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Vecchio 23-10-2015, 17.15.06   #1
elsire
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Darwinismo Naturale E Darwinismo Sociale

Darwin scriveveva che gli animali dotati di istinti sociali traggono piacere dalla compagnia l'uno dell'altro, si avvisano del pericolo, si difendono e si aiutano in molti modi; in particolare, gli istinti collaborativi ed altruistici umani: "...sono stati acquisiti attraverso la selezione naturale", in quanto favorevoli alla sopravvivenza e alla evoluzione della specie. (1)
Ciò non significa che, nell'uomo, non esistano anche istinti aggressivi, specie nei confronti di chi non fa parte del proprio "gruppo"; ma questo concerne un diverso discorso, anche esso molto interessante, che, però, non rientra nel tema della presente discussione.
Per restare al tema, secondo l’etologo Eibl* Eibesfeldt, il comportamento altruistico e* comportamento aggressivo sono programmati mediante* adattamenti filogenetici:* quindi,* anche* nell’uomo esistono delle*norme*prestabilite*di*co mportamento*etico.*Così, gli*impulsi aggressivi dell’uomo vengono bilanciati da atteggiamenti socievoli e di reciproco soccorso altrettanto fermamente* radicati nella* nostra specie, in quanto selettivamente evoluti per favorirne la sopravvivenza. (2)
Ancora più recentemente, il biologo Martin Nowak ha scritto: “Anche la competizione ha avuto un’importanza fondamentale per l’evoluzione, ma non è stata quella determinante. Solo una lettura distorta e scolastica di Darwin e della sua teoria della selezione naturale conduce a privilegiare la competitività. È stata la cooperazione, invece, la forza trainante per l’evoluzione della vita sulla Terra, fin dall’inizio” (3).
Quindi, secondo le teorie di Darwin, e quelle successive che le hanno aggiornate, la selezione naturale non ha affatto favorito la concorrenza sfrenata di tutti gli individui, gli uni contro gli altri; al contrario, ha privilegiato l'altruismo e la collaborazione.
Ed infatti, la pressione selettiva ha avvantaggiato i gruppi di ominidi più coesi, in cui prevaleva l'altruismo, rispetto agli altri gruppi; i primi gruppi, infatti, hanno finito per prevalere evolutivamente, in quanto più efficienti dei secondi (i cui membri erano troppo aggressivi e competitivi fra di loro.).
A cavallo tra l'800 e il '900, però, fece la sua comparsa il cosiddetto "darwinismo sociale", che si "autoconsiderava" una applicazione sociale del naturalismo evoluzionista; in tal senso, pur con tutte le sue varianti, "in nuce", esso non era ( e non è) altro, che il tentativo di applicare all'analisi dei fenomeni sociali le idee di lotta per l'esistenza e di selezione naturale, con commistioni con l'organicismo (che non possono, però, essere considerate prevalenti).
In sostanza, tale concezione, si orientò sempre di più su posizioni di "laissez faire" e di assoluto antistatalismo, equiparando -molto in parole povere-, la selezione naturale alla concorrenza economica; e ad una sorta di lotta per la sopravvivenza sia in campo biologico, che in campo socioeconomico.
Ma tali equiparazioni tra natura, e società, possono essere molto insidiose e pericolose; oltre che, in buona misura, errate.
Così, a William Graham Sumner e a quanti equiparavano l'evoluzione umana alla sopravvivenza del più adatto nel mercato economico e finanziario, provennero numerose critiche dai riformatori utopisti, quali Henry George e Edward Bellamy, dai teologi progressisti del "Social Gospel", come Washington Gladden, e dagli scienziati sociali che, negli Stati Uniti, fecero la loro comparsa durante gli anni ottanta e novanta.
Costoro, invero, definirono il "darwinismo individualista", una teoria materialista e fatalista che sottoponeva l'uomo alla regola della vittoria del più forte e negava il solidarismo che essi consideravano necessario a superare il caos sociale.
Personalmente, io non voglio entrare in un discorso di "tipo ideologico"; ma intendo solo sostenere che (salvo aspetti molto marginali) la teoria dell'evoluzione, per la quale la selezione naturale ha premiato la collaborazione e la cooperazione tra gli ominidi, non ha nulla a che vedere col darwinismo sociale, per il quale la società sarebbe fondata soprattutto sulla competizione e la concorrenza tra i singoli individui.
Ma è solo la mia opinione.

NOTE:
(1)
(L'origine dell'uomo, trad. it. in Ch. Darwin, L'evoluzione, Newton Compton, Roma 2009, p. 969).
(2)
Eibl* Eibesfeldt*I.,*61971, Amore*e odio.*Per*una*storia*naturale dei*comportamenti*elementari.* Adelphi,*Milano
(3)
Scientific American - luglio 2012 - Martin A. Nowak - Professore di Biologia e matematica e direttore del Programma per le dinamiche evolutive all’università di Harvard.
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Vecchio 24-10-2015, 11.03.34   #2
sgiombo
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Riferimento: Darwinismo Naturale E Darwinismo Sociale

Citazione:
Originalmente inviato da elsire
Darwin scriveveva che gli animali dotati di istinti sociali traggono piacere dalla compagnia l'uno dell'altro, si avvisano del pericolo, si difendono e si aiutano in molti modi; in particolare, gli istinti collaborativi ed altruistici umani: "...sono stati acquisiti attraverso la selezione naturale", in quanto favorevoli alla sopravvivenza e alla evoluzione della specie. (1)
Ciò non significa che, nell'uomo, non esistano anche istinti aggressivi, specie nei confronti di chi non fa parte del proprio "gruppo"; ma questo concerne un diverso discorso, anche esso molto interessante, che, però, non rientra nel tema della presente discussione.
Per restare al tema, secondo l’etologo Eibl* Eibesfeldt, il comportamento altruistico e* comportamento aggressivo sono programmati mediante* adattamenti filogenetici:* quindi,* anche* nell’uomo esistono delle*norme*prestabilite*di*co mportamento*etico.*Così, gli*impulsi aggressivi dell’uomo vengono bilanciati da atteggiamenti socievoli e di reciproco soccorso altrettanto fermamente* radicati nella* nostra specie, in quanto selettivamente evoluti per favorirne la sopravvivenza. (2)
Ancora più recentemente, il biologo Martin Nowak ha scritto: “Anche la competizione ha avuto un’importanza fondamentale per l’evoluzione, ma non è stata quella determinante. Solo una lettura distorta e scolastica di Darwin e della sua teoria della selezione naturale conduce a privilegiare la competitività. È stata la cooperazione, invece, la forza trainante per l’evoluzione della vita sulla Terra, fin dall’inizio” (3).
Quindi, secondo le teorie di Darwin, e quelle successive che le hanno aggiornate, la selezione naturale non ha affatto favorito la concorrenza sfrenata di tutti gli individui, gli uni contro gli altri; al contrario, ha privilegiato l'altruismo e la collaborazione.
Ed infatti, la pressione selettiva ha avvantaggiato i gruppi di ominidi più coesi, in cui prevaleva l'altruismo, rispetto agli altri gruppi; i primi gruppi, infatti, hanno finito per prevalere evolutivamente, in quanto più efficienti dei secondi (i cui membri erano troppo aggressivi e competitivi fra di loro.).
A cavallo tra l'800 e il '900, però, fece la sua comparsa il cosiddetto "darwinismo sociale", che si "autoconsiderava" una applicazione sociale del naturalismo evoluzionista; in tal senso, pur con tutte le sue varianti, "in nuce", esso non era ( e non è) altro, che il tentativo di applicare all'analisi dei fenomeni sociali le idee di lotta per l'esistenza e di selezione naturale, con commistioni con l'organicismo (che non possono, però, essere considerate prevalenti).
In sostanza, tale concezione, si orientò sempre di più su posizioni di "laissez faire" e di assoluto antistatalismo, equiparando -molto in parole povere-, la selezione naturale alla concorrenza economica; e ad una sorta di lotta per la sopravvivenza sia in campo biologico, che in campo socioeconomico.
Ma tali equiparazioni tra natura, e società, possono essere molto insidiose e pericolose; oltre che, in buona misura, errate.
Così, a William Graham Sumner e a quanti equiparavano l'evoluzione umana alla sopravvivenza del più adatto nel mercato economico e finanziario, provennero numerose critiche dai riformatori utopisti, quali Henry George e Edward Bellamy, dai teologi progressisti del "Social Gospel", come Washington Gladden, e dagli scienziati sociali che, negli Stati Uniti, fecero la loro comparsa durante gli anni ottanta e novanta.
Costoro, invero, definirono il "darwinismo individualista", una teoria materialista e fatalista che sottoponeva l'uomo alla regola della vittoria del più forte e negava il solidarismo che essi consideravano necessario a superare il caos sociale.
Personalmente, io non voglio entrare in un discorso di "tipo ideologico"; ma intendo solo sostenere che (salvo aspetti molto marginali) la teoria dell'evoluzione, per la quale la selezione naturale ha premiato la collaborazione e la cooperazione tra gli ominidi, non ha nulla a che vedere col darwinismo sociale, per il quale la società sarebbe fondata soprattutto sulla competizione e la concorrenza tra i singoli individui.
Ma è solo la mia opinione.

NOTE:
(1)
(L'origine dell'uomo, trad. it. in Ch. Darwin, L'evoluzione, Newton Compton, Roma 2009, p. 969).
(2)
Eibl* Eibesfeldt*I.,*61971, Amore*e odio.*Per*una*storia*naturale dei*comportamenti*elementari.* Adelphi,*Milano
(3)
Scientific American - luglio 2012 - Martin A. Nowak - Professore di Biologia e matematica e direttore del Programma per le dinamiche evolutive all’università di Harvard.

Sono perfettamente d' accordo con quanto qui sostenuto (io stesso ho più volte energicamente affermato più o meno bene e con maggiore o minore chiarezza tesi del tutto simili in questo forum).

Se mi si concede un certo narcisismo popongo un mio articolo in proposito:

http://www.campoantimperialista.it/i...-cat&Itemid=24.

Personalmente (e in proposito dubito molto che Elsire -oltre a tanti altri frequentatori del forum- sia d' accordo) avrei una spiegazione del fatto che, malgrado i progressi "puramente teorici" della scienza in questo come in molti altri campi, permangano e magari in certi periodi storici si rafforzino interpretazioni errate come il "darwinismo sociale" (ma anche le più becere e irrazionalistiche supertizioni);
si tratta della spiegazione "materialistica storica" sintetizzabile nell' aforisma secondo cui in ogni epoca le idee dominanti tendono ad essere le idee delle classi dominanti (ma Elsire, che ha un ingegno brillante, probabilmente se lo aspettava).
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Vecchio 24-10-2015, 13.20.57   #3
CVC
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Riferimento: Darwinismo Naturale E Darwinismo Sociale

Riguardo al comportamento competitivo o cooperativo, gli esperti di teoria dei giochi sostengono che l'individuo può essere portato a quello competitivo nel caso singolo, ma nell'ottica della continuità e del ripetersi di un evento l'individuo trova più vantaggioso cooperare, trovare un equilibrio nella situazione che permetta di prevedere l'andamento futuro di tale evento. Ad esempio può capitare che un giorno due automobilisti si scannino per un parcheggio. Ma se la stessa situazione si ripete ogni giorno, è probabile che essi adottino delle strategie che gli permettano ogni giorno di sapere cosa fare in quella occasione. Potrebbero trovare un compromesso e dividersi il parcheggio a giorni alterni, oppure uno dei due potrebbe rinunciare e trovare alternative, cercare un altro parcheggio oppure prendere i mezzi. O potrebbero continuare a scannarsi ogni giorno fino a quando ci scappa il morto, ma in questo caso non ci guadagnerebbe nessuno. Quindi credo che alla fine prevalga la cooperazione nei rapporti continuativi e la competizione in quelli occasionali. Ma credo anche che i due comportamenti siano complementari più che alternativi, dato che ci saranno sempre sia eventi ripetitivi sia eventi occasionali.
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Vecchio 24-10-2015, 14.44.59   #4
elsire
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Riferimento: Darwinismo Naturale E Darwinismo Sociale

Mi piace moltissimo l'aforisma: "In ogni epoca le idee dominanti tendono ad essere le idee delle classi dominanti"; anche se, forse, io farei riferimento più ai regimi, che alle classi, (o, quantomeno, alle classi che riescono ad imporsi come regimi -o quasi-).
Basti pensare a come, sotto il nazifascismo, il concetto di "superiorità" di determinate razze, fosse praticamente dato per scontato in sede "scientifica".
In Italia, invero, il "Manifesto della Razza" fu firmato da 10 illustri "scienziati"; e ad esso, successivamente, aderirono Giorgio Bocca, Amintore Fanfani, Agostino Gemelli, Giovannino Guareschi, e molti altri...poi divenuti accaniti antifascisti.
Tale aberrante assunto delle "pseudoscienze" naturali, riuscì perfino a traviare la "scienza" giuridica; talchè venne addirittura creato un apposito reato (r.d. 880/1937), definito "Madamato", che consisteva nella relazione d’indole coniugale del cittadino italiano con sudditi dell’Africa italiana, ed era punito con la reclusione da 1 a 5 anni.
Ma in Germania, accadde anche di molto peggio.
Negli Stati liberaldemocratici, la cosa è un po' meno vera; ma, in effetti, il successo che ebbe il "socialdarwinismo", è una prova che anche tali Stati non sono del tutto immuni dal fenomeno.
Anche se, con questo, non intendo minimamente svilire la "Scienza" in quanto tale; che, nei regimi liberali finisce -prima o poi-, per smascherare certi falsi miti (come, appunto, il "socialdarwinismo").
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Vecchio 24-10-2015, 15.12.22   #5
elsire
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Riferimento: Darwinismo Naturale E Darwinismo Sociale

Molto interessante il richiamo alla teoria dei giochi, da parte di CVC.
Io non ci avevo pensato...grazie del contributo.
Ed invero, nel classico caso del problema del "prigioniero" (1), attraverso le simulazioni al computer si è notato che la strategia più efficace è quella del "Tit for tat" (colpo su colpo); vale a dire che, visto che i giocatori sanno che la cooperazione, alla lunga, è più conveniente per entrambi, tenderanno a non fregarsi a vicenda.
Però, come osserva acutamente CVC, è proprio nel momento in cui si instaura un clima di cooperazione, che a uno dei due può venire in mente quanto sia più conveniente provare a fare il furbo; ma a quel punto per l'altro giocatore basterà rispondere con un atteggiamento altrettanto non cooperativo, finché -come sembra sperimentalmente accertato- il clima cooperativo alla fine riprende piede.
In effetti, è un fenomeno che ho sperimentato di persona anche io, quando, facendo il servizio militare; si fermò il motore del camioncino che trasportava i miei uomini, e, quindi, dovemmo scendere tutti a spingere...per far ripartire a spinta la vettura.
Ma la spinta era troppo fiacca, perchè tutti facevano finta di spingere, supponendo e sperando che gli altri spingessero al posto loro (sembrava la situazione dell'Italia odierna); ma, alla fine, avendo capito, hanno cominciato a spingere tutti contemporaneamente, con forza, come un sol uomo.
Così il camion ripartì; altrimenti avremmo dovuto spingerlo a mano fino in caserma...e non sarebbe convenuto a nessuno.
:-)
Su tale fenomeno di "collaborazione spontanea", in effetti, si sono concentrati molti studi negli ultimi due decenni.
Pare, infine, che sia stato dimostrato che, se in un ambiente fortemente competitivo e non-cooperativo, un gruppo di persone comincia ad adottare una strategia secondo un modello cooperativo vantaggioso per tutti, questa finisce, dopo un certo numero di interazioni, per essere adottata da tutta la popolazione.
Forse, è quello che è accaduto ai nostri antenati ominidi, il cui successo, a mio avviso, fu precipuamente dovuto alla collaborazione, e non alla competizione (a parte quella "emulativa", che può anche essere positiva).

NOTE
(1)
"Giochi di reciprocità, Feltrinelli" - Robert Axelrod
(2)
Brian Skyrms e Cristina Bicchieri, oltre allo stesso Axelrod.
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Vecchio 24-10-2015, 15.40.23   #6
green&grey pocket
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Riferimento: Darwinismo Naturale E Darwinismo Sociale

A distanza di 2 anni torno come Sgiombo a ripetere la mia idea che paragonare l'hardware l'uomo biologico con il software ossia l'uomo politico mia pare di una scorrettezza lampante.
Ma come nel suo articolo Sgiombo giustamente fa notare, in una società tardo-imperiale borghesista, quale la nostra (certo potremmo aprire la questione che oggi nonè più così, ma culturalmente lo è ancora), il buon Dawkins (ed emuli) non poteva che essere osannato: un filosofo a la page, ossia un suddito devoto dell'impero e delle masse.
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Vecchio 25-10-2015, 10.26.36   #7
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Riferimento: Darwinismo Naturale E Darwinismo Sociale

D'accordo per me:

a)Non è possibile dimostrare un determinismo genetico e biologico,cosa su cui basa il darwinismo sociale ( e mi riferisco solo a questo),che fa derivare da quello naturale prescrizioni necessarie di comportamento.
b)Da esterno al campo come conciliare il darwinismo sociale la legge di Hume?non è possibile stabilire un nesso necessario tra descrizione e prescrizione,a meno che esso non riguardi solo una parte di comportamenti.Che altro non sarebbe che il sofisma naturalistico di Moore ,da un "è" come passare a un "dover essere" nelle prescrizioni della società?o nel diritto?o nell'etica?supponiamo che io descrivo un x comportamento di qualunque specie nè si ricava una prescrizione necessaria?Il problema e che quello naturale finchè è circoscritto nel suo campo è un conto,quello sociale che invece propone "descrizioni prescrizioni" che però non hanno fondamento necessario.Mi vengono in mente anche "campi della psicologia superati",durante il periodo del positivismo, per esempio le teoria del Lombroso che facevano dipendere comportamenti criminali,per via induttiva,partendo da configurazioni anatomo/morfo/fisiologiche ma infine,si riscontrava proprio che un comportamento criminale,si aveva proprio a prescindere che ci fossero o non ci fossero queste configurazioni,quindi se nè dimostrava proprio la non necessità.

c)infatti nella teoria dei giochi di Nash (traslata in campo non puramente matematico)solitamente si formano sistemi di cooperazione quando questo è necessario per raggiungere un obiettivo,ma in funzione del tempo dell'obiettivo.Nelle strategie aziendali,infatti un attore economico,puo agire in vari modi:strategia individuale e strategia cooperativa,si possono creare sistemi di partner ship ,in questo caso è una strategia cooperativa orizzontale,orizzontale nel senso che più imprenditori che conducono una azienda creano un sistema di alleanza (quindo momentanea cooperazione)per raggiungere un utile che soddisfi equipartizionalmente tutti i membri es la Microsoft ha creato un sistema di cooperazione con la Nokia per fare concorrenza all'Apple.O strategia individuale bisogna stabilire se comunque quel medesimo obiettivo può essere raggiunto in un minor tempo individualmente piuttosto che mettendo in comune risorse.A seconda delle previsione del tempo necessario,può essere più proficua una strategia individuale o cooperativa,secondo un criterio:

Se il tempo,o il legittimo configgerle di interessi sull'obiettivo, per raggiungere un certo è inferiore agendo individualmente allora è ragionevole usare quella individuale,se invece il tempo per raggiungere lo stesso obiettivo è inferiore agendo cooperativamente e vi sono conflitti di interessi negoziabili,in modo tale che tutti gli interessi siano conciliati tra le parti e il tempo stabilito è inferiore rispetto all'azione individuale, si opta per quella cooperativa.

Quella cooperativa è quella che garantisce più risultati solo tendenzialmente (statisticamente) ma non necessariamente.Il concetto è questo si supponga di giocare a scacchi con due avversari di pari livello,giocando in due ognuno opterà per una strategia individuale,ma si supponga che non sia vietato far intervenire altre persone di pari livello nella partita.E più facile vincere facendo intervenire anche altri giocatori,perchè per risolvere il problemi che lo stesso gioco pone,più persone analizzano il problema da più prospettive diverse,riuscendo quindi a cogliere di volta in volta meglio sia la strategia dell'avversario,più si alzano le probabilità di non sbagliare la mossa, correggendo la strategia impiegata e adeguandola.Infatti negli scacchi proprio il 70% delle mosse sono non necessarie rispetto alla strategia individuale e rispetto alla strategia dell'altro giocatore,giocando con più persone,invece questa statistica sembra diminuire di oltre il 40%.Questo mi ha sempre fatto riflettere sul perchè per conseguire un obiettivo come la sopravvivenza,prima si hanno comunità,poi paesi,poi città,poi nazioni fino ad arrivare all'Europa.


Tuttavia ci sono sistemi di cooperazione verticale,l'azienda stessa puo anche essere definita una coorporation,corporazione di più individui uniti da un obiettivo di un utile differenziato,che tuttavia al contrario delle partnership,fusioni ecc,è cooperativa verticale,cioè si forma un sistema verticale gerarchico.
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Vecchio 25-10-2015, 10.28.42   #8
maral
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Si può certo sostenere anche a ragione che il darwinismo sociale (dopo l'esperienza che ne è stata fatta e che comunque continua a imporsi nel modo di pensare dominante) costituisca solo una sorta di fraintendimento perverso della teoria darwiniana, ma occorre riconoscere, se si vuole porre l'accento sulla dicotomia cooperazione-competizione, che questa dicotomia non può risolversi a favore della cooperazione se la si pone come mezzo per vincere la competizione, come si fa ad esempio con il calcolo della teoria dei giochi ove la vittoria è pur sempre e solo in vista di un successo quantitativamente misurabile sulle risorse messe in gioco.
Se lavorare insieme serve per vincere meglio la competizione, allora è il termine "vincere la competizione" che gioca ancora il ruolo fondamentale e quindi la visione dell'esistenza come fondamentale faccenda competitiva dove ciò che vale è solo sapersi imporre sull'altro senza riconoscergli alcun diritto oltre la sua potenza in atto, che è anche la potenza di convincere gli altri a collaborare per poi dividersi la preda più grossa, ossia di fare gruppo, o, in termini economici, di fare cartello per sfruttare e colonizzare con maggiore efficienza territorio e risorse.
La teoria evolutiva darwiniana non nasce dal nulla o da una esplorazione asettica, libera da ogni pregiudizio culturale, delle cose per come sono, ma da una visione tecnico economica ben precisa che andò producendosi con l'affermarsi della classe borghese e con la rivoluzione tecnologica industriale con tutti i suoi parametri di calcolo efficientistico di profitto da massimizzare anche in termini biologici. In tal senso il darwinismo sociale non credo possa essere considerato come un fenomeno deviante di tale progetto, tale da poter mettere da parte quando si vuole, ma, al contrario, una stretta implicazione che sempre tornerà a presentarsi alla luce dei presupposti della teoria stessa.
Dopotutto questa è la faccia negativa, ma del tutto coerente, del pensiero tecnico calcolante e del suo pragmatismo che pone l'esistente in ragione solamente della sua utilità a se stesso, anche quando per questa utilità risulta meglio cooperare, proprio perché cooperare non può avere altro fine se quello di affermarsi in una sorta di ontologica e assoluta competizione a cui non può mai mancare un'affermazione tecnica di potenza a cui tutto deve venire commisurato.
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Vecchio 25-10-2015, 15.22.11   #9
sgiombo
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Originalmente inviato da maral
Si può certo sostenere anche a ragione che il darwinismo sociale (dopo l'esperienza che ne è stata fatta e che comunque continua a imporsi nel modo di pensare dominante) costituisca solo una sorta di fraintendimento perverso della teoria darwiniana, ma occorre riconoscere, se si vuole porre l'accento sulla dicotomia cooperazione-competizione, che questa dicotomia non può risolversi a favore della cooperazione se la si pone come mezzo per vincere la competizione, come si fa ad esempio con il calcolo della teoria dei giochi ove la vittoria è pur sempre e solo in vista di un successo quantitativamente misurabile sulle risorse messe in gioco.
Se lavorare insieme serve per vincere meglio la competizione, allora è il termine "vincere la competizione" che gioca ancora il ruolo fondamentale e quindi la visione dell'esistenza come fondamentale faccenda competitiva dove ciò che vale è solo sapersi imporre sull'altro senza riconoscergli alcun diritto oltre la sua potenza in atto, che è anche la potenza di convincere gli altri a collaborare per poi dividersi la preda più grossa, ossia di fare gruppo, o, in termini economici, di fare cartello per sfruttare e colonizzare con maggiore efficienza territorio e risorse.

Fin qui perfettamente d' accordo.

Mi ha quasi "tolto le parole di bocca".
Nel senso che volevo criticare la questione della teoria dei giochi e delle occasionali fasi di relativa cooperazione economica fra imprese in reciproca concorrenza (cooperazione simile a quella che può esistere in un branco di briganti; o di rapinatori prima di arrivare alla fase di spartizione del bottino; o anche in una società dominata da una mafia); ma ne posso fare a meno dopo questo tuo chiaro intervento (d' altra parte chi é egoista inevitabilmente tende a vedere egoismo anche nei comportamenti altruistici, in quanto inevitabilmente tende a confondere soddisfazione con egoismo, mentre invece ci possono essere soddisfazioni egoistiche e -ben diverse!- soddisfazioni altruistiche)


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La teoria evolutiva darwiniana non nasce dal nulla o da una esplorazione asettica, libera da ogni pregiudizio culturale, delle cose per come sono, ma da una visione tecnico economica ben precisa che andò producendosi con l'affermarsi della classe borghese e con la rivoluzione tecnologica industriale con tutti i suoi parametri di calcolo efficientistico di profitto da massimizzare anche in termini biologici. In tal senso il darwinismo sociale non credo possa essere considerato come un fenomeno deviante di tale progetto, tale da poter mettere da parte quando si vuole, ma, al contrario, una stretta implicazione che sempre tornerà a presentarsi alla luce dei presupposti della teoria stessa.

Essendo un convinto seguace del materialismo storico, concordo pienamente che "La teoria evolutiva darwiniana non nasce dal nulla o da una esplorazione asettica, libera da ogni pregiudizio culturale, delle cose per come sono, ma da una visione tecnico economica ben precisa che andò producendosi con l'affermarsi della classe borghese e con la rivoluzione tecnologica industriale con tutti i suoi parametri di calcolo efficientistico di profitto da massimizzare anche in termini biologici" (rilevo peraltro -sempre da materialista storico- che allora la borghesia capitalistica non aveva ancora del tutto esaurito la sua spinta progressiva per diventare sempre più biecamente reazionaria).

Tuttavia malgrado le tue giustissime considerazioni la teoria darwiniana é scienza oggettiva sempre più convalidata e corroborata (e in qualche secondaria misura inevitabilmente anche corretta come é ovvio) da osservazioni successive e non falsificata da alcuna (questo ovviamente secondo i criteri e nei limiti della scienza moderna, ovviamente criticabilissimi e da criticare: per dirlo in soldoni é altrettanto oggettiva della fisica classica da Newton a Maxwell e Boltzmann nell' ambito macroscopico lontano dalla velocità della luce, della relatività e della meccanica quantistica).

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Originalmente inviato da maral
Dopotutto questa è la faccia negativa, ma del tutto coerente, del pensiero tecnico calcolante e del suo pragmatismo che pone l'esistente in ragione solamente della sua utilità a se stesso, anche quando per questa utilità risulta meglio cooperare, proprio perché cooperare non può avere altro fine se quello di affermarsi in una sorta di ontologica e assoluta competizione a cui non può mai mancare un'affermazione tecnica di potenza a cui tutto deve venire commisurato.

Ripeto che teoria darwiniana é scientificamente corretta e corroborata.

Il pensiero tecnico calcolante (fra l' altro secondo me impostosi massicciamente in sostanza dopo Darwin, e di fatto assai alieno alla sua persona, caratterizzata da grande affabilità e delicatezza e tutt' altro che avida, gretta e meschina) la utilizza e la interpreta ovviamente "a suo modo", ma ciò non ne può inficiare minimamente la validità scientifica.

Ultima modifica di sgiombo : 25-10-2015 alle ore 22.00.41.
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Vecchio 26-10-2015, 09.34.34   #10
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Riferimento: Darwinismo Naturale E Darwinismo Sociale

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Tuttavia malgrado le tue giustissime considerazioni la teoria darwiniana é scienza oggettiva sempre più convalidata e corroborata (e in qualche secondaria misura inevitabilmente anche corretta come é ovvio) da osservazioni successive e non falsificata da alcuna (questo ovviamente secondo i criteri e nei limiti della scienza moderna, ovviamente criticabilissimi e da criticare: per dirlo in soldoni é altrettanto oggettiva della fisica classica da Newton a Maxwell e Boltzmann nell' ambito macroscopico lontano dalla velocità della luce, della relatività e della meccanica quantistica).



Ripeto che teoria darwiniana é scientificamente corretta e corroborata.

Il pensiero tecnico calcolante (fra l' altro secondo me impostosi massicciamente in sostanza dopo Darwin, e di fatto assai alieno alla sua persona, caratterizzata da grande affabilità e delicatezza e tutt' altro che avida, gretta e meschina) la utilizza e la interpreta ovviamente "a suo modo", ma ciò non ne può inficiare minimamente la validità scientifica.
Non ho mai preteso sostenere, caro Sgiombo, che il pensiero calcolante implichi un'anima gretta, egoista e meschina. Si può di sicuro fare il contabile ed essere persona affabile, generosa e di larghe vedute; ed è pure vero che nella teoria di Darwin, non ci sono formule di calcolo, quello si svilupperà dopo: rendere la biologia calcolabile come la fisica (e magari persino la medicina), è il sogno per ogni scienza che si rispetti, secondo l'accezione moderna di scienza, a partire da Cartesio, e di sicuro la scoperta del DNA ha rappresentato un bel passo in questa direzione.
L'evoluzione però, per quanto possa essere confermata, non la considero un fatto, i fatti (nel senso di dati fenomenologici) stanno semmai nelle diverse forme in cui appaiono gli esseri viventi nei diversi tempi e luoghi e in relazione ai diversi contesti in cui si vengono a trovare, mentre la teoria evolutiva è un'interpretazione di questi fatti, o meglio, un modello, una mappa che, come ogni modello o mappa, risente anch'essa dei contesti sociali e culturali in cui viene tracciata (dunque, in quanto interpretazione, anch'essa è in evoluzione, a differenza dei fatti che, come i fossili dei trilobiti ormai non evolvono più e restano per sempre quelli). I modelli non sono mai semplicemente oggettivi, ma, essendo modelli di significato e non di puri oggetti, risentono dei contesti di senso.
I modelli, da un punto di vista scientifico (in questo caso misurante secondo calcolo), sono verificati o falsificati in base a quello che effettivamente prevedono, ma cosa può prevedere la teoria evolutiva di riscontrabile? Sulla base del suo modello possiamo prevedere come si sarà trasformato un coniglio tra mille secoli? Quale previsione ha senso? Possiamo costruire una storia del passato del coniglio, questo sì, ma come giustamente ha osservato Popper, la storia non è mai verificabile nel senso scientifico del termine, la storia (e soprattutto una storia vecchia di centinaia di milioni di anni) è sempre una storia indiziale, basata su interpretazioni; un po' come unire i puntini per ricostruire una figura, ma il senso del tratto con cui li si unisce dipende comunque da una raffigurazione a priori di quello che si va tentando di delineare, è più i puntini sono radi più la pre interpretazione è importante.
Qual è dunque il senso della teoria darwiniana? Una cosa strana è che Darwin (il padre dell'evoluzionismo) nei suoi scritti, non usò quasi mai la parola "evoluzione" (solo un paio di volte) e il motivo lo spiega nelle sue lettere: temeva di venire frainteso, temeva (come poi è effettivamente accaduto) che quella parola finisse con l'implicare l'idea di un processo progressivo, finalizzato al risultato di una forma migliore (guarda caso, quella performance competitiva che, per l'evoluzionista sociale, dovrebbe essere proprio la natura oggettiva a pretendere). Il progetto di Darwin, la sua visione, era invece quella di poter spiegare il fatto della diversità delle forme viventi su una base assolutamente non finalistica, un meccanismo che non ha alcun fine, che trova in se stesso la sua unica ragione, la natura vista proprio come una... tautologia. Intuire il completo meccanicismo autoreferente della natura era più facile nell'epoca in cui prendeva inizio l'automazione industriale. La natura come macchina poteva poi esprimere un meccanicismo a cui, proprio per la sua mancanza di fine, l'essere umano che invece vive di finalità, avrebbe potuto dare tutti i fini che voleva, grazie a quella tecnologia che poi si sarebbe chiamata "ingegneria genetica" (quella sì verificabile, purtroppo) e il cui fine sarebbe stato eugenetico (ahimè).
Con questo non dubito che Darwin sia stato una persona del tutto encomiabile e animato dai migliori propositi di conoscenza e le sue capacità osservative e interpretative restano strabilianti.
maral is offline  

 



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