Riflessioni in forma di conversazioni
di Doriano FasoliInterviste a personaggi della cultura italiana e straniera
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Il velo di Maya.
Conversazione con Carlo Sgorlondi Doriano Fasoli per Riflessioni.it - febbraio 2006
Udine. Nella mitologia indù il velo di Maya è il simbolo dell'illusione con cui gli uomini vedono la realtà autentica, e la menzogna con cui gli dèi permettono loro di vederla. Anche Schopenhauer usò il mito per i suoi fini filosofici. Nel nuovo romanzo di Carlo Sgorlon - Il velo di Maya appunto (pubblicato da Mondadori) - il protagonista, un grande compositore, dà questo titolo alla sua nona sinfonia, "la più grande, la più magica e anzi cosmica", afferma lo scrittore, "perché ispirata all'infinito mistero del reale, che noi vediamo attraverso il velo del mito e della illusione".
"Il velo di Maya" è un vero romanzo, una storia piena di invenzioni e di piacevole lettura. Ma si direbbe anche un libro sostenuto da una idea di vasto orizzonte.
È questa: certa musica contemporanea può uscire dai rigidi intellettualismi che la inaridiscono anche ispirandosi e rielaborando motivi della musica popolare. Essa è ricca di suggestioni e trova sempre profonda rispondenza nei nostri archetipi musicali.
Perché ha vissuto l'avvento della musica contemporanea come "una catastrofe"?
Sono molti coloro che hanno definito in questo modo la musica dodecafonica, quella "seriale", quella "concreta" e via dicendo. Infatti è una musica che si basa sulle dissonanze, le lunghe pause, e rotture sonore, l'invenzione frigida e concettuale o l'imitazione di suoni reali. Riflette la Weltanschauung contemporanea ma certo non soddisfa il nostro inconscio musicale.
Il suo libro ha qualche rapporto col "Doktor Faustus" di Thomas Mann?
Senza dubbio. In quel romanzo Mann avvicina la musica dodecafonica di Schönberg alla guerra nazista e la ritiene nata da un patto col diavolo. Più "catastrofe" di così. Il mio libro può essere collegato con quello di Mann perché indica un modo per uscire da quella "catastrofe".
Ne approfitto per chiederle: quali sono le sue predilezioni musicali?
Amo molto la musica sinfonica, quella più ricca di vitalità e di potenza sonora. Sono particolarmente legato alla musica classica russa, tedesca, austriaca e italiana. E poi, in genere, a quella che s'ispira a motivi popolari. Adoro, ad esempio, la sinfonia Dal nuovo mondo di Antonìn Dvorák, ispirata al folclore musicale amerindo.
Sente un'affinità tra il suo mondo e quello dello scrittore García Márquez?
Io ho cercato di uscire dall'aridità e dal sostanziale nichilismo della narrativa occidentale (e anche giapponese), e il romanzo sudamericano mi ha fornito in questo un valido sostegno. García Márquez in particolare.
In ambito letterario, quali sono oggi i suoi "classici" ai quali continua a rivolgersi?
Considero miei maestri in particolare Lev Tolstoj, Karen Blixen, Isaac Bashevi Singer, Michel Tournier, Andrej Platonov, Michail Bulgakov, Elsa Morante, Dino Buzzati. Ma ve ne sono molti altri.
A quali lettori lei si rivolge fondamentalmente?
A quelli che condividono in qualche modo la mia poetica; quelli che amano il romanzo inventivo, un po' fantastico, dall'andamento poematico e sinfonico, che comunica piuttosto serenità che disperazione, fortemente permeato di poesia e di etica. A quelli cui non interessano granché le presunte novità dell'avanguardia, né linguistiche, né strutturali, né tantomeno quelle che aboliscono la punteggiatura.
Si laureò alla Scuola Normale di Pisa con una tesi su Kafka: è un autore che continua ad amare?
Di Kafka mi piacciono soprattutto le storie cariche di nostalgie metafisiche, come Il Castello, La costruzione della muraglia cinese, Il messaggio dell'Imperatore, Josefine la cantante. Salverei anche America. Di Kafka mi piacciono meno le allucinazioni, i complessi di colpa e di persecuzione.
Hanno molta importanza per lei i premi letterari?
Moltissima, perché sono essi che mi hanno dato una certa popolarità mentre in genere i mass media si ricordano appena della mia esistenza. Forse perché non seguo molto le mode e sono scarsamente in linea con le poetiche attuali.
Che ruolo ha nei suoi romanzi l'elemento dell'acqua?
Nella mia narrativa si parla abbastanza spesso di mari, fiumi, laghi, sorgenti. L'acqua per me è un po' simbolo della vita, dell'infinito, del lontano, delle correnti e il flusso e riflusso della storia. All'acqua sono legate soprattutto le donne, le più vere protagoniste della mia narrativa.
Si affida ancora alla sua propria "capacità di primitivo di rimitizzare il mondo, per quanto i miti e le fiabe" - come disse tempo fa - "siano stati esorcizzati da secoli dalla scienza e dalla tecnologia."?
Senza dubbio; anzi, nella mia poetica il ruolo del mito e della favola è venuto crescendo. Sono convinto, come Leopardi o Fellini, che tutto ciò che pensiamo, crediamo, facciamo è visto da noi attraverso la lente colorata del mito. Il marchese di Rivas scriveva:
En este mundo traidor
no hay ni verdad ni mentira
Todo es segundo el color
del cristal con que se mira.


