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Simbolo

 

Simbolo, termine (dal greco symbàllò, «metto insieme») designante in origine le due metà di un oggetto che, spezzato, può essere ricomposto avvicinandole: in tal modo ogni metà diviene un segno di riconoscimento. Da questa primitiva funzione pratica il termine ha poi derivato una funzione rappresentativa (uno «stare in luogo di»), per cui il simbolo si avvicina strettamente al segno, sino talora a confondersi con esso, come accade in particolare nella tradizione filosofica anglosassone da Hobbes a Peirce e poi nella «logica simbolica» dei neopositivisti o positivisti logici. Il carattere semantico del simbolo è per esempio definito da Ch. Morris un segno di più alta convenzionalità rispetto ai segnali, poiché esso è prodotto dal suo interprete come sostituto di altri segni di cui è sinonimo. In linea generale però il simbolo si distingue nettamente dal segno. Secondo la definizione di Hegel, il segno «rappresenta un contenuto del tutto diverso da quello che ha per sé», cioè tra il segno e ciò che esso significa vi è un rapporto di reciproca indifferenza e convenzionalità; il simbolo invece «è più o meno il contenuto che esso esprime come simbolo»: qui infatti il contenuto non è indifferente, poiché tra simbolo e oggetto simbolizzato si pongono relazioni di somiglianza o analogia (per esempio la bilancia per simboleggiare la giustizia e simili).
Nell'uso filosofico il simbolo ha trovato una sua rilevante funzione nel neoplatonismo e nel cristianesimo, secondo le prospettive della teologia mistica. Ogni grado dell'emanatismo plotiniano è infatti immagine simbolica del grado superiore. Entro tale contesto si pone anche la differenza capitale tra simbolo e allegoria, differenza che ha influenzato la storia del concetto sino a oggi. Mentre l'allegoria appartiene alla sfera del dire (Lògos) e abbisogna pertanto della convenzionalità linguistica, nel simbolo il significato è già contenuto nella sua mera immediatezza sensibile. Nella dimensione del simbolo è pertanto racchiuso uno sfondo metafisico che presuppone segrete affinità, quasi una mistica compenetrazione reciproca, tra il mondo visibile e il divino invisibile. Nella tradizione cristiana il rapporto del simbolo con l'allegoria è cosi determinato dal peso volta a volta assunto nella coscienza teologica dall'esperienza della storia. Là dove più forte è stata la sua influenza, sia come urgenza della realizzazione messianica (cristianesimo delle origini), sia come coscienza di un'abissale frattura tra l'umano e il divino (mondo barocco, età moderna), il simbolo ha generalmente lasciato il posto all'allegoria, come nell'esegesi biblica «figurale» (H. de Lubac, Esegesi medioevale, 1959) oppure nell'arbitrarietà del significato allegorico barocco (Walter Benjamin, Origine del dramma barocco tedesco, 1928). Il simbolo è invece nettamente prevalso negli indirizzi teologici di derivazione neoplatonica, meno inclini a porre al centro dell'incontro fra l'uomo e Dio il problema della storia e della mediazione mondana (tipica la scuola di Alessandria, da Filone a Clemente e Origene, ma poi ancora sant'Agostino, ove il simbolo è un mezzo atto a penetrare l'infinita ricchezza dell'unità divina).

 

Il simbolo nel pensiero moderno

In epoca moderna la tematica teologica trapassa nella riflessione estetica, resasi ormai autonoma. In generale la differenza tra simbolo e allegoria rispecchia la differenza tra estetiche di impostazione classicistica (da Hegel a Lukacs), che nel simbolo vedono realizzata la conchiusa organicità dell'opera, ed estetiche di derivazione romantica (da F. von Schlegel a Benjamin), che riscoprono l'allegoria, non come freddo e intellettualistico strumento retorico, ma come espressione dell'inconciliabile frattura tra forma e contenuto, arte e realtà: tensione che rimanda, come già nel barocco, a una persistente e non redenta scissione tra storia ed eternità. Alla radice di tale impostazione estetica sta peraltro anche la scoperta vichiana del simbolismo delle umanità primitive, che ha poi trovato ampi sviluppi nell'antropologia moderna (per esempio nella «simbolica naturale» di M. Douglas), nello studio romantico del mito (J.J Bachofen) e infine nella psicoanalisi di Freud, e nella psicologia del profondo di Jung, in relazione al simbolismo onirico. L'analisi filosofica più generale del problema del simbolo, anche in relazione ai campi sopra ricordati, è stata elaborata da E. Cassirer mediante il concetto di «funzione simbolica». Lo spirito umano si caratterizza infatti per la sua capacità di unificare e dar senso al molteplice sensibile in virtù di funzioni simboliche originarie quali il linguaggio, il mito, la conoscenza concettuale (Filosofia delle forme simboliche, 1923-29). Più direttamente riferita all'ambito della logica e del linguaggio comune è l'analisi fenomenologica e poi ermeneutica del simbolo, inteso come segno speciale, pluristratificato, contraddistinto cioè da un «più di senso» rispetto al nudo segno e quindi da una sua irriducibilità alle regole formali e astratte della logica (H. Corbin, M. Eliade, P. Ricoeur, H.G. Gadamer).

 

Invitiamo a leggere tra le Rubriche d'Autore:

Riflessioni sulla Simbologia di Sebastiano B. Brocchi

 

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