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Riflessioni da un Paradigma SperimentaleRiflessioni da un Paradigma Sperimentale

di Domenico Pimpinella

 

 

Indice articoli

 

 

05) La necessità di pensare “l’essere autopoietico di 3° ordine”
04) La Conoscenza

03) L’amore
02) Male, bene, felicità
01) Filosofia, religione, scienza

 

 

Introduzione alla Filosofia dell'Ambivalenza
I biologi Maturana e Varela, nel loro libro più noto, L’albero della conoscenza sostengono la tesi dell’autopoiesi, (ovvero dell’autocostruzione) per gradi diversi degli esseri viventi. La loro ipotesi, condivisa da altri eminenti scienziati, è che il primo essere autopoietico (dunque, di primo grado) sarebbe stata la cellula eucariote costituitasi come una società di organuli, ovvero batteri o pezzi di questi. L’unione poi in società della suddetta cellula, fino a formare un nuovo aggregato unitario, avrebbe portato alla formazione degli attuali esseri pluricellulari, che possiamo quindi per questo definire di secondo ordine. Come ulteriore sviluppo degli esseri pluricellulari, quale anche noi uomini siamo, sarebbero in costruzioni degli ulteriori esseri auto- poietici che possiamo identificare con delle intere società. La differenza, secondo i nostri autori, che esisterebbe tra noi, una società di insetti e un qualsiasi organismo pluricellulare consisterebbe sostanzialmente nella diversa autonomia posseduta dai singoli componenti della società di appartenenza. Quindi, noi uomini, come tutti gli altri animali pluricellulari staremmo lentamente, ma inesorabilmente, costruendo questo nuovo essere autopoietico di terzo ordine, che a processo ultimato dovrebbe costituire un’unità superiore. Noi ci staremmo collettivamente trascendendo in una nuova, superiore forma vivente. Non saremmo dunque condannati per l’eternità a rimanere ciò che oggi siamo: a svolgere un insopportabile ruolo di pura e semplice sopravvivenza.
Ovviamente, una tale teoria si può condividere o meno. Quello che, invece,  a mio parere, è davvero difficile condividere, è la tesi che noi uomini, così  evoluti razionalmente, staremmo davvero marciando collettivamente verso un tale obiettivo. Ad un’analisi attenta sembrerebbe piuttosto che gli uomini, dopo aver raggiunto un certo grado di sviluppo di questa nuova unità in fieri, abbiano iniziato a regredire verso un suo sfaldamento, coincidente con una individualizzazione eccessiva, dettata da un ulteriore  sviluppo della razionalità.
La razionalità, o se preferiamo, la consapevolezza, ha preso ad un certo punto le redini della conoscenza e, quindi, degli obiettivi strategici da raggiungere, togliendole dalle mani dell’emotività che, fino a quel punto, aveva orchestrato la formazione di un nuovo aggregato superiore. Questo sarebbe accaduto perché la primitiva  razionalità ha “interpretato” il mondo e noi in esso come un insieme frazionato di enti, limitati nello spazio e nel tempo, e dunque inesorabilmente isolati. Di conseguenza ha continuato ad operare su quelli, non tenendo conto dei legami sentimentali precedentemente costruiti dall’emotività, ritenendoli fino a qualche anno fa delle anomalie perché contrari al miglioramento delle probabilità di sopravvivenza del singolo.
La tesi, che vogliamo invece avanzare in questa rubrica “Riflessioni da un paradigma sperimentale” è che la razionalità dovrebbe finalmente prendere coscienza degli obiettivi che la conoscenza emotiva si era in qualche modo  prefissata e arrivare a condividerli in perfetta sintonia con quella che dovremmo considerare la nostra intima natura: le nostre legittime aspettative, che non sono, beninteso, le aspettative di un “disegno intelligente” messoci dentro da una divinità, ma lo sviluppo necessario per stabilizzarci e affrontare così al meglio delle possibilità l’avanzata nel futuro.
A questo scopo, tutte le riflessioni che verranno fatte, di volta in volta, in questa rubrica, saranno svolte, assumendo come punti fermi del discorso due distinte proposizioni che non appaiono, di primo acchito, di  per sé evidenti, ma che ci permetteranno di costruire un nuovo paradigma, in cui costruire teoremi in grado di abbattere molti degli odierni paradossi, in cui la logica ci spinge.
Le suddette proposizioni sono:

  1. L’individualità è data dalla somma complementare di una soggettività e una socialità, o anche, Individualità = soggettività + socialità;

  2. La conoscenza  umana è data da un’interazione di emotività e razionalità, considerate come tipologie conoscitive differenti.

La prima, specifica, secondo quanto già accennato, che l’individualità è data dalla somma complementare di una soggettività, (ovvero, dall’attuale unità esistenziale che noi tutti siamo, in quanto sviluppo compiuto di una precedente società di cellule) e una socialità (ovvero di una nuova e più ampia unità in fase di formazione, costituita dalle odierne soggettività pluricellulari, che, oltre, dunque a trovare una configurazione idonea alla sopravvivenza, devono anche riuscire a sviluppare legami idonei alla costituzione di una nuova unità più ampia che possiamo chiamare società).
Questa proposizione, sostituirebbe l’idea, utilizzata finora dalla razionalità, che l’individualità sia sostanzialmente identica alla soggettività: un nuovo concetto di individualità bivalente, dunque, da mettere al posto di un’individualità monovalente o tout court. Questa nuova base di partenza specifica esplicitamente che la socialità non può essere una caratteristica dovuta alla conoscenza razionale che ci fa uomini, ma che è una prerogativa antecedente della conoscenza emotiva posseduta da tutti gli animali superiori, che purtroppo la razionalità non ha saputo interpretare in maniera corretta, dedicandosi perciò ad una stabilizzazione della soggettività come singolarità e non come società.
La seconda proposizione è tesa anch’essa a sostituire una Conoscenza tout court (considerata per lo più solo più complessa di quella degli altri animali)  con una Conoscenza ambivalente, costituita  dalla somma di  due tipologie conoscitive differenti, quella emotiva che nei milioni di anni passati ha aggregato e modellato internamente delle perturbazioni esterne facendole diventare un territorio esterno e quella razionale che utilizza oggi quel territorio per costruirsi mappe comparate di situazioni differenti, al fine di far emergere preventivamente quelle possibili azioni che le trasformerebbero in vista di determinate finalità o, viceversa, simulare quali reali trasformazioni possano derivare da specifiche azioni.
Una individualità e una conoscenza sdoppiate nei loro principali aspetti costitutivi ci permettono di capire perché noi uomini possiamo essere tanto diversi gli uni dagli altri, può essendo costituiti sostanzialmente in modo simile. Le ragioni ci vengono offerte dalla possibilità combinatoria di quattro conoscenze specifiche: due conoscenze riferite alla soggettività e due riferite alla socialità, che possono alla fine incidere sulla personalità finale dell’individuo. Che, beninteso, non dovrebbe più considerarsi un mondo a sé, scisso dagli altri, ma un mondo in continua trasformazione, teso a costituire una nuova unità superiore. Di conseguenza, l’unico modo serio di considerare la nostra vita dovrebbe essere quello di identificarla con la filogenesi e non più con l’ontogenesi, che è solo uno stadio di quella. Solo così ci sarebbe possibile guardare razionalmente nel lungo tempo, per “programmare” trasformazioni della personalità che implichino il coinvolgimento di più generazioni.
Un’altra interessante e importantissima riflessione che possiamo ricavarne è il senso profondo e lo scopo che dovremmo accordare alla filosofia. Poiché la razionalità “interpreta”, con diversi gradi probabilistici  (che spaziano dal fantastico al razionale per antonomasia)  la realtà che di volta in volta ci si può mostrare, come pure quella che pensiamo di costruire con le nostre azioni, le probabilità di farci percorrere una strada sbagliata, stravolgendo la nostra intima natura, sono dietro ogni svolta. Se ne ricava, allora, che la razionalità ha bisogno di un meccanismo interno, che verifichi e regoli continuamente le sue stesse “interpretazioni”, in modo che si ritrovino in sintonia con la conoscenza espressa in maniera più deterministica dall’emotività.
La Filosofia, quindi, obbedirebbe proprio a questa necessità e consisterebbe allora nello studio dell’accordo, della sintonia che deve necessariamente stabilirsi tra conoscenza emotiva e razionale, affinché la razionalità non ci spinga per lungo tempo, come purtroppo sta facendo oramai da secoli, su strade “chiuse”, che non potranno avere sbocchi nel futuro, sbarrate ad un certo punto da montagne inaccessibili o da abissi insormontabili.
La Filosofia potrebbe dunque impedire un ulteriore snaturamento della nostra intima essenza, analizzando i modi di come sia possibile ritrovarsi sempre nei pressi della felicità, intesa come migliore condizione possibile, combinando sapientemente tra loro emozioni fondamentali come il piacere e la gioia.

 

Nelle prossime riflessioni affronteremo altri teoremi riguardanti temi come la scienza, la religione, la felicità, la gioia, la giustizia, la democrazia, la libertà, la politica, il libero arbitrio, ed altro ancora, per mostrare quale strada diversa più entusiasmante potrebbero  percorrere i nostri figli.

Chi volesse può scrivermi all'indirizzo e-mail suggerimenti@riflessioni.it per chiedere approfondimenti e ampliamenti di quanto verrà via via specificato.


     Domenico Pimpinella

 

 

Domenico PimpinellaDomenico Pimpinella, nato a Formia (LT) nel 1952 è appassionato cultore della filosofia.
Per la Bastogi Editrice italiana ha pubblicato nel 2002 Gusci di cristallo (ovvero prigionieri della soggettività), nel 2011 il romanzo Tre divani e una grande vetrata edito da Albatros.
Riflessioni.it oltre a questa rubrica ospita due suoi interessanti saggi:
Quale amore? Quale felicità? Questo lavoro è una proposta, un’ipotesi mirata che si pone lo scopo di farci prendere coscienza di come ci stiamo allontanando sempre più da una logica vitale necessaria alla sopravvivenza dell'uomo.

Perché la filosofia? E’ dai tempi di Aristotele che si crede che l’"amore per la sapienza" ci derivi indubitabilmente dalla meraviglia, da quel primordiale stupore sgorgato come acqua di fonte da una consapevolezza che, a differenza degli altri animali, ci consente di starcene sul davanzale del mondo a scrutale l’inessenziale. Così da questa condizione, da una nuova e più ampia coscienza sarebbe nata per alcuni l’esigenza di spiegare, a volte ricorrendo a complicati ragionamenti, enti, relazioni, situazioni, emozioni che non ci sono immediatamente comprensibili, ma delle cui spiegazioni si potrebbe, tutto sommato, anche fare a meno.

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