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di Patrizia Moschin Calvi  - indice articoli

 

Krishnamurti e la Teosofia

Di P. Krishna e R. Burnier

Aprile 2012

 

Dialogo tra il prof. P. Krishna, rettore del Rajghat Education Centre di Varanasi (India) e Mrs Radha Burnier, presidente mondiale della Società Teosofica, che ha avuto luogo al Quartier Generale della Sezione Teosofica Indiana di Varanasi, il 29 marzo 2008.

 

P. Krishna: Ho letto che Madame Blavatsky e la signora Besant affermarono entrambe che la Teosofia non è una religione, ma la religione e che l’hanno definita religione-saggezza. Pertanto vorrei che cominciassimo il nostro dialogo chiedendoci: qual è l’essenza della Teosofia?

Radha Burnier: Non solo Madame Blavatsky e la signora Besant, ma anche molti eminenti membri della Società Teosofica che vennero dopo di loro, hanno affermato che Teosofia è una parola facile da tradurre ma difficile da definire. Osserviamo il termine stesso: Sophia significa saggezza. E’ molto difficile per noi, che non siamo persone sagge, che facciamo ogni genere di cose stupide, che soffriamo, che non godiamo del senso di beatitudine che appartiene a colui che è saggio, dire chi lo sia o che cosa sia la saggezza. Non lo sappiamo davvero. Poi c’è la parola Theos che possiamo tradurre con divino. Pertanto il, significato delle due parole insieme è saggezza divina. Talvolta Theos viene tradotto con Dio. Ciò dipende da che cosa si intende con la parola Dio, poiché è di un genere molto dubbio. Dio può significare ogni cosa, dalla pietra che si usa per l’adorazione a qualcosa che non può realmente essere tradotto in parole. Ma lo si capisce col proprio cuore. Pertanto divino è in un certo senso una parola più adatta. La Teosofia è saggezza divina in tale senso. La domanda è: chi la conosce? Ci sono molte persone che pensano di sapere qualcosa della Teosofia, ma questa è un’affermazione ambigua, dato che essa può essere conosciuta solo dai saggi e fino ad un certo punto. Forse non potrà mai essere conosciuta pienamente, fino a che non si arriverà alla liberazione dallo stato di precarietà proprio all’essere umano. Colui che sa non dirà mai: “Sono un teosofo”, poiché le parole non hanno attinenza con la cosa reale.

P.K.: E così, se vogliamo indagare più profondamente su tutto ciò, dobbiamo investigare sia su quello che è il possibile significato di divino che su quello di saggezza, essendo pienamente coscienti che un’accezione proiettata dalla nostra mente potrebbe non rappresentare la realtà. Invece di definire in senso positivo quello che la saggezza “è” potremmo approcciarla in senso negativo, poiché, forse, è più facile dire quello che non è? Vorresti dire che una mente in preda alle illusioni, che significa preda di immagini fatte da essa stessa, non potrà essere saggia finché non sarà in contatto con il reale?

R.B.: Questo porta proprio a comprendere innanzitutto quanto sia sbagliato affermare che la Teosofia è verità, cosa che avviene tanto spesso anche tra persone molto serie. C’è una Teosofia che impariamo nel corso della vita, ma c’è anche quella che afferma in parole l’essenza di ciò che noi riteniamo essa sia. Chi scrive di Teosofia o ne parla può pensare che quello che descrive a parole sia davvero inesprimibile. La domanda allora è: fino a che punto riesce ad esprimerla? Forse nessuno può davvero fare questo ma certe cose fondamentali connesse a quello che la Teosofia è nel vero senso della parola possono essere espresse in parole, sebbene sia molto difficile dire se le parole che si usano esprimano davvero tali verità.

P.K.: Capisco la difficoltà nell’esprimere e comunicare una verità poiché tutto questo avviene attraverso le parole, che sono cariche di significati, che possono anche essere diversi tra popoli differenti. Tali sono le complessità della comunicazione. Mettiamo che io abbia percepito qualcosa di profondo e che voglia comunicarlo. Come posso fare? Questa è la difficoltà ad esprimersi e comunicare. E la tua capacità di percepire ciò che io a mia volta ho compreso è soggetta alle difficoltà della tua immaginazione e della tua mente nel proiettare tali percezioni e tutto quello di cui abbiamo discusso negli ultimi giorni. Ma non ci sono verità eterne riguardanti l’umanità, la coscienza umana, che sono universali? Proprio come direbbero gli scienziati le verità riguardanti la natura non le conosciamo completamente, sebbene siano universali. Possiamo non comprendere appieno la gravitazione, o come essa operi, ma essa non può essere diversa tra un essere umano e un altro, e perciò questo sottende una verità. La nostra difficoltà è, per prima cosa, come venire in contatto con essa, diventarne consapevoli, percepirla come verità e poi, in un secondo momento, come esprimerla, come comunicarla. Per fare questo nel campo scientifico usiamo il linguaggio universale della matematica e lo troviamo molto utile. Ma essenzialmente stiamo presupponendo che ci siano verità, riguardanti la natura, che sono universali, attive, eterne, non pienamente conosciute, che chiamiamo leggi di natura e che cerchiamo di scoprire.

Potremmo dire qualcosa di simile riguardo la Teosofia: che c’è un nucleo di verità eterne ed universali non ancora ben conosciute, ma che percepiamo, nella piena consapevolezza che la verità stessa non è un’idea o un concetto intellettuale ma un fatto e che si può percepire veramente solo venendone in contatto diretto, nel senso che la si vede e non la si immagina. Possiamo allora dire che la Teosofia è questo nucleo universale ed eterno di verità, probabilmente riguardante sia la materia che la coscienza, dato che la Teosofia include la scienza e di tanto in tanto uomini saggi di culture diverse, che sono stati in grado di disfarsi delle loro barriere individuali, cosa che noi chiamiamo liberazione, sono venuti in contatto con tali verità e hanno cercato di comunicare quello che hanno percepito, qualcuno con la poesia, altri con la prosa, altri ancora attraverso delle storie? Come tu hai detto essa è indescrivibile, poiché tale descrizione passa attraverso le parole, ed esse sono associate con immagini, mentre la percezione va oltre parole ed immagini. Pertanto quando il saggio parla egli trasmette immagini e concetti alla mente dell’ascoltatore che deve farsi strada tra di esse per arrivare alla vera percezione, altrimenti non riconosce la verità e questa è la più grande difficoltà nel comunicare la verità stessa. Ma spostandoci da questa difficoltà di comunicazione, diresti che c’è un nucleo di verità eterne, universale ed accessibile ad ogni essere umano che abbia voglia e sia in grado di liberarsi dai suoi schemi, dalla sua limitata individualità, e che pertanto riesca a vedere attraverso quella parte del suo essere che è universale, quella che possiamo chiamare essere umano, distinguendola dalla personalità individuale?

R.B.: Penso che questo sia un modo di vedere più sottile e sfuggente di come lo intendiamo. Nel campo scientifico molto è stato detto riguardo alla stessa cosa, se vista come un’onda o come una particella. Si presuppone che quando si vede la particella essa sia anche un’onda, ma questa è solo una supposizione, poiché non puoi vedere i due aspetti allo stesso tempo. Quando diciamo che percepiamo una verità ci riferiamo solo ad alcune sue parti. Questa è la difficoltà nell’esprimerla. E’ così sottile! Pertanto mi sembra che non la si possa manifestare a parole. Se qualcuno che si è fatto qualche idea sulla verità di tanto in tanto cerca di trasmetterla ad altre persone, egli potrà esprimerne solo una parte. Ciò è molto difficile da comprendere, poiché la verità, come appare in quel dato momento, è proprio reale per la persona coinvolta. A quest’ultima sembrerà che l’intera verità si esprima in tale forma, ma non è così. Essa si potrà manifestare in forme diverse in momenti diversi.

P.K.: Perché può essere solo un aspetto del tutto.

R.B.: Basandoci su questo fatto, si dice che perfino la persona più saggia sia caratterizzata da molte cose che possono essere espresse in parole ma molte di più che non possono esserlo. E allora, come può comunicarle? Non può. Prendiamo per esempio Krishnaji (Jiddu Krishnamurti): sono convinta che sapeva molte cose sia nei dettagli che nei principi fondamentali, che non poteva trasmettere alle persone. Ma egli forse proponeva quello di cui avevano bisogno a quell’epoca. C’è qualcos’altro, però, in ciò che disse, che suggerisce esservi un intero mondo di significati che dobbiamo trovare da soli.

P.K.: Sì, egli affermò esplicitamente che c’è molto altro, oltre ciò che vediamo, che è insondabile, indescrivibile e che non avrebbe nemmeno cercato di descrivere. Egli metteva in rilievo solo quelle che erano le barriere da abbattere, così da aprire la finestra, una volta compreso che tali barriere sono state da noi stessi create e determinate da un modo superficiale di pensare. Ma tale è solo l’inizio dell’esplorazione, non si sta ancora indagando sulla verità, ma solo sullo spazio angusto di quello che potremmo definire pensiero condizionato e se non rompiamo tali barriere non ha senso parlare di quel che è vasto, incommensurabile e così via, poiché la mente limitata tradurrà sempre tale percezione nel conosciuto, che potrebbe pertanto essere falso. Anche gli scienziati hanno capito questo, seppure nell’ambito di una cosa così semplice come la realtà fisica, senza prendere assolutamente in considerazione la coscienza, che è ben più complessa ed intricata e di cui non capiscono niente o quasi. Essi non possono nemmeno definire cos’è la coscienza, sebbene la usino per le loro indagini scientifiche! Ma perfino riguardo alla nostra concezione della realtà materiale fisica, al tempo, allo spazio ed all’energia, essi hanno capito che quello che possiamo concepire è limitato dalla nostra propria esperienza, che a sua volta è limitata dai sensi. Per esempio: non abbiamo mai visto la connessione tra spazio e tempo, sebbene essi siano legati in un modo che non siamo in grado di percepire, poiché nella nostra esperienza spazio e tempo sono sempre state due entità distinte e separate. Per esempio, si dice che lo spazio sia curvo, ma è molto difficile per noi immaginare questo. Pertanto molto tempo fa gli scienziati hanno abbandonato quelle che una volta erano considerate delle certezze e chiamate verità auto-evidenti, come per esempio le due linee parallele che non si incontrano mai e hanno affermato che ciò è vero in un certo tipo di spazio piano di cui siamo consapevoli; ma in realtà lo spazio non è così, è curvo, con tutte le conseguenze del caso. Se si tracciano due linee parallele su una sfera esse si incontreranno, come due longitudini si incontrano al Polo Nord o Sud. Questo significa che la nostra concezione della realtà anche solo del piano fisico è molto limitata ed essi stanno dicendo: non fidarti del tuo pensiero perché è limitato. Per esempio non potrai mai veramente spiegare ad una persona cieca dalla nascita cosa siano davvero i colori.

Cos’è veramente un elettrone? Dicono che in realtà non lo sappiamo. Può aiutarci immaginare un elettrone come fosse una palla da biliardo, e chiamarlo particella; questo spiegherebbe alcuni suoi comportamenti; ci aiuta anche immaginarlo come un’onda, cosa che può spiegare altri suoi comportamenti. Ma sono solo modelli concettuali che ne favoriscono la comprensione: la verità è che è entrambi! Non sono in grado di capire questa verità fondamentale, in quanto non ho mai visto un’entità che sia particella oltre che onda. Dicono che la nostra capacità speculativa abbia dei limiti, pertanto non usatela troppo, piuttosto usate la matematica! La matematica è una sorta di linguaggio universale che è stato ripetutamente messo alla prova e trovato applicabile in natura.

Allo stesso modo in cui ci sono queste limitazioni fisiche, ci sono anche quelle intellettuali. Vedo un parallelo tra gli ostacoli incontrati nel fare scienza e quelli del pensiero che Krishnaji ha messo in rilievo nella questione religiosa. Pensiamo solo in termini di conosciuto e quest’ultimo è così limitato! Pertanto il pensiero non potrà mai comprendere il non conosciuto e che ci sono grandi verità al di fuori di esso, che possono essere percepite solamente quando saremo liberi da queste limitazioni e saremo fuori dalla prigione del conosciuto. La libertà dal conosciuto non è la fine del conosciuto stesso, ma non-dipendenza da esso. Abbiamo dato troppa importanza a quel poco che sappiamo e cerchiamo sempre di interpretare tutto alla luce di tale conoscenza, ma questo blocca la percezione di ciò che non conosciamo. Un vero progresso nella scienza è venuto anche dai cambiamenti di paradigma, risultato di una profonda riflessione intuitiva sul non conosciuto, che va ben oltre il pensiero convenzionale.

R.B.: il conosciuto può essere un’illusione. Ciò che io conosco, può non essere la stessa cosa per una persona la cui coscienza è molto più sottile, profonda e così via. Anche ciò che è conosciuto, cambia forma continuamente. Diventa così difficile comprendere un universo in cui ogni cosa sta cambiando secondo il livello della nostra percezione. Solo se una persona può vedere qualcosa nella sua totalità, vedrà la verità. Ma nel dire questo, sento che c’è un errore, perché potrei non essere consapevole della mia limitazione. Dunque, cos’è il conosciuto, cos’è il conoscibile, e cos’è il non conosciuto? Queste sono tutte domande profonde che rimangono sempre.

P.K.: effettivamente è importante capire che siamo parte di un grande mistero, che tale mistero è molto profondo e che gli scienziati stanno cercando di comprendere solo uno dei suoi aspetti, ma la maggior parte rimane comunque un mistero. Esso si estende forse ben oltre ciò di cui noi siamo consapevoli e spesso nell’orgoglio della nostra conoscenza perdiamo la consapevolezza di tale mistero.

R.B.: questo ci riporta alle finalità della Teosofia. Se consideriamo il secondo scopo della Società Teosofica, vediamo che parla di filosofia, scienza e religione. Lasciamo fuori la filosofia per il momento ed esaminiamo solo scienza e religione. A mano a mano che ci addentriamo nella scienza, sopraggiunge un sentimento religioso di bellezza, unità, meraviglia e mistero, simile a quello del vero uomo di religione. Con questo non intendo dire un uomo religioso secondo l’induismo, il cristianesimo, il buddhismo o quant’altro, ma colui che ha saputo andare oltre tutte queste forme ed è giunto ad una percezione più profonda ed ampia dell’unità e totalità dell’esistenza, una cosa che non possiamo esprimere a parole ma che ha una sacralità, una santità che può essere percepita. Essa è oltre tutte le speculazioni della scienza e le forme religiose. Quando si va così in profondità, allora le scoperte scientifiche possono corrispondere a quella che è conosciuta come vera religione. Io sento che c’è una realtà, che è sia scienza che religione, che può essere percepita, ma non espressa o comunicata.

P.K.: probabilmente questo accade perché sia la materia che la coscienza sono parti di una realtà unica: la coscienza esiste e così pure la materia e l’energia. La scienza probabilmente non è in grado di indagare profondamente nella coscienza, poiché essa non è misurabile. Le ricerche scientifiche sono limitate a ciò che può essere misurato e pertanto gli scienziati stanno ancora cercando di comprendere la natura dello spazio, del tempo, della materia e dell’energia. Ma la loro descrizione è necessariamente incompleta, poiché hanno lasciato fuori la coscienza. Essi usano la coscienza, per le loro ricerche scientifiche, ma tale scienza non può spiegare che cosa stiano usando! Mi vengono in mente le parole di Schroedinger, lo scienziato che ha inventato la meccanica ondulatoria ed è stato il precursore della meccanica dei quanti odierna. Egli era anche un filosofo che aveva approfonditamente studiato il Vedanta. Non era un uomo religioso ma uno studioso. La sua vita personale era una gran confusione, ma intellettualmente era un genio. Egli disse qualcosa di davvero profondo, che vorrei condividere con voi: “Considero la scienza come parte integrante del nostro impegno a comprendere l’unica grande questione filosofica che abbraccia tutte le altre: chi siamo? Credo che questo sia non uno dei compiti ma IL compito della scienza, l’unico che conta”.

Per rispondere a questa domanda dobbiamo chiederci cos’è il corpo, la sua origine, i suoi componenti, la sua forma e funzione ma non solo, dobbiamo anche spiegare la consapevolezza e coscienza che operano in tale corpo, il loro modo di funzionare ecc. Schroedinger considerava sia la scienza che il Vedanta come parte della filosofia e capiva la necessità di integrarle e non separarle, altrimenti si sarebbe sempre ottenuta una visione parziale della vita e della realtà. Per esempio i fisici ritengono non ci sia bisogno della vita, essi la trattano come un accadimento occasionale che non comprendono.

Ma torniamo a Krishnamurti e la Teosofia. La Società Teosofica è stata creata con il motto che la verità è la più alta religione e poiché la Teosofia, nel suo significato più profondo, non è una nuova religione ma l’essenza di tutte le religioni o la religione-saggezza, ciò richiede che noi entriamo in contatto con quelle eterne verità che stanno oltre tutte le religioni e tutte le forme. Ora, se questa è l’essenza della Teosofia, come dice il nostro motto, non è esattamente quello che Krishnamurti ci sta chiedendo in continuazione? Egli dice che dobbiamo capire noi stessi, rompere i condizionamenti e solo allora avremo la vera percezione, senza la quale non si può arrivare alla verità. Pertanto non vedo nessuna divisione tra quello che la Teosofia nella sua essenza ci chiede di fare e quello che Krishnaji sostiene necessario per noi.

R.B.: Penso alle difficoltà di comprendere realmente cosa sia la Teosofia e di cosa stia parlando Krishnaji. Si deve sempre tener conto che quando si confonde il superficiale con l’essenziale si è destinati all’illusione ed al conflitto. Proprio come nel campo scientifico la stessa cosa si può percepire sia come onda che come particella, anche qui due persone diverse percepiscono le cose in maniera differente, creando delle contraddizioni dove in realtà non esistono. Le persone rimangono suggestionate dalle differenze superficiali e diventa difficile per loro avere consapevolezza del fatto che le opinioni non sono molto importanti. E’ la verità ad essere importante.

P.K.: Ma l’ignoranza come illusione o immaginazione è comune a tutto il genere umano e pertanto, che differenza fa se tale ignoranza è di tipo cristiano, oppure riguardante la Krishnamurti Foundation o la Società Teosofica? La cosa importante è aprirsi un varco e andare oltre, e così, perché distinguere?

R.B.: Noi riteniamo che una differenza ci sia. Chi si è immerso in Krishnamurti (sto usando questo termine deliberatamente) ritiene di conoscere ciò che è vero e ciò che non lo è meglio degli altri.

P.K.: Ma la verità è qualcosa che non può essere conosciuta! Lo abbiamo detto prima, non può essere conosciuta né descritta.

R.B.: Alla stessa maniera, molti teosofi credono di sapere cos’è la Teosofia, o cos’è la verità. E’ un modo per fissare dei punti fermi nella propria vita, ma questo impedisce di essere liberi mentalmente, riguardo all’importanza di ciò di cui Krishnamurti ha ripetutamente parlato. Anche molti teosofi hanno affermato la necessità di essere completamente liberi nel prestare ascolto a qualcuno, per capire che l’illusione sorge quando la cosa in cui si crede diviene più forte.

P.K.: Credo sia estremamente importante restare consapevoli di questo pericolo, perché fondamentalmente abbiamo la stessa coscienza di tutti gli altri esseri. E la coscienza umana ha ripetutamente fatto gli stessi errori, sia che si trattasse di cristiani, buddisti, indù, teosofi o persone appartenenti alla Krishnamurti Foundation. Non ci vedo tanta differenza. Un uomo come Gesù ha toccato qualcosa di molto profondo, anche se non sappiamo come, ma tutto ciò deriva da un totale stato di consapevolezza basato sull’amore, la compassione o qualsiasi altra parola vogliate usare. Da quello stato egli cerca di comunicare tale verità, con le parole che troviamo nel Sermone della montagna, ma i suoi seguaci “portano giù” quella verità, creando una chiesa, una religione, dicendo fai questo e non fare quello. E’ lo stesso tra gli indù: essi non hanno scoperto la verità espressa nelle Upanishad o nel Vedanta, ma continuano le loro varie piccole performance senza venire in contatto con la verità. E tutto ciò si trova pure nel buddhismo: ciò che oggi si compie nel suo nome è ben altra cosa rispetto alla verità insegnata dal Buddha. Pertanto dobbiamo essere sempre consapevoli di questo pericolo, considerando quello che le persone in tutto il mondo compiono, riducendo a una cosa familiare la verità e poi concentrandosi su di essa, perché risulta più facile. Questo diventa un processo dell’io, che cerca sicurezze. L’idea che stai progredendo ti dà una bella sensazione ma diventa un impedimento alla percezione della verità perché le tue energie vengono dissipate in ogni genere di attività superficiale che non è assolutamente il vedere.

R.B.: E’ importante capire che il sentiero stesso è una metafora, che non si riferisce veramente ad un cammino con un principio ed una fine. Esso non ha inizio poiché ogni cosa gli appartiene e pertanto non ha fine. Questo mi fa venire in mente qualcosa che si trova nelle Lettere dei Mahatma, riguardante il Maestro K.H. (che uno creda o meno nei Maestri in questo momento non ha importanza). Egli va in un certo tipo di samadhi perché deve fare un lungo viaggio interiore e non deve essere disturbato a livello fisico. C’è un riferimento a questo ne La Luce sul Sentiero. Esso afferma che, al termine di tale viaggio, quando tutto ciò che è di natura animale è giunto alla fine, allora si realizza che il sentiero va ancora oltre e procede senza fine. Ora, pensare a tale sentiero come infinito implica uno stato dell’essere con la capacità di apprendimento senza limiti, che non ha niente a che fare con l’ordinario accumulo di conoscenze.

P.K.: Penso che Krishnaji abbia espresso la stessa cosa, sebbene con parole in qualche modo diverse, quando affermava che la libertà sta all’inizio dell’apprendimento, non alla sua fine, poiché l’apprendimento non inizia finché le percezioni vengono distorte dai processi dell’io, dalla colorazione individuale che esso dà a tale percezione. Pertanto non possiamo percepire la verità. E se percepire la verità significa imparare, allora tale apprendimento non può andare molto in profondità finché non siamo liberi, ma questa libertà secondo me non è un punto fisso a cui arrivare. La possibilità di percepire la verità senza distorsione alcuna è sempre esistita nella coscienza umana: ecco perché è possibile, anche per una persona che abbia dei condizionamenti, distinguerne un barlume. Per esempio, perfino un imperatore tanto crudele quanto Ashoka (Ashoka detto il Grande, imperatore indiano fra il 273 ed il 232 a.C.) poté avere un momento di profonda intuizione così da cambiare completamente, dopo la guerra di Kalinga. Pertanto il nostro io non è completamente escluso dalla capacità di avere delle intuizioni profonde.

R.B.: Ecco perché anch’io sento che l’essere umano ha questa capacità di pura consapevolezza, attraverso la quale può cogliere la realtà, ma egli tende a tradurre tutto ciò nel vecchio modello dei suoi condizionamenti, che è il suo conosciuto. Egli deve liberarsi da tale limitazione e percepire attraverso la sua vera consapevolezza. Le persone come Krishnaji, penso, vengono al mondo per aiutare gli esseri umani ad uscire dalla propria individualità limitata e condizionata e capire che c’è qualcosa di più grande e più bello, che manca loro finché rimarranno confinati nel mondo dei loro pensieri.

P.K.: Questo per me significa che quando Krishnaji si ribellò nel 1929 o nel 1933, più o meno in quel periodo, non fu contro l’essenza della Teosofia, ma verso la tendenza alle incrostazioni che facevano diventare la Teosofia non una ricerca, ma un nuovo credo o un nuovo insieme di conoscenze da accettare, come è capitato per tutte le altre religioni. Egli probabilmente ha visto il pericolo insito in tutto ciò e si è ribellato, cercando di riportare il tutto alla ricerca di quello che lui chiamava mente religiosa – non una mente cristiana o indù. Esiste una sola mente religiosa. E come teosofi si dovrebbe andare oltre tutte le forme superficiali e giungere alla vera mente religiosa, con saggezza, amore, compassione, verità, bellezza e la fine di ogni violenza. Citerò qui quello che egli disse riguardo a mente scientifica e mente religiosa: “La mente religiosa non ha credi, né dogmi. Essa va da fatto a fatto e pertanto la mente religiosa è mente scientifica. Ma la mente scientifica non è mente religiosa, poiché quest’ultima include quella scientifica, ma la mente allenata alla conoscenza scientifica non è una mente religiosa”.

R.B.: La vera mente teosofica è sia scientifica che religiosa, in tal senso.

P.K.: Non dobbiamo provare antipatia per nessuna religione, o condannarla, o qualcosa del genere. E’ semplicemente un fatto incidentale, che siamo nati dove si pratica una certa religione. Ci sono cose buone in essa, altre più superficiali, come pure delle superstizioni. Dobbiamo andare oltre tutto questo. Io non voglio rimanere limitato a questo, rimanervi attaccato o difenderla. Può avermi aiutato, quando ero piccolo, a crescere ma non mi deve limitare in alcun modo nella mia indagine di ciò che è vero e ciò che è falso.

R.B.: Pertanto una vita veramente teosofica è quella che ci permette di crescere nella verità e scoprire una saggezza sempre più grande.

 

  Tratto da The Indian Theosophist luglio-agosto 2008.

  Traduzione di Patrizia Moschin Calvi.

 

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