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Così parlò Zarathustra a Gesù e a Maometto

Da: I Persiani di Gerhard Schweizer - Garzanti Editore
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E ancor più: alcuni principi persiani e alti funzionari favorirono la nuova religione nelle province conquistate, in oriente fino alla valle dell'Indo, a occidente fino alla regione posta tra il Tigri e l'Eufrate, in Asia minore, Siria, Palestina e Egitto. In nessun caso i persiani costrinsero un popolo sottomesso a convertirsi alla religione di Zarathustra, al contrario, essi lasciarono a ciascuno la propria fede. Tutti i sudditi però avevano la possibilità di interessarsi attivamente alla nuova religione. Ciò dovette avere conseguenze imprevedibili e decisive per quel tempo. L'incontro con Zarathustra portò a una svolta religiosa di grande importanza presso uno dei popoli sottomessi: gli ebrei. Gli effetti furono di importanza storica mondiale. Gli ebrei di quel tempo passarono attraverso la più grande crisi della loro storia. Nell'anno 587 a.C. Nabucodonosor re di Babilonia aveva fatto distruggere la capitale ebraica Gerusalemme fino alle mura di cinta e deportato soprattutto uomini di lettere, sacerdoti, funzionari dell'amministrazione, commercianti e soldati nelle regione del Tigri ed Eufrate. Lo stato ebraico non esisteva più, l'intera élite intellettuale, e con lei una parte del popolo, viveva sotto il dominio di governanti stranieri, molto lontano dalla patria nativa. Quell'epoca - che è entrata nella storia col nome di prigionia babilonese - ebbe fine per mano di Ciro, il Grande Re dei persiani; egli fece tornare gli ebrei nella terra dei loro padri dopo aver conquistato il regno babilonese. Ma idee e indirizzi spirituali di coloro che tornarono a casa erano diversi da quelli dei loro diretti antenati: nella loro permanenza in terra straniera erano stati influenzati dall'incontro e scontro con una cultura assolutamente nuova e, per certi versi, affascinante. Messi alla prova da quell'esperienza, profondamente disorientati, i sacerdoti ebrei cominciarono a riflettere intensamente sulle grandi questioni religiose, sul senso dell'esistenza; anche il popolo si mostrava ricettivo a nuovi messaggi profetici. Durante quel periodo storico vennero formulate parti fondamentali del Vecchio Testamento ispirate al patrimonio culturale straniero. Innanzi tutto a Babilonia: da li gli ebrei presero il mito della creazione della prima coppia di uomini dal fango e la leggenda del diluvio. Ma impararono molto anche dai persiani. Come possiamo però dimostrare che gli ebrei furono influenzati proprio dalla dottrina di Zarathustra? A questo riguardo siamo in possesso di un documento illuminante. Si trova nel Vecchio Testamento: il libro di Daniele. Non ne conosciamo gli autori, probabilmente il libro è stato scritto uno o diversi secoli dopo la morte del profeta ebraico. Deve poi trattarsi di una commistione di elementi leggendari e di avvenimenti realmente accaduti; ciononostante possiamo tirare alcune importanti conclusioni dal testo. Se proviamo a seguire la biografia di Daniele - per come la si può ricostruire con l'ausilio della tradizione biblica - ne rimaniamo sorpresi. Daniele visse alla corte del re babilonese Nabucodonosor; era stato destinato a una posizione di rango dagli alti funzionari che avevano avuto il compito di scegliere tra gli ebrei prigionieri i più belli, i più intelligenti e i più capaci per il servizio di corte. Daniele fece carriera a corte grazie alla sua capacità di interpretare in maniera convincente i sogni di Nabucodonosor, e ciò non era poco in un paese in cui dai sogni si leggeva il futuro. Egli diventò addirittura alto funzionario. Quando Ciro conquistò Babilonia, l'esperto di riguardo andò a corte a Susa e diventò per decenni un importante consigliere del Grande Re Dario. Fin qui la sua biografia. Di importanza decisiva sono le parole che gli autori biblici a lui posteriori attribuiscono a Daniele. Nel dodicesimo capitolo del libro che porta il suo nome leggiamo: "E molti, sicché‚ giacciono dormienti sotto la terra, si sveglieranno, certuni per la vita eterna, altri per l'umiliazione e la vergogna eterne... Tu però Daniele (e' Dio che parla) vai pure finché‚ arriverà la fine; e sii tranquillo, che tu risorgerai nella tua terra alla fine dei giorni". Frasi simili non si erano mai trovate negli scritti del Vecchio Testamento. Sono pensieri attribuiti a un ebreo al servizio dei persiani e che a Susa ebbe senz'altro contatti quotidiani con seguaci di Zarathustra. Per la prima volta un ebreo annuncia la resurrezione dei morti nel giorno del giudizio universale. Nello stesso libro si legge, per la prima volta, che il divenire storico ha una meta precisa nella fine del tempo: la necessaria scomparsa del nostro mondo imperfetto e l'inizio raggiante di un eterno regno di Dio. Il libro di Daniele dimostra l'influenza della religione di Zarathustra sul pensiero ebraico. Non deve trattarsi certo dell'unico caso. Nel corso del III e II secolo a.C. gli ebrei si appropriarono anche della dottrina degli angeli e dei demoni, di Dio e Satana quali antagonisti universali in questo mondo terreno. Gli ebrei non credettero più che sia il bene quanto il male provenivano in uguale misura da Dio e che in quanto tali dovevano essere accettati. Da quel momento tutto il male era da ascriversi a forze demoniache che operavano da un ben definito regno delle tenebre e contro le quali bisognava opporre un'energica resistenza. Nel II secolo a.C., la religione ebraica si configurava così come Gesù la conobbe. Il Redentore accolse poi diversi aspetti fondamentali di quelle nuove idee. E non solo lui. Seicento anni dopo, Maometto diede vita all'islamismo prendendo le mosse dal patrimonio ebraico e cristiano: anche quest'ultimo predicò che gli uomini erano posti in questo mondo per scegliere tra Dio e Satana; anche lui insegnò la resurrezione dei morti nel giorno del giudizio universale, anche lui annunciò il paradiso quale ricompensa per gli uomini retti e l'inferno come punizione per i peccatori.

 

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