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Riflessioni sulla Mente

Riflessioni sulla Mente

di Luciano Peccarisi -  indice articoli

 

Musica e cervello

Maggio 2017

 

“Coloro i quali non seguono il sentiero della musica non possono entrare” si leggeva su un’insegna all’ingresso dell’università più antica del mondo, fondata da Pitagora a Crotone nel VI secolo a.C. Non è possibile udire direttamente la voce dei corpi celesti, poiché le onde sonore non si propagano nel vuoto, tuttavia le onde radio che emettono, captate con i radiotelescopi, possono essere convertite in suono utilizzando semplici tecnologie analogiche, similmente alla musica trasmessa e amplificata dalle nostre radio. Pitagora fu il primo a supporre che ogni oggetto nel cosmo emettesse un proprio suono o vibrazione, producendo insieme un’armonia universale che chiamò la musica delle sfere. Il concetto fu ripreso da vari filosofi e scienziati, compreso Keplero, nella sua opera Harmonices Mundi del 1619. Grazie alla tecnologia moderna, ora sappiamo con certezza che Pitagora, in qualche modo, aveva ragione. L’uomo ora è in grado di ascoltare suoni provenienti dallo spazio.
Nell'Italia meridionale degli anni Cinquanta si cade in trance con la musica della Taranta o della Pizzica. Lo sciamano africano rianima il giovane spossato in delirio, percuotendo il suo piccolo tamburo. Esempi del potere che ha la musica sul nostro stato emotivo. Il feto ode il battito del cuore della mamma che gli rimbomba nella testa, è una musica che gli rimarrà nell’anima. John Banville racconta nel libro La musica segreta la sua paura di parlare, di scrivere, di pubblicare. Aveva cercato di intravedere, come disse lui, quella cosa appassionata eppure calma, intensa e remota, favolosa eppure ordinaria, quella cosa che è tutto ciò che importa, è il grande miracolo: la musica segreta dell’universo. Vuole la leggenda che Copernico abbia ricevuto la prima copia del suo De revolutionibus proprio il giorno in cui morì. Qualcuno scrisse che mentre alcuni amici la consegnavano fra le mani, lui incosciente, si sia risvegliato dal coma, abbia guardato il libro e, sorridendo, si sia spento.
Nella demenza di Alzheimer un vecchio musicista può aver dimenticato tutto, perfino il nome della moglie o il volto dei figli, ma eseguire ancora un brano musicale. Alcuni malati ascoltando l'Adagio di Albinoni, conosciuto prima dell'ictus cerebrale, dopo non lo riconoscono più, tuttavia gli sembra triste; afferrano cioè l’emozione. La musica fa parte di noi più di quanto crediamo, ma di quale parte di noi? Siamo duplici, una parte biologica e una nuova culturale. La musica è dentro di noi profondamente, è la colonna sonora della nostra vita; accendiamo appena svegli la radio, la sentiamo alla Tv, nelle pubblicità, la canticchiamo, la fischiettiamo, battiamo il ritmo con le mani o con i piedi, scorrono nella testa motivetti come danze del pensiero. Forse la musica è inscritta nella nostra parte biologica più antica. Un giorno a New York, Oliver Sacks, il grande neurologo e divulgatore, partecipò all’incontro organizzato da un batterista con una trentina di persone affette dalla sindrome di Tourette, la malattia dei tic, e raccontò di aver visto tutti in quella stanza sembrare in balia dei loro tic, ciascuno con il suo tempo. Si vedevano i tic erompere e diffondersi per contagio. Poi il batterista iniziò a suonare, e tutti in cerchio lo seguirono con i loro tamburi: come per incanto i tic scomparvero, e il gruppo si fuse in una perfetta sincronia ritmica. Questo avviene perché il linguaggio musicale accede ad aree del cervello che il linguaggio comune da solo non raggiunge. Nietzsche definiva il suo stesso filosofare come una danza del pensiero, disse che bisogna avere il caos dentro per generare una stella che danza; e forse anche il pensiero deriva dalla primitiva musica.
L’ascolto automatico della musica coinvolge il cervelletto, i cui circuiti sono preposti alla sincronia e al ritmo, e l’amigdala, un’importante sede dell’elaborazione delle emozioni. Il riconoscimento della musica è svolto, invece, dall’ippocampo, il centro della memoria, e dalla corteccia frontale inferiore. L’esecuzione della musica richiede, invece, l’intervento di una parte dei lobi frontali per quel che riguarda la fase dell’intenzionalità, e della corteccia sensoriale per quel che riguarda il feedback tattile. Per il sentire e l’apprezzare musica, un ruolo importante è rivestito dalle aree di Broca e Wernicke e da altri centri del linguaggio. La lettura della musica chiama in causa, invece, la corteccia visiva del lobo occipitale, situato nella parte posteriore del cervello. Il quadro delle “sindromi musicali” è molto più variegato rispetto a quello linguistico. I non professionisti della musica tendono a porre maggiore attenzione alla parte emotiva e sono, pertanto, condizionati a usare una modalità di pensiero e di ascolto empatica, intuitiva, globale e meno analitica. La musica, stimolando alcuni sistemi neurali legati alle emozioni, ha la medesima capacità di stimolazione del cibo, delle droghe e del sesso. È in grado di lenire l’ansia, grazie all’inibizione sulle strutture del sistema nervoso centrale, e di determinare la capacità di attenzione. La sostanza grigia del cervello usa la logica e il ragionamento, ma anche le zone più profonde delle emozioni e delle memorie inconsce sono implicate. Sono quelle delle memorie che non si dimenticano, cosiddette ‘memorie procedurali’, come l’andare in bicicletta, nuotare, cambiare le marce dell’auto. Per questo la musica ci fa sorgere automaticamente antiche e dimenticate associazioni. Il ritmo, che sappiamo essere il più primitivo, è conservato in zone ancora più profonde e antiche del cervello. Nella malattia di Parkinson, una disfunzione del movimento in cui il soggetto trema ed è rallentato, con l’ascolto di una musica ritmata il paziente può riacquistare un flusso motorio armonico. A volte in questi soggetti il potere della musica è altrettanto efficace quanto quello della terapia. Deve essere però una musica ritmica, se è una melodia non ha effetto.
Il sognare musica è l’unica facoltà che non appare distorta in sogno, come lo sono gli elementi visivi, quelli uditivi e quelli legati alle azioni o ai luoghi. Nei sogni la musica non si frammenta, non si divide, non diventa caotica, e ogni brano non se ne va per conto suo. Come succede per il resto dei sogni, in cui la realtà appare frastagliata, sfrangiata, sfumata, senza tempo e spazio. È come se la musica originasse da un luogo autonomo, riservato, nascosto, rispetto al resto del cervello. Come ho detto, un residuo dell’animale rimasto indenne in noi. Perciò vi è una relativa resistenza della funzione musicale alla devastazione del cervello causata da malattie, come le perdite della memoria e le demenze. Le tecniche di imaging cerebrale rivelano che i brividi suscitati dalla musica si trovano nel sistema delle emozioni. Lo sanno gli afasici, soggetti non in grado di parlare. Dopo un ictus dell’emisfero sinistro Vissarion Jakovlevic Sebalin non parlava e non comprendeva più il linguaggio parlato, ma nonostante questo handicap riuscì a terminare la sua famosa Quinta sinfonia. Le zone deputate alla musica sono differenti da quelle del linguaggio. E, al loro interno, vi sono zone per la melodia e per il ritmo. Ravel compose il suo famoso Bolero quando moltissime capacità del cervello erano ormai perdute; riuscì a ripetere la stessa frase musicale, forse l’unica che riuscisse a immaginare, in un crescendo meraviglioso. Insomma, la musica è un'altra realtà del cervello, un altro linguaggio e, sia pure con tutte le modifiche culturali di ogni epoca, raggiunge sempre il suo unico scopo: far parlare le emozioni. Forse la più importante funzione della musica, è,  per ripetere le parole di Ezio Bosso, “la musica ci insegna la cosa più importante che esista: ascoltare”.

 

      Luciano Peccarisi

 

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