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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 18-07-2014, 14.42.40   #11
paul11
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Riferimento: Il problema della realtà fenomenologica dell’ente in chiave severiniana

Citazione:
Originalmente inviato da maral
Il problema è esattamente questo: l'ente eterno corrisponde per quanto riguarda la sua fenomenologia alla totalità del fotogramma oppure alla totalità del film di cui ogni fotogramma è predicato? E' evidente che il problema è fenomenologico, e riguarda l'ontologia del fenomeno che non è nulla, ossia non mi pare che , in Severino la fenomenologia dell'ente è invece essenziale, è ontologica, è il darsi concreto e immediato (Severino è invece categorico contro la metafisicizzazione della fenomenologia, come fa Husserl con l' io trascendentale, è questo che sente assurdo, ma non la realtà fenomenologica delle cose). D'altra parte se così non fosse non vi sarebbe alcuna contraddizione C, vi sarebbe solo il principio di non contraddizione e non il suo apparire che eternamente lo contraddice, non vi sarebbe nemmeno la filosofia di Severino, ma solo quella di Parmenide ripetuta. Ora se gli incontrovertibili di partenza sono il pnc e il dover apparire nella sua totalità non mi pare che si esca dalla lettura di Severino pensando all'ente come film, anziché come fotogramma e c'è sicuramente un motivo che possiamo chiarire in questa scelta).
Se consideriamo l'ente come un fotogramma istantaneo infinito ed eterno, definito dalla totalità completa del suo contraddittorio, qualsiasi variazione sia pur minima, fosse anche il decadimento di un bosone a miliardi di anni luce da noi, corrisponde a un ente diverso, a un fotogramma diverso, qualsiasi spostamento infinitesimale di un granello di polvere su quel legno fa sì che nel cerchio dell'apparire sopraggiunga un altro ente, se mentre considero questo pezzo di legno nel bosco alla mattina in Australia un moscerino si posa sul naso di mr. Alan Smith la cui moglie accanto a lui sta sognando di essere in vacanza a Venezia, quel pezzo di legno non è più quel pezzo di legno, non lo è più nemmeno se l'immagine onirica di Venezia, diventa per la signora Smith quella di Malibù. E non lo è più a ragione logica del principio di completa identità a se stesso dell'ente. Non importa quanto piccola sia la variazione a essere rigorosi, anche la minima variazione è manifestazione di un ente diverso. E allora questi eterni, al di là della loro infinititudine, per quanto appaiono sul palcoscenico dei cerchi? Il tempo di Planck forse? il tempo necessario affinché l'apparire dell'apparire, ossia una minima percezione cosciente, abbia luogo? E percezione cosciente di che? Il problema è che questi eterni che non possono in alcun modo prescindere dal loro apparire, dunque dalla loro concreta fenomenologia, presentano una fenomenologia totalmente insulsa, azzerata in un nonnulla, ben più fugaci di qualsiasi fantasma: non solo la totalità fenomenologica non si può presentare tutta in un momento solo, ma non si presenta proprio niente in nessun momento, non ha assolutamente il tempo per presentarsi, l'attore è già uscito di scena nel momento stesso in cui appena si affaccia, forse perché ci sono troppi attori che devono entrare, ce ne sono infiniti e dunque ognuno può stare in scena solo per un irrilevantissimo infinitesimo, anzi è già troppo tardi per stare in scena.
Ecco perché film=ente fenomenologico (ove = non significa è, ma è metafora di), o meglio ancora storia=ente fenomenologico mi sembra più appropriato. Il contraddittorio che definisce l'ente-film, non è più, come per il fotogramma un qualsiasi infinitesimo dettaglio che contraddice il fotogramma stesso, ma sono i sensi fenomenologici diversi di storie diverse (dunque di enti diversi) di cui ogni fotogramma, ogni pagina è solo un momento non in sé isolabile dell'intera storia. Il film che non si può presentare nella sua totalità è un film che, pur avendo un finale conclusivo (in quanto non può non averlo, altrimenti non sarebbe ciò che è), non può mai presentarlo, è un film in cui fenomenologicamente e concretamente il finale conclusivo non si presenta mai, men che meno in forma di compendio o riassunto che farebbero di quel film reale (in quanto fenomenologicamente reale), un'assunzione astratta.

P.S. Green&grey capisco (o almeno mi pare di capire) l'esigenza del discorso che non si limiti a gettare il lutto fuori dalla porta come follia. Il lutto, il dolore non sono follia, non lo sono nemmeno per Severino (semmai sarebbe follia il voler costruire una metafisica del dolore, esattamente come il volerlo negare). Il dolore è il protagonista assoluto di quella Volontà di Potenza che crea una Terra Isolata ove proprio il dolore ha senso ultimo. Ma questa Terra Isolata (questo Samsara, questa Valle di Lacrime), è proprio la stessa Terra della Gioia (è il Nirvana, il Paradiso dei Santi, ove ogni ente è già salvo senza bisogno di alcuna onnipotente salvazione che miracolosamente lo trasmuti, è già salvo semplicemente perché è). E' la stessa Terra Isolata a essere Terra della Gloria, è la stessa Volontà di Potenza che si manifesta come Volontà del Destino (volontà di un eterno apparire di ciò che è). E questo non significa che la venuta della Terra della Gloria cancella la Terra Isolata, che il paradiso dei beati annulla l'inferno ponendo fine al mondo, che il Destino cancella la Potenza e la Gioia il Dolore, ma che, al contrario ne comprende fino in fondo la necessità antitetica e comprendendola la salva, ne cancella la contraddizione. La Gioia dopotutto è per Severino proprio l'apparire di questa necessaria comprensione.

Ma io cosa sarei allora, io inteso come Paull11 con una sua identità? Una contraddizione logica?
Maral, la metafisica la cominciai a studiare 40 anni fa circa.
Severino l'ho seguito circa quindici anni fa.


Ho capito, e questo è il mio personalissimo parere di una persona con analfabetismo di ritorno (un signor Nessuno con parecchi dubbi), che le possenti logiche sono create da un soggetto chiamato uomo:Severino come Parmenide, come Aristotele e come tutti i mortali sono uomini.
Mi sono chiesto dove fosse il mio spazio all'interno di tutte queste logiche
e ho capito che me ne andrò dal mondo senza verità assolute, così come ci sono arrivato. E intanto scorre la vita e si manifestano contraddizioni logiche, credenze, costruzioni, gioie e dolori.
Mi sono chiesto dove fossero i significati delle manifestazioni:dalle epistemologie, dalle ontologie, dalle fenomenologie.
E alla fine mi sono dettoarte tutto dal cervello umano.
E allora mi sono chiesto del perchè noi umani abbiamo bisogno di architettare teorie, di cercare verità assolute o relative, di dare un senso alla narrazione della nostra esistenza anche quando non ci saremo, anche quando perderemo per strada amori, amici, relazioni.
La mia risposta di un modestissimo Nessuno è che siamo noi a costruire il mondo, a proiettare là fuori quello che è dentro di noi (qualcuno direbbe le proprie costruzioni e fin quì sarei anche d'accordo).
Ho spostato così l'asse della logica: io sono quì nel mondo e le logiche e i miei ingaggi affettivi nel sistema di relazione costruiscono delle architetture che a loro volta mi condizionano, la circoclarità non è solo dentro di me, ma le contraddizioni là fuori nel mondo date dalle nostre proiezioni, a loro volta ritornano nelle mie costruzioni. Siamo noi che decidiamo come plasmare questo mondo di plastica.
La volontà di potenza siamo noi, l'amore e l'odio siamo noi, la dittatura o la democrazia siamo noi, l'economia degli sfruttati e sfruttatori siamo noi.

Qualunque logica che toglie la responsabilità umana alle conseguenze delle sue scelte è il tentativo di giustificare l'uomo stesso delle sue qualità intellettive di scelta, delle sue libertà smisurate: dal creare bellezze o nefandezze.
Non è il principio di non contraddizione il problema, siamo noi, perchè siamo noi ad averlo creato.
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Vecchio 18-07-2014, 16.32.22   #12
maral
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Riferimento: Il problema della realtà fenomenologica dell’ente in chiave severiniana

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Originalmente inviato da paul11
Ma io cosa sarei allora, io inteso come Paull11 con una sua identità? Una contraddizione logica?
Maral, la metafisica la cominciai a studiare 40 anni fa circa.
Severino l'ho seguito circa quindici anni fa.


Ho capito, e questo è il mio personalissimo parere di una persona con analfabetismo di ritorno (un signor Nessuno con parecchi dubbi), che le possenti logiche sono create da un soggetto chiamato uomo:Severino come Parmenide, come Aristotele e come tutti i mortali sono uomini.
Mi sono chiesto dove fosse il mio spazio all'interno di tutte queste logiche
e ho capito che me ne andrò dal mondo senza verità assolute, così come ci sono arrivato. E intanto scorre la vita e si manifestano contraddizioni logiche, credenze, costruzioni, gioie e dolori.
Mi sono chiesto dove fossero i significati delle manifestazioni:dalle epistemologie, dalle ontologie, dalle fenomenologie.
E alla fine mi sono dettoarte tutto dal cervello umano.
E allora mi sono chiesto del perchè noi umani abbiamo bisogno di architettare teorie, di cercare verità assolute o relative, di dare un senso alla narrazione della nostra esistenza anche quando non ci saremo, anche quando perderemo per strada amori, amici, relazioni.
La mia risposta di un modestissimo Nessuno è che siamo noi a costruire il mondo, a proiettare là fuori quello che è dentro di noi (qualcuno direbbe le proprie costruzioni e fin quì sarei anche d'accordo).
Ho spostato così l'asse della logica: io sono quì nel mondo e le logiche e i miei ingaggi affettivi nel sistema di relazione costruiscono delle architetture che a loro volta mi condizionano, la circoclarità non è solo dentro di me, ma le contraddizioni là fuori nel mondo date dalle nostre proiezioni, a loro volta ritornano nelle mie costruzioni. Siamo noi che decidiamo come plasmare questo mondo di plastica.
La volontà di potenza siamo noi, l'amore e l'odio siamo noi, la dittatura o la democrazia siamo noi, l'economia degli sfruttati e sfruttatori siamo noi.

Qualunque logica che toglie la responsabilità umana alle conseguenze delle sue scelte è il tentativo di giustificare l'uomo stesso delle sue qualità intellettive di scelta, delle sue libertà smisurate: dal creare bellezze o nefandezze.
Non è il principio di non contraddizione il problema, siamo noi, perchè siamo noi ad averlo creato.
Bellissima domanda e bellissima risposta, paul11.
Siamo noi a creare il significato di questo nostro mondo, eppure è pur sempre questo mondo che viene a creare il nostro significato, a proiettarci come un io sento che..., un io sono certo di... e via dicendo. Sembra il famoso problema dell'uovo e della gallina. Da cosa si comincia, dal mondo o da me? Non per evitare furbescamente il problema, ma io direi di cominciare da tutti e 2 insieme, sia pure cercando di tenerli ben distinti come ci hanno saggiamente insegnato, diciamo in ogni istante complementari e senza prevalenze di sorta. D'altra parte se ormai oggi sembra diventare sempre più evidente che è l'io a definire il mondo, un tempo (e nemmeno troppo tempo fa) appariva evidentissimo quanto fosse il mondo a definire me.
Quanto a te, Paul 11, per la prima ipotesi severiniana (come d'altra parte anch'io, green&grey e chiunque altro) potresti solo essere l'illusione di un film astratto che in realtà è una sequenza infinita di innumerevoli e reali enti fotogrammi, per la seconda inveci sei realmente la storia che il film viene a narrare e che non può mai finire proprio in quanto non si completa mai di tutti gli innumerevoli significati fotogramma che le competono.
Ma chissà, magari bisognerebbe chiedere direttamente a Severino come la intende davvero, sempre ammesso di poterlo capire.

Ma certo questa domanda è molto interessante:
Chi sono io? Chi mi fa così? Io stesso o il Mondo (ossia il Tu di tutto ciò che è altro da me, la totalità del mio contraddittorio come direbbe Hegel e pure Severino a quanto ci spiega Berto)?
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Vecchio 31-07-2014, 16.17.28   #13
SinceroPan
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Riferimento: Il problema della realtà fenomenologica dell’ente in chiave severiniana

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Originalmente inviato da maral
Esprimo qui un dubbio che vorrei proporre alla vostra competente riflessione, indipendentemente dalla vostra posizione su Severino, ma accettandone i presupposti base che sono 1) la valenza assoluta dei principi di identità e di non contraddizione implicanti l’eternità dell’ente come totalità e 2) il suo darsi fenomenologico che necessariamente sempre rimanda l'apparire di questa totalità.
Il punto su cui invece invito a riflettere è legato al significato della fenomenologia dell’ente che mi sembra ambiguo.
Consideriamo il famoso legno dell’esempio di Severino che al mattino è nel bosco(A) e alla sera, dopo essere stato raccolto arde nel camino(B) e diventa cenere(C). Severino ci dice che questo divenire è per logica impossibile e sono d’accordo (assumetelo anche voi per favore), (A), (B) e (C) non possono essere e che (A), (B) e (C) ossia 3 enti a sé stanti apparentemente legati da una assunzione astratta che consiste nella loro parte comune presa falsamente in termini definitori per poter parlare di una successione diveniente. L’obiezione che mi sento di porre è però che anche l’ente (A) o (B) o (C) è una successione astratta di enti, per ogni infinitesimo istante abbiamo infatti un ente diverso ed eterno di cui (A), (B) e (C) non sono che momenti astrattamente presi (cos'è infatti un legno nel bosco, quando in quel bosco ogni attimo il legno si trova a essere diverso?), ma allora dove è l’ente di questo infinitesimo istante, l’unico per Severino effettivamente concreto? Non rischia di essere ancora una volta ridotto a un assurdo essere nulla di un nulla istantaneo?
C’è invece forse una soluzione diversa che a mio avviso trapela dal secondo Severino (quello della Gloria e di Oltrepassare) i cui l’ente non risiede nella totalità eterna di un infinitesimo istante dell’apparire, ma è tutto il suo apparire che mano a mano si dispiega passando da un istante all’altro e da un cerchio dell'apparire all’altro, l’ente è quindi una storia fenomenologica infinita il cui compimento è nel principio di identità logica che ne sta all’origine. A questo punto però non è più vero il legno (A) che non è (B) che non è (C), ma è vero che (A), (B) e (C) (e tutto quello che succederà a (C), ossia alla cenere, e tutto quello che ha preceduto (A)) sono l'unico vero ente rappresentato fenomenologicamente da una narrazione infinita che continuamente si oltrepassa di cerchio in cerchio. Ma allora l’essere questo legno è essere questa storia che continuamente oltrepassa ogni singolo istante, l’essere questo legno è anche apparire come cenere di questo legno e come ciò a cui la cenere darà luogo in altri cerchi dell’apparire a questo fenomenologicamente inaccessibili.

Alla luce dei presupposti 1) e 2) che vi ho indicato e che vi chiedo di non mettere qui in discussione rispettando l’impianto teoretico severiniano come riferimento vi chiedo, su un piano squisitamente logico, quale delle 2 costruzioni dell’ente vi pare ad essi più coerente e positivamente significativa e ovviamente perché.

Scusate la verbosità, ma mi sembrava necessaria per chiarezza


ciao Maral, è un pò che non vengo qui, avevo da studiar x un concorso, e nn è finita.. cmq ti dò la mia opinione tocca e fuga al tuo dubbio..

mi pare che il tuo problema è quello che in matematica si chiama il Problema della Potenza del CONTINUO.. banalmente a scuola studiamo che dopo i Razionali (decimali magari OO ma pur sempre esprimibili con un Ratio) ci sono gli Irrazionali (OO cifre inesprimibili con un Ratio).. dopodichè si dice : Interi e Razionali (Discreto) + Irrazionali = Reali (il CONTINUO).. ovvero direbbe Parmedide : un essere TUTTO PIENO, perchè non può esservi qualcosa di più qua e di meno là..

aggiungiamo che il CONTINUO (oo Piccolo) NECESSITA dell' OO Grande.. banalmente 0 = Finito / OO ... anche se qui potremmo dire, ERRANDO a mio parere, che se con Zero intendiamo il NULLA allora esso è l'Inverso dell'OO... altra cosa da aggiungere è che il Vero Continuo/Pieno implica non l'OO Potenziale ma l'OO IN ATTO di Cantor..

premesse queste idee.. passiamo al tuo quesito : il problema è che Ogni Singola Apparizione Dura un Nulla.. dopodichè naturalmente qualcuno dice che si è Nascosta mentre altri dicono che si è Nullificata ed altri ancora che si è Tras-formata.. ma tutti (anche te ed il 2° Severino) dite che l'Eterno Tn Appare x un tempo Infinitesimo..

la Differenza tra Nulla ed Infinitesimo > Nulla è Sottilissima.. Ambigua.. Sfuggente.. secondo me nessuno riesce davvero ad afferrarla..

concludo con un altra suggestione : la Potenza e l'Atto di Aristotele.. per cui l'Atto Pre-Cede la Potenza.. cioè il Fiammifero Pre-Cede Immanentemente la Fiamma (mentre per Platone la Idea Stà Sopra il Particolare.. e per Heidegger la Possibilità Stà Sopra la Realtà)..
ebbene : si dice che la Fiamma è la Potenza.. ma i manuali di filosofia vedo che spesso si ingarbugliano perchè a mio parere troppo poco meditati e troppo tanto scolastici.. lo so dice perchè si pensa questo esempio nel momento T0 dal punto di vista del Fiammifero.. mentre in T1 dal punto di vista della Fiamma essa sarà Atto e la Potenza sarà la Cenere.. ma allora cosa è questa Potenza ? essa è il Pensiero ORA IN ATTO di un Qualcosa che Ora Non si Vede Fenomenologicamente (con i Sensi) ma che si Presume si Vedrà in Futuro (anche con i Sensi).. se non ho inteso male questa potrebbe essere la traduzione del tuo "l’essere questo legno è anche apparire come cenere di questo legno e come ciò a cui la cenere darà luogo in altri cerchi dell’apparire a questo fenomenologicamente inaccessibili".. e se ho capito giusto.. allora concordo.. così come si può concordare solo labilmente pensando e dialogando su simili questioni..

ciao e buona estate a tutti
Piero form Genova

PS: scritto di getto.. scusate errori vari..
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Vecchio 01-08-2014, 00.21.03   #14
green&grey pocket
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Riferimento: Il problema della realtà fenomenologica dell’ente in chiave severiniana

Volevo aggiungere alle considerazioni di Pan, che condivido al 100% che una possibile categorializzazione del concetto di infinetesimale, la potrebbe aver data Deleuze occupandosi di Leibniz (l'inventore di tale formula).

Ossia l'infinetisimale come proiezione aritmetico-geometrica di Dio.

Non so se compaia in Severino.(sarebbe interessante leggere cosa scrive su Leibniziz, nella sua storia della filosofia).


green&grey pocket is offline  
Vecchio 01-08-2014, 10.53.45   #15
maral
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Riferimento: Il problema della realtà fenomenologica dell’ente in chiave severiniana

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Originalmente inviato da SinceroPan
premesse queste idee.. passiamo al tuo quesito : il problema è che Ogni Singola Apparizione Dura un Nulla.. dopodichè naturalmente qualcuno dice che si è Nascosta mentre altri dicono che si è Nullificata ed altri ancora che si è Tras-formata.. ma tutti (anche te ed il 2° Severino) dite che l'Eterno Tn Appare x un tempo Infinitesimo..
In realtà non dico che l'eterno (ente) appare in un tempo infinitesimo, perché se così fosse l'eterno sarebbe estraneo al suo stesso senso. Un fotogramma che compare per un tempo infinitesimo non ha senso. Ciò che penso è che solo lo svolgimento della storia può dipanare il senso fenomenologico dell'ente che si sviluppa come un continuo successivo apparire, l'ente non è contenuto in un infinitesimo istante e poi ne arriva subito un altro richiamato per somiglianza a sostituirsi ad esso, ma è esattamente tutta questa successione di cui ogni singolo fotogramma è un elemento, è la successione nel modo specifico in cui si volge che definisce quell'ente che è inalienabile dal suo senso. Severino dice che la fede nel divenire è dettato dalla assunzione in astratto dell'astratto (ove l'astratto è la scelta di una parte della totalità concreta dell'ente e la sua assunzione astratta è il credere che tale parte sia la totalità concreta), ma assumendo tutta la storia dell'ente come l'ente stesso non mi pare di compiere nessuna astrazione. La storia (e il senso di quella storia) è e non diviene, esattamente come un libro stampato ci racconta il suo protagonista che non è in una singola pagina, in una singola riga, in una singola lettera, in un infinitesimo tratto di penna, ma è tutto il libro che lo racconta pagina per pagina, riga per riga, lettera per lettera, infinitesimo tratto di inchiostro per infinitesimo tratto di inchiostro e in tal senso mi pare di poter dire che ogni ente è infinito in atto ove ogni atto contiene già qui e ora la sua potenza.

Citazione:
ma allora cosa è questa Potenza ? essa è il Pensiero ORA IN ATTO di un Qualcosa che Ora Non si Vede Fenomenologicamente (con i Sensi) ma che si Presume si Vedrà in Futuro (anche con i Sensi).. se non ho inteso male questa potrebbe essere la traduzione del tuo "l’essere questo legno è anche apparire come cenere di questo legno e come ciò a cui la cenere darà luogo in altri cerchi dell’apparire a questo fenomenologicamente inaccessibili".. e se ho capito giusto.. allora concordo.. così come si può concordare solo labilmente pensando e dialogando su simili questioni..
La potenza a mio avviso è l'aspettativa dell'atto (pensata, immaginata, sentita nella sua indefinitezza), ossia è aspettativa in atto generata da ciò che nell'atto non è aspettativa e dunque dal compiuto, il definitivo (ossia il "dato", il "fatto" che sono participi passati sostantivati immodificabili), quel compiuto che costituisce l'aspettativa come sua antitesi. La sintesi dell'immodificabile e dell'aspettativa esprime il momento presente del mio agire, del mio vivere e del mio pensare è l'atto e l'attore che rappresenta qui e ora se stesso nel mondo e viene dal mondo rappresentato. Questa sintesi attuale si presenta così come compiuta in questo preciso istante e dunque diventa un accaduto, un fatto che produrrà una nuova aspettativa e così via all'infinito ed è proprio questo infinito percorso dialettico che via via viene apparendo a descrivere il senso reale ed eterno dell'ente (che se vogliamo possiamo chiamare Destino nel significato severiniano del termine che non è quello classico), ossia l'ente per come è.


Buona estate a te
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Vecchio 28-08-2014, 23.36.05   #16
SinceroPan
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In realtà non dico che l'eterno (ente) appare in un tempo infinitesimo, perché se così fosse l'eterno sarebbe estraneo al suo stesso senso. Un fotogramma che compare per un tempo infinitesimo non ha senso. Ciò che penso è che solo lo svolgimento della storia può dipanare il senso fenomenologico dell'ente che si sviluppa come un continuo successivo apparire, l'ente non è contenuto in un infinitesimo istante e poi ne arriva subito un altro richiamato per somiglianza a sostituirsi ad esso, ma è esattamente tutta questa successione di cui ogni singolo fotogramma è un elemento, è la successione nel modo specifico in cui si volge che definisce quell'ente che è inalienabile dal suo senso. Severino dice che la fede nel divenire è dettato dalla assunzione in astratto dell'astratto (ove l'astratto è la scelta di una parte della totalità concreta dell'ente e la sua assunzione astratta è il credere che tale parte sia la totalità concreta), ma assumendo tutta la storia dell'ente come l'ente stesso non mi pare di compiere nessuna astrazione. La storia (e il senso di quella storia) è e non diviene, esattamente come un libro stampato ci racconta il suo protagonista che non è in una singola pagina, in una singola riga, in una singola lettera, in un infinitesimo tratto di penna, ma è tutto il libro che lo racconta pagina per pagina, riga per riga, lettera per lettera, infinitesimo tratto di inchiostro per infinitesimo tratto di inchiostro e in tal senso mi pare di poter dire che ogni ente è infinito in atto ove ogni atto contiene già qui e ora la sua potenza.

La potenza a mio avviso è l'aspettativa dell'atto (pensata, immaginata, sentita nella sua indefinitezza), ossia è aspettativa in atto generata da ciò che nell'atto non è aspettativa e dunque dal compiuto, il definitivo (ossia il "dato", il "fatto" che sono participi passati sostantivati immodificabili), quel compiuto che costituisce l'aspettativa come sua antitesi. La sintesi dell'immodificabile e dell'aspettativa esprime il momento presente del mio agire, del mio vivere e del mio pensare è l'atto e l'attore che rappresenta qui e ora se stesso nel mondo e viene dal mondo rappresentato. Questa sintesi attuale si presenta così come compiuta in questo preciso istante e dunque diventa un accaduto, un fatto che produrrà una nuova aspettativa e così via all'infinito ed è proprio questo infinito percorso dialettico che via via viene apparendo a descrivere il senso reale ed eterno dell'ente (che se vogliamo possiamo chiamare Destino nel significato severiniano del termine che non è quello classico), ossia l'ente per come è.


Buona estate a te


sul punto che l'Ente Piero non sia solo questo qui ed ora ma sia la somma anche di tutto ciò che è stato e che sarà (od apparirà come pensi tu/Severino) credo di poter esser ok.. il qui ed ora sono solo una parte dell'ente Piero che a sua volta è solo una parte della totalità che a sua volta non è solo quella hic et nunc.. l'ho pensato autonomamente circa due anni fa riflettendo su Eraclito "siamo e non siamo gli stessi" ed Aristotele che diceva : Eraclito è coerente con PDNAC anche se i più dicono il contrario.. ed io concordo con Eraclito/Aristotele (a livello di intuizione of course.. la Verità in tasca nessuno ce l'ha).. inoltre riflettevo sulla Sostanza/Essenza Aristotelica come "ciò per cui qualcosa è ciò che è e non è altro da sè" (in pratica la risemantizzazione Metafisico/Ontologica del principio Logico del PDNAC).. e sugli Accidenti che sono InEssenziali all'Ente nella sua Sostanza.. ovvero Piero qui e ora può aver le rughe o la pelle liscia ma esiste un quid che è sempre Piero.. un trait d'union che lega ciò che ero e ciò che sarò.. ed il mio disvelarsi sarà compreso sono quando tutto il Piero mi sarà auto-apparso.. un viaggio nello Spazio-di-Tempo come diceva Heidegger (invertendo Einstein)..

detto ciò: non concordo invece sul fatto che questa intuizione che forse, in parte, ci accomuna.. possa negare l'evidenza che quella Parte di Piero che Ora Appare.. Appare x un Infinitesimo.. per un Attimo che fugge via (forse nel nulla o forse si nasconde in A-letheia).. cmq è Apparsa solo x un Attimo Immisurabile.. Incomprensibile.. il fatto che gli Attimi siano Continui non Elimina il Problema dell'Infinitesimo.. anzi : lo Conferma Matematicamente come scrissi nel post precedente => Infinitesimo = 1 / OO In Atto (alla Cantor).. l'Intuizione dell' Ora come Parte del Tutto non risolve a mio parere il dilemma dell'Infinitesimo che Sembra un Nulla Ma Non lo E' perchè E' Apparrso ed il Nulla Non Appare/Non è..

probabilmente l'aporia è insolubile x l'uomo..
,

bye
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Vecchio 29-08-2014, 18.43.50   #17
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detto ciò: non concordo invece sul fatto che questa intuizione che forse, in parte, ci accomuna.. possa negare l'evidenza che quella Parte di Piero che Ora Appare.. Appare x un Infinitesimo.. per un Attimo che fugge via (forse nel nulla o forse si nasconde in A-letheia).. cmq è Apparsa solo x un Attimo Immisurabile.. Incomprensibile.. il fatto che gli Attimi siano Continui non Elimina il Problema dell'Infinitesimo.. anzi : lo Conferma Matematicamente come scrissi nel post precedente => Infinitesimo = 1 / OO In Atto (alla Cantor).. l'Intuizione dell' Ora come Parte del Tutto non risolve a mio parere il dilemma dell'Infinitesimo che Sembra un Nulla Ma Non lo E' perchè E' Apparrso ed il Nulla Non Appare/Non è..
Ti propongo questa soluzione: Piero è la sua storia presa tutta insieme, che si manifesta attimo per attimo. Ciò che caratterizza ogni attimo, ove ogni attimo annuncia quello successivo e per questo resta indeterminato nella sua fuggevolezza. nel loro rispettivo significare la storia è statica e l'attimo è sempre fuggente (ma non per questo è hulla).
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Vecchio 20-10-2014, 16.41.44   #18
SinceroPan
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Aristotele

http://matematica.unibocconi.it/arti...%80%99infinito

L’essere o è in potenza o è in atto (τò μεv δuvαμει τò δε εντελεχεια) e l’infinito è invero per aggiunzione o per sottrazione. Così si dice che una grandezza non è infinita in atto ma lo è per divisione”.

ma se A. parla così : allora anche per lui la Potenza è Modalità dell' Essere.. cioè la Potenza Non è il Nulla.. e siccome il concetto di Potenza è la base per la teoria del Tempo.. allora anche per A. il Futuro (la Potenza) giù E' .. eppure io ho sentito Severino che dice che in A. la Potenza è una mera ri-denominazione del Nulla.. mi sà che siamo TUTTI degli OPINIONISTI ONDIVAGHI
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Vecchio 23-10-2014, 21.13.37   #19
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Esprimo qui un dubbio che vorrei proporre alla vostra competente riflessione, indipendentemente dalla vostra posizione su Severino, ma accettandone i presupposti base che sono 1) la valenza assoluta dei principi di identità e di non contraddizione implicanti l’eternità dell’ente come totalità e 2) il suo darsi fenomenologico che necessariamente sempre rimanda l'apparire di questa totalità.
Il punto su cui invece invito a riflettere è legato al significato della fenomenologia dell’ente che mi sembra ambiguo.
Consideriamo il famoso legno dell’esempio di Severino che al mattino è nel bosco(A) e alla sera, dopo essere stato raccolto arde nel camino(B) e diventa cenere(C). Severino ci dice che questo divenire è per logica impossibile e sono d’accordo (assumetelo anche voi per favore), (A), (B) e (C) non possono essere e che (A), (B) e (C) ossia 3 enti a sé stanti apparentemente legati da una assunzione astratta che consiste nella loro parte comune presa falsamente in termini definitori per poter parlare di una successione diveniente. L’obiezione che mi sento di porre è però che anche l’ente (A) o (B) o (C) è una successione astratta di enti, per ogni infinitesimo istante abbiamo infatti un ente diverso ed eterno di cui (A), (B) e (C) non sono che momenti astrattamente presi (cos'è infatti un legno nel bosco, quando in quel bosco ogni attimo il legno si trova a essere diverso?), ma allora dove è l’ente di questo infinitesimo istante, l’unico per Severino effettivamente concreto? Non rischia di essere ancora una volta ridotto a un assurdo essere nulla di un nulla istantaneo?
C’è invece forse una soluzione diversa che a mio avviso trapela dal secondo Severino (quello della Gloria e di Oltrepassare) i cui l’ente non risiede nella totalità eterna di un infinitesimo istante dell’apparire, ma è tutto il suo apparire che mano a mano si dispiega passando da un istante all’altro e da un cerchio dell'apparire all’altro, l’ente è quindi una storia fenomenologica infinita il cui compimento è nel principio di identità logica che ne sta all’origine. A questo punto però non è più vero il legno (A) che non è (B) che non è (C), ma è vero che (A), (B) e (C) (e tutto quello che succederà a (C), ossia alla cenere, e tutto quello che ha preceduto (A)) sono l'unico vero ente rappresentato fenomenologicamente da una narrazione infinita che continuamente si oltrepassa di cerchio in cerchio. Ma allora l’essere questo legno è essere questa storia che continuamente oltrepassa ogni singolo istante, l’essere questo legno è anche apparire come cenere di questo legno e come ciò a cui la cenere darà luogo in altri cerchi dell’apparire a questo fenomenologicamente inaccessibili.

Alla luce dei presupposti 1) e 2) che vi ho indicato e che vi chiedo di non mettere qui in discussione rispettando l’impianto teoretico severiniano come riferimento vi chiedo, su un piano squisitamente logico, quale delle 2 costruzioni dell’ente vi pare ad essi più coerente e positivamente significativa e ovviamente perché.

Scusate la verbosità, ma mi sembrava necessaria per chiarezza
La prima costruzione è la più logicamente plausibile, perché dalla realtà fattuale emerge, o meglio, rileviamo soltanto 3 enti diversi, il fatto che crediamo essere lo stesso ente che cambia nel tempo è una nostra inferenza.
L'obiezione che vede lo stesso ente infinitamente divisibile nel tempo, e sempre diverso, è un 'inferenza come la precedente, perché nella realtà non emerge , o meglio, non siamo in grado di osservare un ente sempre diverso mano mano che diminuiscono gli istanti di tempo in cui osserviamo quello stesso ente. Un esempio reale di questo fatto sono le particelle elementari, esse possono rimanere immutate , per come le conosciamo,in un certo quanto piccolo lasso di tempo. Un fotone al tempo t1 è uguale al fotone che osserviamo al tempo t2 fuorché lo spazio relativo a noi in cui esso si trova, il fatto di dire che stiamo osservando 2 enti diversi poiché è trascorso del tempo non è un fatto posto dalla realtà, ma solo una nostra inferenza che potrebbe essere vera oppure falsa, ma non evidentemente osservabile.
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Vecchio 24-10-2014, 20.20.43   #20
maral
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Riferimento: Il problema della realtà fenomenologica dell’ente in chiave severiniana

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Originalmente inviato da and1972rea
La prima costruzione è la più logicamente plausibile, perché dalla realtà fattuale emerge, o meglio, rileviamo soltanto 3 enti diversi, il fatto che crediamo essere lo stesso ente che cambia nel tempo è una nostra inferenza.
L'obiezione che vede lo stesso ente infinitamente divisibile nel tempo, e sempre diverso, è un 'inferenza come la precedente, perché nella realtà non emerge , o meglio, non siamo in grado di osservare un ente sempre diverso mano mano che diminuiscono gli istanti di tempo in cui osserviamo quello stesso ente. Un esempio reale di questo fatto sono le particelle elementari, esse possono rimanere immutate , per come le conosciamo,in un certo quanto piccolo lasso di tempo. Un fotone al tempo t1 è uguale al fotone che osserviamo al tempo t2 fuorché lo spazio relativo a noi in cui esso si trova, il fatto di dire che stiamo osservando 2 enti diversi poiché è trascorso del tempo non è un fatto posto dalla realtà, ma solo una nostra inferenza che potrebbe essere vera oppure falsa, ma non evidentemente osservabile.
Ho trovato una trattazione molto interessante della questione (senza peraltro riferimenti diretti a Severino) in "Parole, oggetti, eventi" di Varzi con rif. al cap.5 ("Esistere e persistere"). Qui viene confrontata la identificazione tridimensionale (solo spaziale) dell'oggetto con quella quadridimennsionale (ponendo l'identità spaziale e temporale). Il secondo caso richiama la teoria della relatività ristretta di Einstein ed è più lontano dal senso comune delle cose, in esso l'oggetto è caratterizzato per quello che è (identico a se stesso) non solo da tutte le sue qualità dimensionali, ma pure da tutti i suoi stati temporali.

Farò lo stesso esempio che c'è nel libro: immaginiamo che Lara si rechi al mattino da un vasaio e comperi un anfora (che chiameremo ALFA). durante il tragitto verso casa dall'anfora si stacca un pezzetto microscopico e alla sera l'anfora è a casa sua (chiameremo l'anfora a casa di Lara alla sera ALF*). Secondo il principio di indiscernibilità ALFA e ALF*) non possono essere la stessa anfora, nonostante quello che pensa Lara, e anche il primo Severino direbbe che sono 2 enti diversi in quanto sono ben diverse le situazioni che li determinano per come sono e così direbbe pure il filosofo tridimensionalista, salvo affermare (a differenza di Severino che considererebbe questi enti eterni), che a un certo punto (quando si è staccato il pezzetto) ALFA ha cessato di esistere per diventare ALF" che solo per comodità continuiamo a considerare la stessa anfora che al mattino stava in negozio. Al contrario il filosofo quadridimensionalista direbbe che l'anfora è davvero sempre la stessa ed è precisamente quell'ente di cui al mattino dal vasaio appare come ALFA e alla sera, a casa di Lara, appare come ALF* con tutte le posizioni temporali intermedie. Nel primo caso nel tragitto che va dal negozio alla casa di Lara abbiamo un numero infinito di enti oggetti spaziali che si richiamano per somiglianza, nel secondo abbiamo invece un unico ente che possiede un numero infinito di modi di apparire, che non possono apparire tutti insieme per cui l'ente non è un puro oggetto spaziale, ma una collezione di eventi dell'apparire che lo identificano come tale.
Per certi versi il secondo Severino (quello de "La Gloria" e di "Oltrepassare") mi pare più vicino a questa posizione che potremmo dire relativistica in senso einsteniano.
Entrambe le posizioni hanno vantaggi e problematicità, entrambe sono conformi al principio di identità anche in termini severiniani, ma lasciano aperta la questione su come intendere la metafisica dell'ente, ossia se essa debba includere o meno nell'unità totale che lo identifica la fenomenologia del suo apparire temporale, dunque l'intera storia che lo manifesta e non come oggetto istantaneo solo spaziale.
In sintesi l'ente è la storia del suo apparire o un elemento che (anche se eterno) subito scompare di una storia che appare?

maral is offline  

 



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