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Cristina Campo -   vita e opere

Cristina Campo, al secolo Vittoria Guerrini, nacque a Bologna nel 1923 da una famiglia agiata all'interno della quale arte e cultura erano pratica quotidiana. Il padre era un celebre maestro di musica e la stessa Cristina una raffinata dilettante. Un'affezione cardiaca le impedì di seguire corsi di studi presso le scuole pubbliche ma ciò venne compensato da un'adeguata educazione scolastica privata. Agli anni infantili risale il suo incontro con la fiaba, universo che frequenterà e maturerà nel segno del suo incontro con la scrittura di Simone Weil.
Schiva, umbratile e solitaria, fu comunque al centro di una fittissima schiera di relazioni con altri intellettuali: a Firenze la poetessa frequenta le voci più significative dell'ambiente culturale fra tutti le figure più determinanti sono
Mario Luzi, i germanisti Leone Traverso e Gabriella Bemporad e le amiche letterate Margherita Dalmati e Margherita Pieracci Harwell, che in seguito sarà la curatrice di tutte le sue opere.
Verso la fine degli anni cinquanta iniziò un lungo sodalizio con lo studioso orientalista e scrittore
Elémire Zolla, che aveva da poco sposato la poetessa Maria Luisa Spaziani. Cristina Campo visse artisticamente nel periodo in cui la cultura era rivolta verso le tensioni politiche e la poesia verso quei fronti che guardavano da una parte all'impegno sociale e dall'altra agli sperimentalismi e alle neo-avanguardie. Il suo ruolo dunque fu marginale rispetto al milieu imperante, ma le finalità della sua scrittura si diressero sempre verso un segno qualitativo che connotasse il suo dettato di valori spirituali ed estetici, essendo per lei Bellezza e Divino un corpo unico. L'impronta intellettualmente elitaria dovuta alla frequentazione di una cerchia ristretta di amici la portò ad incontrare difficoltà ed incomprensioni, fino ad un contrasto aperto con la scrittrice Anna Banti, allora direttrice della rivista "Paragone", alla quale Campo collaborava e dove pubblicò la traduzione delle poesie di John Donne.

Limitarsi a definire Cristina Campo poetessa è quanto meno riduttivo poiché ella si interessò e scrisse di saggistica, fiabe, epistolari, inoltre tradusse testi dell'aria anglosassone fra cui
Virginia Woolf, Emily Dickinson, Katherine Mansfield e il già citato Donne. Fra le sue poesie e la poesia degli autori da lei tradotti esiste una sorta di omologia, dal momento che ella vi trasfuse lo spirito della sua poetica. La traduzione è per lei un rito, un gesto sacro, poiché significa far rivivere in una nuova lingua le tensioni e "l'amore" che il poeta ha manifestato, una mediazione dunque che necessita della totale aderenza allo spirito dell'autore. Nel 1953 l'editore Casini aveva annunciato la pubblicazione de "Il libro delle ottanta poetesse", un'antologia curata dalla Campo, all'interno della quale avrebbero verosimilmente trovato posto anche le autrici da lei tradotte, ma il manoscritto andò perduto e la pubblicazione andò in fumo. D'altronde la maggior parte delle sue opere fu pubblicata postuma grazie all'affettuosa attenzione dell'amica Margherita Pieracci.

Per Cristina Campo il poeta è colui che restituisce la parola al suo valore simbolico e trasferisce la verità in figure che coincidono con ciò che la parola significa. La strada da lei intellettualmente percorsa, che va dalla solennità del rito bizantino all'esternazione di una liturgia segnata dalla spiritualità cristiana, segue quattro linee: il linguaggio, il paesaggio, il
mito ed il rito.

Linguaggio essenziale, espresso per sottrazione più che per abbondanza, teso verso la Bellezza dell'Assoluto collocata come quarta virtù dopo Fede Speranza e Carità. Speranza che per la poetessa non va ascritta nel registro delle illusioni mondane, ma piuttosto nella concezione del "consegnarsi" ad una Fede che oltrepassa la misura del quotidiano. Figura appartata ed estranea al suo tempo, fece della costante ricerca della perfezione il suo ideale di vita e di scrittura, nel segno di una concezione ortodossa della cristianità che la condusse a combattere le riforme liturgiche del Concilio Vaticano II e ad avvicinarsi ai riti bizantini che riteneva corrispondessero più idoneamente alla sua sete di assoluto. L'universo della fiaba è forse il nucleo più significativo della poetica campiana, un universo esplorato sia con la stesura di racconti fiabeschi ispirati ai migliori favolisti dell'ottocento sia con accurati ed originali saggi. Il percorso dei personaggi delle fiabe viene da Campo assimilato a quello degli uomini: come i protagonisti di queste storie percorrono un cammino nel quale incontrano difficoltà, pericoli, fatiche che li porteranno ad una metamorfosi sia esterna che interiore, così il destino dell'uomo, che attraversa ogni sorta di prove per giungere ad un traguardo che lo consegni ad una nuova considerazione di sé.
Cristina Campo scomparve nel 1977, a 54 anni, nel silenzio quasi totale di una società letteraria che non ne aveva ancora capito il ruolo. Oggi critici e pubblico sembrano averla riscoperta e la sua opera continua ad essere pubblicata e restituita alla migliore tradizione letteraria del secondo Novecento.

A cura di Anna Maria Bonfiglio
fonte: http://digilander.libero.it/paginazero

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