche?
vi e' che tra l'altro noi abbiamo nel frattempo accumulato un enorme numero di informazioni col risultato pero contrario a quanto ci si credeva di ottenere (da notare infatti che noi abbiamo la fissa del risultato!) così che hanno finito di interporsi fra noi e la vita nel suo continuo fluire,in questo modo l'abbiamo bloccata e ci siamo costruiti una campana di vetro tutto intorno,non riuscendo così più a vedere (e sentire) le cose per come sono.
Tutto e' relazione,qualsiasi cosa, e da qualsiasi cosa ce' un potenziale infinito su cui poter attingere..la risposta in questo caso diventa solo la sua naturale conseguenza.
ben vengano percio' autentici modi esplicativi come e' stato il tuo qui sopra e di averci fatto conoscere il tuo originale punto di vista
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Vecchio 27-02-2014, 21.45.05   #8
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Riferimento: Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

Ringrazio Acquario per il suo intervento e la nota positiva nei miei riguardi che contraccambio amichevolmente.

Quando qualcuno interagisce con noi, al di là del contesto e delle opinioni, è indubbio che si stabilisce una comunicazione, un entrar in contatto con l’altro.
Una persona dedica un po’ del suo tempo per veder cosa abbia da dire un suo simile e magari a sua volta propone il proprio punto di vista.
Qual che sia il risultato, la trovo una delle cose belle della vita che potenzialmente potrebbe giungere al massimo grado delle relazioni umane, l’amicizia.

Una piccola o grande parte di quel che siamo (o dove potremmo arrivare) è anche questo.
Tal evento segue sue proprie vie e non abbisogna di alcun prerequisito di sorta, riuscendo sovente a bypassare rigide strutture, cristallizzazioni e condizionamenti della nostra psiche.
Senz’altro un argomento meritevole di attenzione, discendendo da essa, in gradi differenti per differenti persone, quella che vien definita “qualità della vita”.

Sì, sembran banalità, cose risapute, queste e altre… noi abbiamo nel frattempo accumulato un enorme numero di informazioni… dice Acquario e la mia disposizione mi porta a veder almeno un po’ cosa siano quelle informazioni (memorie) e come agiscano, visto che son grandemente responsabili di quel che esperiamo di noi.

Prima di procedere desidero dichiarar il mio modo di farlo.
Fedele al tema della discussione tuttavia mi troverò a spaziar in vari ambiti e con diverse modalità, seguendo, come dichiarato, il percorso indicatomi dalla mia stella guida, l’ispirazione.
Forse avrete notato come sovente elido la vocale finale delle parole… e che la costruzione delle mie proposizioni non corrisponda ai nostri tempi moderni.
Ispirazione vien definita come “respirare assieme” e a quello m’appoggio nello scrivere, intervenendo sin quando vi sia almeno una parvenza di tal sentimento, che si traduce in una sorta di scorrer musicale delle parole, al par dello scriver in prosa (al mio livello di principiante).

Naturalmente ho chiaro il punto d’arrivo, ma quando nel nostro avanzare ci s’affidi a una sensazione non definibile, tal è quell’ineffabile soffio, a volte si rimescolano le carte.
Non siam tutti uguali, io dipingo con i miei propri colori, una modesta tavolozza, mi rendo ben conto, ma non potrei far diversamente, e se potete portate pazienza. Se non riuscirò a fornirvi almeno qualche utile suggerimento ne avrete comunque ottenuto il vantaggio di sviluppar quella pregevole virtù.



Ritornando alle informazioni, riporto qui due frasi che come me presumo molti hanno letto/sentito, con la loro attribuzione:

• Eppur si muove! (Galileo Galilei)

• Se l'ape scomparisse dalla faccia della terra, all'uomo non resterebbero che quattro anni di vita. (Albert Einstein)



Il fatto è che tale attribuzione non sembra vera e su Wikiquote (citazioni errate), viene riportato:

• Eppur si muove! (Galileo Galilei)
La frase, che molti ritengono pronunciata da Galileo Galilei al tribunale dell'Inquisizione al termine dell'abiura dell'eliocentrismo, in realtà non si trova in alcun documento del XVII secolo. Il primo scrittore ad aver menzionato la frase è stato il giornalista Giuseppe Baretti, che aveva ricostruito la vicenda per il pubblico inglese in un'antologia pubblicata a Londra nel 1757, Italian Library.


• Se l'ape scomparisse dalla faccia della terra, all'uomo non resterebbero che quattro anni di vita. (Albert Einstein)
Non esiste una fonte originale per questa citazione attribuita a Einstein, essa non viene menzionata in nessun documento prima del 1994. In quell'anno, la frase venne citata per la prima volta su un volantino distribuito a Bruxelles dall'Unione Nazionale Apicoltori francesi, in rivolta a causa della concorrenza del miele d'importazione. È quindi probabile che la citazione sia stata creata ad hoc per avvalorare la protesta.


Se vi interessa ce ne sono diverse decine d’altre.
Il mio scopo non è entrare nel merito, neppure verificare se effettivamente le cose stiano come presentate, anche se dubito non abbiano controllato le fonti, ma non si sa mai…

Le due citazioni riportate ritenevo anch’io appartenessero al nostro Galilei e al grande scienziato Einstein (anche se di quest’ultima un pochino mi son sempre meravigliato).

Quante delle informazioni, delle memorie che abbiam dentro di noi o cui accediamo con facilità son corrette o si sono conservate nel tempo senza che manipolazioni successive man mano l’abbiano fatte diventar qualcosa d’altro?

Avete mai fatto quel gioco da piccoli, il telefono all’orecchio?
Si sussurra qualcosa in quello del vicino che a sua volta - sin al temine della fila - lo comunica al successivo.
L’ultimo lo declama… tra le risate generali, essendo divenuto tutt’altro.

Sarà questo uno dei motivi che ostacola la comprensione ai vari livelli?

Quanto ci giunge dal passato, dotti e sacri libri, esperienze e quant’altro… com’è che non di rado ci richiedon notevoli sforzi interpretativi e andando a paragonarne esiti diversi li troviamo differenti se non opposti?

Com’è che abbiam fatto l’abitudine a tutto ciò, che non ci vien, per mancanza di tempo, pigrizia, fiducia o chissà che, di riprender il filo dall’inizio?

Cosa significa, realmente, la parola “attendibilità”? E cosa “oggettivo”?
Sareste disposti a metter la (vostra) mano sul fuoco riguardo le affermazioni altrui?

L’obiezione, corretta, è che non si può rimetter tutto in discussione ogni volta dall’inizio… non si riuscirebbe a procedere.
E poi si hanno lo stesso notevoli risultati, quindi la cosa funziona.

Notizia di questi giorni, alcuni scienziati dicono che non esistono i buchi neri, molti altri sì…
Ora l’esistenza o meno di tal oggetti galattici non influisce sulla possibilità di riuscir a mangiare un buon pasto l’indomani (almeno si spera), invece ci son maggiori probabilità che influisca sullo stesso quanto avviene in Ucraina, o nel nostro parlamento.

Probabilità, cose vere e meno vere… o false del tutto.
Beh, anche questo è il nostro mondo.
Riporto una citazione di G. B. Shaw (per sorridere – forse - un po’):

"Esistono cinque categorie di bugie; la bugia semplice, le previsioni del tempo, la statistica, la bugia diplomatica e il comunicato ufficiale."


Le memorie (informazioni più o meno vere) costituiscono e supportano la nostra interiore rete interpretativa e "…hanno finito di interporsi fra noi e la vita nel suo continuo fluire, in questo modo l'abbiamo bloccata e ci siamo costruiti una campana di vetro tutto intorno, non riuscendo così più a vedere (e sentire) le cose per come sono. (cit. Acquario). "

Trovo ci sia del vero in ciò, per esser quel che siamo abbiamo dovuto (ma non ce ne siamo accorti) pagare un prezzo, si potrebbe dire che abbiamo accettato l’illusione, nelle sue varie accezioni.

”Tout va trés bien madame la Marquise” (Va tutto bene, Madame la marchesa… il giorno dopo scoppiò la rivoluzione… sarà una citazione corretta?)

Un saluto
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Vecchio 28-02-2014, 03.18.53   #9
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Originalmente inviato da Galvan 1224
Da dove veniamo, che siamo, dove andiamo…Sì, sembran banalità, cose risapute, queste e altre…

da dove veniamo...
perche innanzitutto ci viene da porci questa domanda?,e se ce la poniamo vuol forse dire che esiste un richiamo,altrimenti come spiegare il fatto stesso che ci viene di chiedercelo? (ne abbiamo dunque "memoria"?)

dunque,che ruolo assume in tutto questo la memoria?

si potrebbe dire pero che la memoria non e' una concatenazione di causa ed effetto come siamo portati a pensare,rimanendo circoscritti così a un tempo limitato e che percio non può esistere…quelle che noi credo erroneamente definiamo come memoria potrebbero solo essere informazioni accumulate che fortificano la nostra identità,re-interpretando a modo nostro la realtà,conseguentemente pero tutto il mio agire diventa meccanico all'interno di uno spazio chiuso..

Una volta Tanzan ed Ekido camminavano insieme per una strada fangosa. Pioveva ancora a dirotto.
Dopo una curva, incontrarono una bella ragazza, in chimono e sciarpa di seta, che non poteva attraversare la strada.
«Vieni, ragazza,» disse subito Tanzan. Poi la prese in braccio e la portò oltre le pozzanghere.
Ekido non disse nulla finché quella sera non ebbero raggiunto un tempio dove passare la notte. Allora non poté più trattenersi. «Noi monaci non avviciniamo le donne» disse a Tanzan «e meno che meno quelle giovani e carine. È pericoloso. Perché l'hai fatto?».
«Io quella ragazza l'ho lasciata laggiù» disse Tanzan. «Tu la stai ancora portando con te?»



mi viene da pensare (come forse spiegherebbe l'esperimento della tartaruga) tenendo comunque conto a priori dell'illusione che abbiamo del tempo,che noi rispondiamo ad un eco che pero ci viene dal "futuro" ed e' così che noi viviamo nel presente..e non il contrario dove sarebbe il passato che determina il presente.
acquario69 is offline  
Vecchio 07-03-2014, 19.40.16   #10
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Riferimento: Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

La stragrande maggioranza dei film vengon dimenticati il giorno dopo che son visti.

Non sarà così per “La grande bellezza”, il meritato (opinione prevalente) Oscar lo farà partecipe della gloria riservata agli eletti e il tanto parlar che se n’è fatto ha definitivamente “scavato” un solco nella memoria collettiva, sì che l’attenzione (anch’essa una forma d’energia o ricollegabile a un’energia, come d’ogni azione per averne un effetto) di cui è stato oggetto ha sortito il risultato d’averlo reso – nel suo piccolo contesto – immortale.

Non è dell’immortalità dei contenuti della memoria che (per il momento) intendo parlare, e neppure (anche se m’è piaciuto) del film italiano.

Tuttavia prendendo spunto dal mondo della cinematografia spenderò qualche parola per quest’altro film: http://it.wikipedia.org/wiki/Auto_Focus

Se ne leggerete la trama difficilmente vi troverete l’impronta di un’opera degna d’esser ricordata; il racconto (per quanto derivi da fatti veri) traslato in immagini neppure si può fregiar d’una qualche innovazione stilistisca, in qualsivoglia ambito.
Poi, probabilmente (certamente…) per motivi di cassetta, sul richiamo sessuale si gioca gran parte delle sue chanches.

Il regista però … è considerato uno dei registi e sceneggiatori cardine della New Hollywood.
I film da lui scritti e diretti narrano della solitudine, della colpa e della redenzione...

http://it.wikipedia.org/wiki/Paul_Schrader

Temi che compaiono, anche se non approfonditi, nell’opera, senza per questo incidere sul risultato finale che non ne vien emendato: un discreto film commerciale senza grandi pretese, ancor distante dal confine tra quelli che vengon dimenticati e l’altri che rimangono.

L’attore principale viene attratto in una spirale senza uscita a causa della propria dipendenza dal sesso che ha via via sostituito ogni suo altro contenuto e valore; tuttavia alla fine egli riesce a cogliere quello che è diventato.
Nonostante l’amico di scorribande cerchi di riportarlo sulla vecchia strada del soddisfacimento immediato delle pulsioni costui se ne allontana sempre più e si intuisce che gli sia accaduto qualcosa, internamente, capace di tanto.

Può certamente essere l’interpretazione del regista, per incardinare nell’opera quelle che son le sue tematiche e dar così almeno un po’ di spessore al film.
Ma anche sin qui, nulla per cui si dovrebbe ricordare questo film, al più solo qualche variazione sul tema.

Dov’è il punto, allora?

A un certo momento il protagonista (dopo aver cercato di riagganciarsi ai valori della vita, ad es. riavvicinandosi ai figli) dice a una persona (non testuali parole, l’ho visto dieci anni fa):

…per esempio, il colore rosso che cos’è? Diamo per scontato… che le cose siano come le pensiamo (ci appaiono)…

Fin prima di quel momento mi chiedevo perché mai stessi ancora guardando il film in questione, forse non avevo alternative o non m’importava d’averle.

Ma quando ha pronunciato quelle parole, con un’espressione allo stesso tempo leggera e assorta ho sentito una scossa… e ho visto la gemma nascosta nel fango.
Quelle non son parole nate da un ragionamento intellettuale, e nel contesto della storia ne erano del tutto avulse.

Qualcosa d’altro, un punto di svolta ben più che psicologico accaduto all’individuo, la percezione di una realtà differente da quella usuale che si manifesta quando, da qualche parte, vien rotta (o si rompe da se, chissà per qual motivo) la trama del condizionamento, sì che alla memoria almeno per un breve tempo non vien permesso di intervenire nell’opera dei sensi e questi riportano a qualcosa di diverso, di nuovo, di non conosciuto come lo si conosce.

Quante volte succede che tutto venga rimesso in discussione, addirittura le basi non solo della nostra conoscenza, ma del nostro sentire “materiale” che si produce attraverso i sensi?
Perché se il colore rosso non è ciò che conosciamo e diamo implicitamente per scontato (come se tutti ne facessimo identica esperienza) allora può esser tutt’altro… al limite neppur più un colore… la stessa parola “colore” e tutte le parole di un linguaggio non son che reiterazioni e associazioni. Ognuna col suo proprio “solco” giacente nella memoria.

Una puntina di un giradischi a cui accada di saltar dal solco del disco (in vinile) può produrre un rumore di strisciata prima di incanalarsi nuovamente, ritornando a un solco precedente o successivo. Qualunque cosa succeda, la musica almeno per un momento perde la sua continuità. In certi casi la puntina arriva in breve tempo a fine corsa e il disco termina…

Nella trama della nostra rete interpretativa quante cose diamo per scontate, a cominciare dal significato delle parole (la cui etimologia sovente desta meraviglia) sino ai concetti che con quelle vengon costruiti?
In altre discussioni nel forum vien detto che noi in sostanza siam linguaggio (io propendo per “informazioni” e solo per una parte, non del tutto), quindi nel risalire la corrente per ricercar quel “da dove veniamo” occorre tenerne gran conto.

Più in là di quando siam venuti al mondo non è possibile risalire (almeno col ragionamento, pur se delle ideologie/credenze/dottrine/discipline orto ed eterodosse retrocedono… alcune all’infinito… troppo per me che son tipo un po’ con i piedi per terra).

Che succede da quel momento in avanti?
Quello che è sotto gli occhi di tutti, chi non ha mai visto o frequentato qualche bimbo e non lo è stato a sua volta?

Man mano le memorie (da qualunque parte giungano) si insediano, si formano continuamente collegamenti, si attivano innumerevoli funzioni cerebrali e d’altri tipi, vien in essere il linguaggio sempre più aderente al linguaggio adulto… un meraviglioso meccanismo (o qualcos’altro, punti di vista) biologico che conduce a un momento cruciale, quando il senso di sé, l’autoriferimento, si fissa nell’individuo.

Ricordo il giorno che m’accadde e lo riporto qui sotto.

Ringrazio anticipatamente chi vorrà condividere la propria esperienza, si tratta, per me, di qualcosa di estremamente interessante.


… quando Galvan, un bimbo di cinque anni, fu chiamato dal padre si rilassò a vederlo e sentirlo tranquillo. Gli disse che l'avrebbe portato con sé – nel furgone che usava per il lavoro – a visitare la nuova casa dove si sarebbero trasferiti.
Non il fratello maggiore, non assieme alla madre. Solo loro due. Una cosa immensa.
In quel tragitto seduto a fianco del padre il bambino divenne Galvan.
Il nome con cui lo chiamavano e a cui rispondeva divenne il Suo nome, nulla sarebbe stato come prima. Senza rendersene conto i suoi occhi presero a guardare il mondo attraverso il parabrezza del furgone in un modo diverso: le immagini provenienti dall'esterno avevano cambiato percorso dentro di lui, allungandolo di un istante, prima di giungere a depositarsi nella memoria.
Adesso passavano prima da quel Nome.
Ogni esperienza, sensazione ed emozione da quel momento sarebbero appartenute a quel nome; non più eventi a sé, ma eventi di Galvan.
Galvan 1224 is offline  

 



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