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Il servo dell'arbitrio libero di Riccardo Piazza

Il servo dell'arbitrio libero
di Riccardo Piazza - indice articoli


Realtà e finzione

Gennaio 2022


All’interno della sua arte quale riproducibilità tecnica, Benjamin avverte senza mezzi termini l’avvicinarsi di uno spettro oscuro sull’umanità. Questa tremenda figura coincide con l’estetica fondata ad hoc per la formulazione di esigenze destabilizzanti di politica culturale.

Traduco: le masse, bellissime nella loro volgarità estrema, hanno sempre avuto bisogno di porre dei discrimini, delle distinzioni. La più importante distinzione che il cervello dell’individuo può sancire nel suo reciproco contratto sociale con la pluralità è quella tra realtà e finzione. Quando la produzione dell’arte, alienata dalla sua meta principale basata sull’estro e sulla divulgazione di scenari profetici, smette di essere al servizio dell’umanità e comincia ad essere al servizio del controllo delle masse, ecco che il confine tra le suddette due regioni gnoseologiche perde di significato, miscelandosi puntualmente.

Oggi la ragione lascia il posto al senso comune, lo studio al pressapochismo del sentito dire, l’analisi al banale passaparola, magari mediato da un social network.

Si è in guerra perché lo stato di eccezione ha preso il sopravvento sullo Stato di natura, Hobbes inorridirebbe, e poi sullo Stato di diritto.

C’è da rimanere sgomenti a fronte delle settorializzazioni forzate, della mancanza di ascolto, della perdita del confronto, della marcia inarrestabile della paura, in luogo del buon senso, dell’isolamento del metodo scientifico, deduttivo, inferenziale.

Il cinema distoglieva lo sguardo interiore dalla sua forma singolare e ci costringeva ad immaginare una plastica alterità. Perdiamo, giorno dopo giorno, il necessario collante tra epifania, rivelazione, stupore, realtà, ed il suo opposto, la finzione. Il multisala è divenuto uno squallido maxischermo dove potersi insultare, ferire, dividere, aggredire.

La caduta nel “finzionalismo” non può essere irreversibile, ritorniamo alla dialettica trascendentale, a Kant, cerchiamo di riscoprire le idee che la ragione assume come stimolo per elevarsi fra i diversi piani dell’esistenza.

Sentirci continuamente in guerra, destabilizzati, livorosi verso il prossimo, menefreghisti, non servirà a riappropriarci della Realtà (con la erre maiuscola), ma soltanto a nutrire la più imponente finzione di massa che la storia faticherà a non ricordare.



   Riccardo Piazza


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