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 La Riflessione - Commenti sugli articoli della omonima rubrica presente su WWW.RIFLESSIONI.IT - Indice articoli rubrica


Vecchio 01-09-2008, 18.18.34   #11
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Ivo Nardi
 
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Riferimento: Quale amore? Quale felicità?

Commenti sul saggio di Domenico Pimpinella?
Quale amore? Quale felicità?
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Vecchio 03-09-2008, 01.25.52   #12
Il_Dubbio
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Riferimento: Quale amore? Quale felicità?

Citazione:
Originalmente inviato da Domenico Pimpinella
In effetti anche qui, ci troviamo apparentemente di fronte a due situazioni che sembrano escludersi a vicenda: l’egoismo e l’altruismo. In realtà questo avviene solo perché fin dall’inizio la razionalità non ha potuto rendersi conto che l’individualità ha una natura ambivalente. E’ composta cioè da due spetti interni complementari. E così quando uno di questi aspetti si assolutizzano esso esclude l’altro. Esattamente come avviene nel caso della natura della luce. Essendo la luce composta da due aspetti complementari, come hanno correttamente compreso Einstein e Bohr, se si assolutizza l’aspetto corpuscolare quello ondulatorio viene escluso e viceversa.

Borh cercò di estendere il concetto di complementarietà anche in ambiti non legati alla fisica. Oggi sappiamo però che Borh si è lasciato prendere un pò la mano e che si sbagliava; per esempio pensava che la vita della cellula e la conoscenza precisa delle loro funzioni erano complementari, il che implicava che si potessero conoscere con precisione solo le funzioni, la struttura e il funzionamento di un sistema morto.
Questo non sminuisce l'esempio fatto ma siccome la complementarietà è un concetto legato alla fisica (e non è nemmeno un teorema ma è un concetto a cui si lega il principio di indeterminazione che invece lo è) io non lo estenderei a concetti che sono invece vaghi come quello di "egoismo" e altruismo.

Sono d'accordo però sul concetto che si voleva far intendere, ovvero che egoismo ed altruismo sembrano essere due facce della stessa realtà.

Premetto che non ho letto tutto il libro anzi mi sono fermato a poco meno del primo capitolo, ma mi premeva fare qualche riflessione già dopo le prime pagine lette prima che mi dimentichi quello che ho pensato (come quando uno si sveglia dal sonno e scrive immediatamente il sogno che stava facendo ).


sono arrivato qua:
Jung.
Sostenendo che l’individuo non è assolutamente un essere unico e separato dagli altri ma è anche un essere sociale, ha potuto derivarne che la psiche umana non è un fenomeno chiuso in sé e meramente individuale, ma è anche un fenomeno collettivo. E come certe funzioni o istinti sociali si oppongono agli interessi egocentrici dell’individuo, così determinate funzioni o tendenze della psiche umana si oppongono, con la loro natura collettiva, alle funzioni psichiche personali.



Pongo quindi questa riflessione (che non so se è stata poi sviluppata) che non vuol essere un'opinione personale ma un approfondimento del tema egoismo/altruismo visto da un'altra prospettiva.

La riflessione parte da molto lontano, da Aristotele a dal suo concetto di Katarsi. La tragedia greca forse può essere racchiusa in questo concetto, mille volte sviluppato nel corso dei secoli attraverso la letteratura, la commedia, la musica.
Mi soffermo solo su quest'ultima.
Sappiamo quanto sia stata importante il genere musicale denominato melodramma italiano che ha avuto tanta fortuna e sviluppato per alcuni secoli in tutta Europa (e ancora oggi eseguito nei migliori teatri del mondo). Almeno secondo i concetti che furono espressi all'inizo essa avrebbe dovuto conformarsi alla tragedia greca.
Il mio non è un l'intento di comprendere i motivi che hanno spinto verso questo genere, ma quale può essere la chiave di lettura per comprendere il significato di "tragedia" o di "dramma" e perchè poi confezionarlo in uno spettacolo che almeno agli inizi doveva solo rallegrare le feste.
Sicuramente l'intento di Aristotele era diverso da quello che poi servi il melodramma alle sue prime apparizioni; lui probabilmente voleva che si rappresentasse una vicenda non come un'imitazione della realtà, e nemmeno come scusa per raccontare le favole per i bambini (i primi melodrammi erano piu che altro drammi pastorali, anche se le intenzioni erano di riprodurre la tragedia greca), il suo intento probabilmente invece era quello terapeutico; attraverso il dramma scenico si doveva aiutare l'uomo alla purificazione dell'animo liberandolo delle sue passioni così che potesse ritrovare un equilibrio psichico.
Potrebbe anche voler dire(Katarsi) che attraverso la "partecipazione" al dramma, le passioni, che sono tutte mescolate nell'uomo, assumono una forma <<razionale>>, e dall'inconscio si trasformano in forme descrivibili e quindi "controllabili". Quindi attraverso il dramma, ed anche la musica, o forse soprattutto quest'ultima (per Platone era proprio la musica che aveva la forza di "muovere gli stati d'animo" ), l'individuo veniva ad essere consapevole delle proprie anime nascoste.

Ma potrei chiedermi a questo punto cosa potrebbero essere questi stati d'animo e queste anime nascoste.
Qui credo ci può aiutare il dramma, il teatro e il gioco dei ruoli:

In sintesi:
Il dramma, come era inteso da Aristotele, è una guarigione delle mente, il teatro è una "rappresentazione" della mente, i personaggi (che giocano un ruolo nel dramma) sono le anime della mente.

Chi pensò invece che la musica, e quindi anche il teatro in musica, non doveva avere alcun ruolo, furono i positivisti. Per Hanslick, musicologo dell'800' ,la musica non doveva essere ascoltata impressionisticamente, sull'onda delle emozioni, ma doveva essere studiata scientificamente, nelle sue forme e nelle tecniche. In pratica non doveva servire a nulla se no ciò che era in se, solo musica, forse tuttalpiù, intrattenimento, così respingendo tutta la musica romantica (ed anche quella Wagneriana che tanto romantica non era, ma soprattutto contro Wagner, a lui contemporaneo, che con la sua musica addirittura pensava al Nirvana). Guarda caso i più democratici però furono proprio i romantici che non rigettarono la musica del passato ma anzi la studiarono e l'approfondirono, perchè secondo i loro giudizi, tutta quanta la musica era romantica perché tutta suscitava passioni.

Oggi non siamo molto lontani da quelle figurazioni positiviste, e Darkins, menzionato nel Paragrafo 2 - Unico scopo: sopravvivere?, è uno di quelli...

Ma ritorno al problema del dramma, dei ruoli cercando di fare un collegamento col concetto di complementarietà che ho stralciato sù.

Ricordo questa frase dal testo:
<<Ci sono - egli sostiene - esperienze episodiche d’altruismo come il fare l’elemosina, in cui viene sicuramente a mancare tanto l’affetto (perché dall’altra parte può esserci una persona che non si conosce) che il dovere (poiché niente apparentemente ce lo impone) ma dove è sicuramente presente (in chi compie l’azione) l’istanza della conservazione. Allora, perché un individuo arriverebbe a privarsi di una certa somma di danaro in favore di un altro?
La spiegazione è che la vista del povero ci mette in uno stato di disagio e il fare l’elemosina ci dà la possibilità di ripristinare un equilibrio interno che è stato scosso dalla vista dell’indigente. L’elemosina diventa, quindi, una sorta di terapia per superare uno stato di disagio psicologico. Con una tale azione si tende, quindi, a mettersi, come si suol dire, “il cuore in pace”.
>>

Da questo punto di vista è possibile spostarsi verso quello a cui punterei io, ovvero verso la "coscienza dei ruoli".
Tentiamo di spostare la prospettiva; Ciaravolo dice che quando vediamo un povero gli diamo l'elemosina perché così pensiamo di metterci l'anima in pace.
Se invece ragioniamo diversamente potremmo supporre anche che una parte di noi si è esteriorizzata alla vista del povero. In pratica, secondo il gioco dei ruoli, alla vista del povero abbiamo invertito per un momento la nostra anima mettendoci nei suoi panni. Quindi non è piu pertinente dire che l'individuo è egoista quando fa l'elemosina poichè con quel gesto non abbiamo equilibrato nulla, anzi abbiamo per un momento invertito il nostro solito ruolo squilibrando la nostra giornata.
E' chiaro che è possibile dire che abbiamo sentito il piacere e quello è per noi un modo per essere soddisfatti dell'azione. Ma è possibile credere che invece in quel momento abbiamo avvertito il dolore del povero come se noi in quel momento svolgessimo il suo ruolo.
Faccio un esempio classico: se un giorno arrivassi sulla luna esteriorizzerei due passioni in me, quella di vedere la luna da vicino e quella di vedere la Terra da lontano. Questo gioco di ruoli è sempre presente in noi, ed è probabilmente questo aspetto poliedrico, che caratterizza il nostro essere uomini. Immedesimarsi nell'altro, amare, sentire l'amicizia, può essere "positivisticamente" concepito come un modo egoistico e individualistico, oppure, come spero di aver mostrato, come un modo per vivere la ( rifacendomi all'idea l'autore del libro) "complementarietà" dei ruoli; il concetto di individuo "unico" a questo punto si tramuta in un individuo in cui dentro invece prendono forma tante anime complementari. Solo così si può concepire l'assoluto, o il senso della fratellanza, o l'essere persona e quindi individuo. Chiaramente la coscienza di questa molteplicità di anime e sentimenti dentro di noi deve essere in qualche modo fatta trasparire anche razionalmente.
La katarsi di cui parlava Aristotele può essere letta in questo modo.

Così come per Platone e Aristotele probabilmente la musica (e la tragedia greca) doveva far in modo che l'uomo tirasse da se l'aspetto migliore piu consono alla vita sociale, così l'uomo poliedrico attraverso le trasformazione di ruolo deve ricercare quell'unità "cosmica", che è davvero molto lontano dall'idea professata dagli scienticismi degli naturalisti o dai fantasmi di "geni"egoisti" .
Con questo ragionamento spero di aver dimostrato che il ragionamento dal libro<<gene egoista>> di Dawkins, o quello stralciato su, siano ragionamenti "parziali", per nulla scientifici (come alcuni vorrebbero far credere) e che possono essere sovvertiti richiamando un "banalissimo" Aristotele.

saluti
Il_Dubbio is offline  
Vecchio 05-09-2008, 11.44.04   #13
Il_Dubbio
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Riferimento: Quale amore? Quale felicità?

Pimpinella scrive: Insomma la razionalità avrebbe cercato di perseguire un compromesso tra la vecchia unità individuale e la nuova che avrebbe dovuto essere la società. Un compromesso che però non giova né alla soggettività, né alla socialità, perché ci fa rimanere in una sorta di limbo dove si alimentano notevolmente le contraddizioni.



L'autore, almeno fino a qualche pagina dopo il primo capitolo, mi sembra che distingua la razionalità dalla emotività senza aver fatto il collegamento (forse solo indiretto) con la coscienza.
In un organismo ogni parte vive in funzione dell'organismo, e la sua "vita" è intesa "razionalmente", ma senza che questa sia intesa emotivamente e coscientemente. Un cuore sa che deve svolgere il ruolo del cuore, se avesse coscienza del ruolo del fegato un giorno potrebbe decidere di cambiare. Ma il cuore, e così tutti gli altri organi, sono organi razionali e debbono questa loro razionalità a precisi ordini che debbono rispettare.
L'uomo è poliedrico invece non perchè dispone della razionalità ma perchè è cosciente dei vari ruoli che conosce nella sua vita, attraverso l'esperienza cosciente, che lo mette nella posizione di spostare la propria indole in posizioni diverse a seconda della presunta volontà di agire di cui si presume disponga. In questo modo è improponibile, (almeno fino a ciò che ho letto) che l'individuo-uomo faccia parte di un organismo "razionale" (come il cuore svolge il suo ruolo in un organismo, o come l'ape regina fa altrettanto nella società di api), poiché vorrebbe dire sostanzialmente rinnegare la libertà di agire.
Effettivamente però già ciò succede "forzatamente": l'organizzazione di una società non può prevedere infatti che vi siano, per esempio, soltanto contadini, o soltanto fisici, ma ha bisogno anche di autisti, infermieri, insegnanti e artigiani. Spesso i giovani scelgono di studiare in un campo e sono costretti poi ad abbandonarlo per mancanza di lavoro. Così l'organizzazione della società di fatto si autolimita senza incidere direttamente sulla libertà di ciascun individuo ma solo in coloro che sono stati meno bravi o piu sfortunati. Se tutti volessero fare gli scrittori di romanzi gialli, gli scaffali delle librerie sarebbero sempre molto piene ma i negozi alimentari vuoti. Così la libertà di azione è limitata dal mercato; quindi un organismo come il cuore non può mai mancare, mentre altre parti meno importanti possono via via essere sostituiti da altri ritenuti piu importanti, oppure in mancanza di fondi, sostituiti da strutture piu semplici e meno costose. E così via. Una società razionale quindi è già in atto, anche se produce uomini sconfitti nelle loro prerogative e uomini invece pienamente soddisfatti.

Faccio un esempio banale: non molto tempo fa si pensava che la donna dovesse svolgere solo il suo ruolo di "mamma" e quindi di educatrice dei propri figli e invece l'uomo dovesse svolgere il ruolo di lavoratore e basta. Poi si è concretizzata l'idea che la donna è poliedrica e può svolgere anche il ruolo di lavoratrice assieme all'uomo, e quest'ultimo il ruolo di educatore dei propri figli. L'ultima bizzaria potrebbe essere quella di pensare all'uomo come madre, e la donna come padre.

quindi la conclusione di Pimpinella: <<Se gli individui, invece, non hanno alcun desiderio di vivere una vita insieme e non riescono ad immaginare nient’altro che la propria soggettività come realizzazione dei processi vitali, allora la società non può esistere. Esisterà probabilmente, come di fatto esiste, una pseudo-società, racchiusa da un “contenitore legislativo”>>

mi sembra parziale, o comunque poco chiara, ma spero di poterlo capire con il proseguo della lettura.

Purtroppo abbiamo una mentalità darwinista che ci costringere dentro meccanismi razionali, i cui scopi sono la sopravvivenza e la lotta. Ormai ce l'abbiamo nel sangue e gira nei nostri meccanismi celebrali a ruota libera. Fermiamoci per un attimo a riflettere: se questi meccanismi razionali fossero rimasti identici a se stessi, la donna avrebbe mai compreso di essere anche una lavoratrice oltre che una mamma? Chiaramente in tutte le epoche abbiamo donne lavoratrici, ma la coscienza di poter svolgere qualsiasi tipo di ruolo nella società non è stato un passo in avanti verso l'abbattimento di muri concettuali che ci siamo creati con la razionalità.? Questa sembra essere la verità. Questo non sminuisce la razionalità in sè, ma non è quella che deve essere valorizzata nell'uomo, ma la sua "coscienza", poliedrica e forse infinita, che probabilmente porta alla concezione dell'assoluto, ma nello stesso tempo,soprattutto se inconsciamente,anche allo smarrimento e alla infelicità. Usiamo infatti la razionalità per alzare muri per non perderci nei meandri infiniti di cui siamo composti. Se Il cuore continua a fare il cuore e il fegato continua a fare il fegato, nessuno si lamenterà e l'organismo sopravviverà.

Io presumo però che la coscienza di una verità non vuol dire, in se, razionalità. La razionalità è un limite, un ragionamento logico finito e che una volta compiuto non prevede alcun ricamo.
Che la donna possa svolgere il ruolo di mamma e di lavoratrice è una verità non razionale, è evidente che sia giusto, ma se immaginiamo la donna come un cuore e il lavoratore come il fegato non avremmo avuto dubbi a giustificare razionalmente l'impossibilità di un doppio ruolo. In una società che si può permettere gli asili nido, le baby siter ecc. i problemi legati all'organizzazione famigliare sono risolti. Eppure le prime contestazioni furono rivolte proprio da chi riteneva di ritagliare per la donna ruoli ben precisi e inequivocabilmente "naturali".

Potremmo chiedere alle donne oggi di ritornare a fare solo le mamme in nome di una razionalità legata agli interessi della società e della sopravvivenza? Forse ritornerebbero se l'organismo famigliare fosse in pericolo, ma non in nome di una razionalità imposta come regola ma per un aspetto altruistico legato all'esperienza dell'amore "materno", che parte della scienza biologica positivista declina alla necessità materiale della salvaguardia della specie (mettendo sempre in risalto l'aspetto razionale e il fine utilitaristico a quello fine a se stesso dell'amore). Se fosse il padre in pericolo la donna dovrebbe cercare di salvare il marito, sempre seguendo lo stesso filo razionale, perchè altrimenti perderebbe un "utile" sostegno alla propria esistenza e di quella dei propri figli, e non perchè ama suo marito (che in se non vuol dir nulla razionalmente).
E' Questo tipo di ragionamento razionalistico che bisogna soppiantare.

Purtroppo avevano ragione i filosofi romantici: l'uomo, essere finito, tende all'infinito, cioè è alla costante ricerca di un bene o di un piacere infinito, mentre nel mondo finito a sua disposizione non trova che risorse limitate. Questo fa sì che l'uomo senta un vuoto, una mancanza, che lo relega in una inevitabile situazione di infelicità.


Quindi le strade sono due: limitare l'uomo alla razionalità in modo che non spazi troppo e giunga sempre ad una verità finita, oppure metterlo dinanzi all'infinito in pratica innanzi a se stesso in modo che si accorga coscientemente della sua natura.
Questa seconda proposta ha sicuramente delle incognite, mentre la costruzione di un mondo razionale, secondo parametri logici, non ne avrebbe.
Il problema è che limitare l'uomo alla razionalità vuol significare chiuderlo dentro quattro mura (come spero aver mostrato). Metterlo dinnanzi all'infinito può forse voler dire abbandonarlo a se stesso come individuo poliedrico, o forse può risultare un modo per recuperarlo come uomo.

A questo punto non mi rimane che continuare a leggere il saggio con l'intento di scoprire quale sia la proposta dell'autore che non sfoci in razionalismi finiti e limitanti della libertà dell'uomo e nello stesso tempo conduca a quella unità di intenti simili a organismi pluricellulari capaci di <<farci trascendere, sintetizzare collettivamente, in una nuova unità.>>

saluti
Il_Dubbio is offline  
Vecchio 08-09-2008, 10.20.32   #14
SinceroPan
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Riferimento: Quale amore? Quale felicità?

ciao a tutti...
argomento interessante.. mi stimola questa riflessione....

Ricordo questa frase dal testo:
<<Ci sono - egli sostiene - esperienze episodiche d’altruismo come il fare l’elemosina, in cui viene sicuramente a mancare tanto l’affetto (perché dall’altra parte può esserci una persona che non si conosce) che il dovere (poiché niente apparentemente ce lo impone) ma dove è sicuramente presente (in chi compie l’azione) l’istanza della conservazione. Allora, perché un individuo arriverebbe a privarsi di una certa somma di danaro in favore di un altro?
La spiegazione è che la vista del povero ci mette in uno stato di disagio e il fare l’elemosina ci dà la possibilità di ripristinare un equilibrio interno che è stato scosso dalla vista dell’indigente. L’elemosina diventa, quindi, una sorta di terapia per superare uno stato di disagio psicologico. Con una tale azione si tende, quindi, a mettersi, come si suol dire, “il cuore in pace”.>>



in sinstesi : la socialità ... l'altruismo.. l'amicizia.. la solidarietà.. l' amore...
sono forme di egoismo supremamente SUBLIMATO...
se IO riesco ad IMMEDESIMARMI in Te...
IO soffrò (almeno un pò) perchè TU soffri..
quindi per far cessare la MIA sofferenza..
IO AIUTO TE..

ma rimane a monte una domanda essenziale :
perchè abbiamo (ma solo parzialmente questa pulsione interiore all' Altruismo ?
sarà un meccanismo GENETICO di natura o qualcosa di TRASCENDENTE ?
ed anche se si isolasse il Gene Altruista che favorisce lo Sviluppo dell'intera Specie... si potrebbe sempre sostenere che tale Meccanismo è stato Cablato da Dio.. Deus Caritas Est... oppure vedi la più moderna Intelligent Design...

in realtà.. secondo me.. nessun uomo potrà mai arrivare a rispondendere a queste domande.. possiamo solo limitarci a tentare di migliorare lentamente nel tempo almeno un pò...

ciao a tutti
Piero
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Vecchio 11-09-2008, 16.27.52   #15
espert37
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Riferimento: Quale amore? Quale felicità?

Mie riflessioni sull'amore,felicità ed egoismo. come dico uomo dico egoismo,i due vocaboli sono inscindibili.
L’Io è, per cui tutto l’universo esiste per Lui, perché è. Se l’Io non fosse, per Lui esisterebbe nulla. quindi, l’universo per l’uomo esiste perché l’Io è. L’Io è e agisce: Perché? A quale scopo? Agisce per trasformare cose o situazioni e portarle a gradimento del proprio intelletto, e ad ogni azione compiuta ne scaturisce una reazione che si chiama piacere, soddisfazione, godimento,felicità. Si nota in oltre che, in base alla legge fisica della relatività, a maggiori difficoltà, nella riuscita è la maggiore soddisfazione. Allora si deduce che l’Io vive ed agisce alla ricerca della soddisfazione, della felicità Questo stato è comune a tutto l’umano, perché ogni azione ed ogni problema risolto da chiunque procura felicità. Quindi, l’essere, cioè l’Io, nonché la felicità sono: Il primo, il punto di partenza, ed il secondo la meta, di un tragitto, che è niente altro che il periodo della nostra permanenza su questo pianeta. Questo è comune a tutti gli esseri umani, A questo punto viene spontaneo chiedersi; Se l’Io vive ed agisce per la felicità, quale è il grado di felicità più grande? E quale la strada migliore per arrivarci? Il ladro, rubando prova soddisfazione. L’avaro, accumulando ricchezze prova anche soddisfazione. Il maestro insegnando prova soddisfazione. Ognuno seguendo il proprio intelletto e le proprie attitudini provoca l’azione per ottenerne una soddisfazione, ogni essere è convinto, (ignorantemente) che nella soluzione delle proprie azioni si provi la miglior soddisfazione. Ognuno logicamente potrebbe avere ragione, secondo la propria verità. A questo punto per trovare una soluzione che accomuni tutti è da cercarla in una proposta superparte, al di fuori di ogni convincimento individuale. Quale fonte migliore per attingere il meglio, se non, l’esperienza formatasi da quando l’umano è arrivato su questo pianeta, a tutto oggi, e trasmessaci dagli esseri più intelligenti attraverso le leggi morali?. Questa è la pietra di paragone, comune a tutti gli esseri umani.(Chi legge, è gentilmente pregato di cercare e proporre una fonte migliore, tanto cercata da chi scrive, ma purtroppo non ancora trovata.) Ama il prossimo tuo, come te stesso, perché Dio, sarà anche in ogni luogo, ma soprattutto sta nelle persone che ti circondano, perché è in loro la fonte della tua felicità. Sono loro che ogni giorno ti possono far sentire di essere in paradiso o all’inferno. Se fosti solo al mondo, con tutte le ricchezze materiali a disposizione, saresti un povero uomo, perché non avresti nessuno a cui donarle. La mia ricchezza è in quel che ho dato, affermazione nata dalle riflessioni di un saggio. Dona una mamma tutto il suo amore al proprio figlio, così come il figlio alla mamma. E’ facile e naturale donarsi quando c’è affetto, quindi, non trovando difficoltà, la felicità che ne scaturisce è relativa. Ma assodato che la legge sulla relatività è universalmente riconosciuta e condivisa, immaginiamoci quale alto grado di felicità si può ottenere provando un estremo bisogno di amare un nemico. ( Porgi l’altra guancia ) I vangeli ci parlano di un Gesù che ha dato tutto Se Stesso, la Sua vita, per aiutare e salvare coloro che Lo stavano uccidendo. Può esserci forse un grado di felicità maggiore di quella che ha provato Lui? (Questo, tra i tanti, è forse il più grande e chiaro esempio trasmessoci da tutto il contesto biblico. Se l’istituzione che si è assunta, tanto generosamente, il compito di insegnare l’educazione morale al fine di fare convivere più armoniosamente la società umana, avesse interpretato i vangeli in modo più equo, se spiegasse che le religioni sono nate dall’uomo, sott’inteso con l’aiuto di Dio, e non viceversa, perché ne aveva estremo bisogno, senza di esse sarebbe il caos più completo, e lasciasse perdere tutti quei grandi misteri obsoleti, oggi non più accettabili. Purtroppo ormai, tutte le realtà fisiche e scientifiche, non si possono più ignorare, bensì la chiesa deve aggregarsi alla scienza per poterle gestire insieme nel modo giusto a favore dell’umanità, e porre fine a tutte le controversie tra clericità e laicità, lavorando più armoniosamente tutti assieme, verso l’unica verità. Solo così, penso, si potrebbe andare incontro ad una umanità migliore. Se l’uomo fosse istruito a quanto sopra cercherebbe in tutti i modi di agire adeguatamente per non far danno a se stesso, procurandosi minor soddisfazione, quindi saremmo tutti più educati moralmente. Mi permetto di dire, umanità perché sono convinto che molti aderirebbero a questi principi. Egoismo, vocabolo al quale è stata data una definizione estremamente errata. L’Io e l’egoismo sono due vocaboli inscindibili, perché, ogni azione dell’io è assolutamente svolta per se stesso, sempre ed immancabilmente. Buona o cattiva, l’azione intrapresa dall’umano ha il fine di procurare allo stesso una gradazione di piacere, l’azione buona, quella dettata dai canoni della educazione morale è quella che dà, come già abbiamo detto, maggior piacere, quindi colui che, ignorantemente intraprende l’azione cattiva, senza lo stimolo di dare al proprio prossimo con amore, inconsapevolmente danneggia se stesso, ma questo, (Essendo l’uomo stato creato da Dio, ed essendo riuscito ad evolversi sino allo stato attuale, in esso sta il bene perché il bene ha vinto sul male, come la luce ha vinto sulle tenebre) scaturisce senz’altro non per cattiveria, perché questa, se non vi fossero eventi patologici estranei non sarebbe nell’uomo (L’umano è fondamentalmente buono, la cattiveria è un apporto da eventi patologici esterni) ma per non conoscenza del meglio. Colui che commette il delitto, in base alla leggi morali, non può essere condannato dal suo simile perché, qualsiasi delitto è frutto dell’ignoranza, e questi non dovrebbe essere condannato bensì aiutato. In modo contrario verrebbe commesso un ulteriore delitto. Lo si isolerà per salvaguardare la società dal fattore patologico, con il proposito di toglierlo dall’ignoranza, portandolo a conoscenza della giusta ed universale legge morale che dona un più alto grado di felicità, alla quale lui senz’altro si vorrà aggrappare. L’essere umano non sarà mai in grado di giudicare un suo simile, avrà sempre una possibilità di errore. Questa facoltà spetta a Qualcun Altro... L’uomo si forma nell’ambiente in cui vive, nella scuola, nella parrocchia, ma soprattutto nella famiglia, se i nostri genitori fossero stati istruiti circa la Verità sopra menzionata, oggi anche noi saremmo migliori. Quante famiglie si salverebbero, come auspica la Chiesa. Sarebbero in ben pochi a chiedere il divorzio, perché le eventuali asperità nella convivenza verrebbero risolte con più impegno per trarne la felicità che è la meta della nostra esistenza.. La famiglia è alla base della società, tante famiglie sane formano una società molto migliore. Non avremmo bisogno di tribunali e di carceri, ma di una miglior catechesi che ci dia una convinzione maggiore sulla legge morale, perché si ottiene molto di più con la convinzione che non con le molteplici imposizioni che ancor oggi usa la chiesa. Ad ogni domanda che oggi si pone l’uomo,ci deve essere una risposta tangibile e convincente. I misteri oggi non hanno più ragione di esistere.
Carissimi, questa mia riflessione,(se lo può) vorrebbe essere un piccolo aiuto all'argomento in questione.
Un saluto amichevole.Espert37
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Vecchio 12-09-2008, 20.48.26   #16
kempis
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Riferimento: Quale amore? Quale felicità?

Il pensiero dell'autore, auspicabile in un futuro molto lontano, si lega a mio avviso all'evoluzione umana dove le diversita' costituiranno una parte marginale rispetto agli intenti comuni ed è innegabile che l'unione costituisca un modulo fondamentale dell'intera umanita', insita nella genetica umana, ma ancora non cosciente per l'individuo
kempis is offline  
Vecchio 13-09-2008, 14.51.19   #17
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Riferimento: Quale amore? Quale felicità?

kempis
il pensiero dell'autore, auspicabile in un futuro molto lontano, si lega a mio avviso all'evoluzione umana dove le diversita' costituiranno una parte marginale rispetto agli intenti comuni ed è innegabile che l'unione costituisca un modulo fondamentale dell'intera umanita', insita nella genetica umana, ma ancora non cosciente per l'individuo.

Carissimo Kempis, Sensatissima,centrata e da me condivisibile la Sua osservazione. giustissima la definizione: Insita nella genetica umana, ma ancora non cosciente per l'individuo.
A mio avviso,credo che basterebbe,trovare, o quantomeno tentare di trovare lo strumento adatto per APRIRE ED ELEVARE le coscienze individuali. L'officina esiste già,ben consolidata,ma purtroppo fornita di strumentazione alquanto opsoleta ed inadeguata.Basterebbe che i tanti benpensanti,anche in questo ambiente,oltre che sfornare critiche,ci decidessimo a cercare anche PROPOSTE. "SI PUO' FARE"

Un caro ed amichevole saluto espert37
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Vecchio 14-09-2008, 21.13.01   #18
espert37
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Riferimento: Quale amore? Quale felicità?

Riferimento: Domenico Pimpinella,Interpretazione di EGOISMO.

Condividendo ed apprezzando quasi in toto quanto esprime il profondissimo nonchè molto assennato Domenico Pimpinella,mi permetto,di proporre,nel mio
tred ieri postato,una differente interpretazione di EGOISMO,a mio avviso più consono al raggiungimento dei fini proposti e da mè condivisi.
Se non oso troppo,gradirei dallo stesso un piccolo accenno. Grazie.
Espert37
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Vecchio 15-09-2008, 10.18.00   #19
veraluce
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Riferimento: Quale amore? Quale felicità?

Citazione:
Da espert37:
Mie riflessioni sull'amore,felicità ed egoismo. come dico uomo dico egoismo,i due vocaboli sono inscindibili.
L’Io è, per cui tutto l’universo esiste per Lui, perché è. Se l’Io non fosse, per Lui esisterebbe nulla. quindi, l’universo per l’uomo esiste perché l’Io è.

Stimatissimo Espert37, da cosa desumi che l'Io è? Vorrei comprendere cosa intendi tu per "Io" e cosa è per te l'"Essere".

Grazie per l'attenzione. Cordiali Saluti.
veraluce is offline  
Vecchio 16-09-2008, 10.19.56   #20
espert37
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Riferimento: Quale amore? Quale felicità?

Riferimento a Veraluce.

Stimatissimo Espert37, da cosa desumi che l'Io è? Vorrei comprendere cosa intendi tu per "Io" e cosa è per te l'"Essere".

Grazie per l'attenzione. Cordiali Saluti.

Carissima Veraluce, sono io a ringraziarti per l'attenzione che poni al mio esprimere.

L'IO è null'altro che l'attore primario di ogni azione o pensiero,(spirito)il quale unendosi ed amalgamandosi con l'EGO (Corpo materia)e rapportandosi con tutti gli eventi quotidiani della vita da corpo al SE'
Per cui se il tuo io non esistesse,non esisterebbe una tua volontà,quindi PER TE' esisterebbe il NULLA.Non esisterebbe espert37,non esisterebbe questo blog,non esisterebbe l'universo in totale.Per cui tutto l'universo,tutti i tuoi problemi o piaceri esistono per tè,perchè il tuo IO c'è.A mio avviso questo è matematico,e comune a tutto il genere umano.Detto questo,siccome è ben fondato,condiviso perchè stabilito dalla TRADIZIONE che la meta del SE' è la felicità,la soddisfazione,il paradiso o qual si voglia chiamare,il nostro intento dovrebbe essere la ricerca della via più equa per raggiungere detta meta,tenendo SEMPRE ben presenti questi due punti in comune,cioè l'IO e la felicità. Altrimenti,secondo mè si continuerà a barcollare nel CAOS.
Carissima Veraluce, questa è semplicemente la mia filosofia,ora ancor più rassodata,avendo vissuto ultimamente per un mese in un piccolo villaggio di
indigeni in Sud Africa molto vicini alla natura e non ancora inquinati dalla nostra materialistica civiltà.
Non so se tu possa condividere o no,sappi però che sono sempre disponibile con molto piacere ad ogni tua richiesta di chiarificazioni.
Con un forte abbraccio ti saluto espert37
espert37 is offline  

 

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