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Psicologia - Processi mentali ed esperienze interiori.
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Vecchio 17-10-2007, 21.20.21   #21
hava
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Riferimento: Il mito della malattia mentale.

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Originalmente inviato da maxim
Rifletto…e nel contempo vi rivolgo domanda finale.
L’altra sera, come accade spesso da un anno a questa parte, discutevo con il mio amico “Manuel”…mi piace molto discutere con lui. E’ una persona solare, abbronzantissimo , sempre con il sorriso sulla labbra. Ha un buon lavoro e durante il tempo libero fa il DJ in una discoteca. Dicevo…mi piace molto discutere con lui perché è una di quelle classiche persone che sa trasmettere energia vitale, sia nel colloquio che nei movimenti. Molto difficile descrivere a parole (per queste ci sono gli amici spirituali ) la positività, l’allegria per la vita e la consapevolezza di questa persona dalle quale ho imparato molto nonostante la sua giovane età. Manuel è in Italia da non molti anni ed è nato e vissuto in Nigeria. Egli sa cos’è fame, sete, paura, sofferenza e mi ha confermato che il caldo esiste veramente .
Manuel era un militare dall’età di 14 anni…militare in Nigeria!
Una adolescenza spesa tra violenze, soprusi, torture e spesse volte a raccogliere i pezzi degli amici. Ora ride nel mostrami una cicatrice sulla testa e si dice fortunato per quell’evento descrivendolo come noi si potrebbe descrivere una fortunata vittoria alla play station.
Domandavo…
…ma noi omuncoli occidentali, dal pensiero così profondo da provocar depressioni , di quali mai terribili eventi siamo stati vittime per non sorridere alla pari di Manuel?




Voglio risponderti con un altro esempio:
nel "libro della Memoria" di Liliana Picciotto Fargion c'e' la lista completa di tutti gli ebrei deportati dall'Italia durante l'occupazione tedesca, sia quelli di cittadinanza italiana che quelli stranieri. Studiando attentamente la lista ho fatto caso che fra i deportati d'origine europea c'era un forte gruppo di ebrei provenienti dalla Libia, dei quali una gran parte ha fatto poi ritorno, relativamente molti piu' degli italiani e degli altri originari europei.
Pensandoci su sono giunta alla conclusione che i libici erano piu' attrezzati a sopportare la vita inumana e gli stenti dei lager.
Puo' essere qui una risposta?
hava is offline  
Vecchio 18-10-2007, 00.04.23   #22
Golem
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Riferimento: Il mito della malattia mentale.

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Originalmente inviato da hava
Negli ultimi anni una corrente di "antipsichiatria"nega l'esistenza delle cosidette malattie mentali. Uno degli esponenti di questa corrente e' Thomas Szasz che ha scritto diversi lavori sul tema.... ( )


Sono addolorato quando mi capita di leggere tanta ingiustificata confusione.
Credo che per prima cosa occorra tener ben presente lo spirito che ha forgiato la corrente antipsichiatrica, ripensando a ciò che animava i monumentali contributi di Laing e Cooper, all'impegno di Basaglia, ecc.
Tutto questo fa parte della storia della ricerca sulla psiche ed ha un enorme valore, ma le contraddizioni che sembrano insanabili sono prevalentemente a questo livello terminologico e perciò molto superficiale.
Conosco psicologi che seguono queste impostazioni antipsichiatriche che nel discutere di casi clinici utilizzano le nosografie psichiatriche tradizionali. Anche loro ammettono che per comprendersi occorre un linguaggio comune, universalmente condivisibile, e dicono di ricorrervi solo per necessità linguistiche, ma fortunatamente mai e poi mai si sognerebbero di mettere un paziente al corrente di queste loro disquisizioni diagnostiche.
Mi pare infatti che il fantasma che gira dietro tutte queste discussioni sia l'intolleranza a sentirsi dare una definizione, un'identità di qualsivoglia natura, soprattutto se così autorevolmente appiccicata da uno “psicoesperto”.
E' troppo spesso, specialmente oggigiorno, nell'affannosa ricerca della propria identità, che molti si affidano agli esperti proprio per colmare questa dolorosa lacuna, ma francamente non conosco alternative decisamente migliori.
Sono però spiacente soprattutto per “Animastrana” - che giustamente rifiuta il titolo di “Miss Depressione ansiosa in Personalità Istrionica” – se ha dovuto aggiungere alle sue sventure quella dell'incontro con uno dei tanti psicologi impreparati che affollano il pianeta. Trovarne qualcuno veramente in gamba è una gran botta di c..., ma ci sono, e lo posso testimoniare poiché ho avuto il piacere e il privilegio di conoscerne qualcuno.
Le esasperazioni di ogni posizione e l'iperbole di coerenza di certi assunti porta comunque problemi in ogni fazione. La chiusura degli ospedali psichiatrici non è stata sostituita da strutture decisamente più adeguate, o almeno non ovunque, col risultato che molte famiglie hanno faticato parecchio a supplire queste strutture e ad accudire familiari molto sofferenti.
L'esigenza umanitaria spinge nei casi più eclatanti a negare completamente la malattia, all'opposto la sterilità di certi voli pindarici formulati magari in uno “psicanalese” ben più che ortodosso si riduce ad un atto solipsistico di esercizio della propria meticolosità che trascura la persona e aumenta le distanze, nella fattispecie quella tra terapeuta e paziente.
Ma una diagnosi il terapeuta deve avere il coraggio di formularla!!! Però mi importa mille volte di più che si riesca a intravvedere le dinamiche sottostanti senza magari tradurle nella definizione di una specifica e ben definita personalità o sindrome, piuttosto che si “spari” un referto diagnostico senza avere la ben che minima idea di ciò che sta veramente succedendo al suo assistito.
Concludo collocandomi idealmente vicino a Kore nella sua critica a Maxim. Non concordo con nulla di ciò che scrive, men che meno con l'istinto di morte. NON ESISTE l'istinto di morte, nemmeno il buon vecchio Freud ne ha mai parlato. Ha trattato piuttosto delle PULSIONI di morte che possono talvolta spingere ai gesti più autolesivi, ma per favore, non assolutizzatelo, evitiamo di ipostatizzarlo o perderemo un'opportunità per cercare di comprendere meglio ciò che sente e muove una persona.
Auguro comunque al sig. Maxim di “coitare” spesso, perché mi pare che quando non lo fa non riesca a conservare la sensazione e la certezza di esistere...
Golem is offline  
Vecchio 18-10-2007, 07.24.13   #23
paperapersa
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Riferimento: Il mito della malattia mentale.

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Originalmente inviato da maxim
Grande Papera...dillo a parole tue!
Siete fautori del tutt'uno quindi può tranquillamente essere riassunto in un'unica cosa...
cos'è che vi preoccupa?

a parole mie.....è quello che ho provato io, i traumi che ho vissuto io,
il mio sentirmi rifiutata come figlia e il dover recuperare anche in senso religioso e spirituale il senso di appartenenza, l'innocenza, la purezza
l'amore di un Dio Padre/Madre giudicante, la mia integrità
la mia libertà di essere e "trasgredire" e "sbagliare" e sentirmi amata
anzi "sentirmi" la figlia prediletta.
Non so se è poco ma è stato un gran lavoro e oggi mi congratulo con me stessa e sono grata a tutti gli aiuti esterni che ho accettato per
risalire da un "buio profondo". E tuttavia se non avessi fatto un gran lavoro
interiore non credo che avrei colto le opportunità esterne per "guarire".oggi
ringrazio la mia "malattia mentale" che era un modo di fuggire dalla vita
e dal disagio che la stessa mi provocava, oggi ringrazio tutto e tutti e comprendo quanto la malattia mentale non sia un mito ma un profondo bisogno
di essere aiutati un grido che parte da dentro e che se inascoltato può farti sprofondare nel rifiuto dell'esistenza e nella chiusura verso il mondo.
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Vecchio 18-10-2007, 11.04.24   #24
maxim
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Riferimento: L'analisi alla psicanalisi

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Originalmente inviato da Golem



Sono addolorato quando mi capita di leggere tanta ingiustificata confusione.
Credo che per prima cosa occorra tener ben presente lo spirito che ha forgiato la corrente antipsichiatrica, ripensando a ciò che animava i monumentali contributi di Laing e Cooper, all'impegno di Basaglia, ecc.
Tutto questo fa parte della storia della ricerca sulla psiche ed ha un enorme valore, ma le contraddizioni che sembrano insanabili sono prevalentemente a questo livello terminologico e perciò molto superficiale.
Conosco psicologi che seguono queste impostazioni antipsichiatriche che nel discutere di casi clinici utilizzano le nosografie psichiatriche tradizionali. Anche loro ammettono che per comprendersi occorre un linguaggio comune, universalmente condivisibile, e dicono di ricorrervi solo per necessità linguistiche, ma fortunatamente mai e poi mai si sognerebbero di mettere un paziente al corrente di queste loro disquisizioni diagnostiche.
Mi pare infatti che il fantasma che gira dietro tutte queste discussioni sia l'intolleranza a sentirsi dare una definizione, un'identità di qualsivoglia natura, soprattutto se così autorevolmente appiccicata da uno “psicoesperto”.
E' troppo spesso, specialmente oggigiorno, nell'affannosa ricerca della propria identità, che molti si affidano agli esperti proprio per colmare questa dolorosa lacuna, ma francamente non conosco alternative decisamente migliori.
Sono però spiacente soprattutto per “Animastrana” - che giustamente rifiuta il titolo di “Miss Depressione ansiosa in Personalità Istrionica” – se ha dovuto aggiungere alle sue sventure quella dell'incontro con uno dei tanti psicologi impreparati che affollano il pianeta. Trovarne qualcuno veramente in gamba è una gran botta di c..., ma ci sono, e lo posso testimoniare poiché ho avuto il piacere e il privilegio di conoscerne qualcuno.
Le esasperazioni di ogni posizione e l'iperbole di coerenza di certi assunti porta comunque problemi in ogni fazione. La chiusura degli ospedali psichiatrici non è stata sostituita da strutture decisamente più adeguate, o almeno non ovunque, col risultato che molte famiglie hanno faticato parecchio a supplire queste strutture e ad accudire familiari molto sofferenti.
L'esigenza umanitaria spinge nei casi più eclatanti a negare completamente la malattia, all'opposto la sterilità di certi voli pindarici formulati magari in uno “psicanalese” ben più che ortodosso si riduce ad un atto solipsistico di esercizio della propria meticolosità che trascura la persona e aumenta le distanze, nella fattispecie quella tra terapeuta e paziente.
Ma una diagnosi il terapeuta deve avere il coraggio di formularla!!! Però mi importa mille volte di più che si riesca a intravvedere le dinamiche sottostanti senza magari tradurle nella definizione di una specifica e ben definita personalità o sindrome, piuttosto che si “spari” un referto diagnostico senza avere la ben che minima idea di ciò che sta veramente succedendo al suo assistito.
Concludo collocandomi idealmente vicino a Kore nella sua critica a Maxim. Non concordo con nulla di ciò che scrive, men che meno con l'istinto di morte. NON ESISTE l'istinto di morte, nemmeno il buon vecchio Freud ne ha mai parlato. Ha trattato piuttosto delle PULSIONI di morte che possono talvolta spingere ai gesti più autolesivi, ma per favore, non assolutizzatelo, evitiamo di ipostatizzarlo o perderemo un'opportunità per cercare di comprendere meglio ciò che sente e muove una persona.
Auguro comunque al sig. Maxim di “coitare” spesso, perché mi pare che quando non lo fa non riesca a conservare la sensazione e la certezza di esistere...

Nonostante l’estrema aleatorietà della tua difesa alla psicanalisi tradizionale che purtroppo si smentisce da sola con i fatti, sembreresti pure del settore pertanto è un piacere per me che non si concordi affatto con ciò che ho scritto.

Il coraggio di formulare comunque una diagnosi che può rivelarsi pericolosamente inesatta, è il comun denominatore dei troppi fallimenti della “cura”. Tuttavia il terapeuta può sbizzarrirsi fra la scelta delle mille personalità cui può essere soggetto il “malato” in quanto, come diceva Popper, la diagnosi non è mai passibile di smentita.
Poco importa al paziente affetto da gravi disturbi mentali sapere se i suoi mali siano stati o meno etichettati come non gli può interessare se, in virtù di quell’etichetta, verrà ulteriormente emarginato dalla società…pensiamo piuttosto, ed i miei precedenti interventi si riferivano in particolare alla blanda psicologia piuttosto che alla psichiatria, quando dei semplici comportamenti anomali, delle piccole fobie e dei sanissimi stati d’animo depressivi temporanei, vengono posti sotto analisi, impacchettati, etichettati e rispediti nella psiche di colui che il terapeuta osa chiamare “paziente”.
Pensiamo a quanti bambini iperattivi in senso “normale” e perfettamente adeguati alla nostra frenetica società viene diagnostica in virtù di quel tuo…”coraggio di formulare una diagnosi” l’ADHD, una sindrome che una volta, non si sa perché, non esisteva. Oggi si cura con una terapia che prevede il “sano” coinvolgimento di insegnanti, psicologi, psichiatri e soprattutto con il metilfenidato. Svegliamo i nostri bimbi alle 6.30 di mattina, a scuola fino al tardo pomeriggio, un po’ di compiti, lezione di pianoforte, due salti in palestra, l’analisi dall’esperto in ADHD e se tarda a prender sonno c’è il metilfenidato che ha sostituito egregiamente cappuccetto rosso e cenerentola.
Nonostante questa bella vita, in età adolescenziale sorgono dei problemi che l’amico Manuel parrebbe invece non avere…Thanatos, se il termine “istinto di morte” non è i tuo gradimento, tiene compagnia alla mente dei nostri ventenni. Manuel ride ora delle sue torture subite durante la prigionia, mantiene il sorriso parlandomi di come raccattava i pezzi dei suoi compagni…i nostri ventenni soffrono di disturbi della personalità, e quando ne soffrono, soffrono veramente. Quale singolare causa vorrebbe ricercare l’esperto in traumi giovanili?...si cominci piuttosto ad analizzare la psiche collettiva per scoprire di quali traumi sia stata oggetto in passato.



PS: Ricambio al Sig. Gollum l’augurio rivoltomi nel suo finale
maxim is offline  
Vecchio 18-10-2007, 11.23.47   #25
kore
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Riferimento: Il mito della malattia mentale.

Concordo con Golem e Paperapersa.
Anche io ho avuto l'enorme botta di c... di trovare uno psicoterapeuta che per me è stato un amico oltre che un maestro (nel senso di educatore), con il quale ho potuto discutere di tutto, dal sintomo al problema esistenziale. Lui non mi ha mai indicato facili soluzioni, semmai mi ha posto problemi, che io ho dovuto risolvere da sola secondo coscienza. Ogni volta che gli ho chiesto di dirmi che cosa avevo, si è sempre rifiutato di fornire etichette da DSM IV, mettendo al primo posto, sempre, la persona, ovvero la mia unicità.
Io ho potuto e saputo scegliere, perché nel momento in cui mi sono presentata nel suo studio avevo già letto un'infinita di libri, soprattutto quelli di Fromm e Alice Miller, che tra l'altro ha mosso critiche più che leggittime al metodo seguito da certi psicanalisti freudiani.
Inoltre, non esiste solo la psicanalisi, ci sono diverse correnti di pensiero, tra cui la Gestalt.
La psicoterapia della Gestalt è una forma di psicoterapia umanistico-esistenziale, che aiuta ad acquisire consapevolezza dell’autoregolazione dell’organismo. C'è una bella differenza tra la realizzazione del sé e la realizzazione dell’immagine del sé. La protezione dell’immagine attraverso ruoli implica che non si ha diritto di esistere così come si è.
Ergo, non c'è un "malato" da curare, da raddrizzare, da ri-educare, ma ci sono persone. Curare esclusivamente un aspetto della persona o identificare una parte come la causa del problema significa frammentare artificialmente ciò che in realtà è qualcosa che funziona come unità.
La Psicoterapia della Gestalt è una terapia del qui-e-ora, in cui è posto l’accento sul presente che è il luogo in cui si incrociano le tensioni verso il futuro e gli influssi del passato.
Per chiudere definitivamente il libro sui problemi passati non basta ricordare i problemi passati, così, semplicemente, ma ci si deve ritornare “psicodrammaticamente”, e questo è possibile farlo solo nel presente.
Solo nel presente i sistemi sensorio e motorio dell’individuo possono funzionare, ed è solo nel presente che la consapevolezza e l’esperienza possono avere luogo.
Durante la seduta terapeutica le diverse dimensioni temporali sono, quindi trattate come fossero “qui e ora”, anche quando il paziente sta ricordando qualcosa del passato, l’oggetto del lavoro terapeutico è nel presente delle sue emozioni e delle sue propriocezioni. L’azione del ricordare e del programmare sono riconosciute come funzioni del presente, anche se si riferiscono al passato e al futuro. Tuttavia bisogna distinguere un interesse per il passato e per il futuro, che è fondamentale per il funzionamento psicologico, da un comportamento “come se si fosse realmente nel passato o nel futuro”, ciò inquina le possibilità vive dell’esistenza.
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Vecchio 18-10-2007, 11.49.10   #26
kore
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Riferimento: Il mito della malattia mentale.

Per rispondere all'ultimo post di Maxim::

"Si cominci piuttosto ad analizzare la psiche collettiva per scoprire di quali traumi sia stata oggetto in passato".

Qualcuno lo sta già facendo da decenni, ormai.

Cito, da un articolo scritto dal mio psicologo, alcuni stralci:

"Pare che la realtà sia questa: i sintomi, con il loro carico di sofferenza e disagio, ci richiamano al malfunzionamento del nostro organismo, all’emersione di parti di noi di cui non sospettavamo l’esistenza e che hanno silenziosamente influito sulle nostre scelte, spesso non in modo sufficientemente adeguato all’interesse di tutto il sistema. Ma non è finita! C’è sempre la possibilità di incolpare del proprio mal-essere lo stomaco, il cuore, le cellule, la sfortuna, Dio, gli antenati, gli altri, i vicini prossimi e correre ai ripari attuando una vera e propria repressione; a disposizione abbiamo una gamma nutrita di farmaci e terapie di ogni tipo con un unico obiettivo, quello di eliminare il sintomo, la vera anomalia del sistema.
Troppo impegnativo interrogarsi sul nostro stile di vita, troppo sconveniente ascoltare forze apparentemente sconosciute, troppo filosofico indagare sul senso e sul valore della nostra esistenza e sullo stato della realizzazione dei nostri talenti. Andare a porsi queste domande significherebbe conoscersi, significherebbe funzionare e orientarsi meglio nel mondo e conoscere con più precisione i nostri desideri. Ma tutto questo richiede un impegno e un atteggiamento di appassionata curiosità nei confronti dell’essere umano, doti quasi del tutto estranee alla cultura che ci circonda prevalentemente rivolta a questioni banali, superficiali, futili."


"Molte tecniche, pur interessanti e tecnologicamente avanzate, vengono spesso utilizzate in senso manipolatorio, all’interno di un’etica autoritaria. L’etica autoritaria, il più delle volte, non è più riconoscibile, in quanto mascherata da seduzione, fascino del sapere, promesse allettanti e messa in atto da “persone intelligenti”, ben intenzionate e in buona fede. L’etica autoritaria utilizza l’Ego come strumento principale per realizzare il suo fine di mistificazione (etichettare, incasellare, falsificare) della realtà. Ma l’Ego è come il prezzemolo, c’è ovunque, e riconoscere la molteplicità di aspetti e di forme che assume è come riuscire a scoprire i trucchi di un prestigiatore. Per andare verso una formazione (e relazioni) aderente ad un’etica umanistica è necessario un grande impegno etico, una costante attenzione e continue verifiche ecologiche in chi si assume, temporaneamente, la responsabilità di costruire percorsi di crescita (noi formatori; e genitori, insegnanti, politici ne sono esclusi?)".

(Per chi è interessato a dare un'occhiata all'intero articolo, riporto il link:
http://81.75.57.47/fad/Dispensa%20n....%20To mai.doc
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Vecchio 18-10-2007, 12.22.34   #27
maxim
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Riferimento: Il mito della malattia mentale.

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Originalmente inviato da kore
Per rispondere all'ultimo post di Maxim::

"Si cominci piuttosto ad analizzare la psiche collettiva per scoprire di quali traumi sia stata oggetto in passato".

Qualcuno lo sta già facendo da decenni, ormai.

Cito, da un articolo scritto dal mio psicologo, alcuni stralci:

"Pare che la realtà sia questa: i sintomi, con il loro carico di sofferenza e disagio, ci richiamano al malfunzionamento del nostro organismo, all’emersione di parti di noi di cui non sospettavamo l’esistenza e che hanno silenziosamente influito sulle nostre scelte, spesso non in modo sufficientemente adeguato all’interesse di tutto il sistema. Ma non è finita! C’è sempre la possibilità di incolpare del proprio mal-essere lo stomaco, il cuore, le cellule, la sfortuna, Dio, gli antenati, gli altri, i vicini prossimi e correre ai ripari attuando una vera e propria repressione; a disposizione abbiamo una gamma nutrita di farmaci e terapie di ogni tipo con un unico obiettivo, quello di eliminare il sintomo, la vera anomalia del sistema.
Troppo impegnativo interrogarsi sul nostro stile di vita, troppo sconveniente ascoltare forze apparentemente sconosciute, troppo filosofico indagare sul senso e sul valore della nostra esistenza e sullo stato della realizzazione dei nostri talenti. Andare a porsi queste domande significherebbe conoscersi, significherebbe funzionare e orientarsi meglio nel mondo e conoscere con più precisione i nostri desideri. Ma tutto questo richiede un impegno e un atteggiamento di appassionata curiosità nei confronti dell’essere umano, doti quasi del tutto estranee alla cultura che ci circonda prevalentemente rivolta a questioni banali, superficiali, futili."


"Molte tecniche, pur interessanti e tecnologicamente avanzate, vengono spesso utilizzate in senso manipolatorio, all’interno di un’etica autoritaria. L’etica autoritaria, il più delle volte, non è più riconoscibile, in quanto mascherata da seduzione, fascino del sapere, promesse allettanti e messa in atto da “persone intelligenti”, ben intenzionate e in buona fede. L’etica autoritaria utilizza l’Ego come strumento principale per realizzare il suo fine di mistificazione (etichettare, incasellare, falsificare) della realtà. Ma l’Ego è come il prezzemolo, c’è ovunque, e riconoscere la molteplicità di aspetti e di forme che assume è come riuscire a scoprire i trucchi di un prestigiatore. Per andare verso una formazione (e relazioni) aderente ad un’etica umanistica è necessario un grande impegno etico, una costante attenzione e continue verifiche ecologiche in chi si assume, temporaneamente, la responsabilità di costruire percorsi di crescita (noi formatori; e genitori, insegnanti, politici ne sono esclusi?)".

(Per chi è interessato a dare un'occhiata all'intero articolo, riporto il link:
http://81.75.57.47/fad/Dispensa%20n....%20To mai.doc

Non mi pare che lo stralcio riportato si discosti molto da quello che dico...l'intero articolo invece sconfina spesso nella metafisica e per questa, la scienza in cui è preparato il tuo amico, non mi pare la più adatta a portare chiarezza.

maxim is offline  
Vecchio 18-10-2007, 16.04.23   #28
kore
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Riferimento: Il mito della malattia mentale.

Ho riportato appositamente quello stralcio per dimostrare che ci sono psicologi e psicoterapeuti che non inseguono definizioni da manualetto e non tifano per la lobotomia chimica.
In quanto alla metafisica... non ho notato discorsi metafisici. Ma se il bisogno di spiritualità insito nell'essere umano viene valorizzato e rispettato anche in sede terapeutica non mi sembra un gran male.
Sai, Maxim, io non ripongo fede assoluta nelle risposte della scienza, dal momento che la scienza non ricerca un senso nelle cose. L' essere umano sì, è alla perenne ricerca di un senso.
La scienza risponde al "come" e non al "perché". Interrogarsi sul senso, in sede psicoterapica è importante.
Io sono d'accordo con quanto afferma Galimberti, che sia necessario, cioé, un "oltrepassamento della psicologia intesa come scienza autonoma e solidificata sui suoi propri principi, per un esplicito riconoscimento della sua dipendenza dai più vasti ambiti culturali da cui la psicologia media i suoi modelli di lettura.
Ciò sembra concedere due conclusioni: innanzitutto che l'anima non è indagabile in se stessa, e ciò conforta, perché solo così l'uomo resta sempre e comunque da scoprire; che ogni indagine dell'anima è possibile solo con un dialogo ininterrotto con tutte le forme di cultura da cui si desumono i modelli interpretativi, e ciò non ci conforta, perché fino a quando gli psicologi non usciranno dai loro "orti conclusi", per la letteratura dell'anima restano solo le loro soggettive interpretazioni, spesso disancorate dagli scenari culturali, che sono le visioni del mondo che la storia dispiega. E quando dico "mondo" non dico altra cosa rispetto a "uomo", come ben sapevano gli antichi che avevano consegnato un'anima all'uomo ma anche al mondo: e nell'armonia delle due anime vedevano accadere quel che nel loro linguaggio chiamavano bellezza".
Il mio amico non solo conosce quella scienza di cui parli, sia per averla studiata che per averla sperimentata sul campo, sporcandosi le mani con la "materia umana" con cui è a contatto quotidianamente, ma evidentemente è già oltre.
E io ammiro chi evade dagli "orti conclusi" e si avventura in territori altri.
Sarà perché io sono una fautrice dell' interdisciplinarietà, e da uno che pretende di fare lo psicologo mi aspetto una preparazione simile a quella che deve avere un ottimo traduttore.
Non mi accontento di poco.
kore is offline  
Vecchio 18-10-2007, 16.20.53   #29
odissea
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Riferimento: Il mito della malattia mentale.

Lo scenario che maxim dipinge è avvilente, e mi auguro di cuore non sia frutto di constatazioni personali...ovvero spero non sia realistico.

La tendenza a classificare ogni comportamento difforme dalla massa come malattia mentale, non credo appartega alla psichiatria, nè dovrebbe appartenere a tutto ciò che riguarda la psicoterapia o la psicologia in generale. Per malattia mentale si intende una serie di disturbi che incidono negativamente nella vita del paziente (coinvolge la sfera affettiva, sociale, lavorativa, sessuale: tutto insomma) e che lo rendono sofferente, o pericoloso. C'è quindi una doppia componente: quella individuale, e quella sociale. Ciò è evidente nel caso riportato da Hava, dove la schizofrenia del capo tribù non implicava un limite nella vita sociale di quella persona, motivo per cui la malattia mentale non viene toccata, e viene lasciata così com'è: quella persona non sente la necessità di una cura laddove non c'è sofferenza.
Dove invece c'è disagio e dolore, e la vita sociale/lavorativa/familiare è insostenibile perchè il tessuto sociale non è in grado di assorbire e sostenere la persona che ha un disturbo mentale, allora sorgono i problemi; ecco che in alcuni casi (spesso gravi) si ritiene sia utile far vivere la persona in una struttura "protetta", dove per protezione si intende la capacità di mediare e di attutire l'impatto del soggetto disturbato con l'ambiente circostante, e di creare un ambiente dove le paure e le ansie trovino accoglienza e condivisione.
Il fatto che tali strutture siano umane o disumane, abbiano personale competente o incompetente, motivato o demotivato....forse non è argomento di questo tread per cui non mi ci dilungo.

Altra cosa che mi ha fatto riflettere è il concetto secondo cui scopo primo e ultimo della psicoterapia è trovare una causa e una soluzione al "problema".
Non è così semplice e credo che nessuno psicoterapeuta sia così fesso da credere di poter trovare il tasto giuto da premere nel cervello del paziente, per cui questo guarirà per magia. Tuttavia conoscere il contesto in cui la persona è vissuta e cresciuta è molto importante; permette di farsi un'idea delle dinamiche che mette in atto davanti a situazioni di stress o di fatica, gioia e dolore: semplicemente, come in qualsiasi rapporto umano, ti aiuta a conoscere la persona. Spesso ci sono traumi da risolvere, e sono da risolvere perchè sono stati relegati giù nel profondo e si è tentato di negarli: non il contrario.
Purtroppo però altre volte ci si trova davanti ad una realtà ben più spiacevole che ad una triste casua che ha portato ad un triste effetto: delle volte una causa non c'è. La malattia mentale semplicemente esiste in quella persona e non ci sono pozioni, cause e soluzioni: si può semplicmente starle vicini, tentare di arginare le crisi, tentare di rendere la sua vita un po' meno difficoltosa. A volte si tratta di farle semplicemente compagnia, altro non è dato a noi poveri esseri umani.

Per ciò che riguarda l ADHD e cose similari, posso concordare sull'eccessiva medicalizzazione che spesso si riscontra, specie in ambito scolastico. Però c'è un però: bisgna anche tener presente che quello che oggi viene considerato come un soggetto con disturbo del comportamento o dell'attenzione, una volta passava drasticamente come "lo scemo del villaggio".

Per concludere ci terrei a dire che mi ha molto colpito l'intervento di Golem e una sua particolare espressione, ossia: "lo psicoterapeuta deve avere il coraggio di formulare una diagnosi". Questa sua affermazione mi fa pensare che appartenga al ramo...ma forse è una mia fantasia.
Non è facile fare una diagnosi: non lo è dal punto di vista personale, emotivo. Credo che nessuno speri che il disturbo depressivo del proprio paziente sia degenerato in psicosi. E non è facile, quando il paziente si sente meglio, vede progressi e (come è comprensibile) desidera smettere la terapia farmacologica,ricordargli che soffre di schizofrenia, o di qualsiasi altra cosa tale per cui sarà necessario sempre assumere farmaci, pena lo scompenso mentale grave. Sarebbe più facile accontentare il paziente, promettergli meraviglie, dire "ma si dai, in futuro vedrai che sarai completamente sano". E' difficile riportare alla realtà, è doloroso per il paziente come per il professionista.

Forse questo mio lungo post assomiglia più a uno sfogo che ad un intervento di forum.
Se qualcuno è stato così folle da leggere fin qui, tenga presente che più che altro parlo di patologie gravi.
saluti a tutti.
odissea is offline  
Vecchio 18-10-2007, 22.53.00   #30
Elijah
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Riferimento: Il mito della malattia mentale.

Ma sbaglio, o l'errore, come sempre, alla fin fine è quello di voler generalizzare a tutti i costi?

C'è infatti chi dice giustamente che gli essere umani sono tutti differenti tra di loro e avranno modi differenti di reagire di fronte ad un problema. Ciò che può essere utile a qualcuno può essere magari persino nocivo per qualcun d'altro. E questo, in realtà, mi pare che qualsiasi medico, chirurgo, come anche psicologo, ecc., lo sappia piuttosto bene. Non si sa mai con assoluta certezza l'esito di come andranno a finire le cose (in una cura, o in un intervento chirurgico, oppure in una psicoterapia, ecc.). Tutto dipende da persona a persona, da caso a caso. La bacchetta magica, purtroppo, per il momento, nessuno è ancora riuscito ad inventarla. E se un qualche professionista vuole far credere a volte qualcosa del genere ai suoi pazienti, credo - e spero - che sia più per il loro bene, per trasmetterli un po' di fiducia, se è di questa che hanno bisogno in quel momento.
Mi rifiuto di credere che lo si faccia con un qualche intento negativo, o perché si crede veramente che seguendo "il manuale" alla lettera si possa risolvere effettivamente ogni caso.

Ma a parte questo, l'errore successivo che bisogna evitare di fare, dopo essersi resi conto di come ogni soggetto varia dall'altro, e che ognuno deve alla fin fine trovare la sua di via per la guarigione, e di come gli psicologi sono tutt'altro che dei maghi, è quello di non generalizzare dicendo che tutti gli psicologi sono uguali, cioè incompetenti e non in grado di aiutare in alcun modo chi si trova nel bisogno.
Voglio dire, abbiamo appena detto che è importante non generalizzare, quindi evitiamo di farlo anche nei confronti degli psicologi. Come ce ne sono alcuni in gamba, che hanno un buon intuito magari e riescono a capire in fretta di cosa necessitano i loro pazienti, allo stesso modo ce ne sono altri che sono dei poco di buono, e questo credo che nessuno lo neghi.

Quindi, bando ai miti, sia quello che vuole che nessuno è malato, sia quello che vuole che tutti gli psicologi e psichiatri non sono che degli incompetenti e che non sanno fare il loro lavoro.

La verità, alla fin fine, credo che stia in mezzo. La famosa e leggendaria via di mezzo.

Insomma: la famosa "botta di cu*o". Se ti va bene, becchi la persona giusta, se no, amen.

Elijah is offline  

 



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