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Lo stato naturale

Di U.G. Krishnamurti

Da “Mystique of enlightenment’’ (mistica dell’illuminazione)
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I sensi funzionano in modo innaturale in te perché li usi per ottenere qualcosa. Perché ottenere qualcosa? Soltanto perché vuoi dar continuità al tuo “io”. Tu proteggi quella continuità. Il pensiero è un meccanismo di protezione: protegge l’ “io” a spese di qualcosa o di qualcun altro. Qualunque cosa nasca dal pensiero è distruttiva: alla fine distruggerà te e la tua specie.

E’ il meccanismo ripetitivo del pensiero che ti sfinisce. Allora che fare? – è tutto quello che puoi chiedere. Questa è l’unica domanda e qualunque risposta io o chiunque altro possa darti, aggiunge slancio a quel movimento di pensiero. Non puoi farci niente. Ha lo slancio di milioni di anni. Sei totalmente indifeso e non puoi essere cosciente di questa impotenza.
Se pratichi un sistema di controllo della mente, automaticamente l’ ”io” è presente ed attraverso questo esso può continuare. Hai mai meditato seriamente? Se mediti sul serio, finisci al manicomio. E non puoi neanche praticare la consapevolezza di ogni istante. Tu non puoi essere consapevole: tu e la consapevolezza non potete coesistere. Se tu potessi restare non fosse che un secondo, in uno stato di consapevolezza, una volta nella vita, la continuità sarebbe sradicata, l’illusione della struttura pensante , l’ “io crollerebbe e tutto cadrebbe nel proprio ritmo naturale. In quello stato non sai che cosa stai osservando – questa è consapevolezza. Se riconosci quello che osservi, ecco di nuovo che sperimenti quello che sai.
Non so cosa sia che spinga una persona verso il proprio stato naturale e non un’altra. Forse è scritto nelle cellule. E’ senza causa. Non è un atto di volontà da parte tua, non puoi farlo accadere. Puoi sicuramente aver sfiducia in un uomo che ti racconta come ci è arrivato. Una cosa è sicura ed è che non può conoscere se stesso e non può comunicartelo. La funzionalità del corpo sarà diversa senza l’interferenza del pensiero eccetto quando è necessario comunicare con qualcuno. Come in gergo pugilistico si suole dire: “devi gettare la spugna”, devi essere totalmente impotente. Nessuno ti può aiutare e nemmeno tu lo puoi.

Questo stato non ti interessa: tu sei solo interessato alla continuità. Vuoi continuare, forse ad un livello diverso e funzionare in altre dimensioni, ma devi pur continuare in qualche modo. Non lo prenderesti nemmeno con una pertica. Questo liquiderebbe quello che chiami “io” tutto quanto, il superiore, l’inferiore, l’anima, l’atman, il conscio ed il subconscio, tutto quanto. Arrivi ad un certo punto e dici: “Ho bisogno di tempo” ed ecco la sadhana (pratica religiosa) e poi dici anche “Domani capirò “. La struttura è nata dal tempo e funziona nel tempo, ma non finisce per mezzo del tempo. Se non capisci ora, non capirai domani. Cosa c’è da capire? Non puoi capire quello che sto dicendo. E’ un esercizio futile da parte tua, paragonare il mio modo di funzionare con il tuo. Non posso comunicarlo, non è necessario e tanto meno un dialogo. Quando l’ “io” non c’è, quando la domanda non c’è, quello che rimane è la comprensione. Sei finito. Te ne vai. Non andrai più da nessuno che descriva il suo stato o a far domande sulla comprensione.

Quello che cerchi non esiste. Ti piacerebbe calpestare un suolo incantato con visioni beatifiche di una trasformazione di un ego inesistente, verso uno stato evocato da frasi che ti affascinano. Questo invece ti porta lontano dal tuo stato naturale – è un movimento che ti allontana da te stesso. Essere se stesso richiede grande intelligenza. Tu sei “benedetto” da questa intelligenza: nessuno può dartela e nessuno te la può togliere. Colui che le permette di esprimersi è un uomo naturale.

Domanda: Questo stato lei lo chiama “calamità”?

U.G.:Vedi, la gente crede che la cosiddetta “illuminazione” o realizzazione o come vuoi chiamarla, (non mi piacciono quelle parole) sia qualcosa di estatico, che ti renda per sempre felice, uno stato di beatitudine tutto il tempo – ecco cosa s’immagina la gente. Quando però una cosa del genere capita a qualcuno, egli realizza che non c’è alcuna base per una simile cosa. Quindi dal punto di vista dell’uomo che si aspetta una felicità perenne, una beatitudine eterna o quello che vuoi di permanente, è una calamità. Perché egli prevede un certo avvenimento, mentre quello che gli succede non ha niente a che fare con esso. Non c’è alcuna relazione tra quello che immagina e la situazione che c’è. Quindi dal punto di vista dell’uomo che si aspetta qualcosa di permanente, è una calamità – è in quel senso che io uso quella parola. Ecco perché dico spesso che se io potessi darti solo una vaga idea di cosa si tratta, non lo toccheresti neanche con una pertica di 4 metri. Fuggiresti da questo stato perché non è quello che vuoi. Quello che vuoi non esiste, lo vedi.

Allora la domanda seguente è:”Allora perché tutti quei saggi parlano di “beatitudine perenne”, di “vita eterna” ecc. ecc. ? Non sono interessato a tutto questo. Ma l’immagine che hai di quello, non ha alcuna relazione con quello di cui sto parlando, lo stato naturale. Quindi la domanda se qualcuno è illuminato o meno, non m’interessa perché non esiste affatto l’illuminazione.

 

Inviato da Isabella di Soragna

 

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