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Così parlò Zarathustra a Gesù e a Maometto

Da: I Persiani di Gerhard Schweizer - Garzanti Editore
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E' un vero paradosso: i segnaci di Zarathustra sono oggi una minoranza in via di sparizione di nemmeno duecentomila fedeli, ma il pensiero del padre fondatore ha collaborato a forgiare tre grandi religioni - i cui segnaci rappresentano più della metà della popolazione mondiale. In Persia si trovano oggi quarantamila seguaci di Zarathustra, un numero insignificante rispetto al totale della popolazione. La maggior parte di loro vive a Teheran e nelle regioni di Kerman e Yasd. Nessun persiano musulmano impedisce loro di raccogliersi attorno al fuoco sacro e di pregare Ahura Mazdah; ai seguaci di Zarathustra è assicurata piena libertà di culto. In questo caso anche gli sciiti fanatici non fanno eccezione, nonostante la loro fama di intolleranti. Secondo i precetti islamici, nessuna religione che insegni la fede in un unico Dio può essere ostacolata. I musulmani riconoscono la fede di Zarathustra come una forma primitiva dell'islamismo e ciò permette ai fedeli di Ahura Mazdah di sopravvivere, almeno fino a oggi, nel loro paese di origine. Al di fuori della Persia i seguaci di Zarathustra sono presenti in un certo numero in India, dove erano fuggiti già nel VII secolo. Là li si nomina parsen, che significa nient'altro che persiani. Il loro centro è la metropoli di Bombay. Essi riuscirono a tramandare il loro credo nella memoria dei posteri in maniera più efficace dei loro fratelli persiani e poterono mantenere le loro tradizioni nella società induista religiosamente tollerante senza essere ostacolati. Non è quindi un caso che proprio a Bombay gli storici europei fecero il primo incontro con la dottrina di Zarathustra. Il numero dei parsen si limita a centotrentamila persone circa. Se a loro si aggiungono i persiani, si arriva a un totale di circa centosettantamila credenti che sono rimasti fedeli a questa religione un tempo così importante. La fede di Zarathustra non è mai diventata una religione universale. Ma non ha neppure mai tentato di diventarlo. Sulla base delle notizie in nostro possesso bisogna supporre che i suoi seguaci non abbiano mai sentito l'esigenza di predicare da missionari ai popoli stranieri. "Andate nel mondo...", questo comandamento di Gesù, che Maometto ha ripreso in forma analoga, manca ai seguaci di Zarathustra. Essi si comportarono come gli ebrei a cui bastava costatare che la fede nell'unico dio fosse ben radicata nel popolo eletto. Gli imperatori antico-persiani hanno favorito questa autolimitazione, reputavano fosse meglio lasciare agli altri popoli la loro religione, anche solo per amore di pace politica. Per questo sia pur non ultimo motivo la religione di Zarathustra dovette ben presto perdere la sua influenza appena il potere della chiesa di stato venne spezzato dai musulmani. La scoperta di Zarathustra da parte della cultura europea iniziò nell'anno 1771. A quel tempo lo storico francese di religioni nonché‚ orientalista Abraham Anquetil-Duperon conobbe a Bombay i parsen e si imbatté‚ in qualcosa di più importante ancora: la loro bibbia, l'Avesta. Più precisamente: quegli importanti frammenti che erano rimasti dopo secoli di lotte religiose e politiche. Portò con sé‚ un esemplare a Parigi e lo tradusse in francese. Fu un'impresa pionieristica che fece scalpore; già cinque anni dopo era disponibile una traduzione tedesca, tanto era l'interesse che aveva suscitato negli specialisti e nel pubblico colto di lettori oltre il Reno. Non fu affatto un caso che ciò avvenne nel secolo dell'illuminismo. A quel tempo, nella seconda metà del XVIII secolo, poeti, filosofi e scienziati riuscirono a liberarsi dalla tutela della chiesa e fecero ogni sforzo per conoscere, al di là dei pregiudizi, altre culture, anche altre religioni. Gli illuministi amavano la tolleranza e condannavano i gretti dogmatici che accettavano esclusivamente ciò che non contrastava col pensiero ereditato dal passato. In quegli anni Lessing scrisse il suo dramma borghese sulla tolleranza Nathan il saggio (1779) in cui invitava alla comprensione per quelle religioni fino ad allora considerate nemiche del cristianesimo come l'ebraismo e l'islamismo; egli relativizzò in maniera efficace, con l'arma della metafora, il concetto di verità assoluta. Nella borghesia colta regnava un clima di apertura al nuovo e di attenzione per quelle religioni fino ad allora sconosciute. Mozart introdusse Zarathustra nella veste di supremo sacerdote e mago Sarastro nel suo Flauto magico; Goethe si occupò del profeta iraniano nel suo Divano occidentale-orientale (vedi: Hafiz). L'importanza decisiva di Zarathustra rimase però ancora a lungo sconosciuta ad una più vasta cerchia di lettori; molti lo consideravano nel migliore dei casi un profeta messo in ombra dai padri fondatori di religioni seguenti, un uomo cioè sorpassato inesorabilmente dal corso degli eventi storici. Questa opinione non cambiò sostanzialmente neppure nel XIX secolo quando sempre più orientalisti si diressero in Persia e in India raccogliendo nuove copie dell'Avesta, traducendole, commentandole e comparandone criticamente le rispettive differenze. Fu così che si rivelò interamente ai ricercatori come la dottrina di Zarathustra anticipasse alcuni concetti che fino ad allora erano stati attribuiti all'ebraismo e al cristianesimo. I risultati di quelle ricerche incontrarono una vasta resistenza in larghi strati della popolazione. Gli scienziati si scontravano contro un tabù: essi osavano affermare che il cristianesimo derivava i contenuti della sua dottrina non solo da Gesù Cristo e dai profeti dell'Antico Testamento, ma anche dal padre di una religione che apparteneva ad una cultura completamente estranea. Doveva forse voler dire che la fede cristiana era stata prodotta, in maniera contraddittoria e progressiva, dagli uomini stessi come tutta la loro cultura, e non proveniva quindi direttamente da Dio come verità assoluta? La conclusione era logicamente ipotizzabile. Proprio per questo la scoperta di Zarathustra suonò per l'occidente cristiano come una sfida, per molti significò un inaccettabile provocazione. Il grande provocatore fu Friedrich Nietzsche. Negli anni ottanta del XIX secolo fece comparire Zarathustra nel titolo della sua opera principale Also sprach Zarathustra (Così parlò Zarathustra). Nietzsche ha preso quel titolo dall'Avesta dei parsen indiani in cui importanti concetti dottrinali venivano introdotti da quell'espressione ricorrente. A Nietzsche riuscì ciò che nessuno storico delle religioni aveva ottenuto: far conoscere a un vasto pubblico il nome di Zarathustra. La cosa è abbastanza paradossale dato che il testo (pubblicato per la prima volta nel 1892 in una raccolta di opere di Nietzsche in quattro volumi) non ha niente in comune con il vero insegnamento dottrinale del padre della religione antico-iraniana. Nietzsche vedeva in Zarathustra uno dei più grandi geni della storia religiosa, si, il profeta che aveva tracciato le coordinate spirituali secondo le quali noi, ancora oggi, viviamo. Secondo Nietzsche però, ciò che di nuovo Zarathustra aveva portato nel mondo era "un errore gigantesco" che doveva essere retroattivamente abrogato. Nietzsche scelse la figura del profeta per la sua opera principale con l'intento di poter dimostrare quello che per lui era "il grande ritorno". Il personaggio di Zarathustra da lui inventato si ritira di nuovo in solitudine per riconoscere e smascherare come inganno la sua stessa geniale creazione - cioè la fede nella lotta universale tra bene e male, nell'aldilà dotato di giustizia compensatrice e nella metafisica in senso lato. Zarathustra diventa il simbolo dell'uomo creativo che distrugge proprio ciò che ha creato per produrre ulteriormente qualcosa di nuovo - e il nuovo, un giorno, non reggerà più al suo accanito bisogno di conoscenza e verrà nuovamente superato. Tutto scorre, non esiste verità assoluta, esistono solo il divenire e la transitorietà dei prodotti della conoscenza; questa concezione che un tempo era insegnata dal filosofo greco Eraclito, diventa nell'opera di Nietzsche l'elemento centrale. Zarathustra negli scritti di Nietzsche è stato trasformato proprio nel contrario di ciò che era in origine: non tanto un uomo che si sentiva legato a un ordine metafisico bensì l'uomo che, senza più illusioni, afferma "il nulla" e riesce a crearsi degli ordini nuovi solo grazie alla sua "giocosa" fantasia - ben sapendo quanto siano transitori. Fino a oggi questo Zarathustra, cosi come lo caratterizzò Nietzsche, ci è ben più familiare di come fu in realtà. Nonostante tutta la parzialità della sua interpretazione, nonostante la veemenza con cui è rifiutato il vero Zarathustra, una cosa è ormai evidente grazie anche a Nietzsche: come sia sempre stato sottovalutato il patrimonio di pensiero dell'antica Persia tramandato all'occidente.

 

Testo tratto da: I Persiani di Gerhard Schweizer - Garzanti Editore

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