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Riflessioni sulla Mente

Riflessioni sulla Mente

di Luciano Peccarisi -  indice articoli

 

Un pezzettino di universo capace di immaginare

Da: Il cervello immaginante di Luciano Peccarisi, Imprimatur editore, 2017.

Settembre 2017

 

Book Summary:

La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo: tutto è immaginazione. Senza il cervello immaginante umano esisterebbero solo l’individualità animale, rumori, gesti, fatti e atti concreti. Il mondo inventato svanirebbe e si tornerebbe nel branco. Immagino, dunque sono.Il cervello immaginante «Raramente si trova un testo scientifico capace di appassionare e di coinvolgere come questo». Alessandro Salvini (già ordinario di Psicologia clinica, Università di Padova) Gli esseri viventi non hanno bisogno di capire il senso della loro esistenza, hanno in sé l’istinto di vita. Anche l’animale umano, un tempo seguiva l’istinto e, come gli altri, camminava nel buio. Poi in lui si è accesa una lampadina che ha illuminato uno spazio più grande. Da quell’istante la sua mente si è estesa travalicando il corpo e il cervello e, attraverso il linguaggio, ha iniziato a rappresentare il tempo e lo spazio. L’immaginazione ha generato il racconto, la scrittura, la lettura, ed è apparso un nuovo essere: l’uomo. Scritto con stile originale, questo libro intende introdurre in modo agile e discorsivo, grazie al dialogo tra diversi personaggi (psichiatra, psicologo, antropologo e altri) alla conoscenza del cervello umano. Dotato di coscienza, libertà, memoria estesa, sogno, arte. Un saggio scientifico ricco di citazioni pertinenti, ma anche un racconto, che lascia spazio alla leggenda e al sentire comune perché, secondo l’autore, la scienza può conoscere ed esaminare il cervello, ma ciò non è sufficiente: vi è il cervello nudo ereditato, che ci rende tutti membri della stessa specie, e il cervello vestito dall’immaginazione, che ci rende unici.

 

PROLOGO

 

La fantasia al potere

Il grande flusso di energia proveniente dal sole attraversa la biosfera e scorre in tutti gli organismi viventi. Minuscoli esseri, mossi dalla fiamma di un motorino interno, si animano preda di attività incessante. Nati dall’inerte, dall’acqua, dalla polvere, dalle pietre, dal terriccio, sono sostenuti da questa energia e, distinti in miliardi di forme variopinte, corrono senza senso. Ripetono lo stesso ritornello, nascita, crescita, riproduzione e morte, senza sapere perché. È stato loro instillato un desiderio. Una forza invisibile cui non importa chi rimane o si estingue: il processo è inarrestabile, lo spettacolo continua. Gli organismi passano dalla nascita alla morte e in questo intervallo vivono, esplorano, provano, scappano, inseguono. Non è facile trovare il cibo, accoppiarsi, lottare con i competitori è una realtà dura in cui vivono animali, insetti, pesci e vegetali. Ognuno, beninteso, in quella che considera realtà. Un luogo dove niente ha un nome, manca la percezione della vita e nessuno seppellisce nessuno; nel suo ripetersi incessante e anonimo. Nulla è certo e tutto può essere una sorpresa, non vi sono conoscenze, non si sa dove si è e cosa fanno gli altri, cosa è successo dietro la collina. Non si ha nessuna idea di passato e tanto meno di futuro. La “comprensione” del proprio quadratino di mondo è fornita dalla genetica di specie.

A un certo punto un animale si è ribellato a quella spinta cieca e meccanica. La legge dell’esistenza non rappresenta più un ordine imperativo. Può disobbedire e, invece dell’istinto di autoconservazione, scegliere il suicidio, anziché la riproduzione o la castità. Mai vista una libertà del genere in natura. Un nuovo carburante rifornisce di ossigeno la fiamma del motorino. È nata l’immaginazione, fonte di un nuovo desiderio: la possibilità di andare oltre la percezione dei sensi. Desiderio di conoscenza e di potenza, di scienza e di arte, il rimedio contro l’inerte. Con essa si può pensare il futuro, rappresentarsi l’assente, chiedersi perché siamo qui, riflettere sul pensiero ed emozionarsi per le risposte. L’immaginazione è una rivoluzione, il mondo in cui viviamo è frutto del suo lavoro, tutto acquista senso, ha un nome, un luogo, uno spazio e un tempo, si festeggiano i nati e si piangono i morti, si spera in altre vite. Forse deriva dalla simulazione animale. Una leonessa osserva una zebra solitaria, è troppo lontana e vicino ci sono le iene, l’attacco simulato fallisce ma non ha sprecato energie o rischiato ferite. Gli animali possono intuire intenzioni, imitare nella mente senza agire, possono perfino essere attori di una fiction mentre giocano. Passare dal mondo della realtà a quello della finzione. Giocano alla lotta, mimano l’agguato, l’assalto, l’inseguimento, il morso o il graffio: non affondano mai i denti, retraggono le unghie e lasciano subito la presa. È una rappresentazione teatrale, una sceneggiata; si sdoppiano, si proiettano in un mondo immaginario. Per quest’operazione (la proiezione) è assai probabile che siano implicati i “neuroni specchio”, dei neuroni motori che si attivano quando si compie un’azione e quando si vede un altro compiere un’azione con lo stesso scopo. Il cervello che agisce è, anche e innanzitutto, un cervello che simula. I cuccioli passano spesso dalla realtà alla finzione. Entrano ed escono da un mondo all’altro. Ma dura poco, questo periodo di transizione è destinato a finire. Non hanno gli strumenti per continuare e da adulti quel mondo svanisce. Lo strumento per continuare a giocare è stato fornito dal linguaggio.

L’ha chiamata “folgorazione”, il grande etologo Konrad Lorenz in L’altra faccia dello specchio, questa svolta della parola. Senza di essa non sarebbe stata possibile l’immaginazione. C’è differenza tra immaginazione e creatività, la seconda possiamo definirla come l’applicare, il fare, il mettere in pratica, ciò che si è immaginato. Dante ha forse immaginato di poter realizzare la Divina Commedia, ma poi con carta e penna, giorno dopo giorno, le doveva dar forma e vita: creare. Parlare non significa solo tradurre pensieri in suoni, vuol dire ritagliare nuove immagini, oltre a quelle presenti alla nascita. Significa scrivere il mondo sui fogli di un quaderno infinito, disegnare un concetto e trasformarlo in parola e la parola in concetto. Circoscrivere un’idea da miliardi di altre possibilità. Perciò siamo così diversi, l’animale pensa ma non parla, ha solo immagini. Occorre pensare con le parole per poterle combinare. L’idea resterebbe invisibile se qualcuno non la estraesse, rendendola chiara e distinta. Ekphrasis è una parola greca che significa passare dalla parola all’immagine. Ci consente di passare dallo spazio in cui si parla a quello in cui si vede, e descriverlo in grammatica e sintassi. Con il compito di farli combaciare, un compito impossibile. Si tratta di pensare il futuro che ci aspetta, delle incognite della vita nei nostri confronti, si tratta di immaginazione, una nuova proprietà peculiare e unica del cervello umano. L’essere umano non ha un mondo assegnato, è un essere che trasforma il mondo. La nuova proprietà modifica i neuroni, i mattoni del cervello, e le loro connessioni.

Soprattutto di quelli della parte più recente del cervello: la neocorteccia, cui va il merito di ogni romanzo, di ogni musica, di ogni dipinto, di ogni scoperta scientifica e di tutti gli altri multiformi prodotti del pensiero umano. I neuroni comunicano tramite bottoncini: le sinapsi. Quelli umani non differiscono biologicamente da quelli di molti organismi tra i quali il nematoda Caenorhabditis elegans del quale è stata pubblicata nel 2006 la mappa completa delle connessioni, il “connettoma”, cioè lo schema elettrico globale. Due neuroni senza collegamenti possono benissimo ignorarsi. Poi una parola crea un’immagine e li attiva entrambi. Si sintonizzano, s’incontrano, nasce un punto di quasi contatto con una fessura sottilissima, dove avviene il passaggio di un messaggero. Lungo la membrana del neurone scende l’onda elettrica, un potenziale d’azione, sull’orlo finale aspettano vescicole piene di neurotrasmettitori, il messaggero chimico. La sinapsi si attiva, rilascia nella fessura il messaggio che subito all’altra sponda trova il recettore del neurone vicino, lo trascina dentro, genera una nuova onda elettrica che continua la sua corsa elettro-chimica, verso l’attivazione di un altro neurone. L’informazione si propaga e i due, che prima non si conoscevano, si stringono la mano: è nato un nuovo varco, un sentiero, una via, una parte infinitamente piccola di un’immagine, un’idea, un concetto. Altri impulsi seguiranno, come in un terreno incolto quando il primo lascia una traccia seguita dagli altri. La rete si amplia, diventa più ricca. Il solo atto di immaginare, crea. I due neuroni ormai sono uniti per sempre, finché morte non li separi.
«Tu sei le tue sinapsi» afferma in Il Sé sinaptico il neurobiologo Joseph LeDoux. Vicoli, transiti, strade, autostrade, ponti, anse formano una nuova mappa, una nell’emisfero destro e un’altra nel sinistro, dove si stabiliscono i sistemi neurali per il linguaggio. Il mondo delle parole e dei concetti diventa parte del mondo mentale. «Una pura visualizzazione mentale, e dunque un pensiero, una convinzione o un atteggiamento mentale, trasformano l’intero corpo» dichiara Michel Le Van Quyen, neuroscienziato parigino del Salpêtrière, in Il potere della mente.

L’immaginazione è un punto prezioso e raffinato di un lungo percorso creato e che a sua volta dà origine a una nuova architettura cerebrale in perenne rimodellamento. Anche nel caso dei gemelli identici è diverso, perché si modifica nel corso della vita, secondo le esperienze e gli accadimenti individuali. Tratteggiano la singola persona, i suoi gusti, convinzioni e credenze, il suo bagaglio d’idee e persino parte del carattere e temperamento. L’immaginazione è una visione. Siamo animali visivi, ci orientiamo, cerchiamo il cibo, il partner e il riparo, grazie soprattutto alla vista. La metà, circa, dell’informazione è visiva, e un terzo del cervello è dedicato a essa. Vedere è sapere; in greco antico per dire “io so” si usava lo stesso verbo (oida) che si usava per dire “io ho visto”. Oida in greco significa sapere, ma è anche il passato del verbo vedere orao, ho visto, dunque so. Il vedere come conoscenza; anche oggi vi sono espressioni che lo testimoniano, “non vedo il tuo futuro” “stai a vedere che mi frega” “non vedo alternative” “vedi cosa voglio dire?” Ma i greci sapevano che non era sufficiente l’occhio umano, occorreva qualcosa di più per la vera conoscenza, occorreva la memoria, Mnemosyne, la dea della memoria, e le altre muse, quelle che, avendo visto, tutto sanno. «Ditemi o muse che abitate l’Olimpo, poiché voi siete sempre presenti, tutto sapete» (Omero, Iliade, II, 484-493). La visione inizia dai recettori dell’occhio, coni e bastoncelli, un fascio di fibre prosegue con il nervo ottico, fa una prima sosta nella grande stazione del talamo, alla base del cervello e, infine, come un delta di fiume, sfocia ramificandosi in più di una trentina di aree nella corteccia cerebrale posteriore. I coni concentrati al centro della retina, nella fovea, individuano i dettagli, mentre i bastoncelli, più spaziati e in periferia, sono per un’immagine più generale. Elaboriamo, quindi, in una scala fine e in una globale.

Il cervello genera rappresentazioni di ciò che sta fuori, “il conoscere” e di ciò che sta dentro, “il sentire”, percezioni, emozioni, motivazioni. Arrivano informazioni visive, uditive, cenestesiche (postura e posizione), tattili, gustative, olfattive, viscerali, tutte integrate in vari circuiti. Il cervello colma le lacune percettive in una sintesi, perciò è creativo. Ciò è evidente quando identifichiamo lo stesso oggetto da prospettive diverse e in condizioni di luce e distanza differenti. Noi vediamo immagini. Ma se scoperchiamo il cranio o facciamo una scansione del cervello con le più raffinate tecniche, non le troviamo. Nessuna meraviglia, anche se apriamo il computer o la televisione, non troviamo le immagini dello schermo. Troviamo chip, circuiti, disposti e codificati, che simboleggiano le immagini.

Sono come le parole, anch’esse sono simboli di altro. La parola “gatto” è una serie di lettere, non il casalingo felino. Tuttavia, se leggiamo o ascoltiamo quella parola ci appare il micio. Gli organi di senso inquadrano, odono, toccano, assaporano; noi però vediamo un’immagine molto più ricca. Poiché si avvale anche del contributo di ciò che il cervello già sa, di ereditato e di acquisto. «I nostri cervelli» dice Richard Gregory, neuropsicologo della percezione visiva, in Vedere attraverso le llusioni, «creano molto più di ciò che vediamo… e crea una evidente fantasia». Le immagini del mondo che ci circonda sono molto simili in tutti gli esseri umani, frutto dell’evoluzione della nostra specie, le immagini della mente invece sono diverse in ognuno di noi. A livello centrale, nel cervello, tutte le informazioni si fondono. Due vie neurali, parallele, dalla nuca si portano in avanti, verso la fronte. Una proviene dalle aree visive e uditive, procede in basso, attraversa la zona dei ricordi di oggetti, arriva ai lobi frontali e ai ricordi emozionali. Se incontriamo un viso conosciuto, questo sistema lo identifica, è la via del “cosa”. Manda collegamenti a un altro sistema che attraversa invece il cervello alto e indica il posto dell’oggetto: è la via del “dove”.  Confrontando le informazioni possiamo agire, attraversare la strada e raggiungere la nostra amica al bar. «I due sistemi lavorano sempre insieme, utilizzate il cervello superiore per decidere di andare a parlare con la vostra amica solo dopo che sapete chi è (per gentile concessione del cervello inferiore)» spiegano i due scienziati cognitivi Kosslyn e Miller in Cervello alto e cervello basso. Durante la loro strada le due vie s’incontrano, scambiano informazioni e s’integrano con centri molto importanti. Quelli della memoria, l’ippocampo; quelli della consapevolezza di sé, l’insula; l’amigdala della paura, quelli del linguaggio e molti altri. Le informazioni dal mondo sono le stesse in tutti gli individui, ma l’incontro con questi centri, il cui contenuto differisce a volte in modo sostanziale in ognuno, provoca un’elaborazione unica.

«La nostra percezione del mondo è una fantasia che coincide con la realtà» afferma il europsicologo Chris Frith nel suo Inventare la mente. Realtà e fantasia. L’umano vive in un paradosso, situato com’è tra due mondi, quello della specie e l’immaginazione. Il risultato finale di un nuovo tipo di comunicazione, non più solo la mimica, i movimenti, le azioni, le tracce, gli odori, gli ormoni, le danze, i fischi, i suoni, gli urli, le emozioni. La lingua articolata alfabetica è stata in grado di creare una capacità comunicativa talmente raffinata che il pensiero quasi s’identifica col linguaggio. C’è chi non pensa, ma parla soltanto, quasi perfetta trasmissione del pensiero. Gli animali comunicano l’essenziale, non lasciano nulla di scritto, nessuno può imparare, e i nuovi nati devono ricominciare da capo. I cervelli, anche tra generazioni lontanissime, sono simili; il coccodrillo del Nilo sa le stesse cose di quelli dei tempi dei faraoni. Il mondo del linguaggio cambia continuamente, è dinamico, è un universo di racconti. I cervelli si collegano fra loro, non è più un computer scollegato dalla rete. Capacità e potenza nel suo hardware che non trasmette perché non ha un “modem”. Da quando l’homo sapiens si è connesso, come il computer di una rete, non è più limitato. Il suo piccolo processore e la sua memoria sono diventati all’improvviso enormi. Egli può conservare ciò che gli interessa. La memoria umana oggi si trova nei libri, nelle biblioteche, in Internet. È l’unico a essere in rete, gli altri sono isolati e si fanno tranquillamente i fatti loro. Solo l’umano coltiva l’immaginazione e con essa l’arte, nel senso di artigianato, di costruzione di cose artificiali, e con il tempo sostituisce il suo mondo naturale animale con quello artificiale, culturale. Tutti oggi sono animali culturali, anche se non vi è interesse per la scienza, la musica, la politica, lo sport, la letteratura, per nulla. Ognuno di noi è culturale, guida l’auto, telefona, legge le etichette, parla, compra, vede, guarda l’orologio, scrive: è storicamente culturale. Forse il teatro è nato proprio dal gioco delle storie, i bambini trasformano i bastoni in fucili, le scope in cavalli e i bicchieri in soldati; fanno il mago, il re, il poliziotto, l’eroe. Diventano grandi sognando, con i fumetti, i libri di avventura, la scuola, il computer, la televisione. Continuano anche da adulti, vanno al cinema per continuare a sognare, vivono in questo modo fino alla fine. In questo mondo immaginario nasce la potenza della conoscenza, nel bene e nel male. Possiamo vederci da fuori, puntini nell’universo, il prodotto dell’evoluzione di migliaia di generazioni. Il gioco animale permette di apprendere e affinare le tecniche di lotta, il gioco delle storie interpreta quello della vita. Gli episodi, i fatti, le tragedie, le commedie, le lotte, le farse nessuno le aveva mai raccontate. Il mondo anonimo e di immagini è diventato con i sottotitoli. Viviamo tra le storie come il pesce vive in acqua, personali, familiari, degli amici, della città, della regione e della nazione. E, come se non bastasse, ogni giorno le leggiamo sui giornali o nei romanzi, le guardiamo a teatro, al cinema o in televisione. Le inventiamo. Ogni storia è limitata, oggettivamente riduttiva, un riassunto comodo per comprendere, sintesi di complessità, un riepilogo da una prospettiva, da un punto di osservazione. Quella che vince, è perché dà una risposta a una domanda. In un mondo dai mille perché, nascono sempre storie e a volte vincono anche sui lucidi ragionamenti. Non è possibile nulla al di fuori della narrazione. Dopo tanti secoli prevale quella scientifica e, se l’immaginazione aumenta la conoscenza, questo sapere cresce miracolosamente sotto i nostri occhi. Con i quali possiamo vedere una scena in diretta, mentre si svolge dall’altra parte del mondo.

Avendo il linguaggio occupato l’emisfero sinistro del cervello, l’immaginazione trova spazio soprattutto nel destro, ma è tenuta a freno da influenze inibitorie. Una paziente artista  affetta  da  demenza  fronto-temporale  sinistra,  quanto più perdeva le sue abilità sociali e linguistiche, tanto più la sua arte diventava libera e audace. Questi fatti, afferma Eric Kandel in L’Età dell’inconscio, «possono spiegare l’improvvisa comparsa di un talento artistico nelle persone che soffrono di demenza fronto-temporale». La maggior parte delle persone dementi però non è in grado di far nulla. Il demente ha perso l’immaginazione, mentre «la comprensione reciproca è raggiunta attraverso l’esercizio dell’immaginazione», come dice il filosofo della mente Donald Davidson in The Social Aspect of Language. L’immaginazione collettiva organizza il mondo alla luce di significati globali, ma quella individuale nasce dalla specifica personalità; interessi materiali che s’incontrano con quelli psicologici-emozionali. «La mente è il luogo in cui viviamo» afferma Igor Aleksander in Come si costruisce una mente, ci fa apparire un mondo e, se esso appare, vuol dire che vi è luce. Anche l’essere umano, come gli altri animali, cammina nella notte. Anch’esso con la torcia illumina lo spazio davanti a sé. Tuttavia, unito agli altri, ognuno con le proprie torce, fa luce su un campo più grande. Gli uomini insieme illuminano quasi tutto, anche loro stessi: è il «m’illumino d’immenso» di Ungaretti. Distinguiamo ciò che possiamo o non possiamo fare, sappiamo che certe esperienze non si riferiscono alla realtà, sono abbagli, illusioni o allucinazioni, siamo riusciti a capirlo.

Ogni animale crede di essere nella vera e unica realtà. L’umano percorre la strada della conoscenza. Se l’“organo del linguaggio” ci consente di parlare, l’“inconscio immaginativo” ci consente di creare. I bambini non hanno bisogno di un particolare addestramento per parlare, al contrario dell’adulto, ma nemmeno per immaginare. Nascono capaci di parlare e immaginare.

Sono pre-programmati, anche se vengono alla luce ciechi o se lo diventano. «La cosa più incomprensibile dell’universo è che esso sia comprensibile». Questa frase di Einstein esprime la meraviglia di fronte a ciò che normalmente diamo per ovvio: la capacità dell’uomo di conoscere aspetti dell’universo. Come la scienza possa efficacemente comprendere il mondo fisico, descrivere cosa succede a una stella quando collassa, ci meraviglia. Stiamo parlando di qualcosa che non ha nulla a che fare con la nostra sopravvivenza pratica. Immaginazione e neuroplasticità sono gli ingredienti giusti. L’esperienza modifica il cervello, cambiando le connessioni e creando nuove strutture cognitive (generate quindi dal mondo esterno), che si rivelano poi efficaci per descrivere la realtà stessa che le ha formate. Sarebbe l’esperienza della realtà a plasmare la nostra mente nel corso del tempo, rendendola quindi in grado di «comprendere» la realtà stessa. Il conoscere e il conosciuto esistono l’una per l’altro solo se e quando si incontrano. Il mio gatto non potrà mai interessarsi a un film in tv, non ha la mente idonea per farlo. La mente ha sempre già qualcosa nella testa prima di poter conoscere. Una mente vuota non esiste, essere fuori dall’universo della conoscenza, per entrarvi poi, e stupirsi di trovare ogni cosa al suo posto, è una favola. Solo la mente umana preparata dall’immaginazione poteva concepire la scienza, la più raffinata forma di conoscenza a disposizione di un essere terrestre. E l’arte, che sempre ci differenzierà dall’animale e dal computer.

E così i movimenti del pensiero, usciti dalla testa dei primi ominidi che riuscirono a parlare, solcarono la sabbia, graffiarono la roccia, incisero il legno e scalfirono le ossa. L’immaginazione diventò pubblica e dopo i disegni si organizzò nella parola dei miti. Quando nacque, la scrittura legò l’umanità in un insieme e trasformò il mondo esterno, plasmando in ogni cervello una nuova rete neurale. La scrittura cambiò definitivamente il destino dell’uomo: «galeotto fu il libro e chi lo scrisse» (Inferno, Canto V, 138) sono i versi di Dante che si riferiscono al destino di Paolo e Francesca. Il significato, sottoposto alla pubblica discussione, torna in ogni testa e offre spunti per nuove idee. La scimmia immaginante disegnò ovunque, si vestì di pelli, si adornò, si mise a suonare e a ballare, venerò i morti e ringraziò le divinità. Comparvero strumenti, armi, e nacquero la pittura, la scultura, la musica. Qualsiasi immaginazione diventò creazione, il cervello subì una metamorfosi: la più importante fu una nuova immagine di sé, capace di osservarsi e dialogare con se stessa. Cominciava l’autocoscienza. Gli animali possiedono un’immagine del proprio corpo, ma non serve a pensarsi, serve a grattarsi, svicolare in spazi angusti, a muoversi con destrezza. Nell’umano invece il doppio si è animato. Possiamo immaginarlo perfino uscire, in certe condizioni patologiche, e osservare il suo corpo in coma circondato da parenti che lo vegliano. Da utile comparsa e sistema di controllo per grattarsi, è diventato anima. Vi è differenza fra la ragnatela e una cattedrale, la prima è un’obbligata esecuzione automatica e presente in tutti i ragni. L’altra è una possibilità inventata e tramandata. Quella umana è una nuova libertà, come dice Thomas Nagel in Mente e cosmo, «la libertà che la coscienza riflessiva ci fornisce, dal dominio delle disposizioni percettive e motivazionali innate». L’immagine virtuale è diventata persona, maschera, attore. Se muore il cervello, muore inevitabilmente anche essa. Ma l’abbiamo smaterializzata e chiamata mente, coscienza, anima, spirito. È ormai il nostro abito. Non si può analizzare con la genetica, l’anatomia, la fisiologia o la biochimica, il suo contenuto è dinamico, in interazione con il mondo. Il filosofo, il religioso, il sociologo o l’artista la descriveranno dalla loro prospettiva. Il parente, il collega o l’amico esprimeranno la loro idea. Noi stessi non ci conosciamo, perché le origini sono lontane, inafferrabili, arrivate da sterminate fila di geni, siamo stati plasmati dalla società, dalla famiglia, dalla comunità, dal caso, dal posto in cui siamo capitati. La nostra apparenza è l’Io immaginato, la sostanza è l’io biologico. Il primo, con il contributo della razionalità, si impegna nella scienza, il secondo, con l’apporto delle emozioni, produce arte e fantasia. Insieme riescono a fare cose formidabili d’ingegno e di bellezza, e anche terribili. Parafrasando Tolstoj, l’incipit di Anna Karenina, si potrebbe dire che tutti gli esseri umani nudi sono simili gli uni agli altri, ogni essere umano è invece vestito dalla fantasia a modo suo.

«Fin dall’alba della civiltà» dice Stephen Hawking, nel suo Dal big bang ai buchi neri, «l’uomo non si è mai accontentato di vedere gli eventi come non connessi tra loro e inesplicabili, ma si è sempre sforzato di pervenire a una comprensione». È impressionante vedere quanto sia grande il nostro mondo immaginario. Da quando è apparsa questa nuova possibilità, non abbiamo fatto altro che sfornare fantasie. Forse perché ci trasportano fuori dal corpo, cosa che nessun altro animale è in grado di fare. Forse è una voglia di trascendenza e spiritualità, il motivo per cui molti giovani accarezzano trasognati il loro computer. On-line sfuggono alla realtà quotidiana, navigando ovunque e con qualsiasi sembianza, possono dire ciò che pare loro, essere altri. Vorrebbero quasi entrare nel computer e perdersi, galleggiando, in un mondo immortale. Logorate le religioni, una nuova ascensione è possibile nel paradiso del mind uploading, che infatti significa caricare in alto, lassù. Ma qualcuno vorrebbe usare l’espressione mind downloading, che rimanda, non senza inquietare, al mondo degli inferi.

 

Luciano Peccarisi

 

Il cervello immaginante

 

 

Release Date : in tutte le edicole. Distribuzione Rizzoli
ISBN Code : 9788822810205
Book Author : Luciano Peccarisi
Book Publisher : Imprimatur editore
Total Pages : 303

 

 

 

 

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