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Riflessioni sull'Alchimia

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di Elena Frasca Odorizzi   indice articoli

 

Il trattato sul Picatrix e i suoi rapporti con la magia

di Roberto Taioli - Giugno 2009
Capitolo 3) La cosmogonia del Picatrix. La teoria del cielo
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       Ancora la celebrazione dell’uomo sembra non trovare limiti se non in Dio, nel senso che la intera gerarchia creaturale gli è sottomessa ed egli può, unico tra tutti, raccontare  e fare la storia degli altri, ai quali non è dato farla né dirla. Ciò si vede peraltro nella sua capacità di imitazione  della voce animale, di simularne l’aspetto e le forme, di mutare e trasformare. Possiede  cioè in dono l’arte del mago, che è arte  trasformativa e che nessun’altro detiene.
       Sulla natura dell’uomo, sulla sua  conformazione e sulle forze che lo costituiscono, il Picatrix interviene con precisione a coglierne le sfumature, indicando in esso il risiedere di due parti che, pur congiunte, si differenziano e che sono coessenziali  e consustanziali:

 

       «L’uomo ha un corpo compatto e uno spirito sottile, cosicché ha una parte sottile e una grossolana; quella sottile appartiene alla vita, l’altra alla morte. Infatti la sostanza dell’una è sfuggente, dell’altra stabile, una è dotata di forma e l’altra no. Una sostanza è la notte e l’altra è il giorno, una è la luce e l’altra le tenebre, una è evidente e l’altra nascosta, una percepisce e l’altra capisce, una scende dall’alto e l’altra sta in basso. Egli si vergogna delle azioni meschine e, facendo ciò che vuole per scelta, si pente di ciò che ha fatto. L’uomo è dunque composto di materia spessa e  sottile: porta in sé la grossolanità della terra e la finitezza dell’aria, il calore del fuoco e il freddo dell’acqua; perciò è ugualmente disposto alle tendenze delle forze vitali. Sicchè conosce il calore del fuoco dal calore che è in lui, il freddo dell’acqua da quello che in lui e similmente conosce in se stesso [le proprietà] degli altri elementi. Inoltre, in  questa composizione, la testa rappresenta, per forma, aspetto e sfericità, il cielo e, in generale, alla figura umana si associa tutto ciò che  è sottile. Nel suo complesso la figura umana è l’arca dello spirito universale, lo spirito universale è l’arca dell’intelletto universale e l’intelletto universale è l’arca della luce, da cui procede l’intendimento: perciò la luce è la materia dell’intendimento generale, che è superiore a tutto ciò che è inferiore. La materia è sempre inferiore e semplice nei suoi confronti. L’uomo è pertanto completo rispetto alla composizione della propria figura, poiché ad essa prendono parte tutti gli altri corpi ed egli stesso è congiunto con l’altra sostanza».(26)

 

       Qui emerge, nel pieno di un trattato dedicato alla magia, una cornice antropologica dell’uomo, entità dalla natura complessa, stratificata, duplice, a più fogli, dotata di esterno e interno, di una parte sottile e una grossolana, di una sostanza di vita e di una di morte.
       La vita dello spirito è sottile, la morte, radicata nella corporeità, pesante. Una scende dall’alto, mentre l’altra è radicata nel basso. Entrambe le facce sono essenziali, connesse, intercomunicanti, necessarie, quindi non contrapposte e, nel loro essere l’una in alto e l’altra in basso, alludono al vagabondare dell’uomo, all’ascendere e degradarsi, in un  andirivieni ciclico.
         Egli partecipa di entrambe le nature, che lo spingono e lo scuotono, senza tuttavia mai determinarlo univocamente in una direzione o nell’altra.

 

       «Chi desidera apprendere ciò nella sua interezza deve essere semplice, incline alla bontà, limpido e libero da tutte le impurità corporali e da tutti i […] pensieri, giacchè l’uomo così predisposto può comprendere e vedere con il proprio intelletto e accertarsi di questo fatto. Avendo così a lungo parlato di queste cose, s’è deviato dallo scopo del libro e questo perché quanto abbiamo detto – e in particolare circa l’intelletto – sono i fondamenti del nostro discorso, che tratta della scienza magica, giacchè se ti impegnerai costantemente nelle scienze e nella comprensione e intelligenza delle cose, nessuna esclusa, potrai comprendere e conoscere cosa siano magia e negromanzia. Proprio a questo  scopo Platone, nel libro che lui stesso diffuse s che si intitola Timeo, parla a lungo per spiegarci con parole e proporzioni le forme, cosa che fece molto bene, sebbene parlasse occultamente, secondo la consuetudine dei sapienti di coprire e nascondere le proprie conoscenze, affinché il profano non possa capire. La stessa cosa fece il saggio detto Zadelau, nel libro in cui parlò occultamente e profondamente».(27)

 

       Lo stesso autore fa esplicitamente sapere che tutto il discorso sull’uomo e sull’anima che stiamo incontrando in queste pagine rappresenta una divagazione, seppur importantissima, rispetto alla centralità della trattazione che riguarda - come sappiamo - la scienza magica. Non una parentesi, tuttavia, ma una necessaria introduzione alla stessa. Il nesso tra magia, negromanzia e scienza dell’anima è evidente, giacché  solo il saggio, che ha assimilato la dottrina e la custodisce in sé, potrà accedere ai segreti della magia che non gli risulterà estranea.
       Ancora qui riaffiora la filosoficità del trattato, il suo platonismo, di cui si è già parlato, anche perché l’autore fa un espresso richiamo al Timeo(28) platonico (che quindi conosceva),  il dialogo ove Platone ha tracciato una cosmologia che ha per lungo tempo influenzato la cultura antica e medievale. In questo dialogo Platone vuole dimostrare che la stessa realtà fisica, corporea, è ordine  e misura, e che il carattere intelligibile della realtà si traduce nel mondo fisico in termini geometrici e matematici.
       L’intelligibile, come unità e molteplicità a un tempo, è incorporeo; la realtà, invece, quando appare alla sensibilità, si manifesta molteplice, disarticolata, divisibile e perciò incorporea, indefinita, informe. Per superare questo contrasto Platone prospetta il passaggio dall’intelligibile al sensibile come di un transito che, non essendo né puramente intelligibile né puramente sensibile, implica l’intervento del mito. Compare così nelle pagine platoniche il mito del Demiurgo e l’universo viene descritto come un grande organismo plasmato dall’artefice divino. Il Demiurgo ha dato ordine e misura a ciò che era informe e confuso:

 

       «Perciò, mentre l’ordine e la legge cui obbedisce la realtà, sono incorporei, è invece visibile e corporeo quello che scaturisce dall’ordinamento della quantità indeterminata e illimitata. E corporei sono i quattro elementi fondamentali (aria, acqua, terra, fuoco) che il Demiurgo ordinerà secondo una proporzione geometrica, formando così i solidi».

 

       La realtà, dunque, risulta essere un tutto vivente e animato, e il suo divenire e il suo movimento si ritmano secondo un ordine e una durata misurabile che è il tempo come immagine mobile dell’eternità.
       In questo quadro, Platone cercherà anche  di dare una spiegazione della formazione degli dèi, delle anime, dei corpi umani e della stessa collocazione delle diverse parti dell’anima (quella irascibile, nel petto;  quella concupiscibile, nel fegato; e così via).
       Le pagine del Timeo platonico hanno quindi un singolare interesse, in quanto servono a farci conoscere e comprendere aspetti della storia della matematica, dell’astronomia e della fisiologia, della anatomia e della medicina del tempo. La sua larga influenza nella cultura mediterranea non è quindi estranea al Picatrix, che mutua dal modello platonico l’idea della cosmologia.
       Nelle pagine del Picatrix, l’ordine del mondo non si svela in forma evidente e lineare, non si dà per tutti e non è disponibile ad una conoscenza superficiale. Esso si dà invece attraverso una cifra esoterica:

 

       «L’oscurità e la profondità delle parole costituiscono l’astuzia dei saggi nei loro ragionamenti, in modo che non possano essere intesi se non con grande studio e meditazione, al fine di trarre da essi l’intendimento segreto che viene così spogliato dagli altri intendimenti, colti in prima lettura e comprensione. Questa scienza si divide in due parti, delle quali una è palese e l’altra nascosta: quella nascosta è profonda  e dotata di significati profondi, che non possono essere intesi prima di aver studiato con applicazione quelli palesi, finchè non ne diventi evidente e scoperta la ragione. Ma se qualcuno l’approfondirà adeguatamente, come abbiamo detto, troverà ciò che desidera e l’occulto gli diventerà palese e potrà attingervi ciò che vorrà».(29)

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NOTE

26) Picatrix, cit., p. 55.

27) Picatrix, cit., p. 55.

28) Platone, Timeo,  in Tutti gli scritti, a cura di Giovanni Reale, Rusconi, Milano, 1991, pp. 1347-1416.

29) Picatrix, cit., p. 55.

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