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Quale amore? Quale felicità?
di Domenico Pimpinella – luglio 2007

- Capitolo 5 - Ipotesi sulla conoscenza
Paragrafo 6 - Mente emotiva e mente razionale
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Per chiarire meglio il confronto tra mente emotiva e mente razionale paragoniamo i due schemi approntati per questo scopo.
Con il primo schema riassumiamo le caratteristiche di una mente emotiva, considerandola una sorta di ponte, un’interfaccia, o magari un programma, in cui all’entrata confluiscono due input: uno, proveniente dall’esterno che porta notizie delle perturbazioni che formano l’ambiente; l’altro, proveniente dall’interno che porta notizie sulla condizione generale del sistema. Dal loro comporsi il “programma” sceglie tra le possibili azioni quelle che nel passato si sono dimostrate azzeccate per risolvere i problemi che si ripresentano, magari sotto aspetti leggermente diversi. Questo modo di procedere vale sia  per rimanere l’univoca possibilità esistenziale che si è giunti a rappresentare, sia per riuscire a tessere e ad implementare una rete di relazioni che dovranno raggiungere l’obiettivo di migliorarne la socialità. La figura è la seguente:


mente emotiva


E’ uno schema, come abbiamo già dibattuto, sostanzialmente riferibile al modello stimolo-risposta, anche se con il suo perfezionarsi si è arrivati ad un’emotività complessa alla quale partecipano vari aspetti. E’ questa una condizione pre-razionale, in cui ancora non sono apparse quelle strutture aggiuntive che abbiamo definite “secondo cervello” (da non confondersi con il secondo cervello che  alcuni neuroscienziati fanno risiedere nell’addome) in grado di formulare dei pensieri, di comporre cioè degli scenari che potrebbero (se la formulazione del pensiero è corretta) essere rivissuti come ambiente esterno.

Con la possibilità di mettere a confronto due realtà ed eventualmente far si che l’una si trasformi nell’altra, che comincia ad entrare in gioco la possibilità di azioni razionali.  Ovviamente affinché questo possa accadere occorre padroneggiare il modo
in cui sono state assemblate tra loro (ricorrendo a lunghissime sperimentazioni) le perturbazioni dal primo cervello. E’ proprio per carpire i segreti di questo assemblamento tra i neuroni che una nuova squadra di specialisti si è dovuta mettere al lavoro.  Rendere esplicite queste modalità ha dato al secondo cervello la possibilità di “sganciarsi” da un iter sperimentale  complesso e pericoloso. Il secondo cervello poteva ora avere a sua disposizione non solo una ricostruzione interna collaudata di quello che poteva accadere all’esterno, ma anche le indicazioni di come queste entità potevano essere assemblate tra loro. Un’indicazione che magari poteva essere seguita anche andando a “sommare” insieme moduli già strutturati.
La conoscenza, grazie a questa nuova soluzione, poteva ora uscire fuori dalla logica della risposta passiva agli stimoli, del continuo cambiamento strutturale per adeguarsi al mutamento incessante delle perturbazioni e di ciò che esse rappresentavano. Inizia a strutturarsi la possibilità di attuare una risposta attiva, preventiva, in grado di incidere sull’habitat stesso, su un esterno che non porti più l’irruzione del repentino che può mettere in crisi qualsiasi struttura impreparata. Quindi, invecedi continuare a mutare incessantemente e rapidamente una struttura per adeguarla alle variazioni dell’ambiente, si è potuto puntare a sviluppare azioni in grado di mantenere costante e controllato l’ambiente in modiche anche le nostre caratteristiche potessero rimanere costanti per un lungo periodo. E’ il presupposto necessario per poter attuare un dialogo di una certa efficacia; un dialogo che ha bisogno dello stabilirsi di una certa invarianza. E’ estremamente difficile che relazioni stabili si possono concretizzare tra strutture in continuo mutamento.
Occorre, poi tener conto che quando la razionalità è iniziata a manifestarsi come una nuova possibilità conoscitiva l’ambiente non era più quello primitivo delle origini. Nuove e svariate possibilità esistenziali lo avevano arricchito. Nuovi essere viventi dai più primitivi ai più evoluti lo abitavano, al punto che ora era addirittura possibile puntare ad una nuova struttura come quella sociale fatta di esseri viventi simili, differenziati tra loro solo in minima parte.
Lo schema iniziale della mente emotiva, grazie ai nuovi gruppi di neuroni che non erano interfacciati con l’esterno, ma con un interno ricco e variegato,  costituito da quei primi neuroni che avevano operato una traduzione, inizia a trasformarsi in qualcosa di molto più potente. Essa, soprattutto nell’uomo che ha la corteccia frontale più estesa, si trasforma in questa nuova realtà che è la mente razionale, che possiamo rappresentare come nella figura seguente:


mente razionale


La mente emotiva con l’aggiunta di un “ambiente interno” rappresentata dalla corteccia frontale, dove gruppi di neuroni si compongono nei più svariati modi, diventa una mente razionale. La vecchia mente non viene ovviamente abolita, per cui le sensazioni e le emozioni continuano ad operare. Ma la possibilità di avere come punto di riferimento non solo il reale mondo esterno, ma anche uno interno, che può diventare altrettanto reale con le dovute azioni, ci ha permesso di diventare enti causali di una potenza sconcertante.
E’ la mente razionale una mente complessa che si ritrova a poter guardare su due lati: da una parte lo scenario esterno fornito dai sensi e dall’altra quello interno fornito dalla corteccia che si è andata strutturando come tanti pezzettini di strade percorribili,   ma collegabili tra loro solo in base all’esperienza; in grado, quindi, di offrire percorsi adatti alle più svariate esigenze. Il primo neuroscienziato a fornirci una illuminante indicazione in tal senso è stato Edelman con la nota teoria della “Selezione dei Gruppi Nervosi”.
Pur essendo giunti a simili conclusioni siamo però ancora lontani dal possedere la chiave per entrare fin dentro i reconditi meccanismi della conoscenza. Comincia ad apparire però un abbozzo di quello che potrebbe essere il disegno finale.
C’è ancora una domanda chiave a cui si dovrebbe rispondere: chi o cosa determina la presunta configurazione ideale del secondo cervello, che finisce per diventare il punto di riferimento dominante per le nostre azioni? Se ora la mente razionale  non aspetta più solamente gli stimoli esterna per poter agire, ma tende ad anticiparli; sia per non doversi trovare in tempi stretti in situazioni drammatiche, sia per tendere verso condizioni ottimali, diventa lecito domandarsi in base a cosa viene configurata la probabile condizione ideale.
La risposta più ovvia è che essa venga intuita, che “emerga” cioè associando tra loro quei tratti più marcati che tendono a distinguersi nel contesto. In quel continuo trasformarsi della scena che il secondo cervello si trova davanti viene abbozzata la realtà futura più probabile, come pure quella  più desiderabile,  e magari anche quella più rassicurante e così via. E tra queste che alla fine cade la scelta. Ma come? Nel modo in cui la “cultura” ce lo ha insegnato; nel modo  in cui la vita sociale ci ha insegnato a predisporre la griglia di riferimento.
L’intuizione è come un bozzetto che ci troviamo davanti ma su cui possiamo ancora lavorare e su cui influiscono, per l’esito finale, le aspettative che ci insegnano, direttamente o indirettamente, fin dalla nascita. E’ come avere davanti figure ambigue come quelle che riempiono i libri di psicologia: si prestano a varie interpretazioni tra le quali però non si può fare a meno di scegliere.
Così in una società Mundugumor abbiamo quasi sistematicamente aspettative molto egoistiche, mentre in quella Arapesh, al contrario, emergono quasi sempre della aspettative sociali. Il secondo cervello si trova davanti una realtà creata dagli eventi, dal contesto ambientale e sociale, dal sorgere di certe problematiche  piuttosto che da altre, ma poi deve anche scegliere. Non può astenersi. Può riuscirci solo se viene “bloccato” con apposite tecniche, come quelle che sono state sviluppate empiricamente dalle filosofie orientali. Allora si può evitare che le scelte siano compiute e risultino così avventate, sbagliate. E’ un’eventualità che la razionalità non ha potuto tenere a bada finché non abbiamo inventato il metodo sperimentale. Un metodo che ancora oggi però non è riuscito a condizionare le abitudini di vita comune. Così ancora ci affidiamo ad interpretazioni non collaudate, non passate al vaglio della verifica sperimentale; interpretazioni che possono portarci in condizioni estremamente lontane da quella ottimale.
Il guaio della razionalità, quindi, è rimasto quello delle origini:l’impossibilità di conoscere chiaramente gli obiettivi verso cui dirigersi; mentre sono diventati familiari gli eventuali mezzi per arrivare dappertutto.

La Teoria Classica ipotizza addirittura che la razionalità non deve neppure occuparsi dei fini che sarebbero dettati dai desideri, quindi, dalla sola conoscenza emotiva. Invece, una tale asserzione sembrerebbe alquanto inesatta, in quanto i fini alla fine dipendono in gran parte da come il secondo cervello (dunque la razionalità) interpreta il proprio ruolo nell’ambiente. La situazione ideale viene cioè oggi soprattutto “pensata”, interpretando, e non solo “ascoltando”  quello che i desideri ci spingono  a fare. E l’interpretazione viene fatta in massima parte sulla base di ciò che già siamo e quasi per niente sulla base di quello che dovremmo diventare. L’interpretazione, cioè, risulta  molto legata al passato e poco al futuro.
E poiché nel passato abbiamo lavorato per unificare e perfezionare l’individuo autopoietico di secondo ordine, la razionalità ne ha registrato la tendenza e si è quindi rivolta soprattutto alle antiche problematiche, senza rendersi conto che, invece, queste sono state del tutto superate e, dunque, bisognava andare avanti.
E’ così che la razionalità ha modificato le relazioni tra i desideri e quell’armonia che ne risultava quando eravamo ancora individui puramente emotivi o poco razionali.

Per analizzare meglio questo punto tentiamo di ragionare sul modo di “lavorare” del secondo cervello quando sogniamo. Quando ci immergiamo nel sonno chiudiamo sostanzialmente porte e finestre attraverso cui si riversano le perturbazioni esterne e in gran parte anche le sensazioni che ci informano sullo stato interno. Nel sonno vengono a mancare buona parte delle perturbazioni esterne e allora la nostra mente si ritrova davanti al solo scenario proveniente dalla corteccia, che “fotografa”, “tagliuzza” ed incolla il ribollire delle emozioni che non hanno ancora terminato completamente il loro svolgersi, e sono ancora in grado comunque di modificare il paesaggio interno. Il vecchio nucleo emotivo può così “rispecchiarsi”, prendere visione di una tale rappresentazione e vivere quella realtà allo specchio come se fosse reale e non immaginaria, poiché è l’unica realtà che ora gli giunge. Ci troviamo sostanzialmente davanti a quel sistema di rientri tra Talamo e Corteccia considerato da Edelman. La Corteccia che riceve materiale grezzo dalla parte più antica del cervello e lo rimanga poi indietro strutturato.
Non a caso oggi taluni neuroscienziati sono arrivati a pensare che quello che avviene nel sonno e determina il sogno  è un lavorio che continua anche quando si è svegli. La differenza è che allo spettacolo offerto dalla corteccia gli si va a sovrapporre  lo spettacolo della perturbazioni che vengono catturate e tradotte come realtà esterna. Attraverso il primo cervello, quello più antico, il secondo cervello riesce a guardare “fuori” e, quindi,  a “lavorare” indirettamente sull’ambiente. Da qui che esso trae un panorama ricco di spunti da cui emerge l’intuizione. Un’intuizione che può anche essere una copia intera e fedele della scena che il primo cervello produce e attraverso cui si può imparare per imitazione. Imitazione che come ben sappiamo riveste un ruolo di rilevante importanza per accrescere la conoscenza individuale.
Un comportamento, un’azione può essere imitata se dalla visione traspare la soluzione di alcuni nostri desideri, presentandosi quindi  carica di aspettative lusinghiere. Se arriviamo a vedere una situazione migliore di quella che stiamo vivendo allora ci prodighiamo per compiere le stesse azioni che vediamo compiere dall’altro. La visione può ricreare al nostro interno le stesse sensazioni ed emozioni dell’altro facendoci ed entrare in una sorta di risonanza empatica.
Il fatto, quindi, che il sogno non sia un evento completamente “casuale”, come ha giustamente intuito Freud, ma legato ad episodi, anche passati purché straordinariamente intensi, della nostra vita, è dovuto al fatto che essi possono intervenire in maniera ricorrente nella rappresentazione che “il secondo cervello” fa della situazione in cui praticamente versa il primo. Le linee del disegno che emerge sono così dovute a vari fattori accaduti in tempi differenziati ma che ora giacciono sullo stesso piano.
L’attività della mente emotiva, potenziata dalle funzioni della corteccia, non si arresta solo perché non gli giungono più le immagini dall’esterno. Essa continua in un lavoro di riordino e registrazione degli eventi più significativi. Attività svolta insieme al secondo cervello che riesce ad assemblare un sorta di film interno: il sogno, appunto.
Si potrebbe, allora, anche sostenere che la consapevolezza è una sorta di  sogno ricco fatto ad occhi aperti, utilizzando anche immagini estemporanee che provengono dalla realtà esterna. Sostenendo che la consapevolezza o autocoscienza sembrerebbe un rivedersi allo specchio, non ci discostiamo da quello che effettivamente accade. La tendenza primordiale della mente emotiva a svilupparsi secondo determinati criteri, a strutturarsi in certi modi,  viene in questo modo colta, ampliata e, quindi, rispedita al mittente. E’ anche noto che per concentrarci, per “ragionare” su situazioni particolari, occorre limitare l’entrata delle immagini prodotte con materiale intercettato dai sensi, in modo che l’attenzione non venga distolta dal normale svolgersi della vita. Bisogna cioè ritrovarsi intrappolati in un mondo interno dove lo scorrere del tempo cessi e la struttura, l’architettura interna, può essere colta senza interferenze.

La differenza che si è cercato di mettere in risalto tra mente emotiva e razionale può, quindi, essere colta come possibilità interpretativa che rimanda a quelle configurazioni che ritiene auspicabili e degne di essere perseguite e realizzate. Configurazioni che non necessariamente sono quelle che migliorano effettivamente la situazione. Possono anche peggiorarla o addirittura possono farci entrare in un vicolo cieco da cui sarà  impossibile uscire. Ma possono anche migliorarla notevolmente se si riesce a stabilire come imbroccare la strada giusta.
Sono queste le caratteristiche che ci rendono individui dotati di Libero Arbitrio. Un libero arbitrio che non necessariamente significa poter scegliere tra situazioni equivalenti. Anzi, come ha intuito Socrate, il libero arbitrio ci consente solo di scegliere tra strade alternative, di cui però solo qualcuna si rivelerà in seguito quella giusta, quella che consente sbocchi davvero felici.
A volte le varie strade divergono per poi riunirsi più a valle ancora in quella sola che riuscirà a portarci oltre determinati ostacoli, oltre un presente che cessi di essere infinita e monotona ripetizione.
Libero Arbitrio, quindi, è possibilità di sbagliare, perché possibilità di scegliere tra alternative che possiamo portare avanti per molto tempo, senza possibilità di accorgerci di eventuali errori di valutazione. Ma anche possibilità di stabilire in anticipo che una tale strada, e non un’altra, potrebbe essere quella giusta per continuare ad andare avanti senza pericoli e con grandi motivazioni.
Come sostiene da tempo l’intellettualismo etico è impensabile che tutti possano essere pazzi al punto da avviarsi volutamente verso un precipizio e lasciarvisi cadere.
E’ probabile, invece, che si arrivi a valutazioni errate onestamente convinti del contrario.
Il pericolo sempre in agguato è proprio questo! Ed è il pericolo che noi uomini stiamo attraversando: essere quasi sempre onestamente convinti che la razionalità debba occuparsi esclusivamente della soggettività; stabilizzare al massimo l’individuo autopoietico di secondo ordine che già ognuno di noi è e non comprendere che invece il nostro compito di esseri azionale, “superiori”, è quello di capire quali scale salire per portarci ad un livello più elevato. Tra qualche decennio credo che non vi saranno più dubbi che la stabilizzazione ideale dell’individuo autopoietico di secondo ordine è nell’ultimazione dell’individuo autopoietico di terzo ordine e non nella delle nostre attuali possibilità. Ma allora perché non abbattere la parete oramai sottile che ci separa da questo futuro ed iniziare?
Se da parte di una grande fetta d’umanità si arrivasse alla coscienza diffusa che il razionale per antonomasia consiste non solo nell’individuare aprioristicamente delle possibilità realizzabili, ma anche quelle capaci di migliorarci, non credo che ci attarderemmo ancora sulle posizioni attuali. Per riuscirci occorre che quel razionale inteso come pura possibilità, inquinato da elementi fantastici capaci di originare aspettative ingannevoli, venga definitivamente abbandonato. Se lo si abbandona la fase religiosa comincerà man mano a rimpicciolirsi fino a ridursi ad un nulla. E la scienza potrà affrontare i problemi complessivi dell’uomo: tanto inerenti alla soggettività che alla socialità.
Abbiamo voluto porre l’accento sulla differenza sostanziale tra due fasi conoscitive come quella emotiva e quella razionale per giustificare l’ottimismo che abbiamo fin qui mostrato, che  non vuole essere illusione ma speranza.
E’ oramai divenuto evidente che la mente razionale non è più quell’interfaccia semplice che ha caratterizzato la mente emotiva e che ha messo in relazione input e output, lo stimolo e l’azione. E’ divenuta un’interfaccia complessa capace di mettere in relazione tra loro vari ambienti: L’ambiente primordiale esterno, l’ambiente sofisticato degli altri esseri viventi, l’ambiente interno, per raggiungere il fine ambizioso di creare nuove e più potenti possibilità esistenziali.
Un progetto meraviglioso di cui la comunità scientifica rappresenta il nucleo avanzato ma che si è rivolto finora alla trasformazione di un esterno per adattarlo alla nostra sostanziale invarianza. La società scientifica deve togliere questo lucchetto alle proprie capacità e rivolgersi ad un’autotrasformazione delle proprie caratteristiche individuali. Sarebbe il modo per costruire una autentica umanità, un corpo unico che davvero potrebbe guardare, come un autentico gigante,  oltre l’attuale orizzonte.

Riuscirvi non è poi così difficile come sembrerebbe da un’occhiata d’acchito. Dovremmo solamente purificare le nostre possibilità razionali scremandole da quegli elementi puramente fantastici e soggettivi che rendono il dialogo difficile. Il linguaggio matematico dimostra, credo senza ombra di dubbi,  che allorché il “secondo cervello” prende in considerazione l’architettura del “primo”, il modo attraverso cui è riuscito ad assemblare tra loro i più svariati elementi, a prescindere da quali essi sono, si possono avere a disposizione mezzi molto potenti per legarci gli uni con gli altri intensamente.
Quando penso a questa eventualità,  credo di comprendere  molto bene lo stato d’animo di un logico come Oddifreddi, e del perché può scaturire un’avversione così profonda nei confronti delle religioni. Le religioni sono la inequivocabile testimonianza di come la nostra razionalità sia ancora impura, inquinata da elementi fantastici che pretendono di farsi risposta e domande, istanze, che sicuramente sorgono in noi, ma che  avrebbero bisogno di ben altre risposte per essere davvero soddisfatte.
Per capire meglio la distanza che ci separa dalla situazione ottimale, credo che ci convenga ancora una volta rivolgerci al già citato aforisma di Hegel: il reale è razionale e il razionale è reale. Una corrispondenza biunivoca che sostiene senza mezzi termini la necessità, per riuscire ad intendere correttamente il termine “razionale”, di uguagliare ciò che viene costruito tramite le nostre strutture mentali con ciò che ha effettive possibilità di presentarsi all’entrata dei  sensi, e viceversa. Forse l’aforisma avrebbe potuto essere leggermente diverso e sostenere che Il reale è razionalizzabile e che il razionale è realizzabile. Forse in questo modo si sarebbe escluso meglio quel razionale che magari si potrebbe chiamare più semplicemente “ragionevole”, frutto cioè di interpretazioni opinabili. Così le religioni diventerebbero, quello che poi effettivamente sono:  costruzioni ragionevoli.
Ad Hegel, come sappiamo sono piovute addosso una caterva di critiche, a volte anche sprezzanti, giustificate dal fatto che l’uso comune del termine razionale è inteso nel senso di ragionevole. Per cui tante cose ragionevoli non sono e non saranno mai  effettivamente reali. Diventerà mai una realtà il fatto di presentarci dopo la morte di fronte ad una delle tante divinità, che si suppongono abitare l’aldilà, per ricevere  gli ambiti premi o le temute punizioni?
Quasi il 90% degli scienziati oggi non crede ad una tale eventualità: il che è davvero confortante e fa ben sperare per il futuro.
La possibilità di affinare maggiormente il pensiero “off-line” sistemato accanto al vecchio “pensiero” “on-line” ci offre la possibilità di “anticipare” e quindi di realizzare certe condizioni che altrimenti sarebbero affidate solo alla casualità e avrebbero quindi tempi lunghissimi di realizzazione.
Dobbiamo solo stare attenti ed essere estremamente cauti nell’anticipare la realizzazione di quelle possibilità che ci potrebbero portare completamente fuori strada. Possediamo i mezzi emotivi per riuscirci!.. Combinando insieme piacere e gioia, infatti,  possiamo monitorare costantemente la nostra direzione di marcia rispetto ad una presunta condizione ideale, verso cui ci sospingerebbe la conoscenza emotiva se avesse le potenza necessaria per riuscirvi. Solo abbinando insieme le indicazioni di due sensazioni importanti come piacere e gioia possiamo essere sicuri che stiamo effettivamente rispettando la direzione di marcia corretta, anche se momentaneamente, per un tempo breve, potremmo a volte essere costretti ad allontanarci dalla traiettoria ottimale per motivi contingenti. Non sempre si può marciare diritti e spediti verso una meta. L’importante è che situazioni contingenti, accidentali, non ci distraggano e fuorviino definitivamente.
Un’utile suggerimento è quello di tenere sempre a mente la favola di Cappuccetto Rosso, in modo da chiederci, ogni qual volta ci coglie il dubbio, se l’invito a raccogliere delle piacevoli sensazioni non ci sviino troppo facendoci smarrire nel bosco e ritrovarci alla mercé del lupo cattivo.
E’ così che ci si può allontanare dalla felicità; seguendo dei semplici piaceri o presunte necessità, finché alla fine si finisce per perderci in situazioni intricate ed  imprevedibili. Se si tiene sempre sottocchio l’indicatore del livello di gioia, invece, è difficile smarrirsi in questo modo, perché un calo di gioia finisce sempre per corrispondere ad un calo di autentica, sincera, socialità; con l’aver imboccato, magari inconsapevolmente, un viottolo che ci sta portando verso quell’aumento abnorme della soggettività che è l’egoismo.
E’ così che in fondo, ognuno seguendo il proprio insignificante viottolo, che ci siamo incamminati verso la realizzazione errata di una struttura individuale che sicuramente primo o poi non riuscirà più a reggere e crollerà, anche a fronte dei numerosi artifizi e camuffamenti a cui la sottoponiamo continuamente.
Le numerosissime emergenze planetarie ne sono un campanello d’allarme oramai più che evidente. Potremmo finire per determinare una catastrofe planetaria, esplodendo come una supernova in un ultimo sussulto di violenza.
E’ questo un mondo che nessuno dovrebbe sperare di lasciare in eredità ai propri figli, i quali, dopo tutto, non sono altro che noi stessi ripassati per il collo di bottiglia dell’unicellularità. Figli, nei quali ci possiamo rispecchiare per coglierci magari senza più il sacco dei ricordi sebbene ancora con quello tutto intero delle capacità conoscitive e quell’altro  non meno importante delle speranze.

Cerchiamo ora di completare il discorso intorno alla conoscenza, andando ad indagare più da vicino interessanti concetti quali: Logica, Tempo e Libero Arbitrio.

 

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Bibliografia

Questo saggio è un testo in fieri, l’autore offre ai lettori l’occasione di partecipare alla sua composizione e quindi al suo sviluppo. Per proporre correzioni, miglioramenti o altro, scrivere a suggerimenti@riflessioni.it verranno presi in considerazione solo scritti sostenuti da valide spiegazioni.

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