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Critica al Vittimismo

di Giulia Gasparre - Febbraio 2021


Quasi ogni ego ha perlomeno un elemento di quello che possiamo chiamare «identità di vittima». Alcune persone hanno di sé un’immagine di vittima così forte che diviene il centro del loro ego. Risentimento e lamentela formano una parte essenziale del loro senso del sé. Anche se le vostre lamentele sono totalmente giustificate, avete costruito per voi stessi un’identità che è proprio come una prigione. Guardate ciò che state facendo a voi stessi, o meglio ciò che la vostra mente vi sta facendo. (Eckhart Tolle)

Attualmente si discute molto sul tema del vittimismo, sul quale vorrei focalizzare maggiormente la mia attenzione.
Generalmente chi ha un’inclinazione a fare la vittima, tende a distorcere la realtà, le presunte “vittime”, difatti, trasmodano gli aspetti negativi, sviluppando un pessimismo esacerbato e una convinzione di essere danneggiate o perseguitate dalla sfortuna. Esse, dunque, avvertono il lamento come unica forma consolatoria ed in alcuni casi questo tipo di atteggiamento ambisce a compiacere il soggetto stesso.
Si potrebbe pensare che agendo in questo modo si possa vivere bene poiché il lamento risulta essere un classico atto di sfogo, quindi codesta attitudine ha anche il diritto di essere giustificata.

Io, invece, ritengo di essere spietata nei confronti di coloro che mostrano un atteggiamento da vittima, per chi trova scuse e si accomoda nella propria condizione, subendo la vita senza viverla davvero, è uno stato che essi accettano ed io non giungo a comprenderne le motivazioni. Non tollero chi passa il tempo a lagnarsi della propria esistenza, rifiutando di prendere le mosse per modificarla e migliorarla, ma si limita a recare negatività nelle vite altrui senza un reale valido motivo.
Io sostengo che si deve essere grati e riconoscenti per tutto quello che si ha, non di quello che non si possiede ancora, molti non godono delle stesse fortune e, al contrario, non si crucciano ripetutamente, Ruggiero Bonghi, infatti, cita: “L’uomo forte soffre senza lagnarsi, l’uomo debole si lagna senza soffrire”.
A volte, differentemente da quanto possano pensare coloro che mostrano le proprie sofferenze, io penso che sia necessario anche saper negare, nascondere, mascherare il proprio dolore. É importante individuare la genesi della propria inquietudine e agire per combatterla, le preoccupazioni sono fondamentali indizi che la mente offre all’uomo per comprendere cosa si deve cambiare, migliorare e/o eliminare dalla propria ordinarietà, quando si supera un certo tipo di tormento è anche importante riuscire a ironizzare su di esso perché per quanto l’arte di essere fragili sia una qualità dell’essere umano, spesso non si ha fiducia negli altri perché l’uomo è molto abile ad attaccare le fragilità altrui.
Inoltre, seguendo il pensiero nicciano è inutile compiangersi dato che “chi ha un perché abbastanza forte sopporta ogni come”, senza ricorrere a scuse o autogiustificazioni.

Qualcuno potrebbe obiettare che sia anche importante riversare la propria colpa su altre persone poiché alcuni non posseggono la stessa personalità di altri e, nella società deve essere indispensabile la comprensione tra gli individui, d’altronde nel momento in cui un uomo protegge un altro uomo, questa azione porta tutti gli altri ad avere più fiducia e stima nel prossimo.

Il vittimismo agisce come una sorta di “scudo difensivo”, io sostengo che occorra l’onestà di individuare i propri errori e il coraggio di autocolpevolizzarsi, non è necessario che qualcuno prenda le difese di altri, seppur in buona fede. É essenziale aiutare a crescere il soggetto in questione, perché assumersi le sue colpe non fa bene ad alcuno. Riconoscere di aver sbagliato è un atto dignitoso di cui non serve vergognarsi, quest’ultimo effetto dovrebbe, invece, essere presente all’interno delle coscienze nel momento in cui si scaricano le proprie colpe su altre persone, vivendo così nascosti.
Spesso chi adotta questo comportamento ha paura di schierarsi, si affida agli altri, rimanendo neutro e, nonostante ciò, molte volte questo comportamento è ricambiato anche con atteggiamenti teneri e affettuosi, ma come sosteneva il grande filosofo lipsiano, è necessario sbarazzarsi del cattivo gusto di andare d’accordo con tutti. Bisogna combattere le singole insicurezze, assumersi le proprie responsabilità e affrontare la realtà, è scomodo, ma imprescindibile. Si devono abbandonare le particolari comodità in favore della piena realizzazione di sé, la felicità non si ottiene dalla fuga dai propri problemi, al contrario li si deve saper far fronte e si deve avere anche la capacità di prendere una posizione, è efficace, dunque, rompere le catene delle paure ed avere il coraggio di venir fuori dalla caverna della sofferenza.

Inoltre molti pensano che l’arte del compiangersi sia un’ottima soluzione per poter affrontare la vita, poiché vivono il reale come un prodotto della razionalità o del destino, ossia, essi assumono un atteggiamento da giustificazionisti della realtà fenomenica, pertanto convinti di essere sfortunati per natura, non si mobilitano per cercare la propria felicità o il proprio benessere, così preferiscono piangersi addosso.

Io penso che ci si debba far amare per la persona che si è, non per i guai che si patiscono, manipolare emotivamente altre persone, provocando in esse gesti di compatimento, non credo sia una soluzione.
Ad esempio, anche io alcuni anni fa nel momento in cui avvertivo un determinato malessere, dovuto a cause insite o esteriori alla mia persona, tendevo a cercare delle attenzioni finanche fisiche quali si manifestavano in una carezza, in un abbraccio o in altre varie forme di compassione. Mentre attualmente penso che sia più efficace custodire, al contrario della gioia, gelosamente ogni ipotetica infelicità, mirare a non rendere alcuno partecipe alla propria sofferenza perché qualsiasi forma di pietà giunge a far percepire una visione illusoria del dolore poiché esso appare notevolmente ingigantito, perciò la persona si sente inferiore rispetto alla condizione reale in cui si trova. “Bisogna avere la necessità di essere forti, altrimenti non lo si diventa mai”, citava infatti Friedrich Nietzsche, occorre far appello alle proprie forze perché la felicità è dentro e non fuori da sé, si devono quindi trasformare le proprie debolezze in punti di forza dato che, tutto ciò che non uccide fortifica. In aggiunta, la vita è un affare pericoloso, ovvero, senza “affanno” non si ha quello che si desidera, perciò si deve comprendere che le sofferenze fanno parte della realtà, quindi è importante viverle e saperle affrontare, infatti, come sosteneva anche Alessandro Manzoni, la presenza del “male” nella storia diventa utile e indispensabile alla formazione e alla crescita personale.
Inoltre il vittimismo, spesso assume manie di protagonismo, la “povera vittima”, in effetti, tende a essere immediatamente soccorsa da improvvisati medici e psicologi, senza sapere che quel dolore, in realtà, le servirà.
Infine, al contrario di quanto affermato nell’antitesi, io penso che volere sia sinonimo di potere, quindi nel momento in cui una persona utilizza la metafora del “destino”, a mio avviso, si sta accontentando e ciò significa che la vittima si scopre “falsa vittima”, perché se non corre il rischio di vivere pericolosamente e dunque di poter essere felice, ella lascia intendere che sia già abbastanza serena, perché chi soffre davvero cerca in qualsiasi modo di stare meglio.
Occorre, invece, conoscere sé stessi, per questo invito tutti a sperimentare la solitudine (magari accompagnata anche da una buona musica, dalla lettura di un libro o attraverso la scrittura) convertendola in una specie di strumento capace di far venire a contatto gli uomini con sé stessi, con le proprie necessità, talenti e desideri perché conoscendosi davvero è possibile prendere in mano la propria vita e partecipare attivamente ad essa.
Altresì è importante saper parlare, non da soli, ma con sé stessi, anche ad alta voce, non importa, è un modo efficace per prendersi per mano e superare qualsiasi ostacolo tramite la ricerca del proprio io e il ritrovo della rispettiva forza, perché l’uomo deve necessariamente diventare l’artefice del proprio destino che poi è la sua vita.
Infine, è di notevole importanza porsi degli obiettivi, delle ambizioni perché è questo, ahimè, il miglior modo di affrontare le sfide a cui l’uomo è sottoposto, dato che vivere una vita di incessante gioia e felicità, ad un certo punto causa noia, pertanto condurre una vita in modo statico non è assolutamente utile all’uomo perché si perde la fame e il gusto della felicità.

Si può ancora fare un’ulteriore considerazione sulla condizione della “vittima”, ella molto spesso stringe legami con gli altri individui dato che si sente perseguitata dalla sfortuna, dall’infelicità e da eventi negativi, dunque mostra forme di dipendenza e attaccamento verso gli altri in cui trova un reale riparo, si comincia così a guardare l’altra persona come un vero e proprio “porto sicuro”. Ma questo tipo comportamento non può essere criticabile perché sono in gioco le fragilità caratteriali di determinati soggetti che, invece, andrebbero rispettate ed accettate, perché se si provasse a lasciare una persona che vive questo tipo di disagio, questa inizierebbe a percepire una profonda depressione, senso di abbandono o solitudine subita e queste cause portano spesso anche ad atteggiamenti di masochismo.

In primo luogo sostengo che questi generi di rapporti sono tossici, perché è chiaro ed evidente quanto la “vittima” tenda a legarsi agli altri, non tanto per sentimento o desiderio, quanto per bisogno.
Qualcuno ha visto un albero perire perché ha perso le proprie foglie? Bisogna trovare la consapevolezza di essere completi da soli, ogni persona deve bastare a sé stessa, solo quando si è capaci di stare soli e di bastarsi ci si deve approcciare agli altri, ma sempre consapevoli che se si dovesse perdere qualcuno o qualcosa, per quanto possa essere doloroso, occorre rendersi nuovamente disponibili al cambiamento e lasciare lo spazio necessario a ciò che deve ancora nascere. Ci si deve spogliare della propria abitudine (o zona comfort) e mutare insieme agli eventi, stando al passo con la propria vita.
In secondo luogo un’altra forma di dipendenza, a mio avviso più grave, è la tossicodipendenza, infatti non comprendo chi nei periodi più bui della propria esistenza, abbandoni la propria razionalità/lucidità ricorrendo a far utilizzo di sostanze stupefacenti. Non sono queste risolutori di problemi (piuttosto causano ulteriori problematiche) poiché hanno un effetto ingannatore.
Io credo che non bisogni osservare questi individui con compassione, considerandoli dei “poveretti” che non riescono ad accettare e vivere la propria realtà in quanto insopportabile (perché la fuga dal dolore non è una soluzione per combatterlo) né tanto meno si deve evitare la loro compagnia perché considerati pericolosi, ma è essenziale intervenire subito per aiutare loro ad uscirne, se è necessario anche con la forza.
Ancora più tragica è la situazione che si crea quando un ragazzo decide di provare queste sostanze chimiche per paura di sentirsi fuori dal gruppo o mosso da un infantile curiosità, spesso causata dal volersi sentire più grande o potente.
La forza la si trova dentro di sé, non la offre una sostanza, quest’ultima produce delle proiezioni ma non la reale e motivata felicità, occorre evitare e/o correre il rischio di vivere da soggetti alienati.
La cosa peggiore è che questi perdendo la percezione di loro stessi e spesso ciò induce anche a far sì che essi agiscano in maniera violenta verso gli altri, causando anche diversi omicidi, per esempio verso chi priva loro il denaro per comprare altra roba o semplicemente verso coloro che cercano di aiutarli (frequentemente concepiti come nemici). Per questo è necessario essere attenti a tutti i comportamenti che una persona adotta, si deve agire ed anche in fretta, se si può evitare di entrare arbitrariamente in un tunnel, lo si deve fare. Appare, dunque, inevitabile invitare i ragazzi ma anche gli uomini ad avere più autostima, autoprotezione e ad agire con maggiore consapevolezza nella quale si deve riconoscere che anche senza gruppo la vita procede addirittura nella maniera migliore rispetto a come, invece, sarebbe potuta andare, infatti come diceva il filosofo Kierkegaard: “Non dimenticare di amare te stesso”.

Tuttavia, non è solo l’alcool o la droga che permette al soggetto di fuggire dal suo dolore, colui che si sente “vittima” spesso giunge a rifugiarsi nella religione, poiché la fede è percepita come una forma consolatoria. Questa attitudine è adottata da molte persone perché la conoscenza di una realtà complessa e colma di avvenimenti tristi tende a portare l’individuo ad affidarsi a Dio e al Suo infinito amore, dunque il soggetto arriva a pregare la propria divinità nella speranza che la sua vita proceda meglio e spesso accade realmente (come i miracoli) perciò coloro che vivono di cristianità vivono bene, allora è questo il tipo di atteggiamento che si dovrebbe scegliere, al fine di condurre una vita più appagante, serena e non di rassegnazione.

Io sostengo, come il filosofo Feuerbach, che il vero uomo libero è l’uomo ateo dato che la religione non è altro che una proiezione delle paure, qualità e desideri che gli uomini proiettano fuori da sé - venerando praticamente parte di sé anziché un vero Dio - convertendoli in religioni in grado di risolvere i loro problemi. Ma, io penso che i presunti “miracoli” siano dei casi o più precisamente può essere che la “vittima” legandosi alla fede abbia iniziato a guardare la realtà in chiave più ottimista e speranzosa, perciò cambia la visione del reale ma non la vita stessa. Inoltre, credo che la religione sia un ulteriore strumento di passività, perché ci si adegua alla propria esistenza con un atteggiamento da burattino, se si è vivi, si deve vivere (mediante libero arbitrio) senza ricorrere a ingannevoli credenze e speranze, confidando nell’aiuto divino.

Si può anche fare un’altra valutazione, molte “vittime” lamentano non solo la loro condizione psicologica ma anche fisica, individuando innumerevoli difetti del proprio corpo e adottando il lamento come forma di autodifesa, ossia, esse umiliano il proprio aspetto fisico prima che lo facciano gli altri. Oltretutto proprio il filosofo Montaigne sosteneva che l’uomo, al contrario degli animali, è dotato di ragione la quale spinge spesso a disgustare se stesso, invece gli animali non sono vittime di alcun imbarazzo, ma presentano un atteggiamento più naturale. Pertanto, proprio per questo è necessario compatire la “povera vittima” sia nel momento in cui essa lamenta la propria condizione di vita o giornaliera, sia quando utilizza quest’ultima tipologia di comportamento, perché si potrebbe rischiare di ferire la sensibilità della persona.

Innanzitutto penso che ci si debba assolutamente accettare e amare per quello che si è, la ragione deve servire al fine di migliorarsi non per umiliarsi o addirittura appoggiare gli altri quando lo fanno, i difetti non sono altro che delle particolarità che hanno la funzione di rendere il soggetto unico nella sua complessità.
Inoltre nel momento in cui si cerca di “soccorrere” il “malcapitato”, cercando di portare lui a conoscere l’origine del proprio dolore e lasciare lui il tempo e lo spazio di saperlo affrontare (pertanto partecipando alla condizione della “vittima” con severità) ed egli cerca immediatamente di evitare la conversazione perché comodo nella sua condizione in quanto preferisce di buon grado gli atteggiamenti affettuosi e consolatori, io adotto un altro tipo di filosofia, probabilmente sbagliando, ma ignoro definitivamente quel dialogo.
Si discute non per avere ragione, ma per mettere in discussione le proprie tesi, cercando di arricchirsi, di confrontarsi per poi giungere ad una sintesi, ma quando di fronte si hanno persone testarde e cocciute, chiuse ad ogni tipo di raffronto e che non desiderano, effettivamente, stare meglio, in quel momento cessa anche il mio interesse di aiutare.
In secondo luogo le vere vittime per me sono quelle persone che soffrono davvero ma cercano in ogni modo di ritrovare la felicità, di combattere il proprio dolore, sono coloro che si muovono per migliorare la loro condizione senza adagiarsi. Quei soggetti che soffrono ma sono molto più impegnati nella loro battaglia, tanto da non avere il tempo sufficiente per lagnarsi, anzi, continuano a sorridere perché la vita è breve e non bisogna perdere neanche un momento a tormentarsi, si deve essere coscienti del proprio malessere e distruggerlo ma allo stesso tempo è necessario e indispensabile sorridere, il sorriso deve diventare il proprio farmaco giornaliero.
Chi sono allora per me le reali vittime? Pensiamo

  • alla tortura a cui sono sottoposti migliaia e migliaia di animali nel mondo ogni giorno, citando alcuni esempi, pochi giorni fa ho letto l’episodio di un vitello rinchiuso in un contenitore che lo stringeva in tutti i suoi movimenti, senza far esso ingerire cibo perché la carne doveva essere “morbida” e codesta tortura è durata in media sette giorni; oppure poniamo attenzione a quei cani che vengono bolliti vivi in Cina; a quell'elefante incinta morta in un fiume nel Kerala, nel Sud dell'India, dopo aver ingerito un ananas imbottito di petardi che gli è esploso in bocca, condannandola a morire insieme al cucciolo che portava in grembo.

  • Alle vittime degli episodi di mafia che si sono manifestati nella storia e che continuano a manifestarsi anche ai giorni nostri, mi viene in mente il caso di Carini Salvatore Cataldo.

  • Alle donne morte a causa della violenza subita e a quelle che la subiscono giorno per giorno, in quanto nonostante le diverse denunce non è ancora intervenuta alcuna persona in aiuto. Altresì pensiamo alle vittime di stupro, condannate a vivere con il terrore di essere anche sfiorate, ricordo con indignazione l’episodio del genovese e la ragazza trattata come una “bambola di pezza”.

  • A quelle donne e uomini vittime di stalking o addirittura casi in cui molti “uomini” pubblicano in rete video hard privati, causando nella donna vergogna che spesso comporta anche il suicidio.

  • Alle vittime di omicidi, come la faccenda di Willy (ucciso per altruismo).

  • A quelle vittime di malattie terminali, epidemie, cataclismi, terrorismo e guerre.

  • Agli animali e neonati abbandonati per strada.

  • Alle vittime di incidenti, mi viene in mente la tragedia del Ponte Morandi.

  • A quelle vittime di bullismo, anche se la vera vittima, in questo caso, è il “carnefice” vittima della propria consapevole o incosciente debolezza che tende a farlo agire su un ragazzo più debole al fine di sentirsi un po’ più forte.

  • Alle vittime di razzismo, mi verrebbe da citare il caso di George Floyd;

  • Alle vittime di attacchi omofobi come l'episodio di Mattias e Marlon (aggrediti e picchiati per un bacio gay).

  • A quelle bambine costrette a rinunciare alla propria libera volontà, sposandosi anche prima della maggiore età attraverso matrimoni combinati.

  • Alla natura e gli animali vittime di catastrofi naturali, come gli incendi avvenuti in Australia, lo scioglimento dei ghiacciai, le varie estinzioni di alcuni animali o organismi vertebrati morti soffocati dalla presenza della plastica nelle acque marine, sintomo che gli uomini stanno distruggendo la Terra.

  • Alle vittime della pena di morte come il caso di Lisa Montgomery;

  • Alle vittime di povertà e di guerre, spesso costrette ad emigrare e obbligate ad affrontare i diversi pericoli a cui sono sottoposte. Molti bambini e ragazzi giungono ad avere come preoccupazione unicamente il cibo e alcuna ambizione, spesso essi ricorrono ad ingannare i morsi della fame con varie droghe, come per esempio, sniffare Colla.

La prostituzione, inoltre, sembra essere diventata una condizione per poter sopravvivere, molte donne si convertono in un oggetto “usato e abbandonato”, esse, dunque, sono soggette a rischi di gravidanze indesiderate o, nella peggiore delle ipotesi, sono esposte a malattie sessualmente trasmissibili le quali provocano infezioni che se non curate causano infertilità - privandosi così del sogno di poter un giorno costruire una famiglia - o, ancora, esse sono predisposte a tumori all’utero che in molti casi si concludono con la morte.
Un’ulteriore attenzione la si deve prestare alle malattie e alle infezioni che nelle zone di estrema povertà si sviluppano molto più rapidamente, poiché le condizioni igieniche sono estremamente scarse.
Come avrebbe ribadito in questo caso Arthur Schopenhauer: “L'uomo ha reso la terra un inferno”, infatti qui giunge la mia critica anche alla politica, all’individualismo, all'indifferenza e al menefreghismo dell’uomo, al quale interessa esclusivamente se stesso, il potere e il proprio profitto, intanto ci sono persone e animali senzatetto che muoiono di fame e/o di freddo; esistono anche coloro che non possono permettersi la cura ai propri mali, si deve, allora, guardare oltre il portafoglio e diventare “cittadino del mondo” contribuendo ad aiutare l’altro nella maniera più disinteressata possibile. Non ci si salva da soli.

Come si deve, dunque, reagire a tutto questo?
In un primo momento, ho pensato che il suicidio fosse il miglior modo per evitare un mondo pieno di sofferenze, effettivamente come si può essere realmente felici se al contempo c’è qualcuno che soffre davvero? Qualcuno sottoposto a torture di qualsiasi genere? Qualcuno che sta morendo e ha ancora tanta voglia di vivere e realizzarsi?
A volte essere troppo sensibili induce a sentire tutto in maniera molto più forte e allora la morte appare l’unica soluzione per porre fine alla sofferenza, si tende a voler proteggere sé stesso da queste tipologie di dispiaceri.
Il suicidio è, allora, un’idea consolatoria, l’unico rimedio ad una realtà orribile poiché l’uomo è una bestia, in questo caso, mi verrebbe da citare la frase di Hobbes: “L’uomo è lupo dell’altro uomo”.

Tuttavia è necessario iniziare ad osservare la politica in maniera più distaccata, come consigliava Epicuro, poiché purtroppo, al momento, si è impotenti e non vale la pena vivere con “affanno”.
É necessario comprendere che non c’è forma più vigliacca di questo gesto estremo, non si è scelto di nascere eppure siamo qui, desiderati o no, siamo conseguenza di un istinto sessuale e dobbiamo dare un senso alla nostra esistenza, bisogna quindi, operare per il bene comune, per la giustizia, invece di fuggire dalla realtà, una soluzione può essere quella di migliorarla, si deve essere il primo cambiamento che si vuole vedere nel mondo, perché come direbbe Eraclito: “È nei cambiamenti che troviamo uno scopo”.
Inoltre, riprendendo il pensiero filosofico kantiano, se si estendesse questo atteggiamento al livello universale nessuno migliorerebbe nel suo piccolo qualcosa della storia che viviamo, invece occorre porre fiducia in quelle persone che credono ancora in alcuni valori e cooperare per il bene comune. É efficace avere fiducia nel futuro, anche se risulta quasi impossibile e, in questo è assolutamente necessaria la cultura e l’istruzione, solo così si può pensare di avere un mondo più aperto al progresso, al miglioramento, all’emancipazione, all'uguaglianza e al cambiamento.
Spinoza direbbe che col controllo delle emozioni, la capacità di dosare la nostra libertà e l’acquisizione di un buon senso pratico ciascuno di noi può vivere davvero la propria vita in modo indipendente e sereno, perciò, io in primis voglio rendermi utile alla società, attraverso attività di volontariato, interagendo coi più piccoli al fine di aiutare loro ad essere cittadini del mondo migliori di quelli del presente e del passato, d’altronde come affermava Nietzsche: “Dare gioia dà anche gioia”.

Concludo sostenendo che bisognerebbe ancora essere in grado di commuoversi di fronte a chi ce la fa, a chi sconfigge una battaglia, a un fiore che sboccia, un sole che sorge, ad un cucciolo di animale o un bimbo che nasce, alla vita che continua a generarsi nella maniera più bella e pura che ci sia. È, invece, importante rifiutare di vivere nella paura e nella debolezza, occorre essere folli e ridenti, abbattendo con forza i muri della società e “creare vite di meraviglia e stupore”.


Giulia Gasparre


Giulia Gasparre nata a Bitonto (BA) il 7 agosto 2002 è studente di lingue straniere presso il Liceo Carmine Sylos di Bitonto e appassionata di filosofia.


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