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di Vittorio Sechi   indice articoli

 

Il grande fiume della conoscenza

Novembre 2017

 

Tutta la nostra conoscenza è interferita dal passato. Il passato condiziona il nostro essere nel mondo. Vivendo raccogliamo l’eredità di chi ci ha preceduto, e coniughiamo questo lascito con quanto riusciamo a costruire con le nostre forze, coadiuvati in questa azione, che poi è un processo senza fine, da quanto cogliamo lungo il percorso tracciato per noi. Lasciamo questo bagaglio in eredità a chi ci succede, che a sua volta prosegue la catena infinita. Il tutto avviene, come un passaggio di testimone.
Sembra un percorso lineare, senza picchi, come un fiume che scorre sereno nell’alveo tracciato da millenni di storia e geologia. Eppure non è così. Siamo animali particolarissimi, troppo avvezzi a consegnare la nostra libertà al prossimo (enti, istituzioni, leader, guru e chiese di ogni genere). Il nostro vero fardello è proprio la libertà, che Gesù nel deserto volle preservare.

Nonostante questa nostra inconscia propensione, talvolta accade, anche spesso, che un pensiero ecceda l’uniformità dell’orizzonte, e che la libertà sopravanzi il tracciato, scantoni di lato e che tracci un nuovo ed inedito solco. È il pensiero ‘folle’, quello che non si adegua e non si conforma e che pretende di camminare sulle proprie gambe, che scompagina le stanze del sapere, che sovverte il già noto e indica un nuovo inedito percorso che domani rappresenterà il nuovo alveo ove scorrerà il fiume del sapere. Pensieri folli, scompaginanti, che hanno tracciato nuovi solchi non più eludibili. E proprio il pensiero di Freud, Jung, Kant, Schopenhauer e tantissimi altri, mostrò come la percezione del mondo non fosse poi così perfettamente conforme alla sua datità. Il mondo si offre ai nostri sensi in un modo, che è quello e non altro, e i nostri recettori sensoriali lo attingono in forme sempre diverse, tanto da poter affermare che sia solo “...rappresentazione”.
Su questo punto sia la scienza fenomenologica (quindi anche la fisica) che la filosofia convengono pienamente. Ma se anche percepiamo “il mondo come rappresentazione”, ciò non implica necessariamente che ciò che ci circonda non sia vero in sé. Ma il vero, la datità del reale, del mondo, è o sarà mai preda delle nostre capacità di conoscere? È pienamente e compiutamente esperibile per i nostri sensi, anche qualora questi fossero coadiuvati nel proprio compito da strumentazioni sofisticatissime?

Tre sono i grandi salti quantici che la storia del pensiero umano registra, perlomeno i più degni di nota: il copernicanesimo (pessimo neologismo), con tutto ciò che gli ruotò intorno – Galileo, Newton etc...- che privò l’uomo e la terra della centralità nell’universo, relegando entrambi in un cantuccio, neppure troppo importante, una periferia come tante altre; il darwinismo, che ci costrinse ad indossare abiti più consoni e veritieri. Ci tolse le ali e le penne, dismise l’abito angelico e la natura divina e ci ricondusse a scoprire il nostro vero ruolo, quello di scimmie nude, più evolute dei nostri progenitori, ma pur sempre animali; il pensiero di Freud e la psicoanalisi, ebbero addirittura l’ardire di raccontarci che non siamo neppure più padroni del nostro Io.

Se noi non siamo pienamente padroni del nostro io è evidente che qualcosa alla nostra coscienza sfugga. E’, quindi, più che plausibile ipotizzare che anche buone fette di realtà si sottraggano alla nostra percezione. Ciò che si sottrae va ad occupare l’area della speculazione filosofica, teologica e scientifica. La prima non riesce, nonostante i pregevolissimi sforzi finora compiuti, ad approssimarsi al vero. Una branca della filosofia pare abbia addirittura rinunciato all’impresa, accontentandosi di sondare il verosimile, ciò che effettivamente è alla nostra portata. La seconda sopperisce alle assenze con i dogmi, cioè con la spada di Brenno, riempiendo i vuoti con i pronunciamenti categorici della religione, e definendo mistero insondabile ciò che palesemente confligge con la ratio. La terza, la scienza, persegue una strada fatta di dimostrazioni empiriche, e laddove l’esperienza diretta non consegue la dimostrazione, sopperisce con la teoria e i modelli matematici, rinviando la dimostrazione ad un oltre nel tempo, quando la tecnologia lo consentirebbe. Ma la tecnologia che pone in campo è pur sempre una strumentazione ideata e preparata dall’uomo, e approntata in maniera tale da fornire quelle determinate risposte che la domanda pone. È così possibile che la domanda stessa sia parziale o assolutamente errata, e la risposta ottenuta sia anch’essa un tassello del grande fraintendimento in cui la scienza cade. Basta solo pensare alla ricerca scientifica sugli stati di coscienza, ridotta esclusivamente ad un eccedere biologico, frutto di un’evoluzione che però non sa spiegare. Il racconto della scienza, fra scarti e buone intuizioni, si sta dimostrando sempre meno veritiero, e sempre più tarato sulle necessità pratiche dell’uomo. Ma la vita non si piega all’utilitarismo, non è un metallo duttile o malleabile da forgiare a seconda dei nostri desiderata. Scarta di lato, ed ogni tentativo di prenderne possesso è destinato al fallimento. Questo non è pessimismo, ma realismo.

La fisica quantistica ha dischiuso una porta che fino a ieri pareva invalicabile, e, prima timidamente, oggi con sempre maggior baldanza, ha introdotto i suoi sistemi di analisi proprio nel campo dell’infinitamente piccolo, andando ad inventariare un’area di conosciuto estremamente ampia, un’altra, per ora solo teorizzata, di ignoto da sondare, immensamente più vasta, fino ad ipotizzarne una terza di ancor maggior ampiezza che neppure le teorie più ardite riescono oggi a intravedere. Basti pensare alla complicazione dell’entanglement quantistico, o al rompicapo del principio di indeterminazione di Heisenberg, o alla visione che ci offrono i buchi neri una volta superata la soglia dell’orizzonte degli eventi.
Il vero è ancor oggi una meta da raggiungere, la cui soglia si sposta sempre più in funzione e dipendenza delle scoperte che si fanno. È come un orizzonte che si mantiene sempre alla medesima distanza dal punto di osservazione.

L’uomo è una variabile indipendente, che all’improvviso scarta di lato e non è propenso a farsi imbrigliare entro maglie troppo strette per un tempo eccessivamente lungo. Ma il mare magnum del sapere è indefinibile, se non infinito. Ogni passo che si compie verso la conoscenza suprema, verso la polla sorgiva da cui sgorga il fiume, affaccia il nostro sguardo ad una valle inesplorata la cui esistenza non era prima neppure immaginata. Ancora una volta è la fisica quantistica che ce ne rende edotti: quanti orizzonti, anche paralleli, ha lasciato trasparire? Non siamo in condizioni di poter neppure immaginare di edificare una fisica del tutto, se non erro antico sogno di Einstein, che inglobi quella meccanicistica, quella quantistica e non so neppure più che altra branca dello scibile.
Sull’altro versante, il cosmo è permane nel suo mistero. Proprio per questa sua caratteristica e capacità di sottrarsi alla nostra esperienza e ancor di più alle nostre limitate capacità speculative, si offre ai sensi e al sentimento come un miracolo insondabile che affascina. I nuovi strumenti di misurazione sono tarati giustappunto per fornire risposte alle domande che poniamo, le quali, in sé, contengono in nuce la risposta che inseguiamo. Son tarati a misura umana e da umani utilizzati, pertanto presumibilmente imperfetti come sicuramente è imperfetto chi li ha ideati e resi disponibili.

La conoscenza perfetta del tutto non credo proprio sia alla nostra portata. I salti quantici del pensiero sono enormi passi in avanti lungo un percorso inesauribile, ed ogni salto quantico rivela e dischiude nuove aree da esplorare, totalmente oscure.
I nostri stessi sensi, vere e proprie propaggini del nostro essere protesi verso l’ignoto, sono anch’essi enormemente limitati, non solo nella captazione del messaggio, ma anche nella sua decodifica e interpretazione. Noi non cogliamo la realtà così come si offre, non siamo recettori della datità del reale, come amava definire il nucleo del vero la filosofia ottocentesca. Anche il pensiero filosofico pare abbia rinunciato a perseguire il vero, adattandosi a sondare solo il simile al vero, cioè la verisimiglianza. Tanto è vero che sempre più il progresso del pensiero e della scienza, in stretta correlazione, si accompagna alla complessità della tecnologia e delle relazioni. Giusto perché tutto è un progressivo adattamento al verosimile. L’intera complicazione della nostra vita è dovuta esclusivamente all’imperio della tecnologia, che a sua volta è una conseguenza del progresso della conoscenza tecnica. Ma questa tecnologia, da prodotto del sapere, si sta trasformando in fattrice di conoscenze tecniche che alimentano altra tecnologia, e in tutto questo vorticare chi è posto in subordine sono l’uomo e le sue vere esigenze.
«Non potrai mai raggiungere i confini dell'anima, per quanto tu possa andare percorrendo per intero le sue vie: tanto profondo è il suo lògos» (Eraclito l’Oscuro - fr. 45, Diels-Kranz).

 

   Vittorio Sechi

 

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