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Vecchio 17-10-2015, 09.21.10   #1
elsire
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Rilettura della "FENOMENOLOGIA DELLO SPIRITO"

A diciotto anni, provai a leggere la "FENOMENOLOGIA DELLO SPIRITO" di Federico Hegel; e, non mi vergogno di ammetterlo, non ci capii assolutamente NIENTE.
Rammento che l'annotai con un famoso verso di Trilussa: "Se vôi l'ammirazione de l'amichi nun faje capì mai quello che dichi!"
E, in effetti, bisogna ammettere che Hegel non è di certo un grande campione di chiarezza espressiva ed espositiva, perchè, spesso, usa le parole in un senso molto "personale"; senza degnarsi di spiegare al lettore quale sia tale senso.
E, la cosa peggiore, è che spesso, l'accezione comune dei termini che usa, è completamente diversa da quella che lui intende attribuire loro; per cui, ad una prima lettura è quasi inevitabile -per chiunque- prendere fischi per fiaschi.
A tale difficoltà di comprensione, inoltre, occorre aggiungere, l'estrema complessità della costruzione semantica delle sue frasi, e dell'intera impalcatura dell'opera che vi edifica sopra.
-----------------------------
Ora, sto tentando di rileggere tale opera.
Per quanto concerne la prima parte di essa, molti considerano la "Fenomenologia dello Spirito" come la "storia romanzata della coscienza"; la quale, attraverso varie vicissitudini, esce dalla sua individualità, raggiunge l’universalità, e si riconosce come "ragione" (in un senso del tutto diverso, però, da quello della comune accezione del termine, come appresso vedremo).
Tale prima parte, si divide in tre fasi, per così dire "evolutive": Coscienza, Autocoscienza e Ragione.
Quanto alla prima, anche se con un fraseggiare alquanto involuto ed ellittico, Hegel parte con il concetto di "certezza sensibile", che sembra indicare la (presunta) consapevolezza dell'esistenza di un mondo "oggettivo" esterno all'"io"; cioè, quello che un po' tutti credono di vedere, nell'ammirare i prati, i monti e le nubi...al di là delle "finestre" dei loro occhi sensibili.
Ciò, si evince soprattutto laddove scrive che, in questa fase: "...la realtà e l'essere delle cose esterne, come 'queste' e 'sensibili', ha assoluta verità per la COSCIENZA."
Successivamente, con la "percezione sensibile", l'io cerca di trovare una presunta "sostanza" che sottenda tutta le cose sensibili, ancora ritenute come esterne; cioè (a quanto mi sembra di capire), un unico "minimo comun denominatore".
Che si riferisca al "noumeno" kantiano?
Quindi, non riuscendo a trovare tale "sostanza" al di fuori di sè, l'"io" è indotto a pensare che l'unità non stia nell'"oggetto", ma nel "soggetto" che unifica le sensazioni tramite l'intelletto; cioè, a me pare di capire, nel SE'.
A questo punto, Hegel parla di AUTOSCIENZA, che, secondo lui, non ha tanto il significato di essere coscienti di sé, quanto nel confrontarci nella nostra particolare esistenza con quella degli altri; su questo tema, non lo seguo molto, perchè mi pare che vada un po' "off topics".
Procedendo, infine, troviamo testualmente scritto: "...si fa il concetto della RAGIONE, cioè la certezza che la coscienza ha di essere assoluta nella sua individualità...o di essere OGNI REALTA''".
Da quel poco che mi sembra di cominciare ad intendere da questa mia rilettura -ancora incompleta- della grandiosa opera, in sostanza, per Hegel, l'IO e il NON IO (per dirla alla Fichte), ovvero MONDO MENTALE (soggettivo) e MONDO NATURALE (oggettivo), non sono due mondi distinti, ma diverse fasi dell'evoluzione dell'Assoluto che si manifesta ovunque nell'universo.
Ma ecco dei passi di Hegel molto significativi, nel capitolo "COSA E'L'ASSOLUTO:
1)
"La vita di Dio e il conoscere divino, può essere considerato un giuoco dell'Amore con Se Stesso."
Io lo intendo nel senso che l'Assoluto Soggettivo (o Dio, che dir si voglia), gioca con se stesso, riflettendo la propria immagine in mille frammenti di specchio rotto...fingendosi molteplice, ma restando sempre UNO.
2)
"Il VERO è l'INTERO."
Io lo intendo nel senso che i mille frammenti di specchio rotto, hanno, sì, una loro realtà, ma, in verità, riflettono un'unica INTERA IMMAGINE.
3)
"Che il VERO debba intendersi non solo come SOSTANZA, ma anche quale SOGGETTO, è una mia veduta."
Ed anche la mia, come spiegato sopra.
Ed ecco altri passi molto significativi, nel capitolo "LA RAGIONE CONSIDERATRICE":
1)
"Or ecco la COSCIENZA, che ha l'ESSERE nel significato di SUO, riandare sulle opinioni ed osservazioni, ma non più con la certezza che queste sono ALTRO DA LEI, ma bensì con certezza di ESSERE SE STESSA".
Cioè, l'IO individuale, realizza di essere un SE' UNITARIO universale, e che "non c'è nulla fuori dello Spirito".
2)
"La RAGIONE cerca un ALTRO, conoscendo di possedere in esso, niente altro che sè medesima: essa cerca soltanto la sua INFINITA'".
Il che, ribadisce il concetto di cui sopra.
3)
"La RAGIONE si presenta si presenta quale profonda ESSENZA, che è PURO IO...e deve esigere che il diverso e l'essere molteplice, addivenga come unitariamente SUO."
Idem.
---------------------
In sostanza, mi pare di capire che, per Hegel, l'Assoluto è la Realtà, e la sua essenza è la Ragione; il cui scopo è la realizzazione della coscienza del sé universale.
In altre parole, lo Spirito Assoluto è l'obiettivo o il compimento delle attività della Ragione; cioè, il famoso idealismo logico o assoluto.
Secondo me, la dialettica della tesi (OGGETTO), antitesi (SOGGETTO) e sintesi (ASSOLUTO che li integra IN UN UNICO SPIRITO), è la negazione e la riconciliazione continua perennemente in tutte le cose nell'universo, fino a quando l'Assoluto è realizzato, quando i singoli IO pervengono alla coscienza del SE'.
Anche se Hegel non lo scrive espressamente, la tendenza della sua Weltanschauung di superare la materialità, dimostra che la materialità non è "sostanzialmente" reale:
- che in ultima analisi, il vero è la coscienza;
- che la coscienza è l'unica realtà;
- che la Natura, che è solo un altro nome per l'esistenza esternalizzata dei corpi materiali , è solo un aspetto che viene gradualmente trasceso in ogni sua fase, fino alla fine la coscienza assoluta.
A mio "modestissimo" parere, però, sul punto Hegel è un po' ondivago ed equivoco, soprattutto nell'uso fuorviante del termine RAGIONE; cioè, tende a confondere le categorie della ragione umana con la coscienza assoluta.
In effetti, a mio modo di vedere, la logica della ragione umana è ben lungi dall'essere identica alla costituzione della Realtà; la ragione umana, infatti, è discorsiva, dividendo soggetto e oggetto, procedendo in modo matematico, impossibile senza i concetti di spazio, tempo e causalità.
E' quella che i Greci chiamavano "dianoia", che lui tende a confondere con la "noesis"...spiazzando, così, il lettore (1).
--------------------
Concludendo, comunque, a me pare che l'Hegel della Fenomelogia (tenendo conto dei necessari "distinguo"), sia molto vicino alla visione monistica dell'Advaita Vedanta; e che, inoltre, si ponga sul solco che va da Parmenide, a Platone, a Plotino ecc., fino a Meister Eckart e agli altri mistici renani e silesiani (a cui si accosta molto per il suo "tedesco" molto "criptico"), e senza dimenticare Fichte e Schelling.
E, in fondo, tra le righe dell'opera, ogni tanto trapela anche quanto disse Cristo ai discepoli: "...anche voi siete destinati a divenire UNO, come io sono UNO con il Padre"; per non parlare dell'"OMNIA IN OMNIBUS" di Paolo, io quale disse pure che siamo tutti destinati ad essere un "unico Spirito".

(1)
In greco, infatti, "διάνοια" indicava precipuamente la conoscenza razionale discorsiva; ossia quella propria di un procedimento conoscitivo mediato basato su una serie concatenata di ragionamenti che tendono a dimostrare una tesi in modo "persuasivo".
Gli analoghi termini orientali, invece, come significato, sono più simili alla greca "νόησις" (noesi), che indica la facoltà della conoscenza intuitiva e prediscorsiva: in senso lato, cioè, alla "contemplazione", o al "rapimento mistico", all'"estasi"...o quanto alto voglia dirsi di analogo.
Anche se, in Oriente, tali stati vengono indicati in modo più specifico come "Samadhi" (India), "Satori" (Giappone), ed in altri modi ancora.
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Vecchio 17-10-2015, 12.47.41   #2
elsire
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Riferimento: Rilettura della "FENOMENOLOGIA DELLO SPIRITO"

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Originalmente inviato da elsire
(1)
In greco, infatti, "διάνοια" indicava precipuamente la conoscenza razionale discorsiva; ossia quella propria di un procedimento conoscitivo mediato basato su una serie concatenata di ragionamenti che tendono a dimostrare una tesi in modo "persuasivo".

In sanscrito, "Dhyāna", poi trasfuso nella lingua indiana (pāli) Jhāna, nella tradizione Hindu e Buddista, ha, parimenti, l'accezione d'un certo tipo di "meditazione".
Poi, attraverso il Buddismo, la parola è trasmigrata sempre più ad oriente; ed infatti, dalla traslitterazione di questa parola nell'ambito delle filosofie orientali derivano i termini "Chan" in cinese e "Zen" in giapponese.
Quindi, "Dianoia", "Dhyāna", Jhāna, "Chan" e "Zen", in sostanza, fanno riferimento ad un'unica origine etimologica; ed hanno un significato molto simile...anche se assolutamente non identico, come spiegato nella nota del mio precedente intervento, in quanto "Dhyāna", Jhāna, "Chan" e "Zen", pur essendo affini etilmologicamente alla "Dianoia" greca (διάνοια), in effetti, sono più simili alla alla greca "νόησις" (noesi), che indica la facoltà della conoscenza intuitiva e prediscorsiva.
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Vecchio 17-10-2015, 18.24.56   #3
green&grey pocket
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Riferimento: Rilettura della "FENOMENOLOGIA DELLO SPIRITO"

Capisco la fascinazione del parallelo, ma nessun induista metterebbe in discussione il soggetto.

E' una differenza marcata, che poi si svolge con 2 politiche opposte.

Ossia per Hegel diventa politico dell'altro, in particolare nelle forme utopicamente perfette dello stato, nelle scuole Vedanta come puntuale sottrazione del soggetto alla vita politica.

Non è semplicemente una conseguenza del potere poilitico, è proprio una questione di condotta morale.

Con la lettura della Fenomenologia sono rimasto alla prima parte: l'anno scorso ho seguito alla università di Milano, un corso su Hegel, dove veniva messo a fuoco lo spirito religioso e quindi morale (democrazia) della politica greca che sfocia nel cristianesimo.

A parte la provocatoria questione, quello che non capisco è come possiamo dimenticare che il soggetto prima che essere dato, si deve confrontare con la ragione, e il suo mistero della sensibilità che si concilia sempre con un tempo storico.

Per Hegel noi siamo sempre quello che siamo in maniera misteriosa per necessità.


La ragione è allora quella forza universale che noi siamo obbligati ad affermare.

Non farlo equivarrebbe a considerarci qualsiasi cosa che non sia il nostro sensibile.

La sua provocazione all'Advaita sarebbe proprio quella, infatti per l'Advaita il soggetto è meramente illusorio frutto dell'illusione sensibile.

Il fatto che di questa illusione poi ogni scuola induista la faccia diventare presupposto per ogni politica personale, e quindi mi scuseranno, fortemente materialista, è altra storia.

Pensieri remoti che questo post purtoppo rievoca.


green&grey pocket is offline  
Vecchio 18-10-2015, 15.20.49   #4
elsire
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Originalmente inviato da green&grey pocket
Capisco la fascinazione del parallelo, ma nessun induista metterebbe in discussione il soggetto.

E' una differenza marcata, che poi si svolge con 2 politiche opposte.

Ossia per Hegel diventa politico dell'altro, in particolare nelle forme utopicamente perfette dello stato, nelle scuole Vedanta come puntuale sottrazione del soggetto alla vita politica.

Non è semplicemente una conseguenza del potere poilitico, è proprio una questione di condotta morale.

Con la lettura della Fenomenologia sono rimasto alla prima parte: l'anno scorso ho seguito alla università di Milano, un corso su Hegel, dove veniva messo a fuoco lo spirito religioso e quindi morale (democrazia) della politica greca che sfocia nel cristianesimo.

A parte la provocatoria questione, quello che non capisco è come possiamo dimenticare che il soggetto prima che essere dato, si deve confrontare con la ragione, e il suo mistero della sensibilità che si concilia sempre con un tempo storico.

Per Hegel noi siamo sempre quello che siamo in maniera misteriosa per necessità.


La ragione è allora quella forza universale che noi siamo obbligati ad affermare.

Non farlo equivarrebbe a considerarci qualsiasi cosa che non sia il nostro sensibile.

La sua provocazione all'Advaita sarebbe proprio quella, infatti per l'Advaita il soggetto è meramente illusorio frutto dell'illusione sensibile.

Il fatto che di questa illusione poi ogni scuola induista la faccia diventare presupposto per ogni politica personale, e quindi mi scuseranno, fortemente materialista, è altra storia.

Pensieri remoti che questo post purtoppo rievoca.



***

Io ne facevo una questione metafisica, più che politica.
Comunque, anche sotto tale secondo profilo, a prescindere dal fatto che la Gita (che è uno dei principali testi che ispirano i Vedantani), incita esplicitamente all'azione, persino militare, astenendosi dal suo "FRUTTO", ricordo che: "Nei secoli XIX e XX i combattenti per la libertà politica adottarono alcuni concetti del Vedanta, e li trasferirono nel contesto socio-politico. Così come Gandhi." (1)
Comunque è vero, come dici tu, che non possiamo dimenticare che il soggetto prima che essere dato, si deve confrontare con la ragione, e il suo mistero della sensibilità, che si concilia sempre con un tempo storico (formula hegeliana molto contorta).
La complessità di Hegel (ed anche la sua involuta forma espositiva), secondo me derivano dal fatto che nella sua mente fermentavano -non sempre mescolandosi felicemente-, reminescenze della mistica renana, una impostazione razionalistica di derivazione illuminista, e le prime suggestioni dello storicismo romantico incipiente.
Quanto al fatto che, per l'Advaita, il soggetto è meramente illusorio frutto dell'illusione sensibile, non è del tutto esatto.
Ed infatti:
a) Non è illusorio il "serpente" che vediamo in terra...soltanto che, in realtà, è una corda (è un travisamento, non una illusione).
b) Allo stesso modo, l'io individuale non è illusorio, ma è solo un travisamento del SE' universale (come guardare l'onda, senza capire che è, sostanzialmente, mare).
NOTE
(1)
"Piccola enciclopedia dell'induismo" Di Klaus K. Klostermeie pag.105
elsire is offline  
Vecchio 19-10-2015, 11.43.10   #5
green&grey pocket
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Riferimento: Rilettura della "FENOMENOLOGIA DELLO SPIRITO"

Citazione:
Originalmente inviato da elsire
***

Io ne facevo una questione metafisica, più che politica.
Comunque, anche sotto tale secondo profilo, a prescindere dal fatto che la Gita (che è uno dei principali testi che ispirano i Vedantani), incita esplicitamente all'azione, persino militare, astenendosi dal suo "FRUTTO", ricordo che: "Nei secoli XIX e XX i combattenti per la libertà politica adottarono alcuni concetti del Vedanta, e li trasferirono nel contesto socio-politico. Così come Gandhi." (1)
Comunque è vero, come dici tu, che non possiamo dimenticare che il soggetto prima che essere dato, si deve confrontare con la ragione, e il suo mistero della sensibilità, che si concilia sempre con un tempo storico (formula hegeliana molto contorta).
La complessità di Hegel (ed anche la sua involuta forma espositiva), secondo me derivano dal fatto che nella sua mente fermentavano -non sempre mescolandosi felicemente-, reminescenze della mistica renana, una impostazione razionalistica di derivazione illuminista, e le prime suggestioni dello storicismo romantico incipiente.
Quanto al fatto che, per l'Advaita, il soggetto è meramente illusorio frutto dell'illusione sensibile, non è del tutto esatto.
Ed infatti:
a) Non è illusorio il "serpente" che vediamo in terra...soltanto che, in realtà, è una corda (è un travisamento, non una illusione).
b) Allo stesso modo, l'io individuale non è illusorio, ma è solo un travisamento del SE' universale (come guardare l'onda, senza capire che è, sostanzialmente, mare).
NOTE
(1)
"Piccola enciclopedia dell'induismo" Di Klaus K. Klostermeie pag.105



Certo non vige il discorso sull'illusorietà dell'analitica americana che va tanto alla pagè nei chiostri universitari.

Illusorio nel senso di Maya, come ben sai, suppongo.

Il discorso della Bhagavad lo conosco bene: ma non fa che confermare quello che penso.

Mentre per Hegel noi non possiamo che dirci cristiani (suppongo) per la Bhagavad ogni azione è frutto di una rinuncia alla domanda.
(così la guerra fratricida è solo in nome dei favori di un Dio).

Solo per dire che le due metafisiche portano ad azioni e cioè politiche diverse. Poi ti ripeto la fascinazione del parallelo metafisico la possiamo fare anche con altre metafisiche.


Sulla mistica reniana, so davvero niente, sicuramente Hegel visse in una età di grandi rivolgimenti storici, e secondo il prof., ne assimilò le energie: in questo senso possiamo parlare di storicismo romantico.

green&grey pocket is offline  
Vecchio 02-12-2015, 22.43.53   #6
paul11
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Riferimento: Rilettura della "FENOMENOLOGIA DELLO SPIRITO"


A grandi linee hai delineato a mio parere correttamente alcuni concetti. Aggiungerei alcune considerazioni.
La fenomenologia dello spirito è in rapporto dialettico con il fenomenico naturale. Perchè il paradigma fondamentale dello Spirito è Dio uno e trino, l'in-sè e il per-sè, che si manifesta nel Cristo morente.

La coscienza è all'interno della certezza sensibile, della percezione e dell'intelletto.
Con l'autocoscienza e la ragione (diversi dalla coscienza e dall'intelletto) l'uomo-popolo costruisce il proprio mondo che viene diviso in spirito vero(etica), spirito estraniato da sè (cultura), spirito certo di sè (morale).
Infine lo spirito assoluto con l'autoscoscienza, con la religione diviene con la ragione assoluta lo spirito che si sa.

Ho percorso gli otto capitoli.
La dialettica è quindi il movimento dello spirito nella conoscenza che si fa concreto dapprima nella natura della scienza che produce i particolari intellettivi e contraddittori rispetto alla ragione dell'autocoscienza. Il sapere assoluto è il raggiungimento della totalità della conoscenza e la ricongiunzione del contraddittorio dialettico nel sapere assoluto, la sintesi , in cui lo spirito finalmente si sa nella figura dello spirito stesso.

Potrebbe apparire una forma di religiosità, ma è più potente perchè "muove" la storia dialetticamente in un progresso che questa volta non è scientifico, o non solo, e non è il concetto positivistico.
Se il trascendente del'autocoscienza lo pongo dentro il progresso della storia, il soggetto diventa l'individuo-popolo; per farla breve può essere reinterpretato come materialismo storico,coscienza di classe, cioè termini traslati dallo spirito divino allo spirito dei popoli. Questa è stata la forza storica delle ideologie e delle interpretazioni "destra" e "sinistra " di Hegel che verranno. Perchè è potente quella dialettica verso una via "escatologica" e la possiiblità della costruzione culturale dell'uomo. Il fulcro "metafisico" non è più cercato nell'oggettività, ma ancora di più nella soggettività umana di creare cultura e costruire il mondo; lo storicismo nasce da questo influsso.La contraddizione fra autocoscienza e coscienza, fra ragione e intelletto, nel movimento continuo del contraddittorio dialettico, della conoscenza particolare e delle sintesi della conoscenza e saper e totale dello spirito è quindi la manifestazione storica della contraddizione culturale dove l'uomo si fa storia e vita,così come Dio si fece storia e vita con Cristo.
Ma così come Cristo ritorna all' Uno, rimane la parusia , l'escatologia della storia umana come significazione nella sua storia contraddittoria verso il sapere assoluto:la sintesi dello Spirito che finalmente si autoriconosce nella totalità della concretezza storica
paul11 is offline  
Vecchio 23-01-2016, 00.27.17   #7
Hegel89
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Riferimento: Rilettura della "FENOMENOLOGIA DELLO SPIRITO"

Citazione:
Originalmente inviato da paul11
A grandi linee hai delineato a mio parere correttamente alcuni concetti. Aggiungerei alcune considerazioni.
La fenomenologia dello spirito è in rapporto dialettico con il fenomenico naturale. Perchè il paradigma fondamentale dello Spirito è Dio uno e trino, l'in-sè e il per-sè, che si manifesta nel Cristo morente.

La coscienza è all'interno della certezza sensibile, della percezione e dell'intelletto.
Con l'autocoscienza e la ragione (diversi dalla coscienza e dall'intelletto) l'uomo-popolo costruisce il proprio mondo che viene diviso in spirito vero(etica), spirito estraniato da sè (cultura), spirito certo di sè (morale).
Infine lo spirito assoluto con l'autoscoscienza, con la religione diviene con la ragione assoluta lo spirito che si sa.

Ho percorso gli otto capitoli.
La dialettica è quindi il movimento dello spirito nella conoscenza che si fa concreto dapprima nella natura della scienza che produce i particolari intellettivi e contraddittori rispetto alla ragione dell'autocoscienza. Il sapere assoluto è il raggiungimento della totalità della conoscenza e la ricongiunzione del contraddittorio dialettico nel sapere assoluto, la sintesi , in cui lo spirito finalmente si sa nella figura dello spirito stesso.

Potrebbe apparire una forma di religiosità, ma è più potente perchè "muove" la storia dialetticamente in un progresso che questa volta non è scientifico, o non solo, e non è il concetto positivistico.
Se il trascendente del'autocoscienza lo pongo dentro il progresso della storia, il soggetto diventa l'individuo-popolo; per farla breve può essere reinterpretato come materialismo storico,coscienza di classe, cioè termini traslati dallo spirito divino allo spirito dei popoli. Questa è stata la forza storica delle ideologie e delle interpretazioni "destra" e "sinistra " di Hegel che verranno. Perchè è potente quella dialettica verso una via "escatologica" e la possiiblità della costruzione culturale dell'uomo. Il fulcro "metafisico" non è più cercato nell'oggettività, ma ancora di più nella soggettività umana di creare cultura e costruire il mondo; lo storicismo nasce da questo influsso.La contraddizione fra autocoscienza e coscienza, fra ragione e intelletto, nel movimento continuo del contraddittorio dialettico, della conoscenza particolare e delle sintesi della conoscenza e saper e totale dello spirito è quindi la manifestazione storica della contraddizione culturale dove l'uomo si fa storia e vita,così come Dio si fece storia e vita con Cristo.
Ma così come Cristo ritorna all' Uno, rimane la parusia , l'escatologia della storia umana come significazione nella sua storia contraddittoria verso il sapere assoluto:la sintesi dello Spirito che finalmente si autoriconosce nella totalità della concretezza storica

Buonasera,

sono nuovo qui. Leggo molti interventi interessanti e dotati di un particolare senso speculativo, pertanto non appena resomi conto dell'alto valore medio degli utenti mi sono iscritto. Tuttavia - e ciò fa parte proprio della vivacità del pensiero critico - rilevo anche una mancanza di fondo che accomuna molte riflessioni in questo forum, cioè la fondamentale predisposizione al punto di vista dell'opinione.

Per quanto possa essere all'avanguardia il riconoscimento della differenza come di una realtà esteriore, e cioè inconsapevolmente della propria ignoranza, la conoscenza per essere completa non può prescindere dal comprendere tutti i vari punti di vista - cioè, la conoscenza completa non può prescindere dall'essere compiuta. Vale a dire che molti parallelismi che in maniera molto apprezzabile qui sono svolti, rimangono alla mera funzione della riflessione: il ché appunto non è il punto di arrivo, non è ancora la realtà concreta in sé e per sé compiuta.

D'altra parte questo aspetto mette in evidenza come probabilmente in questo ambito, vuoi per la giovane età, vuoi per le circostanze meramente concrete della vita, ci troviamo di fronte ad un numero di utenti appassionati che pure non facciano di questa istanza un vero e proprio lavoro, lasciandola piuttosto al lato della curiosità.

Un esempio su tutti è il fatto di porre questo vertice assoluto del pensiero puro, che è il maestro più elevato e più riconosciuto di tutti i tempi - Hegel -, in un fondo oscuro dove resti alla stregua di una cosa tra le tante, che è passibile di errori e critica comune.

Mi fa piacere pertanto proporre a mia volta quello che sarà riconosciuto come nient'altro che un'altra opinione, il mio punto di vista, ma che appunto ha trovato necessaria oggettivazione in qualcosa che, come Scienza reale, resta indelebile e chiaro per l'eternità - un libro - un'opera compiuta. Infatti sono l'autore di un lavoro che ripropone l'opera del filosofo di Stoccarda e ne ripercorre l'intero sistema in chiave moderna.

Ebbene sarebbe interessante nonché opportuno che, prima di generare pensieri singolari e opinioni soggettive, si studi a pieno la storia della filosofia, il corpus hegeliano e infine l'opera che ne racchiude l'essenza in una sintesi che racchiude in un solo volume tanto l'Enciclopedia delle Scienze filosofiche, quanto la Fenomenologia dello Spirito.
Ma ancora non conosco a fondo le regole del forum, pertanto non so se sia possibile "fare pubblicità", ed indicare quale sia il titolo in questione.
Hegel89 is offline  
Vecchio 23-01-2016, 15.22.30   #8
Sariputra
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Riferimento: Rilettura della "FENOMENOLOGIA DELLO SPIRITO"

Citazione:
Originalmente inviato da Hegel89
Buonasera,

sono nuovo qui. Leggo molti interventi interessanti e dotati di un particolare senso speculativo, pertanto non appena resomi conto dell'alto valore medio degli utenti mi sono iscritto. Tuttavia - e ciò fa parte proprio della vivacità del pensiero critico - rilevo anche una mancanza di fondo che accomuna molte riflessioni in questo forum, cioè la fondamentale predisposizione al punto di vista dell'opinione.

Per quanto possa essere all'avanguardia il riconoscimento della differenza come di una realtà esteriore, e cioè inconsapevolmente della propria ignoranza, la conoscenza per essere completa non può prescindere dal comprendere tutti i vari punti di vista - cioè, la conoscenza completa non può prescindere dall'essere compiuta. Vale a dire che molti parallelismi che in maniera molto apprezzabile qui sono svolti, rimangono alla mera funzione della riflessione: il ché appunto non è il punto di arrivo, non è ancora la realtà concreta in sé e per sé compiuta.

D'altra parte questo aspetto mette in evidenza come probabilmente in questo ambito, vuoi per la giovane età, vuoi per le circostanze meramente concrete della vita, ci troviamo di fronte ad un numero di utenti appassionati che pure non facciano di questa istanza un vero e proprio lavoro, lasciandola piuttosto al lato della curiosità.

Un esempio su tutti è il fatto di porre questo vertice assoluto del pensiero puro, che è il maestro più elevato e più riconosciuto di tutti i tempi - Hegel -, in un fondo oscuro dove resti alla stregua di una cosa tra le tante, che è passibile di errori e critica comune.

Mi fa piacere pertanto proporre a mia volta quello che sarà riconosciuto come nient'altro che un'altra opinione, il mio punto di vista, ma che appunto ha trovato necessaria oggettivazione in qualcosa che, come Scienza reale, resta indelebile e chiaro per l'eternità - un libro - un'opera compiuta. Infatti sono l'autore di un lavoro che ripropone l'opera del filosofo di Stoccarda e ne ripercorre l'intero sistema in chiave moderna.

Ebbene sarebbe interessante nonché opportuno che, prima di generare pensieri singolari e opinioni soggettive, si studi a pieno la storia della filosofia, il corpus hegeliano e infine l'opera che ne racchiude l'essenza in una sintesi che racchiude in un solo volume tanto l'Enciclopedia delle Scienze filosofiche, quanto la Fenomenologia dello Spirito.
Ma ancora non conosco a fondo le regole del forum, pertanto non so se sia possibile "fare pubblicità", ed indicare quale sia il titolo in questione.


Capisco il senso dell'intervento, ma...non credo che il forum sia un luogo di scambio riservato a soli specialisti, professionisti della filosofia e studiosi proclamati ( altrimenti penso che avrebbe chiuso da tempo vista la penuria di tali eccelsi soggetti... ). E' un luogo, a mio avviso, per riflettere insieme, ognuno secondo le proprie conoscenze e possibilità, e senza pretese di uscire dall'ambito della "personale opinione", con tutti gli evidenti limiti che ne conseguono ( ma sono i limiti che ci stabiliscono). La filosofia dovrebbe uscire però, almeno un po', dalle aule e dalle cattedre e tornare a infiammare i dialoghi, i dibattiti , gli scambi tra le persone comuni com'era un tempo antico, perduto per sempre. Penso ai "sapienti di villaggio" che girovagano per l'India antica e i cui duelli dialettici richiamavano tutta la popolazioni, che partecipava, approvava o rifiutava, con passione autentica.
Ricordo un Nisargadatta, umile tabaccaio della più atroce periferia di Bombay, che ha rinnovato la filosofia dell'Advaita Vedanta. Penso a tutta quella filosofia del quotidiano che umile e povera gente ha insegnato, con profonde verità non scritte, ma vissute con il sudore della fronte. Penso agli operai che traducevano la filosofia in politica lungo i tragitti dei treni di provincia che portavano al lavoro, ogni giorno che Dio comandava...
Una filosofia perfetta, eccelsa ed esclusivamente riservata a pochissimi intellettuali austeri ( e un po' snob a volte purtroppo...)e "autorizzati" a parlarne e scriverne mi sembra veramente una cosa...morta. La filosofia deve farti "ribollire" il sangue e rivoltare le viscere, se così si può dire, per poi passare all'azione.
Benvenuto nel forum !!
Sariputra is offline  
Vecchio 24-01-2016, 13.41.45   #9
Hegel89
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Riferimento: Rilettura della "FENOMENOLOGIA DELLO SPIRITO"

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Originalmente inviato da Sariputra
Capisco il senso dell'intervento, ma...non credo che il forum sia un luogo di scambio riservato a soli specialisti, professionisti della filosofia e studiosi proclamati ( altrimenti penso che avrebbe chiuso da tempo vista la penuria di tali eccelsi soggetti... ). E' un luogo, a mio avviso, per riflettere insieme, ognuno secondo le proprie conoscenze e possibilità, e senza pretese di uscire dall'ambito della "personale opinione", con tutti gli evidenti limiti che ne conseguono ( ma sono i limiti che ci stabiliscono). La filosofia dovrebbe uscire però, almeno un po', dalle aule e dalle cattedre e tornare a infiammare i dialoghi, i dibattiti , gli scambi tra le persone comuni com'era un tempo antico, perduto per sempre. Penso ai "sapienti di villaggio" che girovagano per l'India antica e i cui duelli dialettici richiamavano tutta la popolazioni, che partecipava, approvava o rifiutava, con passione autentica.
Ricordo un Nisargadatta, umile tabaccaio della più atroce periferia di Bombay, che ha rinnovato la filosofia dell'Advaita Vedanta. Penso a tutta quella filosofia del quotidiano che umile e povera gente ha insegnato, con profonde verità non scritte, ma vissute con il sudore della fronte. Penso agli operai che traducevano la filosofia in politica lungo i tragitti dei treni di provincia che portavano al lavoro, ogni giorno che Dio comandava...
Una filosofia perfetta, eccelsa ed esclusivamente riservata a pochissimi intellettuali austeri ( e un po' snob a volte purtroppo...)e "autorizzati" a parlarne e scriverne mi sembra veramente una cosa...morta. La filosofia deve farti "ribollire" il sangue e rivoltare le viscere, se così si può dire, per poi passare all'azione.
Benvenuto nel forum !!

Grazie mille!

In effetti il forum è proprio il luogo dell'opinione, dove ciascuno può esprimere il proprio punto di vista. L'errore che però vorrei non si commettesse, comunque, è confondere la verità della scienza - cioè la filosofia - con la verità dell'opinione, dove ciascuno in assoluto crede di potere promuovere una teoria, il che non è possibile, sebbene questo stesso sia lo stimolo che muove al sapere, il quale però appunto deve essere coltivato da un lungo lavoro, e non rimanere allo stado di una pretesa, un'intenzione, ad un semplice anelato.

"Il sapere immediato è contrapposto al conoscere filosofico proprio della ragione e con ciò si proclama la condanna della filosofia. Attenendosi al sapere immediato, si discorre di fede e conoscenza come il cieco dei colori. Quanto alla filosofia, ciascuno crede d'esser per natura un filosofo, di poterne giudicare poiché ne avrebbe in sé stesso il metro. Ora s'ammette che uno non possa fare scarpe se non è un calzolaio, anche se gli siano note le misure del piede e se sia dotato di mani; invece il sapere immediato, con riguardo alla filosofia, ritiene che chiunque sia filosofo, chiunque possa contestare qualsiasi cosa, ed insomma chiunque ne sappia." (G.W.F Hegel, Lezioni sulla storia della filosofia, Laterza, Roma-Bari, 2013)

L'opinione dunque è un momento fondamentale ma altrettanto transitorio della verità, per cui d'altra parte si auspica debba avere in sé questa aspirazione di superare sé stesso in qualcosa di più elevato, seppure il suo elemento vitale si veda ancora situato in un ambito non troppo facile e adeguato a tale altezza, quale la piazza o il forum.

D'altra parte, inoltre, riguardo l'attività e la "pubblicità" della verità, cioè così come accade in questa realtà Indiana di cui hai fatto riferimento, dove il senso delle cose è colto dalla fatica della vita quotidiana e condiviso pubblicamente con gli altri sul terreno del senso comune, bisogna dire che si tratta di due elementi in effetti molto importanti per il processo della conoscenza.
La verità è infatti questo movimento che non resta fermo alla sostanza, e non si pone soltanto come un oggetto da percepire, piuttosto si scopre essa stessa come il soggetto che dall'oggetto dapprima inanimato prende vita e non solo contempla, ma pone e produce con la propria azione l'essenza del vero, portandolo a maturazione, cioè conducendo l'idea alla realtà.
Hegel89 is offline  
Vecchio 25-01-2016, 11.14.46   #10
Sariputra
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Riferimento: Rilettura della "FENOMENOLOGIA DELLO SPIRITO"

Citazione:
Originalmente inviato da Hegel89
Grazie mille!

In effetti il forum è proprio il luogo dell'opinione, dove ciascuno può esprimere il proprio punto di vista. L'errore che però vorrei non si commettesse, comunque, è confondere la verità della scienza - cioè la filosofia - con la verità dell'opinione, dove ciascuno in assoluto crede di potere promuovere una teoria, il che non è possibile, sebbene questo stesso sia lo stimolo che muove al sapere, il quale però appunto deve essere coltivato da un lungo lavoro, e non rimanere allo stado di una pretesa, un'intenzione, ad un semplice anelato.

"Il sapere immediato è contrapposto al conoscere filosofico proprio della ragione e con ciò si proclama la condanna della filosofia. Attenendosi al sapere immediato, si discorre di fede e conoscenza come il cieco dei colori. Quanto alla filosofia, ciascuno crede d'esser per natura un filosofo, di poterne giudicare poiché ne avrebbe in sé stesso il metro. Ora s'ammette che uno non possa fare scarpe se non è un calzolaio, anche se gli siano note le misure del piede e se sia dotato di mani; invece il sapere immediato, con riguardo alla filosofia, ritiene che chiunque sia filosofo, chiunque possa contestare qualsiasi cosa, ed insomma chiunque ne sappia." (G.W.F Hegel, Lezioni sulla storia della filosofia, Laterza, Roma-Bari, 2013)

L'opinione dunque è un momento fondamentale ma altrettanto transitorio della verità, per cui d'altra parte si auspica debba avere in sé questa aspirazione di superare sé stesso in qualcosa di più elevato, seppure il suo elemento vitale si veda ancora situato in un ambito non troppo facile e adeguato a tale altezza, quale la piazza o il forum.

D'altra parte, inoltre, riguardo l'attività e la "pubblicità" della verità, cioè così come accade in questa realtà Indiana di cui hai fatto riferimento, dove il senso delle cose è colto dalla fatica della vita quotidiana e condiviso pubblicamente con gli altri sul terreno del senso comune, bisogna dire che si tratta di due elementi in effetti molto importanti per il processo della conoscenza.
La verità è infatti questo movimento che non resta fermo alla sostanza, e non si pone soltanto come un oggetto da percepire, piuttosto si scopre essa stessa come il soggetto che dall'oggetto dapprima inanimato prende vita e non solo contempla, ma pone e produce con la propria azione l'essenza del vero, portandolo a maturazione, cioè conducendo l'idea alla realtà.


Personalmente mi sono sempre coerentemente dichiarato non filosofo e quindi gli strali di Hegel non mi toccano.
Sono d'accordo che , per il semplice fatto di saper cambiare da solo l'olio e i filtri della tua auto, non diventi automaticamente un autoriparatore professionista ma...se il cambio è fatto correttamente l'atto diventa corretto nella stessa identica misura che quel cambio lo abbia eseguito un professionista.
Allo stesso modo, pur non essendo filosofo, se il tuo ragionamento è corretto lo è nella stessa misura che quel ragionamento lo abbia prodotto Hegel. Infatti ritengo esista un pensare e non un pensatore.
Questo pensare può manifestarsi in modo più o meno corretto in qualunque essere pensante. La differenza sta nel metodo e nel criterio e nel fatto che il filosofo dispone di strumenti ( conoscenze) superiori ,per cui il pensare dovrebbe ( sottolineo dovrebbe) manifestarsi in maniera più corretta in lui.
Quella citazione che riporti fa intendere chiaramente che Hegel si considerasse un essere superiore, una mente eccelsa le cui riflessioni non potevano essere contestate da mere opinioni di chi si crede filosofo solo perchè produce...opinioni sulla filosofia.
Tornando al banale esempio di cui sopra, è anche vero che , se l'autoriparatore ci consegna e ci fa pagare un auto non riparata a regola d'arte, chiunque ( anche il non autoriparatore) ha il diritto di contestare ed esprimere la propria opinione in merito. E certo l'autoriparatore non può nascondersi dietro alla sua presunta autorevolezza in materia, contrapposta alla nostra banale opinione.
Perchè gli effetti del suo maldestro intervento sono evidenti.
Quindi il problema che si pone è: chi può giudicare che il pensiero prodotto dall'abile filosofo sia corretto ? Qual'è il metro per giudicare ?
Sono gli effetti (come nel caso del calzolaio citato o dell'autoriparatore) visibili che ce ne parlano? Ha senso una filosofia che non produce effetti visibili ( simile ad un calzolaio che aggiusta scarpe di giorno e disfa il lavoro fatto di notte , all'infinito...) ma semplicemente autoreferenziale?
E' il pensiero filosofico che produce l'azione o è invece l'opinione sul pensiero filosofico ( magari mal compreso...)che fa e ha fatto la storia? L'opinione ha un vantaggio sul semplice speculare filosofico, è attiva, a volte vantaggiosa, spessissimo nefasta, ma certo profondamente umana.
Sariputra is offline  

 



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