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Vecchio 15-04-2002, 22.15.38   #51
VanLag
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Per POISON

Non ho seguito la discussione che, quando mi sono registrato, era già abbondantemente sviluppata, ma mi ha colpito questa affermazione di POISON.

- …..per capire la verita' dovremmo essere la verita' dovremmo uscire da tutto ed essere tutto.....ma purtroppo...non e' possibile….. –

A POISON vorrei chiedere:

Sei sicuro che non sia possibile?

Dove appendi la tua identità il tuo “io”? Con che metro lo misuri? Come lo pesi? Come delimiti la sua periferia?
Ti hanno detto che sei un corpo ed una mente! E se fosse solo una convenzione che hai/abbiamo accettato? Se fosse una abile trucco di qualcuno che ha voluto chiudere il genio nella lampada per togliere di mezzo la sua ingombrante capacità creativa?
Magari sei il tutto ma ti ostini ad identificarti in una parte.
VanLag is offline  
Vecchio 16-04-2002, 20.56.50   #52
POISON
 
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allora per vanlag....
il problema riguarda il comunicare.facciamo conto che tu vanlag abbia capito di essere la verita' ,abbia cosi' espanso il tuo io da diventare tu stesso verita',come pensi di comunicarlo a coloro che non hanno preso ancora coscienza di questo tuo status??
saresti solo.un santo e' tale perche' differisce dalla moltitudine che ancora non vive la verita'.quindi quando tu mi chiedi se sono sicuro che non si possa essere la verita', ti rispondo che non lo so.non so se esista una verita e se questa possa essere vissuta.
l'unico modo di saperlo sarebbe viverla ma cio' purtroppo non mi e' ancora accaduto.
se provassimo a spiegarci la verita' con la maggior coerenza logica possibile, penso che non saremmo ancora soddisfatti.
ti faccio un esempio bislacco:se gesu' moltiplicasse i pesci oggi e dicesse che e' opera di dio sicuramente ci affascinerebbe ma non ne saremmo soddisfatti.sarebbe un dogma.e come tale non e' soddisfacente per la ragione.ripeto.l'uomo non vuole conoscere dio:vuole esserlo.
siamo destinati al dolore,all'insoddisfazione,sia mo destinati al dramma della vita.
la ragione ci spinge a cercare spinta da un bisogno profondo che deriva dalla natura stessa del ragionare.
non possiamo prescindere dall'asolutizzare qualsiasi cosa.ragioniamo per assoluti quando pero' non abbiamo il minimo riscontro di questi.
tutta la filosofia da platone in poi(esclusi alcuni pensatori(vedi epicuro,i sofisti ecc)ha cercato il risultato,ha cercato la risposta.ma cosa ha trovato?qual'e' l'attendibilita' dell'esito della ricerca?nessuno.sul piatto della bilancia due ragionamenti metafisici(che vogliono ricondurre il mondo ad unita' prescindendo cosi' dall'esperienza)hanno lo stesso grado di attendibilita' proprio perche' entrambe valicando l'esperienza non sono piu' sottoponibili ad alcun riscontro(con quali elementi effettuiamo il paragone se non conosciamo l'originale?nb se lo conoscessimo non ci sarebbe piu' il bisogno di scegliere).
rimango quindi dell'isea che non si possa parlare di verita'.questo e' l'"assurdo":la ragione come unico strumento di conoscenza che spinge l'uomo ad unificare senza pero' dargliene la possibilita'.in questi termini postremmo dire che l'uomo ritrova se stesso.niente e' del tutto attendibile e questo ci mette in crisi.vivere questa crisi ci riporta forse ad una piccola certezza:la nostra solitudine.penso che in questa condizione nuova, nell'incapacita' di soddisfare le proprie esigenze l'uomo riesca a definire se stesso.
allora l'accettare una soluzione diversa dall'assurdo significherebbe peccare di disonesta'.in quetsi termini si puo' parlare di ragione che nega se stessa,si puo' parlare di assurdita'.
come e' ben chiaro si parla di scetticismo non di materialismo si parla di agnosticismo non di ateismo.


POISON
 
Vecchio 17-04-2002, 13.20.34   #53
VanLag
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Per POISON

POISON hai evaso le mie domande in favore di una dissertazione speculativa.
E’ anche vero che erano domande la cui risposta è molto personale. La scoperta di “ciò che siamo” equivale a ghermire l’essenza del nostro essere e dell’esistenza stessa. In quel momento, conoscere ed essere, sono la stessa cosa e, come dici tu, quello che si scopre non è comunicabile. Comunque io non limiterei l’uomo ad un contenitore rigido qual è il corpo/mente.
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Vecchio 17-04-2002, 15.30.23   #54
POISON
 
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......spiegati anche tu pero'!!!!
di' la tua!!!
in che senso ho eluso la domanda?ho risposto ho detto che se dobbiamo parlare in termini razionale di verita' ci troviamo davanti a dei paradossi.


vanlag:"Comunque io non limiterei l’uomo ad un contenitore rigido qual è il corpo/mente."
tu puoi vederla cosi' farlo ma su che parametri giustifichi tale affermazione???????sulla verita'?rimane il problema del vivere e del comunicare la verita'!!!dammi un motivo per intendere la questione in maniera differente ed io ti seguiro'!!!
poi tu parli di scoprire cio' che siamo...su che parametri dirigi questa ricerca?te l'ho gia' detto l'unico modo per capire chi siamo e' la nostra solitudine,la nostra incapacita' di trascendere l'esperienza di fronte alla nostra inevitabile tendenza a farlo.
ma e' una conoscenza che l' uomo ha di se' scaturita dal fatto di esistere,esistenza intesa come quel fattore che determina il nostro essere.
bisogna determinare i parametri della discussione e penso in parte di averlo fatto.quindi quando ti dico che non so pronunciarmi sulla verita' o la possibilita' di intendere l'uomo al di fuori della discussione sull'esistenza non eludo le tue domande ma ti dico che non posso proprio affrontarle perche' consapevole che un ipotizzare la verita' e credere quell'ipotisi come vera sarebbe come saziarmi con l'idea di un panino....
essere onesti significa capire che cio' che ci riporta a noi stessi non e' il panino ma la fame!!!!!!!




POISON
 
Vecchio 18-04-2002, 10.09.20   #55
VanLag
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Per Poison

POISON, non voglio mistificare!........... Non ho scuole di pensiero o verità da vendere, ne voglio fare prevalere il mio pensiero su quello degli altri. Caso mai vendo “incertezze” che lasciano la aperta la strada alla scoperta. Una scoperta che comunque è del singolo.

Tu affermavi che è impossibile essere il tutto. Secondo la mia esperienza ciò che siamo non è definibile ne classificabile. Da quanto ho scoperto, posso affermare, che non siamo “solo” quel corpo/mente nel quale la cultura e la società ci hanno insegnato ad identificarci e che porta con se tutta quella serie di “luoghi comuni” che ci soffocano. Quello era il senso delle mie domande.

Per il resto, ripeto che non mi sono soffermato molto sul discorso che, era già ampiamente sviluppato.
VanLag is offline  
Vecchio 21-04-2002, 19.28.24   #56
POISON
 
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da oggi in poi chiamatemi attila :dove passo io non si fanno piu' discorsi....
ma che vi succede??????non vi interessa quello che dico?????
vieschi...che fine hai fatto!!!!????


poison
 
Vecchio 22-04-2002, 09.08.20   #57
visechi
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Il libero arbitrio?

Per POISON del 15.04.2002 e seguenti

Calma, calma… io non ho troppo tempo a mia disposizione, per cui accendo il computer quando posso e, dopo una lunga riflessione, rispondo. Comunque sono qui, non ho aluna intenzione di smettere, almeno per il momento.

Dici che “…La notizia della non esistenza di Dio sarebbe un problema…” e poi eludi la questione citando i paradossi di Gorgia, quasi fossero delle risposte. Ciò che affermava Gorgia può essere, anzi è, estremamente interessante; non sarebbe però meglio e più stimolante se tu ci facessi conoscere le tue riflessioni, personali, in merito? Hai anche ignorato l’intero mio intervento sul Bene assoluto e relativo da te introdotto in precedenza. Dopodiché ti lanci in una dissertazione di difficile soluzione. “…nel momento in cui comprendessimo la verità, saremmo già oltre la razionalità… saremmo pari a Dio (maiuscolo); vivremmo la verità, saremmo la verità, saremmo santi…e non penso proprio si possa comunicare a parole”. Convengo con te sul fatto che se fossimo in grado di comprendere la Verità, saremmo noi stessi la Verità, e vivremmo nella Verità; saremmo parte integrante dell’unicità ed in quanto tali non avremmo nessun bisogno di comunicare alcunché ad anima viva perché, in tal caso, l’intera umanità (e non solo) sarebbe parte integrante della Verità. Salvo che non s’intenda testimoniare la nostra esclusiva appartenenza alla Verità (da qui l’esigenza di comunicare tale appartenenza a qualcuno), ritornando all’origine della discussione/riflessione, alla spiritualità elitaria (gnosticismo), peraltro già rifiutata in precedenza. Viceversa, se fosse solo un problema di presa di coscienza, teoria cui sembrerebbe tu propenda nel seguito della dissertazione (risposta a VanLag), beh! Devi ammettere il paradosso: una Verità in cui siamo inglobati senza che noi ce ne rendiamo conto, sarebbe una Verità già limitata in partenza. In ogni caso, in questa limitatezza, in questa mancata presa di coscienza, non potresti trovare un posticino per il “libero arbitrio”?
E’ probabile che la Verità possa essere omnicomprensiva; onnisciente; passato, presente e futuro; illimitata etc… Tutte le qualità solitamente attribuite, o attribuibili alla Verità; anche in tale evenienza non potremo far a meno di essere scontati, avvitandoci nella domanda: ” Ma se la Verità è il TUTTO inconoscibile, perché dobbiamo aprioristicamente limitarla, impedendole o rifiutandole la facoltà di concedere all’uomo il “libero arbitrio”? Il che presupporrebbe, se non erro, una risposta di tal fatta: “Una Verità che lasci spazio a libere scelte, a libere volontà, al libero arbitrio, non sarebbe più una Verità onnisciente, onnicomprensiva, sarebbe limitata e, quindi, non assoluta e, pertanto, non Verità”. Come vedi un avvitamento che lascia ben poche possibilità d’uscita.

Su tale argomento ho appena letto la riflessione di Webmaster in cui, in premessa, è posto in evidenza la pecu-liarità della condizione umana rispetto a quella degli altri esseri viventi per effetto della capacità/possibilità, accordata agli uomini, di scegliere e, in una certa misura, non facilmente quantificabile, di autodeterminare la propria esistenza.
Tale condizione di “privilegio” - si afferma - è stata, nei tempi, fonte di contraddizioni e di enormi conflitti tuttora irrisolti. In conseguenza di questa “causa prima”, del “libero arbitrio”, deriverebbe l’esigenza umana di crearsi idoli e culti, inevitabile contraltare alle tante incertezze e paure connaturate alla necessità di dover scegliere. Una spiritualità che, nel corso dei millenni, è stata infarcita di dogmi che lungi dall’attestare l’universalità oggettiva del messaggio salvifico, ne glorificherebbero gli aspetti più autenticamente soggettivi, donando all’uomo una realtà ed una morale soggettivistica e, in quanto tale, arbitraria.
A questo punto mi fermerei per avanzare, con la massima umiltà, qualche dubbio sulla validità universale degli assunti che inducono tali considerazioni.
Il ragionamento fin qui sviluppato sarebbe perfetto se le cose stessero effettivamente (universalmente) così. Mi spiego meglio:
Al cospetto di un libero arbitrio la cui esistenza-presenza fosse universalmente accettata da tutti gli uomini, non perderei troppo tempo a confutare alcunché della riflessione; probabilmente ne riterrei l’intero contenuto valido. Però sappiamo con certezza che il principio (se di principio si può parlare) del libero arbitrio, cioè della libertà riconosciuta all’uomo di SCEGLIERE liberamente senza alcuna costrizione proveniente da entità superiori, siano esse metafisiche o solo di natura psicologica, è rifiutato da una grossa parte dell’umano consesso, per cui ho il timore che una verità che fondi le proprie premesse su di esso sia una verità parzialmente universale, riferibile solo ad una fetta, ancorché maggioritaria (posto che lo sia), del genere umano (per facilità di analisi, io, al momento, mi astengo dal propendere per l’una o l’altra testimonianza di fede).
E’ noto che vi siano correnti di pensiero che rifiutano il concetto di “libero arbitrio” e di libertà così concepito. I luterani, per esempio, hanno posto a fondamento della loro concezione spirituale il determinismo più spinto, teorizzando la predeterminazione dell’uomo per cui qualsiasi sua azione è frutto di un “condizionamento” divino che inserisce l’individuo all’interno di un disegno universale facendone un inconsapevole strumento nel perseguimento del fine ultimo. Non vi sono individui più o meno meritevoli e non vi è la possibilità di modificare il proprio “karma” (direbbero i buddisti) attraverso un comportamento altamente meritorio: le buone azioni non servono alla salvezza.
Anche una dottrina secolare qual è quella della psicoanalisi spinta, esclude una libertà di scelta per il genere umano. Tutto è determinato dalla sedimentazione e stratificazione delle interferenze di carattere culturale e non vi è posto per azioni non psicologicamente programmate. Diverso è l’approccio, in tema di libertà, dei deterministi che teorizzano la dipendenza filogenetica dell’agire umano, ma anche in questo caso ci troveremmo di fronte alla negazione del libero arbitrio, inteso come autonomo moto di spirito.

E’ ovvio che al cospetto di dottrine così marcatamente deterministiche, sorga e s’imponga una riflessione parallela:
“Se il mio agire non è una mia libera scelta, se è frutto di condizionamenti, non riconducibile, quindi, in alcun caso alla mia libera volontà, o se esso è figlio di un disegno superiore a cui io non posso oppormi, qual è il livello di responsabilità (tanto morale che civile) cui sono esposto per effetto delle mie azioni? Sarebbe lecito ipotizzare un'assoluzione (se non altro morale) per effetto di una sorta d’incapacità d’intendere e di volere? Quale potrebbe essere allora la funzione ed il significato del messaggio spirituale? Perderebbe i tratti caratteristici del messaggio salvifico, limitandosi, probabilmente, ad una testimonianza di carattere escatologico, o che altro?”

POSSIBILE SPUNTO PER UNA RIFLESSIONE FUTURA.

E’ evidente che un approccio deterministico al tema testé affrontato renderebbe alquanto improbabile anche la conclusione della riflessione di Webmaster; un orientamento di siffatta portata non ammetterebbe, infatti, la possibilità d’incontrare Dio (ESSERE trascendente) per il tramite di un’analisi introspettiva o di un’attività che ponga al centro dell’indagine l’uomo e il suo relazionarsi con il mondo circostante. Volendo propendere per il determinismo spinto, ma non è detto che sia così, non potrei che concludere questa mia riflessione affermando che:
“No, Dio, essere trascendente, non è dentro ogni uomo…”
Non è neanche detto che la conclusione cui perviene Webmaster sia ammissibile per chi dovesse propendere per il libero arbitrio.

La filosofia è sempre stata alla ricerca dell’assoluto (in questo senso credo tu abbia perfettamente ragione quando affermi che l’indagine umana tende all’assoluto), senza che sia mai riuscita a raggiungere una Verità assoluta, oggettiva ed incontestabile. E’ evidente che, essendo noi limitati, i mezzi a nostra disposizione, il pensiero (inteso nelle sue forme più sublimi ed elevate) non è in condizione di condurci alla comprensione della Verità; tanto è vero che in tale ambito, la filosofia (scienza dell’indagine speculativa per eccellenza), ha ceduto il campo alla religione, che altro non è che una forma di filosofia nobilitata dalla “pretesa” (il termine non deve essere inteso nell’accezione negativa) di fornire risposte assolute ai grandi quesiti dell’esistenza e della post-esistenza. Per far ciò ha dovuto affrancarsi, in maniera sempre più marcata, dalla necessità di essere coerente con la ragione o, per meglio dire, razionale, optando per un’impostazione che, per alcune questioni non altrimenti comprensibili, ha privilegiato l’atto di fede, unico “espediente” (da non intendersi in un’accezione negativa) che ha reso possibile, nel corso dei millenni, il perpetuarsi di forme di spiritualità in cui la componente magico-misterica è molto accentuata.


Ciao
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Vecchio 23-04-2002, 00.22.01   #58
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Ivo Nardi
 
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Grazie per il tuo intervento,
sono d'accordo con quello che hai scritto sulle mie riflessioni, inoltre mi hai fatto capire che il mio scritto non è completo, credevo che si capisse che il termine Dio in realtà era usato in senso più generico molto vicino all'ideologia Panteista, ma effettivamente non è così dal momento che quel nome ha un significato ben preciso.
Riscriverò il testo cercando di sostituire la parola Dio con un concetto più preciso o per lo meno che non permetta al lettore di fraintendere.
Grazie ancora
Ivo
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Vecchio 23-04-2002, 20.45.32   #59
POISON
 
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vieschi tu dici:"Viceversa, se fosse solo un problema di presa di coscienza, teoria cui sembrerebbe tu propenda nel seguito della dissertazione (risposta a VanLag), beh! Devi ammettere il paradosso: una Verità in cui siamo inglobati senza che noi ce ne rendiamo conto, sarebbe una Verità già limitata in partenza. In ogni caso, in questa limitatezza, in questa mancata presa di coscienza, non potresti trovare un posticino per il “libero arbitrio”? "

parlo di gorgia perche' mi ritrovo in lui.
personalmente vieschi sono agnostico ed essendo tale ogni discussione su dio,la verita' ecc trova il tempo che trova.quindi quando faccio delle ipotesi non le reputo possibili ma soltanto masturbazioni mentali senza senso.

potrei continuare a sfornare sillogismi per delineare la figura della verita' cosi' da risponderti a:"una Verità in cui siamo inglobati senza che noi ce ne rendiamo conto, sarebbe una Verità già limitata in partenza. In ogni caso, in questa limitatezza, in questa mancata presa di coscienza, non potresti trovare un posticino per il “libero arbitrio”? "
ma non lo faccio perche' continueremmo sulla strada dei metafisici che ci hanno provato per 2500 anni senza aver cavato un ragno dal buco.
se siamo agnosti non possiamo parlare in termini metafisici.scherzavo,ipotizzav o sulla verita'.

per parlare di libero arbitrio dovremmo di nuovo incartarci sul problema di dio e non ne usciremmo piu'!!!!
sono invece d'accoordissimo sul problema della responsabilita' che pero' io non tratterei partendo dal libero arbitrio ma dalla consapevolezza delle nostre azioni.
e' il senso del tragico che in gorgia si traduce nell'encomio di elena.....questa nostra impossibilita' di conoscere ci rende vulnerabili...in balia del tempo e delle circostanze.non sapere e vivere vuol dire essere spettatori.questo sta a significare la frase"nulla e' se anche fosse non fosse conoscibile e se anche lo fosse non sarebbe comunicabile".....significa ammettere la nostra fragilita'.
credere significherebbe credersi forti e robusti ma non esserlo.io qui ti parlo di esistenza,vieschi,come unico strumento per definire l'uomo:non abbiamo altro e non bobbiamo pretendere altro perche' peccheremmo di disonesta'!!!mentiremmo a noi stessi.l'umanita' e' malata, e' malata della malattia del "che cos'e'"socratico....ma l'uomo non ha capito che la medicina non e' dio ma l'uomo stesso.socrete fu il pprimo a trscendere dal punto di vista etico poiche' viveva in funzione della verita'.per questo nice voleva uccidere socrate perche' cosi' facendo non guariva ma aggravava la malattia..... dato che la malattia e' stata contratta possiamo guarire soltanto accontentandoci dellla nostra sofferenza,del dolore che ci provoca la malattia.



spero di essere stato piu' chiaro.....
POISON
 
Vecchio 26-04-2002, 00.39.59   #60
visechi
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Ripeto… dici che “…La notizia della non esistenza di Dio sarebbe un problema…” e poi eludi la questione citando i paradossi di Gorgia, quasi fossero delle risposte. Ciò che affermava Gorgia può essere, anzi è, estremamente interessante; non sarebbe però meglio e più stimolante se tu ci facessi conoscere le tue riflessioni, personali, in merito? Hai anche ignorato l’intero mio intervento sul Bene assoluto e relativo da te introdotto in precedenza… Hai introdotto il concetto del libero arbitrio e sfuggi il confronto… Parli della verità, e, subito dopo, affermi che “personalmente vieschi sono agnostico ed essendo tale ogni discussione su dio, la verità ecc trova il tempo che trova. quindi quando faccio delle ipotesi non le reputo possibili ma soltanto masturbazioni mentali senza senso”… Fai riferimento a sillogismi che io non sono riuscito a trovare in alcun tuo intervento… Introduci, o meglio, reintroduci il concetto che la medicina-Dio possa essere ricercato solo entro ciascun uomo “ma l'uomo non ha capito che la medicina non è dio ma l'uomo stesso”, ignorando l’intero mio intervento che, appunto, verteva sul medesimo argomento (vedasi la mia confutazione della teoria espressa da Webmaster) e ignorandolo hai omesso qualsiasi commento… Introduci un nuovo concetto che, veramente, mi auguro tu voglia sviluppare fino in fondo, evitando, per quanto possibile, l’utilizzo di slogan troppo criptici… la questione è piuttosto delicata e ciascuno dei nostri interventi deve essere reso il più chiaramente possibile, pertanto, cerchiamo di utilizzare al meglio sia le parole che la punteggiatura, senza timore per lo spazio che andremo ad occupare nel forum.

Frase in esame:
”… questa nostra impossibilità di conoscere ci rende vulnerabili... in balia del tempo e delle circostanze. Non sapere e vivere vuol dire essere spettatori…”
“…ma l'uomo non ha capito che la medicina non è dio ma l'uomo stesso…”.
Nel raccogliere la tua sollecitazione, per comodità d’analisi, scinderei quanto su riportato fra virgolette in più sezioni, ben distinte l’una dall’altra:
1. Questa nostra impossibilità di conoscere ci rende vulnerabili
Sono d’accordo con quanto da te affermato.
E’ vero, l’espansione della ragione, lungi dall’avvicinare l’umanità alla verità e alla piena percezione della realtà, ha piuttosto mostrato quanto vasto sia il campo della “conoscenza possibile” e quanto trascurabile quello indagato, tanto da mettere in bocca ad un illustre scienziato (forse Zichichi – non sono certo) che l’uomo mai e poi mai riuscirà a conoscere tutto il possibile, accrescendo nell’uomo la consapevolezza delle immense potenzialità di sviluppo (anche nel campo della tecnologia), ha determinato la progressiva perdita delle certezze, dilatandone, di conseguenza, sempre più il sentimento di sgomento e di caducità e determinando uno sviluppo esponenziale della vulnerabilità umana.
Per assurdo, è la crescita della conoscenza che ci rende consapevoli dell’impossibilità di conoscere tutto e che ci fa sentire più vulnerabili.
Da qui deriva la necessità di trovare dei sostegni che offrano una nuova base di partenza, autonomamente rinnovabile ed automotivante, che proietti o traghetti, anche provvisoriamente, l’uomo verso lidi più confortevoli, in cui, perché no, le incertezze, pur facenti parte integrante del panorama, siano elemento non preponderante e in subordine rispetto alle sicurezze.
Vediamo quali, secondo logica, potrebbero essere questi lidi della coscienza umana che, consentendo questo staus dell’anima pre-paradisiaco, semi-idilliaco, dovrebbero, almeno potenzialmente, rendere meno acre l’esistenza di noi miseri mortali.
Partiamo subito dalla negazione: de l’edonismo.
L’ipotetica affermazione del concetto di ragione e raziocinio, il trionfo dell’attività speculativa, qualora esasperata, rappresentando la negazione del valore della fede e testimoniando l’impossibilità umana di raggiungere la tranquillità e la sicurezza attraverso la fede (intesa come diminuzione della sensazione di vulnerabilità), potrebbe anche essere origine di un progressivo allontanamento dell’uomo da tutti quegli schemi e paradigmi tipici di una visione spirituale della vita (morale – etica – giustizia etc…), proiettandolo, di conseguenza, in una direzione più utilitaristica e meno propensa all'esaltazione degli elementi più umanizzanti, o perlomeno considerati tali (amore – solidarietà – empietà – commozione). In sintesi ci troveremmo, volenti o nolenti, catapultati in una dimensione maggiormente sbilanciata a favore di un approccio edonistico dell’esistenza. Il che porterebbe, come naturale epilogo, per effetto dei contrapposti interessi, ad una minore valorizzazione del concetto di convivenza e ad un’inevitabile contrazione della filosofia morale riconducibile alla nozione di solidarietà.
Appare subito evidente quanto tale “estasi edonistica” sia esclusiva, individualista e tendenzialmente protesa ad escludere. In sintesi ci troveremmo al cospetto di una vocazione ad espandere al massimo le fonti di piacere individuali, anche se ciò dovesse comportare una collaterale ed inevitabile limitazione di quelle altrui. Ovvio che in tale contesto l’uomo cesserebbe di essere un animale sociale e proiettato all'incontro col prossimo, come altrettanto ovvio ed evidente il fatto che i contrapposti edonismi potrebbero essere (sarebbero) fonte di continui attriti, tali da determinare una crescita esponenziale del livello d’insicurezza e, quindi, di vulnerabilità.
Non sarà, dunque, attraverso la crescita della “fede” nella ragione che potrà essere conseguita una maggiore sicurezza ed una riduzione della sensazione di vulnerabilità.

Passiamo adesso ad una posizione filosofica meno accentuata, più sfumata: de l’agnosticismo.
Passiamo a te Poison.
La filosofia agnostica si fonda sul presupposto della limitatezza della conoscenza umana, donde la consapevolezza che, trovandoci al cospetto di problemi di entità tale da presupporre capacità cognitive che travalicano il limite naturalmente imposto agli uomini, sia opportuno sospendere il giudizio e rinunciare a qualsiasi pronunciamento su temi di fatto insolubili per le facoltà dell’uomo.
Se ho omesso o travisato qualche cosa, fammi sapere, ma, a grandi linee, mi sembra che le cose stiano più o meno così.
E’ plausibile che detta posizione filosofica, essendo parte integrante dell’essere, non rappresenti un aspetto isolato della personalità dell’individuo che la propugna, o meglio non sia monotematica e non riguardi, quindi, il solo aspetto della religione, o del destino ultimo dell’uomo, o “del nostro fottutissimo cuore e dei pezzi di carta con cui pulirsi il ****…”, in caso contrario l’intero impianto filosofico rischierebbe di essere svilito e ridotto ad una semplice valvola di sfogo, un’uscita d’emergenza o un alibi utile per scansare qualsiasi argomento di carattere ontologico non gradito.
E’ di tutta evidenza che qualsiasi riflessione che promani da una concezione agnostica sia ineludibilmente destinata ad interrompersi senza che fornisca una qualche soluzione, anche solo ipotizzata, al problema, volta per volta, oggetto d’analisi. L’agnosticismo non consente, infatti, l’esercizio della mente alla ricerca di soluzioni o risposte a quesiti di carattere metafisico. Allo stesso tempo, pur rifiutando una risposta, non nega aprioristicamente l’esistenza di entità soprasensibili o ultrasensibili che la nostra conoscenza, limitata, non è in condizione di percepire. Praticamente ci troviamo di fronte ad un nonsenso: rifiuta l’indagine pur non negando l’esistenza e, magari, vorrebbe proporsi come fonte di sicurezza e tranquillità, come elemento calmierante dell’insicurezza umana. Potremo mai credere che sia l’agnosticismo la filosofia utile per attenuare il nostro esasperante livello di vulnerabilità? C’è, ovviamente, qualcosa che non torna. L’agnosticismo che rifiuta l’indagine su materie quali Dio, Verità, Realtà, Assoluto, potrebbe mai proporsi come valido interlocutore nell’analisi dell’uomo e pretendere d’affermare che “…l'uomo non ha capito che la medicina non è dio ma l'uomo stesso…”. Credo vi sia qualcosa che stride: agnostico nei confronti di Dio, partigiano per quel che riguarda l’uomo e la sua missione nell’universo? Non mi convince… Sempre pronto a ricredermi.

Segue in post successivo 1/2
visechi is offline  

 



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