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L'uomo, la felicità e la marcia del mondo

Da: Il Gesuita proibito - Vita ed opere di P.Teilhard de Chardin

Di Giancarlo Vigorelli Casa editrice IL SAGGIATORE
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La vera felicità, abbiamo appena precisato, è una felicità in crescita, e in quanto tale ci aspetta in una direzione stabilita:

  1. attraverso l'unificazione di noi stessi al centro di noi stessi;

  2. attraverso l'unione del nostro essere con altri esseri nostri uguali;

  3. attraverso la subordinazione della nostra vita a una più grande
    della nostra.

Come dobbiamo agire, praticamente, per essere felici?

 

Ora, beninteso, mi è possibile, per vostra curiosità e buona volontà, darvi soltanto alcune indicazioni estremamente generali; dal momento che appaiono, in modo legittimo, le molte questioni del gusto, della fortuna e del temperamento. La Vita si stabilisce, progredisce per natura e struttura, grazie all'immensa varietà dei suoi elementi. Ognuno vede e affronta il mondo da un angolo particolare, con una riserva e delle sfumature di vitalità incomunicabili (diversità complementare che dà fondamento al valore biologico della «personalità»). Ognuno di noi, perciò, è in ultima analisi il solo che può scoprire per sé l'atteggiamento, i gesti inimitabili che lo renderanno coerente al massimo, cioè in stato di pace beatificante con l'Universo in marcia intorno a lui.
Precisate queste condizioni, resta da dire che, in accordo o nelle prospettive sopra sviluppate, si possono formulare le tre seguenti regole di felicità:
1. Come prima cosa, per essere felici bisogna reagire contro la tendenza al minimo sforzo, o a rimanere fermi, o a preferire nell'agitazione esterna il rinnovamento della nostra vita. Dobbiamo per forza mettere radici profonde nelle ricche e tangibili realtà materiali che ci circondano. Ma alla fine la felicità ci aspetta nel lavoro della nostra perfezione interiore, intellettuale, artistica; morale. Come diceva Nansen, la cosa più importante della vita è trovare se stessi. Lo spirito faticosamente costruito attraverso e, direi, al di là della materia - Centrazione.
2. In un secondo tempo, per essere felici, bisogna reagire contro l'egoismo che ci spinge, o a rinchiuderci in noi stessi, o a ridurre gli altri sotto il nostro dominio. C'è una maniera d'amare - cattiva, sterile - per la quale noi cerchiamo di possedere, invece di dare. Ed è qui che riappare, nel caso di una coppia o di un gruppo, la legge del massimo sforzo che già prima regolava la corsa interiore del nostro sviluppo. L'unico amore è quello che si esprime in un progresso spirituale realizzato in comune. - Decentrazione.
3. Terzo, per essere felici - completamente felici - bisogna che noi, in una maniera o nell'altra, direttamente o per mezzo di intermediari (una ricerca, un'idea, una causa), trasportiamo l'interesse finale delle nostre esistenze nella marcia e nel successo del Mondo intorno a noi. Come i Curie, come Termier, come Nansen, come i primi aviatori, come tutti i pionieri di cui parlavo, bisogna che noi trasferiamo il polo della nostra esistenza in uno maggiore di noi, per arrivare alla sfera delle grandi gioie stabili. I! che non porta, rassicuratevi, a fare delle cose importanti, straordinarie, ma soltanto, e tutti lo possono, a fare grandemente" la più piccola cosa, appena divenuti coscienti della nostra solidarietà vivente con una grande Cosa. Aggiungere un piccolo punto al magnifico ricamo della Vita; distinguere !'Immenso che sta e ci attira al centro e al termine delle nostre attività più piccole; distinguerlo e aderir vi: questo è alla fine il grande segreto della felicità. «È nella profonda e istintiva unione con la corrente totale della Vita, che si trova) a più grande delle gioie», riconosceva Bertrand Russell, uno degli spiriti più acuti e meno spiritualistici. - Surcentrazione.
E a questo punto, per finire, lasciatemi fare un'osservazione di cui sono debitore tanto a voi che a me stesso, per essere assolutamente sincero. Leggevo ultimamente un curioso libro, dove il romanziere e filosofo inglese Wells espone le idee originali lasciate da un americano, biologo e uomo d'affari, William Burrough Steele, esattamente sul problema che noi abbiamo trattato questa sera, quello della felicità umana. Con molta ragione e forza, Steele cerca di stabilire (proprio come ho fatto io) che, poiché la felicità non può essere separata da un'idea di immortalità, l'uomo non può essere completamente felice se non affonda i suoi interessi e le sue speranze in quelle del Mondo, e in modo particolare in quelle dell'Umanità. Ciononostante, aggiunge, questa soluzione, così come sta, resta ancora incompleta. Poiché per arrivare a darsi fino in fondo, bisogna poter amare, e come amare una realtà collettiva, impersonale - mostruosa sotto alcuni aspetti - quale il Mondo o perfino l'Umanità! L'obiezione che Steele scopre in fondo alla sua anima, e alla quale non sa rispondere, è terribilmente crudele e giusta. Non sarei dunque né completo, né sincero, se non vi facessi osservare che il movimento indiscutibile che conduce la massa umana al servizio del Progresso non è «autosufficiente», - ma che questo slancio terrestre, al quale vi invito, richiede, per sostenersi, di sintonizzarsi e di sintetizzarsi nello slancio cristiano.
 

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