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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

Chi sei tu?
La domanda di Arjuna la notte prima della battaglia
di Mario Cialfi
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Epos

Noi, i senza dio, lasciati alle nostre fallibili gesta in un mondo che ride della nostra fine, brancolanti fra illusori bagliori, fra una verità da sempre perduta e una verità che non potremo mai ritrovare, gettati in una trama che annoda e dissolve, nati senza volerlo e ignari di ciò che è la morte.
Un altare distrutto e un altare che non ci è concesso di costruire – in mezzo il mistero drammatico della storia, cioè lo stimolo a ritornare in scena, a cercare quell’assoluto che, se fosse trovato, non sarebbe più l’assoluto: come è possibile sperare anche solo in un momento di pace – non dico in quella felicità che le religioni promettono a chi nomina dio? Eppure un’ombra di quella speranza ci sfiora quando posiamo lo sguardo sulle anse terrestri, quando lo spingiamo all’orizzonte del mondo o lo sprofondiamo in cieli che non hanno confini e ritorniamo ostinatamente al nostro lavoro, a questo votarci alla conoscenza e all’azione cercando una verità che forse è solo passato ma che noi non possiamo che sperimentare come futuro, al prezzo della nostra vita, esposti a una sciagura che non risparmia nessuno, in un profluvio di generazioni, un bruciante cieco affannarsi – e nonostante tutto guardare avanti e allargare le braccia, aprirci alla scienza e a ciò che è al di là della scienza effondendoci nell’universale materia e nell’universale pietà. E’ il nostro fervente realismo: costruire, cambiare, sorpassare gli ostacoli senza piegarci a anatemi o alle blandizie del paradiso, a un aldilà della specie, a metafisiche che incantano il senno e disseccano la forza vitale. L’errore sta nell’arresto dell’intelligenza, nella boria del genio, nell’incapacità di abbandonare il sentiero tracciato e di librarci nell’infinito: così tutto è un peccato di religione, nel senso che la fede non può piegarsi a un oracolo e gli dei non devono paralizzare il mondo ma fecondarlo. L’eredità della Grecia, l’incontenibile dovere della ricerca: quello che la spada dell’angelo non ha troncato all’uscita dall’eden e che oggi è divenuto un dovere davanti al crollo di tutti i valori e a un nichilismo a cui sembra impossibile porre rimedio.
Abbiamo creduto in un dio creatore, e la scienza ci ha tolto questa illusione. Abbiamo creduto in un redentore, in un dio fine del mondo, ma dobbiamo levargli la gloria e l’infamia di queste mansioni, accettando una più semplice verità, poiché il mondo si è creato da sé, inventando le sue leggi belle e crudeli, e questo mondo è noi stessi, privi di alibi e impregnati di complicità, lasciati a un’impresa che non ha termine e che deve riscattarsi da sé.
E’ questa l’etica degli eroi? Un’umiltà che esige il superamento di tutti i dogmi e decaloghi, anche se non arriveremo mai alla verità che pure sappiamo essere la verità, e non potremo mai riscattarci, ed è il solo messaggio che ci conforta questa luce dell’avvenire, poiché la meta è una meta assoluta, un disegno che comprende tutto: un cosmo che, anche se spinto all’apocalisse, anche se è un sogno e l’opposto di un cosmo, essendo tutto è la verità: un altare sul quale nessuno di noi può posare – nessuna creatura , né verme né dio. Bando alla disperazione: se sono crollati tutti i valori è perché erano dei falsi valori, mentre l’assoluto è assoluto e , se pure distrugge, scolpisce per l’eternità. E’ il tempio della morte e della rinascita, dove è il sacro braciere e il messale per la liturgia degli eroi.
Speranza o disperazione? L’assoluto rifiuta qualsiasi attributo, l’essere e il non essere, il tempo e l’eternità, l’individuo e il molteplice; e non può concepirsi né come fine né come principio, anche se al nostro farneticante pensiero esso appare insieme come fine e come principio: cioè come il trascendente, sfolgorante al di là di ogni possibilità di concetto e parola – e come l’immanente anelito della storia. E forse è un’unica verità, se quell’assoluto che sfolgora come principio è il fine di tutto il processo di conoscenza ed azione, stabilendo, al di sopra dei palpiti di tutte le essenze, il puro inalterabile ritmo. Così si chiude la storia nella sua selvaggia opulenza – un cerchio nella vibrazione incessante.
Tutte le filosofie si iscrivono in questo cerchio, ma solo distanziando incessantemente il fine esso diventa principio, così che l’impegno è di vivere ancora, solcare le terre ed i mari, arrivare alle stelle, acuire lo sguardo finché esso sembri sconfiggere l’orizzonte e scoprire il guizzo della creazione: ma è pura illusione, perché solo l’infinito può condurre a quell’assoluto che illumina come principio. Questo comanda la storia nel suo sacro ateismo: crea sapendo che la tua opera è nulla, inventa i tuoi fini e dà forma alla tua indolenza, cerca il dio trascendente operando nell’immanente, scaglia lo spirito attraverso la dura materia.
A noi sembra che il compito stia in questa conquista dell’illusione, nel cercare una vita anche se porta alla morte, nel cercare una verità che solo nell’infinito, cioè nella sua scomparsa, sembra sorridere a noi. Ma possiamo credere nel nostro valore, nella eroicità di una vita che spegne la vita e solo in tal modo deterge la scena del mondo? Non è ancora una mitica presunzione di fronte a una realtà che solo nell’antica tragedia sembra trovare il sollievo della catarsi e, al di là di popoli e tempi, il chiarore di una redenzione? Anche la religione è soltanto un mito, generazione e assassinio di santi e di dei, un’abiura continua e una lotta di fedi o della fede in sé stessa, cioè nell’intangibile verità.
Ciechi, ridicoli eroi, se dell’assoluto nulla può dirsi sicuro, se siamo eroi mentitori e alla fine superflui. Ma non possiamo che continuare così, aggrappandoci alle nostre larve, cercando negli altri il profilo dell’Altro, proseguendo come se l’impresa avesse valore, perché solo in questa interminabile gesta – essere nel non essere, tempo nell’eternità, individuo nel tutto – possiamo sognare di approssimarci alla meta e di stringere l’assoluto. Una vana speranza, o un ricordo di perduta armonia, eppure questa umilissima gioia ci appare come l’ultima ombra prima di una verità che potrebbe smentirla.
L’assoluto è crudele o benigno? Domande inutili, domande da indirizzare piuttosto a noi stessi, alla storia così come è e come si fa. Quale fine ha la storia? Il fine dipende da noi e sarà dunque per sempre aleatorio, anche se, volgendo la mente a quel fantastico nodo di trascendenza e immanenza, ci sembra di poter intuire che il fine debba in qualche modo riflettere ciò che nel primo istante noi siamo e dunque è un lampo di grazia. In fondo, proprio perché siamo lasciati soli e la parola è una nostra parola, perché tutto è amore e furore e la storia è abbandonata al suo grottesco eroismo, possiamo sperare che ci attenda qualcosa di simile a dio – nella coscienza di un’ultima falsità o di una suprema armonia.

 

Itinerarium in deum

Perché sono ossessionato dalla parola assoluto? ed è veramente ossessione? Dopo tutto non sono un individuo infelice e quella parola è forse niente più che il ritorno di un tema, l’invito a tentare una nuova composizione, a cercare quel ritmo che possa soddisfare il pensiero.
Quando l’assoluto incominciò a esigere la mia attenzione… ma c’è stato un quando? o certi miei sogni infantili – sogni di un essere informe e appena un poco mostruoso – erano ombre dell’assoluto?
E tuttavia ci fu un momento di rivelazione, quando – sì, proprio il termine, prima che il concetto, “assoluto” – mi apparve come il segno della verità, sovrapponendosi ad altre parole che mi avevano fino allora avvinto. Era stata all’inizio la Grecia nella sua dialettica di eroismo e tragedia: una volontà di esistenza totale, di realizzazione dell’essere al di qua dei confini morali e senza separazione fra uomini e dei – un’esperienza che il tragico aveva cercato di rovesciare col mettere a nudo la malignità dell’eroe e la luce di una purificazione spirante dalla sua morte nei lamenti di un coro in cui traspariva, dall’etnico sangue, il popolo della pietà – mentre la Grecia reale rifiutava il giudizio tragico e il mito nutriva la storia, impregnando le generazioni, incitandole a credere nella loro perfezione e nell’universale conquista, cieche di fronte alla gorgone tragica, elette a rappresentare l’epopea stessa del mondo e la trama di una civiltà della grazia – anche se, considerando la storia nel suo effettivo procedere, essa poteva mostrare la sua iniqua insipienza e la malattia mortale che sembrava minarla spingendola, di secolo in secolo, a una catastrofe ormai irrimediabilmente vicina, annunciata da guerre e rivoluzioni e dall’orrore dei geni – una catastrofe che avrebbe assunto il ruolo dell’apocalisse per travolgere tutti in un universale teatro. Ma come l’antica tragedia aveva trovato negli accenti del coro la sua lirica soluzione, così dalla tragedia del mondo avrebbe potuto germogliare uno spirito pacificatore, una catarsi che forse riposava nella stessa continuità della storia, nella serenità di un procedere e un allargarsi senza confini, decretando per così dire la vittoria di Omero sulle maledizioni di Eschilo e il riscatto finale dell’eroismo. Dalla Grecia alla storia, quasi che il coro si potesse allargare al di là di ogni epoca e spazio, di ogni razza e maschera d’uomini e dei. Ma come trarre speranza da ciò che esigeva, per realizzarsi, un’arena così gigantesca che avrebbe comunque segnato la fine di ogni civiltà concepibile nel nostro pensiero?
Fu forse questa incertezza ultima dello sguardo, questa tenebrosa lucidità della storia che mi spinse a cercare in un’altra parola il segno della verità vera, di ciò che è irreale e tuttavia certo, sorretto da una logica inattaccabile – logica non legata a null’altro che a sé, quindi diversa da qualsiasi logica usata dai popoli di questo o di un altro universo. Come si può dubitare che la “verità” – qualunque essa sia, cioè anche se fosse un inganno, anche se fosse l’opposto di quanto possa pensarsi ed esistere – non sia verità? Fu questo che mi accostò all’assoluto nell’abbandono di ogni malinconia della storia.
Eppure l’assoluto mi appariva anche sotto un’altra specie, ossia come tutto – poiché chi conoscesse il tutto conoscerebbe la verità, mentre la ricerca del tutto poteva costituire il compito privilegiato dell’uomo, non un invito all’estasi momentanea ma l’impegno a studiare ciò che è e che sarà – compito che mi avrebbe guidato negli anni e mi avrebbe portato, nella mia insufficienza d’ingegno e nella mia riluttanza a consacrarmi a una singola disciplina, a cercare di comprendere i cicli della natura e della cultura col desiderio di afferrare la vita del tutto cioè realtà e possibilità, obbedienza e invenzione, poiché – che cosa è il tutto se non la possibilità di giungere al tutto e dunque crearlo? Le forme del sangue e dell’anima si snodavano davanti a me, dall’impulso biologico al fiorire delle emozioni, alla parola e all’idea, e questa alla legge morale, che non poteva consistere se non in un allargamento della persona, un’apertura a tutte le specie e le eventualità dell’essere, quindi a quello che incominciavo a chiamare pietà. La natura stessa appariva come una parte di questo percorso, il suo moto un espandersi nell’infinito, mentre la scienza accompagnava i miei passi fin dove la potevo seguire per dare luogo a un altro metodo di sapere, ad altri tormenti e a piaceri meno sicuri ma forse più fini. Certo l’obiettivo non sarebbe mai stato raggiunto e l’aspirazione dell’uomo, al vertice di quella del mondo, sarebbe stata per sempre tradita, eppure proprio il porsi quel fine sembrava in qualche modo farci attraversare l’abisso, metterci in rapporto con l’assoluto, darci, al di là della morte, l’auspicata pace. Forse era questo il segreto della saggezza, questo vivere nell’infinito e nei ritmi dell’infinito.
Successivamente, e quasi inconsapevolmente, tornò ad affiorare la parola dio, da lungo tempo dimenticata o considerata come “la parola degli altri”, di coloro che erano rimasti fuori dall’insegnamento greco, che non si erano aperti all’intelligenza storica. La Grecia e i Barbari. Poiché, nonostante la ricchezza di quella mitologia che mi appariva come la prima e fondamentale nostra cultura, nonostante il profluvio di termini sacri, la Grecia aveva saputo dominare il mito, sciogliendo in esso la sostanza divina e facendo alla fine dell’uomo l’unico eroe e del mito la fantasia, l’avventura creativa dell’uomo, vincendo l’incanto delle sue forme e spingendolo sulla strada della ricerca e dell’inflessibile storia, mentre la stessa tragedia perdeva i suoi tratti emblematici e si scioglieva nella coscienza del male, forse più amaro ma anche più inafferrabile e vago, della storia reale - che mi appariva segnata dal destino di ritornare alla Grecia. Di raccogliere e perseguire il suo esempio al di là di ogni fascino estetico e di ogni terrena vicenda: il popolo che non sentiva quel compito mi sembrava tagliato fuori dall’onore storico, irretito nel dogma e paralizzato in giochi tribali. Ma perché il mondo, proprio quello più vicino alla Grecia, aveva sentito il bisogno di ritrovare la fede, quasi di ricominciare da capo? Erano in questione i cicli vichiani? O la divinizzazione che la Grecia stessa aveva compiuto di sé era un atto di incauta superbia, che doveva in qualche modo essere cancellato? Forse nella gloriosa costruzione della cultura, e nonostante il profetico monito delle tragedie, la Grecia si era in qualche modo fermata, non aveva saputo superare sé stessa, il suo eroico fantasma, sublimato in un ethos che non diveniva legge morale, cioè quello che, al di là dei deliri estatici è il frutto più alto di una religione. Ma quale religione si apre a una vera pietà, vincendo la tentazione di subornare i propri fedeli, di incitarli alle armi e a gioire dello scempio degli altri? Ed è la brama primordiale dell’universo, se nella religione brucia una fiamma che divora vangeli e morali e lascia sull’altare soltanto le ceneri.
Così tornò a tentarmi la parola dio. E con essa il problema della sua esistenza e della sua verità, la critica al concetto di religione. L’inesistenza di dio – dimostrata non dall’idiota ma dalla natura e dall’inoppugnabile storia – mi apparve tuttavia pregna di un doppio significato, o di uno straordinario ironico rovesciamento. Proprio su di essa, infatti, sembrava fondarsi la vittoria di dio – come si può lottare, pensavo, contro un dio che non c’è? – ma anche la sua certezza. Con un uso paradossale dell’argomento ontologico, cioè dell’argomento principe dei teisti, mi sembrò che l’idea di dio non comprendesse l’esistere così come rifiutava qualunque altro attributo – mentre non per questo provava la sua falsità, anzi l’identificava con l’assoluto, confermando la sua verità col toglierne ciò che la fa relativa e imperfetta. Tanto più che, non esistendo, dio poteva essere inteso come solo fine – creatore in quanto fine e non in quanto principio – dunque come ciò che l’uomo – o l’universo – potrebbe creare, anzi come la possibilità pura, quella che, svincolata da condizioni, rimarrà eternamente aperta: il dio che non c’è ma può sempre esserci, escludendo d’altra parte su di lui qualsiasi giudizio, qualsiasi ricorso a teodicee, se l’universo fa da sé le sue leggi e dio è al di là di ogni lode ed accusa perché inesistente. Sì, per salvare dio occorreva negarlo.
Sembra la bestemmia perfetta. Ma un dio che si regge sul nulla non è il dio dei mistici più radicali, dei mistici depurati di ogni devota obbedienza e di ogni retorica ebbrezza? E tale che, proprio attraverso la sua inesistenza, lascia la storia libera di svolgersi senza termine nelle onde della sua misera santità, se soltanto l’inesistenza di dio spinge il mondo a inventarlo, cioè a dimostrare la sua capacità di arrivare al divino e meritare la redenzione. L’assenza di dio diveniva la condizione della sua certezza, e se pareva annientare il suo pregio di creatore, in realtà lo confermava in maniera più augusta poiché solo un dio che non è, è un creatore; solo se egli non è, un mondo esiste davvero. La mia mente tremava in questo incantesimo religioso, in questo miracolo dell’ateismo, in questo dio che non c’è – almeno secondo la nostra idea d’esistenza. Ma poteva bastare questo a sostenere la fede? Poteva l’uomo accontentarsi di tale assurdità – o di tale mistero? Ma, dopo tutto, non era stata sempre questa la fede – un credere nonostante tutto, cioè credere nel dio che non c’è?
Ma l’attacco era solo all’inizio, e presto fui costretto a sottoporre dio a una prova più rigorosa, anzi a un’ordalia rovesciata sopra di lui, chiamandolo a un confronto con l’assoluto. Era la prova cruciale, l’incenerimento di tutte le mitologie. Il grande giudizio, quasi la riscossa ultima dei titani, di tutti i superbi debellati da dio, se dio stesso si trovava a dover conoscere un potere più alto e dover dare una scalata al cielo, voglio dire il cielo dell’assoluto. Non più il dilemma storia-assoluto, ma dio-assoluto. E come poteva l’assoluto soggiacere a dio o paragonarsi a lui?
Eppure la storia non era obliata, sembrava anzi risuscitare nel tormento della deità: dopo tutto solo una fede nell’assoluto può consentire quella vita libera e quel progredire incessante che è la strada di una civiltà che cerca il suo vero bene. E la storia sembrava allearsi a dio nella lotta, evocando l’antica dialettica di trascendenza e immanenza – una lacerazione che rispecchiava quel doppio ruolo dell’assoluto che mi aveva colpito e che si ripresentava ora come prerogativa divina, da sempre fitta nella sua essenza e ragione della sua gloria. L’assoluto come verità astratta e come verità delle cose, come l’altro da tutto e come ciò che è identico al tutto – così la stessa ambiguità, lo stesso ritmo congiungeva l’assoluto con dio, quella ferita che spezza e reintegra, quando, proprio spingendo all’estremo le due estasi logiche, esse sembrano in qualche modo incontrarsi fissando i termini di quell’equazione che è insieme la formula dell’universo e la prova di dio.
L’assoluto non era il vincitore ma era dio stesso. Un’armonia ritrovata e una speranza per l’uomo, se colui che s’inarca nella sua altezza irridente è lo stesso che, al di là della Grecia e di ogni nazione, riscatta la storia nella sua libertà, ridando valore a quelle parole – il principio e la fine – che echeggiano in quelle di creatore e di salvatore. Dio non è solo là ma anche qua, non è più l’assolutamente indefinibile e inafferrabile ma ciò che l’universo sogna con i propri occhi, quindi ciò che è perennemente negato come frutto proibito ma in qualche modo offerto e prossimo a noi – sapere sopra sapere e moralità sopra moralità, fino a svanire in quell’ultimo speco dove si è eclissato per far esistere noi, con la nostra ingiustizia e la nostra bontà, che è il gesto – così ci sembra – di un vero dio. Solo nella sua inesistenza dio può identificarsi con l’assoluto – cioè col nostro ideale assoluto, consentendo di procedere per sempre verso la luce.
E tuttavia questa è ancora una mitologia, e una fede più radicale dovrà riconoscere che l’assoluto travalica qualunque figura e solo a tal patto è una fede logica, cioè fede che si fonda da sé. Come può l’assoluto adattarsi alle pretese dell’uomo, come può la storia limitarsi ai suoi occhi? E se non c’è modo di afferrare né il trascendente né l’immanente, come si può richiudere quella ferita, superare quel fantastico alibi, indulgere alla magia delle religioni terrestri che annodano poeticamente il più alto e il più basso – come chiudere il cerchio sull’icona divina? La logica è una, e niente si regge davanti alla folgore dell’assoluto. Credere vuol dire credere in ciò che non possiamo neppure chiamare dio e che non sappiamo se è dio: questa è la fede – un pregare il dio che non c’è.
E se sapremo oltrepassare ogni mitica ombra, portando dio oltre le similitudini, oltre il gioco di trascendenza e immanenza, oltre la pietà e la luce dell’infinito, oltre il suo nome e il suo stesso pensiero – ebbene, forse allora lo avremo identificato con l’assoluto a costo di perderlo e di abdicare a ogni personale salvezza. Poiché un tale dio sembra negarci l’ultimo cenno di pace, togliendoci la speranza che la nostra esistenza non sia interamente vana e che l’assoluto non sia il totalmente altro, ma sia in qualche modo il nostro ideale e il fine delle nostre storie. Ancora un rigurgito di mitologia? Ma la religiosità è da sempre al di là della mitologia, è un compiuto atto di fede: e in essa sarà confitta fino alla fine la lancia di una verità sconosciuta, di un dio che non ha i tratti di dio perché è l’assoluto, qualunque cosa questo significhi, a costo di rinunciare a capire, di affrontare il sospetto che sia indifferente, mostruoso o sarcastico, che ci sprofondi nel baratro e con noi l’intero universo, che doni il nulla e non l’essere, e che la nostra fede non debba pretendere altro, in attesa di un premio che non verrà e di una grazia mortale. Infine si deve accettare quest’ultimo scandalo: di un dio che, se è l’assoluto, va oltre sé stesso, di un dio che non è più dio e che solo in tal modo dimostra la sua verità.
Anche se ci sarà sempre chi pensa che una fede logica è una piccola fede, e che il credere non può che andare contro sé stesso e offrirsi come un rischio, un’assurdità o una vera scommessa: se la fede è soltanto fede, e le religioni pendono da quest’ultimo assioma: credere in questo dio che non c’è, ossia credere in dio.

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