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Vecchio 26-03-2008, 15.43.33   #1
hava
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Una nuova generazione nella societa' odierna

Nelle ultime settimane ho letto alcuni dei libri dello scrittore giapponese Haruki Murakami e sono rimasta impressionata dal racconto di una gioventu' senza speranza in un abisso di tremenda solitudine. Nel loro mondo non ci sono genitori : sono scomparsi o mai esistiti, ed i ragazzi in preda a se stessi, senza guida ed appoggio.
Seguono i frequenti suicidi, il ricovero negli istituti per malati psichici, e una vita nella quale predominano impossibili fantasie.
Ed in questa desolazione anziche' sviluppare violenza i giovani si sostengono a vicenda in un mondo senza adulti, eppure ordinato e civile. Ed in questo loro mondo c'e' dignita' e delicatezza, senza alcun segno di rivoluzione giovanile, o distruzione di tipo Saramago.
Cerco di comprendere una crisi forse mondiale, alla quale ci sono risposte e reazioni diverse. La reazione presentata qui e' certamente singolare.
hava is offline  
Vecchio 27-03-2008, 18.36.43   #2
nevealsole
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Anestesia della mente?

Ciao Hava,
non conosco lo scrittore che citi ma presumendolo giapponese mi ha fatto tornare in mente un film: Babel.
LA descrizione del Giappone in quel film è un po differente da quella che citi tu.
Ricordo che mi piacque molto, ma è passato un po' di tempo.
C'era un collegamento unico (un'arma) che girava per il mondo collegando differenti modi di soffrire in differenti individui.
Il Giappone, rappresentato da una quindicenne di buona famiglia, risultava ovattato, come se tutto si giocasse in superficie.
Ragazzi senza genitori, perché i ritmi lavorativi incalzanti li rendono pressoché sconosciuti, e volti al consumismo più sfrenato. Consumismo fatto perlopiù di divertimento (comprare, giocare ai videogiochi, il karaoke, e così via).
In un certo senso mi viene in mente il Siddharta di Hesse, e l'illusione di un padre dal preservare il proprio figlio dalle sofferenze non facendogli conoscere il mondo.
Forse non c'è rivoluzione nelle nuove generazioni (in alcuni di loro, in verità), perché per fare la rivoluzione bisogna volere, e per volere bisogna desiderare e per desiderare bisogna non avere.
Io trovo che ci sia molta incapacità di azione, e molta voglia di rimanere fermi nelle proprie posizioni.
Per il caso del Giappone, inoltre, sarebbe interessante conoscerne i presupposti culturali.
Ci sarebbe da chiedersi come mai una metà del mondo (USA) va verso l'aggressività assoluta mentre l'altra metà va verso l'isolamento irreale e la non reazione.
nevealsole is offline  
Vecchio 27-03-2008, 21.37.12   #3
hava
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Riferimento: Anestesia della mente?

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Originalmente inviato da nevealsole
Ciao Hava,
non conosco lo scrittore che citi ma presumendolo giapponese mi ha fatto tornare in mente un film: Babel.
LA descrizione del Giappone in quel film è un po differente da quella che citi tu.
Ricordo che mi piacque molto, ma è passato un po' di tempo.
C'era un collegamento unico (un'arma) che girava per il mondo collegando differenti modi di soffrire in differenti individui.
Il Giappone, rappresentato da una quindicenne di buona famiglia, risultava ovattato, come se tutto si giocasse in superficie.
Ragazzi senza genitori, perché i ritmi lavorativi incalzanti li rendono pressoché sconosciuti, e volti al consumismo più sfrenato. Consumismo fatto perlopiù di divertimento (comprare, giocare ai videogiochi, il karaoke, e così via).
In un certo senso mi viene in mente il Siddharta di Hesse, e l'illusione di un padre dal preservare il proprio figlio dalle sofferenze non facendogli conoscere il mondo.
Forse non c'è rivoluzione nelle nuove generazioni (in alcuni di loro, in verità), perché per fare la rivoluzione bisogna volere, e per volere bisogna desiderare e per desiderare bisogna non avere.
Io trovo che ci sia molta incapacità di azione, e molta voglia di rimanere fermi nelle proprie posizioni.
Per il caso del Giappone, inoltre, sarebbe interessante conoscerne i presupposti culturali.
Ci sarebbe da chiedersi come mai una metà del mondo (USA) va verso l'aggressività assoluta mentre l'altra metà va verso l'isolamento irreale e la non reazione.


Ciao Nevealsole, la tua impressione di un "gioco in superficie" e atmosfera ovattata" sembra confermarsi anche dalle descrizioni di questo abilissimo scrittore.
Devo dire che per me questa e' stata una rivelazione perche' non sapevo nulla di questa nuova generazione di giapponesi.
La mancanza dei genitori non e' spiegata in un mondo di giovani abbandonati a se stessi, e l'impressione e' che non siano mai esistiti. Una generazione senza radici e senza protezione. Nella loro giovane eta' imparano da soli il sesso, senza guida alcuna, e lo fanno con delicatezza e responsabilita'.
Cio' che mi ha colpita sono le fantasie che occupano gran parte della vita emozionale, l'amore per la musica , in prevalenza d'origine americana.
Se non si ribellano e' forse perche' ribellandosi ci si attende una qualsiasi reazione che in questo caso manca assolutamente.
Questo scrittore usa le metafore in tal modo che i lettori hanno bisogno di molta immaginazione per comprenderne il profondo significato. E puo' pure darsi che non tutti i lettori lo interpretino nella stessa maniera. Ma secondo me un buon libro si lascia interpretare come ogni altra opera d'arte.
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Vecchio 27-03-2008, 22.48.11   #4
carlojump
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Riferimento: Anestesia della mente?

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Originalmente inviato da nevealsole
Forse non c'è rivoluzione nelle nuove generazioni (in alcuni di loro, in verità), perché per fare la rivoluzione bisogna volere, e per volere bisogna desiderare e per desiderare bisogna non avere.
Io trovo che ci sia molta incapacità di azione, e molta voglia di rimanere fermi nelle proprie posizioni.
Se me lo permettete, vorrei uscire dall'ambito asiatico, del quale ho una conoscenza a dir poco scarsa, e generalizzare il discorso sulle nuove generazioni per poter parlare a titolo personale; non pretendo di esprimere il pensiero di un'intera generazione, ma solo la mia (confusa) opinione sul tema.
Nevealsole, io non credo che il problema sia l'avere troppo: lo sarebbe se si parlasse dell'impossibilità di attuare una "rivoluzione sociale", ma dal post di hava mi sembra che si parli di disagio a livello individuale ed esistenziale, prima che sociale.
E' difficile immaginare una situazione di disagio sociale, e quindi una conseguente protesta, perlomeno al di fuori delle minoranze e della fascia meno abbiente della popolazione: la nostra società sta in piedi grazie al consumismo, che presuppone una diffusione della ricchezza abbastanza equa perchè ognuno,a prescindere dalla condizione di nascita, dal mestiere, dall'istruzione, possa permettersi di sprecare abbastanza da mandare avanti i meccanismi della produzione. Il capitalismo avrà anche distrutto i valori e ridotto le persone a numeri e merce, ma a questo sistema dobbiamo la nostra sussistenza, di questa logica il nostro pensiero è oramai impregnato a tal punto che una critica radicale al sistema non può che essere frutto di superficialità e ipocrisia.
Donde il disagio? Io la buttò lì: e se si trattasse- oh banalità del pessimismo romantico!- di un disagio esistenziale umano che prima di noi era stato esorcizzato come sociale e che noi, per la prima volta, siamo costretti a trasportare sul piano esistenziale ed individuale? Potrebbe essere per questo che non sappiamo con quali strumenti affrontarlo...
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Vecchio 28-03-2008, 00.29.00   #5
donella
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Riferimento: Anestesia della mente?

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Originalmente inviato da carlojump
Donde il disagio? Io la buttò lì: e se si trattasse- oh banalità del pessimismo romantico!- di un disagio esistenziale umano che prima di noi era stato esorcizzato come sociale e che noi, per la prima volta, siamo costretti a trasportare sul piano esistenziale ed individuale? Potrebbe essere per questo che non sappiamo con quali strumenti affrontarlo...

E' una affermazione che mi suona intuizione geniale.
Ti va di sviluppare il concetto?
donella is offline  
Vecchio 28-03-2008, 09.50.55   #6
falbala48
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Riferimento: Una nuova generazione nella societa' odierna

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Originalmente inviato da hava
Nelle ultime settimane ho letto alcuni dei libri dello scrittore giapponese Haruki Murakami e sono rimasta impressionata dal racconto di una gioventu' senza speranza in un abisso di tremenda solitudine. Nel loro mondo non ci sono genitori : sono scomparsi o mai esistiti, ed i ragazzi in preda a se stessi, senza guida ed appoggio.
Seguono i frequenti suicidi, il ricovero negli istituti per malati psichici, e una vita nella quale predominano impossibili fantasie.
Ed in questa desolazione anziche' sviluppare violenza i giovani si sostengono a vicenda in un mondo senza adulti, eppure ordinato e civile. Ed in questo loro mondo c'e' dignita' e delicatezza, senza alcun segno di rivoluzione giovanile, o distruzione di tipo Saramago.
Cerco di comprendere una crisi forse mondiale, alla quale ci sono risposte e reazioni diverse. La reazione presentata qui e' certamente singolare.
Carissima hava,
non ho letto i libri di cui parli, ma posso esprimere un mio parere sul mondo dei giovani basandomi come sempre sul mio vissuto . Mi colpisce la frase “nel loro mondo non ci sono genitori” e mi chiedo perché? Non sento altro che parlare dei genitori della loro latitanza.Io penso che più che dell’assenza dei genitori si debba parlare dell’ assenza di rispetto per se stessi in prima persona per gli altri dopo. Cosa passa per la testa di ragazzine che si prostituiscono per una ricarica del cellulare? Che fanno orgie, che si stordiscono con porcherie di vario genere.Come fanno a rispettare gli altri se non rispettano neanche loro stessi? Questo interrogativo mi frulla nella testa da un po’ di giorni.Il rispetto è un valore che si acquisisce con l’esempio? È una dote innata? È una conquista? Purtroppo da quello che vedo e sento, capisco che i giovani si sostengono in modo completamente diverso, in maniera distorta, la reazione dei giovani descritti dal romanzo che citi, penso sia tipica e riconducibile all’antica cultura orientale, ancora ricordo con piacere il film l’ultimo samurai, la delicatezza ed il rispetto con cui veniva esplorato l’animo umano. Ho letto su internet che il padre di questo scrittore era un monaco, quindi mi viene da pensare che tale modo di descrivere ,una parte della gioventù giapponese, derivi dalla sua educazione e penso dall’ abitudine alla riflessione, al rispetto di cui sopra e all’osservazione dell’anima con quella capacità che solo gli orientali hanno e che a noi occidentali manca. Parlo di una parte della gioventù orientale, perché l’altra parte per ciò che vedo nei documentari fa come i nostri .
buona giornata
falbala48 is offline  
Vecchio 28-03-2008, 09.58.19   #7
nevealsole
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Riferimento: Anestesia della mente?

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Originalmente inviato da carlojump
...
ma a questo sistema dobbiamo la nostra sussistenza, di questa logica il nostro pensiero è oramai impregnato a tal punto che una critica radicale al sistema non può che essere frutto di superficialità e ipocrisia.

Mi auguro che gli aggettivi superficialità e ipocrisia non siano relativi al mio commento, perché mi sembra che ci siano proprio nuove teorie economiche che parlano della necessità di rivedere a livello mondiale il sistema incentrato su consumismo e pil, perché questo non funziona più.
(o forse l'ho sognato, ne parlavano a report... ma poi mi è preso il sonno, e non so più distinguere cosa dicevano loro da cosa ho sognato io...)


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Originalmente inviato da carlojump
Donde il disagio? Io la buttò lì: e se si trattasse- oh banalità del pessimismo romantico!- di un disagio esistenziale umano che prima di noi era stato esorcizzato come sociale e che noi, per la prima volta, siamo costretti a trasportare sul piano esistenziale ed individuale? Potrebbe essere per questo che non sappiamo con quali strumenti affrontarlo...

Io trovo che il disagio sia sociale, come sempre nella storia.
Il percepirlo come individuale è l'estrema conseguenza della devianza sociale che porta ciascuno di noi a pensare solo a sé ed essere responsabile solo di sé (banalizzo: il problema non è che il modello di riferimento è il denaro ma il fatto che "tu" non riesci a crearti modelli alternativi, se non ne hai. Ma la creazione di modelli alternativi spetta al singolo, o alla società nel suo complesso?)

In ogni caso, rileggendo il tuo intervento mi sembra uno spunto interessante e mi associo alla richiesta di approfondimento di Donella.
nevealsole is offline  
Vecchio 28-03-2008, 10.21.45   #8
paolo pil
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Riferimento: Una nuova generazione nella societa' odierna

Il post di hava indica i segnali un disagio notevole, e si domanda se sia un fenomeno nazionale (giapponese), oppure se quello stesso disagio sia presente anche altrove. E’ una domanda ambiziosa, ma molto interessante.

Per parte mia, posso indicare la esistenza, proprio in Giappone, di fenomeni, sociali ed artistici, assai singolari.
Mi riferisco alla cd. “dollz-art” che da risalto al soggetto bambola. Questa forma di arte digitale è stata influenzata moltissimo dalla cultura kawaii, altro fenomeno sociale ed artistico forse degno di nota in questo contesto.

La espressione “kawaii” significa grossomodo “ma che carino!”. Si tratta di un tenero ed inquietante stile adolescenziale, che influenza un certo tipo di arte contemporanea di grande successo e prossima a diventare autorevole.
Lo stile kawaii nasce diversi anni fa (inizi anni 80) in Giappone dalla cultura degli adolescenti, come estetica del ludico infantile. Segni dall’aspetto visuale puerile e fumettistico (cartoni, cd. anime, scritture infantili et similia). E’ da quegli anni che, nel mondo giovanile giapponese, si è sviluppata una sorta di nuova estetica corrispondente ad una sensibilità conosciuta e condivisa solo dal mondo giovanile isolato.

Dal kawai è nata ovviamente una industria che vende merci per profitto, ma questo è un altro discorso. Il kawai parrebbe tramandarsi tra i giovani adolescenti giapponesi, di generazione in generazione, fino ai giorni nostri.

Quello che è interessante è che il leader del kawaii-pensiero è l'artista Takashi Murakami (un altro Murakami, non quello di Hava) pittore e scultore giapponese del "carino ". Egli non è più giovane (è nato nel 61 o 62) ma potrebbe catalizzare nella sua arte e figura (prossima a diventare, o già diventata, dotta) una attitudine diffusa tra i giovani e giovanissimi.

Quando vedo le opere di Murakami, opere piuttosto “difficili” che possono sembrare solo infantili agli occhi del noefita, sento una certa inquietudine. La stessa inquietudine che - personalmente - ho provato leggendo i fenomeni descritti dal Murakami citato da hava. Un isolamento adolescenziale, tenero e al contempo inquietante, tra il funebre e l’allucinogeno.

Tutto questo mi fa pensare, con un certo relativismo, che la crisi o il disagio di cui si discute potrebbe forse avere forti radici nazionali.
Ciò non toglie che quel disagio possa esistere anche altrove.
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Vecchio 28-03-2008, 11.29.54   #9
ancient
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a proposito della condizione giovanile nel Giappone attuale, avevo già segnalato in un altro topic il fenomeno degli "hikikomori":

http://lescienze.espresso.repubblica...orz a/1325026
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Vecchio 28-03-2008, 11.34.58   #10
chlobbygarl
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Originalmente inviato da paolo pil
Tutto questo mi fa pensare, con un certo relativismo, che la crisi o il disagio di cui si discute potrebbe forse avere forti radici nazionali.
Ciò non toglie che quel disagio possa esistere anche altrove.
Quel disagio è certamente il frutto di quella cultura nazionale giapponese che tu hai ben tratteggiato, ma interessa proprio perchè la distanza che ci separa da quel disagio è relativa e perchè la cultura è sempre sociale e collettiva come elaborazione e come ricadute, e mai individuale.I suicidi in massa giapponesi non possono non far pensare ad un 'male' sistemico ed endemico di quella società.Quel disagio espresso nelle opere dell'artista che hai citato raccoglie ed esprime il senso di quanto possibile perchè percepibile come potenziale da tutti noi, quelle opere hanno un valore perchè riescono a comunicare tensione e dolore credibili e contestualizzabili ma percepiti come possibili pure da noi, anche se un pò distanti e diversi, 'altri'.
Una società in cui i giovani sono privati di spensieratezza relativa e costretti a soffrire per diventare anzitempo responsabili ci dice che la psiche è intanto il prodotto specifico del topos nel quale evolve la cultura che la determina.
Le radici nazionali di quel disagio non tolgono evidentemente al medesimo la possibilità di essere inquadrato, come espressione particolare, nel dibattito
odierno sui sistemi sociali ed economici (capitalismo, quale capitalismo per quali conseguenze).A globalizzazione vigente i livelli sociale-culturale-individuale, oggi sempre più di ieri, appaiono inscindibili nella valutazione degli effetti finali agendo tutti da concause determinanti.
chlobbygarl is offline  

 



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