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Quale amore? Quale felicità?

di Domenico Pimpinella – luglio 2007

- Capitolo 5 - Ipotesi sulla conoscenza

Paragrafo 5 - Entra in gioco la razionalità

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Finora abbiamo congetturato che la nascita dell’animale pluricellulare sia stata innescata dalla necessità della singola cellula eucariote di migliorare l’accoppiamento strutturale con l’ambiente, portando alcuni elementi esterni all’interno mediante il cambiamento di stato di gruppi di cellule, le quali, a loro volta, hanno preso a dettare ad altri gruppi di cellule, specializzate in altri compiti,  le migliori azioni da svolgere per il benessere del sistema.
Dai primi archi riflessi alla completa strutturazione della conoscenza emotiva questa tipologia conoscitiva sostanzialmente non è cambiata, diventando solo più raffinata, più integrata.
L’atto conoscitivo è consistito nel catturare perturbazioni esterne e archiviarle sotto forma di configurazioni neurali, che via via si sono implementate, sommate, controllate in maniera incrociata tra loro, e così via. Si è creata in questo modo una precisa architettura neurale capace di intercettare i motivi ricorrenti, i “pattern”, dando così conto abbastanza fedelmente di ciò che avviene “fuori” e di innescare delle efficaci azioni di risposta, testate continuamente dall’esperienza. Da una tale esposizione si può comprendere facilmente quanto può essere fuorviante il “realismo ingenuo”, perché la creazione di cose, oggetti, qualità e quant’altro è fondamentalmente una costruzione “interna” che solo in maniera incompleta, relativa, può rimandare ad enti che si troverebbero “fuori” già in qualche modo strutturati.
In realtà, i “noumeni” non ci sono in assoluto, ma sono dovuti alla nostra capacità di ritagliare in certi modi la realtà: di organizzarla. A strutturarli è la capacità dei neuroni di “sommarsi” in pacchetti, di lavorare tra loro in armonia allo scopo di trovare soluzioni rappresentative. Se alla fine possiamo parlare di isomorfismo tra esterno e interno è solo perché il “mondo interno” è stato opportunamente portato all’esterno: proiettato come una rappresentazione a cui “conviene” far riferimento.
La corrispondenza tra interno e esterno è cioè pura tautologia. Non ha senso chiedersi se ciò che crediamo si trovi all’esterno sia identico o meno all’idea che ce ne facciamo. L’idea ce la costruiamo sulle perturbazioni che preleviamo all’”esterno” e non sulle “cose in sé” che vi si troverebbero. Per quanto ne sappiamo l’universo potrebbe benissimo essere un “continuum” e non esserci alcuna differenza tra “qualsiasi cosa” ed il “nulla”. La domanda  più profonda posta dalla filosofia: perché c’è qualcosa e non il nulla? Potrebbe essere priva di qualunque fondamento.
Per lo stesso motivo non ha senso chiedersi “cosa sono” o “come siano possibili” i qualia. La rossità del rosso o il gusto della menta o la durezza del marmo o qualunque altra qualità del mondo, non rimanda a qualcos’altro: ma solo alla modalità mediante cui si sviluppa la percezione. La strumentazione per rilevare determinate condizioni, sia esterne che interne, doveva essere costruita in qualche modo e i qualia rappresentano quel modo originario.
Per il pipistrello, come ha saggiamente rilevato Thomas Nagel, esiste un mondo che non è il nostro e tra i quali diventa impossibile fare un vero confronto.
Il mondo di ogni essere vivente rimane comunque un mondo ipotetico e non può essere tradotto, se non arbitrariamente, in un  mondo in sé, che con ogni probabilità non esiste. Il mondo reale di ognuno è solo quello che siamo capaci di costruirci con gli elementi che ci stanno intorno e che siamo in grado di catturare con i nostri mezzi: si tratti delle cosiddette “onde elettromagnetiche”, di “onde di pressione”, di “ultrasuoni” o di “molecole leggere”.
Un mondo ovviamente che può essere costruito in vari modi, a seconda dell’utilizzo che intendiamo farne. Così, tanto se siamo destinati ad una vita da predatori che ad una da coltivatori, purché su questa terra, è più “utilizzabile” impostarlo con un sole che ci gira intorno e non con una terra che gira intorno al sole.  Se, invece, il nostro habitat diventa lo spazio e ci prefiggiamo di esplorare altri pianeti o mandare satelliti in orbita, allora dobbiamo raffigurarcelo in un altro modo: con il sole al centro e la terra che gli gira intorno e su se stessa.
Quello che di volta in volta ci è dato di conoscere è in realtà un puzzle sempre più complesso fatto, in ultima analisi, di tessere sulle quali non riusciremo mai a disquisire fino in fondo in maniera diretta, ma solo e sempre con modelli approssimati.
Le tessere che possiamo usare sono quelle create dalle singole cellule neurali, per cui possiamo solo dire, come Husserl, che sono fatte di “carne e ossa”. Le singole “tessere” che formano la conoscenza sono elementi originari su cui possiamo anche ritornare per cercare di conoscerle in modo più approfondito, ma potrà essere comunque solo una conoscenza  “composta”, formata da elementi che non possiamo scomporre. Riuscire a conoscere come fa una cellula a catturare una perturbazione e ad utilizzarla per configurarsi in un certo stato rimarrà sempre e comunque un “come se” fondamentalmente insondabile. Sarebbe la stessa cosa voler andare ad osservare le “supercorde” che sono oggi considerate i mattoni fondamentali dell’universo. Dovremmo poter disporre di elementi ancora più piccoli, che sarebbero una contraddizione.  Il nostro potere conoscitivo è così limitato ad una “rappresentazione” che può indicarci la verità solo tramite la sua utilizzabilità. Quando si vuole guardare nell’infinitamente piccolo o nell’infinitamente grande bisogna riportare ogni cosa nella dimensione da cui è iniziato l’iter della conoscenza. E’ solo a cominciare da quel punto che si può ricreare il processo.
Viste le cose in questo modo non dovrebbe più apparirci così strabiliante il fatto che noi riusciamo a conoscere il mondo, come, ad esempio, ha sostenuto Einstein, il quale trovava la cosa più straordinaria della stessa complessità e perfezione che riusciamo a cogliere intorno a noi.
In realtà noi possiamo dire di conoscere il mondo grazie ad una continua interazione tra gli elementi basilari della nostra attuale struttura e quel “qualcosa”, di cui è costituito il mondo, tanto che li chiamiamo energia o quark o superstringhe. Il mondo, come ha capito Kant, già prima della rivoluzione francese, in realtà ce lo costruiamo noi stessi, grazie al dialogo esistente tra gruppi di cellule molto specializzate. Con quali elementi non lo sappiamo, ma qualcosa dobbiamo pure utilizzare. Il mondo potrebbe benissimo, per quanto ne sappiamo, essere enormemente più ricco e complesso di quello di cui siamo giunti ad avere coscienza. Allo stesso modo potrebbe anche essere molto più povero e spoglio di quanto noi ce lo raffiguriamo, e questo perché, come ha sostenuto sempre Kant, noi possiamo in fin dei conti costruirlo anche utilizzando elementi di puro pensiero, che tradotto in parole povere, significa utilizzare fantasticherie, illusioni, e quant’altro.
Quello che in definitiva conta davvero è comprendere che la conoscenza è comunque una possibilità relativa, una possibilità di comodo, che nel momento in cui viene assolutizzata, è capace di creare momenti di scontro e conflitto. La conoscenza assolutizzata diventa allora estremismo, fanatismo, chiusura netta, impossibilità al dialogo. Ma continuiamo a procedere con un certo ordine.

Ad un certo punto della nostra lunga storia biologica gli elementi esterni, seppure riconoscibili, non erano stati immagazzinati in quantità sufficiente e composti tra loro per cui non ritroviamo ancora sulla scena quelle creature che Dennet ha chiamato “popperiane”: creature superiori che dispongono di un “ambiente selettivo interno”.   Le creature viventi erano ancora incapaci di considerare in anteprima delle possibili azioni senza dover aspettare il presentarsi di particolari situazioni esterne. Il fiume degli eventi stava però sempre più riempiendo la mente di corrispondenze, in modo che ora tutto veniva a disporsi contemporaneamente in un iperspazio.
La conoscenza è stata fino ad un certo punto questa faticosa ed incessante cattura e collocazione di dati che si è tramandata da una generazione all’altra sotto forma di un’architettura neurale dove ogni possibile configurazione esterna poteva essere ricostruita dall’esperienza ontogenetica per essere utilizzata nel miglior modo possibile. Dopo di ché è iniziata una seconda fase in cui, oramai quasi del tutto completato il trasferimento del mondo all’interno, è diventato quest’ultimo l’abitat di riferimento per le nostre azioni. Un habitat di riferimento che può essere la fotografia più o meno fedele ed appropriata del mondo esterno, una riproduzione del presente, ma anche la rappresentazione di un possibile scenario da realizzare con opportune azioni. E’ così che l’essere vivente si è trovato possessore di due mondi: uno che continuava a scorrergli davanti con la sua sequenza ininterrotta di eventi ed un altro che stava internamente collocato tutto su un unico piano. Dal confronto tra i due mondi era ora possibile cogliere  consapevolmente eventuali cambiamenti o anche  capire quali azioni sarebbero state necessarie per far sì che un mondo si trasformasse nell’altro.
Siamo a questo punto giunti nel punto più interessante e significativo del nostro percorso: il passaggio da una conoscenza emotiva, fatta di sensazioni ed emozioni che ci hanno consentito di far parte attivamente di un eterno presente, che ci ha fatto abitare nel glorioso Paradiso Terrestre, ad una conoscenza razionale che ci consentiva ora di cogliere globalmente la nostra situazione divisa simbolicamente tra un passato ed un futuro, con un presente a fare da spartiacque.
Dopo millenni di paziente e certosino lavoro è arrivata la consapevolezza!
Una consapevolezza non è solo possibilità di “guardarsi” allo specchio, di cogliersi in una sequenza di stati interni ed esterni, ma, come ha sostenuto Popper, anche la possibilità di considerare in anteprima la possibilità di azioni mirate al raggiungimento di un obiettivo, senza dover aspettare che certe configurazioni si presentassero all’entrata dei sensi per azionare una risposta.
Il passaggio qualificante dalla emotività alla razionalità credo sia soprattutto questo!  Anche se va detto che questo passaggio ci ha buttato in faccia troppo brutalmente certe situazioni che non abbiamo saputo valutare adeguatamente. Mi riferisco alla morte: all’ineluttabilità di dover ripassare attraverso il collo stretto dell’unicellularità per poterci rinnovare; al rimescolando dei geni che ci ha permesso di allargare sempre più la sperimentazione.
E’ sull’entrata in campo della razionalità che dobbiamo giocarci la nostra partita. E’ nel passaggio tra due metodologie conoscitive che dobbiamo riconsiderare con occhi diversi il nostro futuro!
Se non si afferra il salto qualitativo che c’è stato e la sopravvenuta capacità di catalizzare i processi e di incamminarci,  proprio per questo,  con più frequenza in direzioni sbagliate,  non riusciamo ad essere critici nei confronti dei nostri modi di essere e, quindi, a fare Filosofia.
Solo se riusciamo ad avere chiaro cosa significa la consapevolezza possiamo avere qualche speranza di riconsiderare gli obiettivi verso cui è necessario dirigersi.

Riprendiamo, allora, l’ipotesi iniziale e sul suo prolungamento compiamo un azzardo ancora maggiore. Chiediamoci come e perché potrebbe essere iniziato l’iter che ci ha portato alla razionalità e perché mai siamo potuti cadere in certe trappole ed essere stati indotti ad un errore così grande come il perseguimento sconsiderato dell’egoismo.

Abbiamo fin qui sostenuto che l’individuo pluricellulare potrebbe essere ridotto quasi del tutto al suo cervello emotivo, che abbiamo sinteticamente raffigurato come un’”espansione” dell’essere unicellulare che ci ha preceduto.
Abbiamo sostenuto che questo potrebbe essere avvenuto perché ad un certo punto l’individuo unicellulare non aveva più possibilità per imparare altro del proprio ambiente e sarebbe ricorso, quindi, ad una rivoluzione radicale come quella di “allargarsi” a tanti sé stessi  in grado di collaborare in maniera pressoché perfetta.
L’essere che col tempo ne sarebbe derivato: il “cervello emotivo”, quindi, con tutti i suoi apparati di supporto, potrebbe di nuovo essersi ritrovato nelle stesse condizioni di quella cellula iniziale che aveva dato corso alla pluricellularità. E’ probabile, cioè, che si sia raggiunta una nuova saturazione una volta che si sia attuato un completo trasferimento isomorfo tra fuori e dentro. Occorreva a questo punto un’altra soluzione strategica che fosse in grado di far compiere al sistema un vero salto di qualità.
Chiediamoci quale potrebbe essere stata.
Essendo oramai l’esterno stato trasferito all’interno e disposto non come una sequenza temporale di eventi ma come una realtà unitaria, diventava più comodo riferirsi ad esso piuttosto che all’esterno. Occorreva però che così come dei gruppi di neuroni avevano cominciato a “studiare” la mole delle perturbazioni provenienti dall’esterno, dei nuovi gruppi si prendessero la briga di “studiare” le risultanze di quelli. In sostanza è verosimile che abbia iniziato a strutturarsi una sorta di secondo cervello affacciato non più all’esterno ma all’interno: sul nuovo panorama offerto dalla presenza contemporanea delle tante traduzioni e memorizzazioni di perturbazioni.  Un secondo cervello che però non è rimasto separato dal primo, ma si è integrato con esso, tentando, ma non sempre riuscendoci,  di formare una mente unica.
Una simile idea potrebbe apparire strampalata, del tutto arbitraria, perché in effetti il “cervello” ci si presenta come una realtà unitaria, per cui anche il solo riferirsi a due ipotetiche realtà seppure riunite insiemepotrebbe far rizzare il pelo a più di qualcuno.
Questa è però la sola ipotesi che potrebbe dar conto della grande differenza che ritroviamo nel confrontare menti così differenti come quelle emotive, costituite quasi esclusivamente da un primo cervello, e quelle razionali, costituite, al contrario con una grande partecipazione del secondo cervello, che qualcuno ha già indicato nella corteccia frontale.
Se volessimo sviluppare ulteriormente, ricorrendo ancora ad un “come se”, il “ragionamento” che potrebbe avere fatto quell’iniziale cellula potremmo immaginarcelo così:
Ora che ho creato un mondo interno in grado di rappresentare contemporaneamente tutti le situazioni che mi si possono presentare all’esterno e con esse anche una  vasta gamma di risposte disponibili collaudate dall’esperienza, per poter ancora potenziare la conoscenza devo ora tentare di invertire il processo: non più solo dalle perturbazioni alle risposte e, quindi, al comportamento; ma andare da un auspicabile “configurazione interna” a modificare, con opportune azioni,  la situazione che mi si presenta abitualmente e che non considero soddisfacente.
L’essere vivente si può riproporre, in questo modo, di utilizzare la conoscenza per andare a modificare addirittura il mondo esterno e non solo per modificare, come ha sempre dovuto fare, se stesso.
Da questo pseudo-ragionamento che ovviamente il “cervello emotivo” non ha fatto, ma che noi siamo comunque autorizzati a fare, potrebbe essere iniziata la “costruzione” di un secondo cervello, di un secondo aggregato di neuroni, che non sarebbe stato implicato, come quello precedente, nella traduzione di insiemi di perturbazioni in specifiche situazioni interne collegate tra loro e in grado di innescare delle risposte, ma sarebbe stato impiegato per “studiare” quello che era stato costruito nella fase precedente, inclusa l’architettura stessa del primo cervello. Per la conoscenza razionale riveste particolare importanza proprio questa architettura che può essere tradotta come le modalità e le necessità che avevano portato a cablare i neuroni in un particolare modo piuttosto che in un altro. L’”interno” era stato costruito in un certo modo e quel modo poteva essere ora investigato per scoprire come erano stati composti i moduli neurali e, di conseguenza, in che modo avrebbero potuto essere ulteriormente aggregati. Questa investigazione che avrebbe dovuto essere compiuta da nuovi assemblamenti di neuroni (probabilmente quelli che oggi compongono la corteccia) la possiamo definire come la “Logica” stessa.
Come credo si comprenda chiaramente, l’entrata in gioco della razionalità non sarebbe consistito in un ulteriore sviluppo orizzontale del paradigma precedente, ma piuttosto la formazione di un nuovo paradigma verticale che ha portato ad una rivoluzionaria modalità di conoscere, assolutamente nuova.
Come dimostrano i comportamenti degli esseri viventi superiori che hanno una corteccia frontale molto sviluppata le loro azioni non sono più delle semplici reazioni alle perturbazioni dell’ambiente, ma sono diventate delle azioni che cercano di incidere sulle perturbazioni  stesse per modificare l’abitat diverso.

Prima di allargarci ulteriormente in questo discorso, e tentare di capire se questa nuova conoscenza può effettivamente essere finalizzata all’autocreazione di moduli conosciti più ampi e potenti quali sicuramente sarebbero degli esseri autopoietici di terzo ordine definitivamente strutturati, così come sono giunti a definitiva strutturazione quelli di secondo ordine, che saremmo noi oggi, cerchiamo di guardarci un attimo intorno e cogliere alcune importanti considerazioni e intuizioni di autorevoli scienziati.
Il matematico Keith Devlin, nel suo libro Il gene della Matematica fa riferimento, anche se di seconda mano, ad un secondo cervello, anche se sembra non crederci particolarmente. Egli tuttavia scrive: Immaginate ora (e questa è la parte che considera fantasiosa) che si sviluppi un secondo cervello parassita del primo e con una struttura simile alla sua, tranne che per il fatto che il mondo del secondo cervello è rappresentato dal primo. Il primo cervello riceve i suoi stimoli iniziali (gli input) dal mondo fisico; il secondo cervello, invece, li riceve dal primo; e là dove le risposte finali (gli output) del primo cervello sono azioni fisiche che si esplicano nel mondo, le risposte del secondo cervello sono ulteriori stimoli diretti al primo cervello. E, aggiunge: Potremmo volerci riferire all’attività del secondo cervello definendola ”pensiero simbolico”. Mentre la funzione del primo cervello consiste nel manipolare gli oggetti fisici nel mondo fisico, quella del secondo, consiste nel manipolare gli oggetti simbolici emergenti dal primo cervello. Ed ancora: […] in prima approssimazione possiamo identificare questo secondo cervello “parassita” nei lobi prefrontali.
Devlin, pur specificando che a rigore non esisterebbe  un secondo cervello parassita, è consapevole che c’è necessità di introdurre una tale ipotesi per riuscire a rendere conto di una situazione che si è notevolmente modificata con l’avvento della razionalità. L’unica obiezione che mi sentirei di portare al ragionamento di Devlin è che la funzione del primo cervello non consisterebbe proprio esattamente nel manipolare gli oggetti fisici nel mondo fisico, perché, coerentemente con quanto abbiamo sostenuto finora, nel mondo “fisico” abbiamo solo delle perturbazioni che poi noi traduciamo in idee, ricavandone un mondo mentale. E’ solo in quest’ultimo che appaiono gli oggetti, e le loro interconnessioni, sui quali il secondo cervello si può ulteriormente divertire a tessere tutto un gioco di montaggio e smontaggio che può portare a delle  “simulate”. E’ partendo da questa consapevolezza che possiamo riuscire ad evitare l’errore di Cartesio attraverso cui ci concepiamo ancora divisi in una rex cogitans ed una rex extenza.
In realtà, tutto potrebbe essere ridotto convenientemente a rex cogitans, purché la materialità ed i suoi effetti siano correttamente ricondotti in una tale descrizione. Un passo del genere è stato ad esempio compiuto da un autorevole pensatore come il teologo Jean Guitton il quale, opportunamente sostenuto dai fisici Grichka e Igor Bogdanov,  ha portato  il riduzionismo fino ai suoi limiti più estremi, per poterne dedurre che della realtà materiale alla fine non rimane che il “campo”: una realtà immateriale. Oggi, il campo a cui alludeva Guitton si è trasformato in una superstringa, in una entità più matematica che comunque serve per rendere l’idea ultima di energia semplice, pura, primordiale.
 Ritornando all’ipotesi del secondo cervello che avrebbe affiancato il primo e che dovrebbe collaborare con questo in completa simbiosi, registriamo il parere di un altro autorevole pensatore come Vilayanur S. Ramachandran. Il neuroscienziato, sembra mostrare più convinzione di Devlin nel dichiarare quanto segue: Si potrebbe considerare la metarappresentazione quasi un secondo cervello  “parassitico” (o almeno una serie di processi) evolutosi nell’uomo per fornire una descrizione più economica dei processi automatici in atto nel primo cervello. Se così fosse davvero, paradossalmente il paralogismo dell’homunculus, l’idea dell’omino che nel cervello guarda uno schermo cinematografico ricco di qualia, non sarebbe affatto un paralogismo. Anzi, quella che ho definito la metarappresentazione in pratica coinciderebbe proprio con l’homunculus di cui si fanno tanto gioco i filosofi. La mia ipotesi è che l’homunculus  sia o la metarappresentazione stessa o un’altra struttura cerebrale che, sotto il profilo evolutivo, è emersa in un secondo tempo per creare metarappresentazioni.
L’idea di Ramachandran riporta in maniera più convincente allo sviluppo che abbiamo fin qui ipotizzato e ci rafforza nella convinzione che il secondo cervello debba servire non tanto per affrontare e portare a compimento il problema della sopravvivenza, che può essere affrontato benissimo dal primo cervello, ma per affrontare quello della completa formazione delle unità autopoietiche di terzo ordine. Il paradosso che siamo costretti a vivere in maniera drammatica è che il secondo cervello, invece, si è “soffermato” sull’essere autopoietico di secondo grado nel tentativo di consolidarne le potenzialità attraverso una cristallizzazione che ci sta precludendo proprio le possibilità di svilupparci in un essere di ordine superiore. Proprio come la lingua che va continuamente là dove il dente duole, così il pensiero si ritrova prolissamente ad essere sviato sulla grave malattia che ci sta uccidendo.
Eppure sembrerebbe molto semplice tralasciare di accanirci sulla perfettibilità dell’essere autopoietico di secondo ordine per dedicarci in maniera totale alla sua  unica possibilità di svilupparsi davvero. Bisognerebbe solo diventare consapevoli di quale evoluzione ci siamo resi protagonisti in tutti questi ultimi millenni. Un’evoluzione che ha come sbocco la possibilità di un dialogo efficace per assemblarci in un nuovo sistema organico.
Nella letteratura scientifica, oramai, si possono rintracciare una gran mole di altre testimonianze, più o meno dirette, che vanno in questo  senso. Pur non parlando esplicitamente di un secondo cervello, esso traspare nella filigrana stessa del discorso di Antonio Damasio quando sostiene che è la corteccia frontale ad offrirci la possibilità di una coscienza estesa. Più precisamente: che ci fa essere consapevoli di una vasta estensione di entità ed eventi, superando così quella coscienza nucleare che ci consente solo di sapere, per un fugace momento, che siete voi a vedere  un uccello che vola o che siete voi ad avere una sensazione di dolore, permettendoci, quindi,  di approdare al “sé autobiografico”. Un’esposizione che non si discosta molto da quella del premio nobel Edelman per il quale la coscienza si diversificava in una primaria ed in una superiore.
Al di là dei termini usati da questi due scienziati i concetti che esprimono hanno delle differenze di un certo rilievo come sottolinea lo stesso Damasio in una nota del suo libro: L’errore di Cartesio.
Confortati dal quadro generale cerchiamo ora di cogliere le sostanziali differenze che riteniamo esserci tra una nostra antecedente mente tutta emotiva e l’attuale mente razionale.

 

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Bibliografia

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