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Sul Sentiero I Dalla “divina inquietudine” alla Gioia

Sul Sentiero I
Dalla “divina inquietudine” alla Gioia

di Bianca Varelli
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Il “Lavoro”

 

È necessario osservarsi con spregiudicatezza per interiorizzare la vera umiltà, che ci permette di intraprendere il lavoro, secondo la terminologia di Gurdijeff, ovvero l’osservazione e la trasformazione di sé, attraverso una lunga e costante applicazione che riguardi i vari aspetti di sé e che sia pertanto “circolare”, come nella costruzione di un mandala.
L’umiltà non è svalutazione di sé, masochistica e rinunciataria, ma è, semplicemente, realistica valutazione e serena accettazione di quanto si riesce a intravedere di sé: qualità, punti di forza, debolezze, maschere, aspetti evoluti ed e aspetti ancora inevoluti. Teniamo presente che i difetti o il male non sono che aspetti passeggeri e illusori del bene che emergerà.

Il nostro miglioramento provoca inevitabili effetti nel contesto in cui viviamo; la nostra irradiazione e le nostre più elevate vibrazioni potranno:

  1. contrastare l’entropia (da én, dentro, e tropé, rivolgimento: degradazione dell’energia);

  2. accrescere la luce del “campo” in cui agiamo.

Osservandoci con sincerità, noteremo presto che la nostra mente si avvale molto del processo di automatismo, fondamentale per la sopravvivenza, per cui un’informazione, una volta acquisita, viene interiorizzata e considerata valida per tutte le situazioni simili. Questa automatizzazione dell’apprendimento, poiché non diretta consapevolmente, agisce creando correlazioni tra persone e situazioni, spesso non più necessariamente attuali. Diventiamo in tal modo prigionieri di credenze e valori del passato che non sono più scelti ogni volta, ma che continuano a dirigere il nostro comportamento perché fanno ormai parte del nostro “sistema operativo”. Così, ad es., se abbiamo ricevuto un’educazione di tipo autoritario, possiamo tendere a rispettare qualsiasi tipo di “autorità” anche quando ne riconosciamo il comportamento arbitrario, ingiusto o irrispettoso.
La libertà della mente va conquistata partendo dalla comprensione dei meccanismi che determinano il nostro comportamento e imparando a decidere, momento per momento, da quali spinte interiori lasciar guidare il nostro pensiero e le nostre azioni. L’obiettivo è quello di recuperare la capacità di affrontare la realtà per quello che è, ogni istante di nuovo, e non in base a quello che le registrazioni del passato suggeriscono che sia.

Esso può essere raggiunto ricordando costantemente di:

  1. riconoscere pregiudizi e luoghi comuni: abbiamo tutti idee che “non sappiamo di avere”, assorbite attraverso l’educazione, i mass media e la vita sociale. E’ importante accorgersi di quando emerge questo tipo di pensieri per non lasciarsi guidare “alla cieca” da direttive formulate da altri;

  2. “agire” e  nonre-agire”: è la parola d’ordine per non essere schiavi dei propri impulsi e stimoli emotivi e poter invece dirigere consapevolmente le proprie energie nella direzione scelta;

  3. superare i timori ingiustificati: anche le emozioni vengono associate a esperienze del passato. Con un atto di volontà ci si può mettere alla prova nei confronti di timori ingiustificati, instaurando un diverso tipo di associazione tra qualche esperienza che nel passato abbiamo temuto e che nel presente possiamo trovare invece innocua o anche  utile;

  4. vivere il presente: sviluppare libertà di giudizio e d’azione permette di ricollegare la propria esperienza all’istante presente, consentendoci di diventare capaci di apprezzare quanto la vita propone e abili a cogliere opportunità di servizio;

  5. avere fiducia nel futuro: quando si diventa consapevoli delle possibilità individuali di governare la realtà circostante, non si rischia di farsi abbattere dal senso di inutilità causata dal fatalismo e si possono investire le proprie energie per contribuire alla costruzione di un futuro ispirato alla Volontà di Bene.

Assagioli ripropone, sotto forma di “tecniche psicologiche”, antichi insegnamenti rivolti a coloro che intendono percorrere il Sentiero.
Uno di questi consiste nel concentrarci sul più da far emergere, su quella che egli definisce la qualità opposta, invece di rimanere focalizzati sul meno che osserviamo. Così, invece di dirsi “sono pigro” o “non sono attivo”, e deplorare questa nostra mancanza, potremmo affermare “divento sempre più operoso”; l’inconscio risponde alle affermazioni ripetute, e potremmo più facilmente agire nel senso desiderato. Egli consigliava anche di scrivere su cartelli disseminati nei luoghi in cui viviamo le qualità che intendiamo attivare, ad es. “Fiducia”, “Gioia”, così da non “perderle di vista” e favorirne la realizzazione attraverso la costante concentrazione.
Un altro procedimento, da integrare con gli altri, è proposto da Assagioli a chi intende per-fezionarsi (da per facere, compiere fino in fondo se stessi). E’ l’agire “come se”; anche questo è una divulgazione di antichi metodi educativi per aspiranti. Egli ci invita ad agire come se già possedessimo quella qualità di cui avvertiamo dolorosamente la mancanza, così da svilupparla quotidianamente; ad es., se sappiamo  di essere dominati dalla Paura, che costituisce spesso il maggior ostacolo all’evoluzione, potremmo ogni giorno compiere un piccolo atto di coraggio, facendo un po’ di “violenza” a noi stessi; diventeremo, col tempo, coraggiosi.
Ricordiamo che ci è richiesto di agire con determinazione, anche verso noi stessi: “Il Regno dei cieli è dei violenti”.
Queste modalità operative, che potrebbero essere considerate come applicazioni delle tecniche del così detto, e spesso così banalizzato, “pensiero positivo”, producono una costante e fiduciosa tensione a diventare liberi creatori delle nostre emozioni e dei nostri contenuti mentali.
Si tratta, in sostanza, di focalizzarsi sulla qualità che intendiamo interiorizzare - intesa come la parte evoluta ancora coperta dall’ombra della nostra debolezza - caricandoci della sua energia. Concentrandoci sulla Luce, la attireremo nelle nostre vite.
Molti diranno: ma così non siamo “noi stessi”, non siamo “spontanei”.
In realtà dobbiamo scegliere: o essere “spontanei”, in senso profano, e rimanere al punto in cui siamo, o lavorare per spostare la nostra “spontaneità” ad un livello più alto: i nostri atteggiamenti, una volta acquisiti, saranno per noi ovvi e naturali, così come, nel corso di questa nostra vita, è divenuto ovvio e naturale sostituire atteggiamenti adulti a quelli infantili o, nel corso delle nostre vite, apprendere a non uccidere o non rubare.
Saremo allora spontanei ad un livello più avanzato della spirale evolutiva, avendo ampliato la nostra capacità di “produrre autonomamente” la gioia profonda che nasce dal potere dell’autodeterminazione.
Sarà così anche ripristinato il valore etimologico del termine “spontaneo”, che deriva da “sponte”: volontariamente.

 

   Bianca Varelli

 

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