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La fascinazione di Thanatos: desiderio, morte e stati modificati di coscienza.

Di Giuseppe Perfetto

 

Testo presentato al "VII Congresso Internazionale di Studi sulle Esperienze di Confine", San Marino, 1 giugno 2003, pubblicato in Atti, a cura di F. Cariglia, pp.113-120.

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Salve. Ho intenzione di parlarvi dell'Impossibile.
Per parlare dell'Impossibile non posso che servirmi del paradosso.
Cominciamo dal desiderio. Che cos'è il desiderio? Lo Zanichelli ne dà una definizione semplice e precisa: il desiderio è <<il moto dell'animo verso chi o ciò che procura piacere>> [Zingarelli 1973]; quindi, in generale, possiamo affermare che il desiderio designa la ricerca, l'anelito o la tensione del soggetto verso un oggetto, e possiamo semplicemente rappresentarcelo come una freccia.
Utilizzando il medesimo schema, pensiamo ora ad un percorso, diciamo lungo un chilometro, dal punto A al punto B. Immaginiamo poi un soggetto, per esempio un corridore, che parte dal punto A e corre alla velocità uniforme di un metro al secondo verso il traguardo, verso il punto B o l'oggetto. Questo corridore deve dapprima coprire metà della distanza tra i punti A e B, raggiungendo il punto medio tra loro, che abbiamo indicato con C; poi deve percorrere metà della distanza che rimane tra C e il traguardo B, arrivando al punto D e così via. Questo processo di dimezzamento continuerà all'infinito: infatti, indipendentemente da quanto piccola sia la distanza che rimane da coprire, essa può sempre essere divisa a metà. Inoltre, ogni segmento finito del percorso richiede una quantità finita di tempo per essere attraversato, e giacché ci troviamo alle prese con un numero infinito di intervalli finiti, dobbiamo concludere che il corridore non raggiungerà mai il traguardo. Posta l'infinita divisibilità dello spazio, il soggetto non raggiungerà mai la sua meta poiché, dovendo superare gli infiniti punti di cui consta qualsiasi distanza, dovrà impiegare un tempo infinito. 
Detto in altri termini: per raggiungere una meta si dovrebbe prima raggiungere la metà del tragitto che si deve percorrere, ma prima di raggiungere questa metà si dovrebbe raggiungere la metà di questa metà, e prima ancora la metà della metà della metà, e così all'infinito perché c'è sempre una metà della metà: se le metà sono infinite poiché di ogni tratto preso è possibile prendere la metà, è impossibile percorrere in tempo finito infiniti tratti.
Questo che vi ho presentato è il primo dei quattro paradossi del movimento attribuiti al filosofo greco del V sec. a.C. Zenone d'Elea [Salmon 1970]. 
Una soluzione di tale rompicapo ovviamente c'è, è di tipo logico-matematico (naturalmente esula dagli scopi della presente relazione esplicitarla), vi dico solamente che ci son voluti quasi duemila anni per trovarne una soddisfacente. Comunque, anche in base ad una matematica intuitiva, la serie numerica generata dal paradosso può essere così rappresentata: 1/2+1/4+1/8+1/16+1/32+… Evidentemente è una progressione infinita poiché è sempre possibile aggiungere una frazione più piccola dimezzando la precedente. La serie tende a 1, perché più termini vengono aggiunti più la somma si avvicina al limite 1. Faccio incidentalmente notare che da una parte c'è lo Zero e dall'altra l'Uno... il che non è un caso, come vedremo.
Ecco, questo è esattamente il meccanismo del Desiderio [Miller 1997]: un continuo inseguimento dell'oggetto da parte del soggetto. Per oggetto del desiderio non designiamo solo oggetti materiali, ma sopratutto ci riferiamo virtualmente a qualsiasi cosa, come eventi, persone, entità, ideali, concetti... E' evidente che nel (malaugurato) caso in cui il soggetto riesce a raggiungere l'oggetto, in qualche modo soddisfacendosi, non v'è più desiderio, ovvero affinché vi sia desiderio l'oggetto deve presentarsi come mancante.
Inoltre questa è la precisa psicodinamica di come funzionano gli stati modificati di coscienza, particolarmente quelli riguardanti le cosiddette "esperienze di confine". Alla base di tutti gli stati di coscienza vi è il Desiderio, come anche ha rilevato lo psicoanalista Gilberto Camilla [1995] <<è evidente che dietro un rito, un culto estatico, ma anche dietro l'assunzione volontaria di una droga psicoattiva, si cela un desiderio. Desiderio che è rimosso, e quindi inconscio>>. Durante tali stati di coscienza vi è una progressione continua verso una meta, un "oggetto". La meta di tali esperienze, o stati, in ultima analisi è solo una: io ho chiamato tale "Oggetto": "das Ding", un termine sufficientemente neutro che ho ripreso da Heidegger, che in italiano è traducibile con "la Cosa" [Heidegger 1976, Lacan 1986].
Dire cosa sia "das Ding", la Cosa, è un'operazione impossibile, le nostre categorie (cognitive, linguistiche, spazio-temporali, ecc...) non la possono rappresentare, e per esempio quando i mistici han provato a descriverla son caduti nel silenzio. Ma giusto per intenderci, possiamo avvicinarci a "das Ding" parlando di Dio, l'Assolutamente Altro, il Tao, l'Infinito, l'Atman, il Reale, il Numinoso, il Nulla, il Tutto, l'Uno, il Vuoto... un significante vale l'altro.

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