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Riflessioni Filosofiche

Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

Il simposio greco

di Marco Calzoli - Febbraio 2026


Il simposio greco è un oggetto “misterioso”, riguardo il quale si hanno spesso idee confuse. Inoltre la cultura greca è vista non poche volte come qualcosa di unicamente serio e gravoso, razionale e ufficioso, ma ci sono nell’animo greco antico altresì aspetti giocosi, ludici, poco seri, irrazionali, come avviene nel simposio, che unisce i due aspetti dello spirito greco. Per approfondire: D. Musti, Il simposio, Roma-Bari 2020.
“Simposio” è la forma italianizzata del termine greco symposion, derivato da syn + pinein, cioè “bere insieme”. Il verbo greco pinein è il corrispondente esatto del latino bibere. Nel mondo latino si chiamava convivium, da cum + vivere, “vivere insieme”. Cicerone affermava che il termine latino è da preferirsi a quello greco, in quanto il primo serba traccia di vitae coniuctiones, “comunanza di vita” e non semplicemente del fatto del bere insieme.
In italiano usiamo il termine soprattutto in due accezioni: riunione conviviale (uso raro e dotto) e convegno di studi, congresso scientifico.
Musti rintracciava tre elementi in comune di ogni convivialità nelle varie civiltà del mondo antico:

  • il pasto in comune
  • il bere insieme
  • il gioire insieme, il divertimento, composto da musica, danza, eros, piacere intellettuale e della conversazione.

 

Ma questi tre aspetti erano miscelati in maniera molto eterogenea nelle varie epoche e nelle varie civiltà.
Nel convivio romano aveva una importanza capitale la cena in comune. Descrivendo le conseguenze di una campagna asiatica e lo sfacelo dei costumi che la ricchezza proveniente dall’Oriente arrecava a Roma, Tito Livio (39.6) scriveva che ai banchetti si aggiunsero ballerine e musiciste, essi quindi venivano curati con maggiore spesa e il cuoco che per gli antichi era considerato spregevolissimo divenne in gran pregio e quello che era stato un semplice servizio si iniziò a considerare arte. Queste parole sono confermate dalle leggi suntuarie (contro il lusso), tese a colpire lussi e sprechi di denaro per i convivi (una di esse, del 115 a.C., vietava nei convivi ostriche e molluschi in genere).
Nel simposio greco non domina il cibo ma il bere. Le più antiche attestazioni conviviali greche sono quelle presenti nei poemi omerici, riguardanti gli eroi: pasti comuni già fortemente ritualizzati. Il pasto in comune dura anche dopo, cioè in età storica, ma emerge prepotentemente il bere in comune, distinto dal pasto.
Il simposio è il momento del bere, che si celebra dopo il pasto. Questa bevuta comune ha una autonomia rispetto al pasto e è fortemente ritualizzata. 
La funzione del simposio greco in età arcaica e classica era eminentemente politica: vi partecipavano solo gli uomini, in quanto appartenenti alla classe politica. I maschi che, dopo il pasto serale, svolgevano il rito del bere insieme, lo praticavano con la coscienza di partecipare a una riunione in parte sacrale e in parte politica. Il simposio era la sede in cui si manteneva e si rafforzava il vincolo tra i membri del gruppo e il luogo in cui si discuteva e si prendevano decisioni importanti per la vita della città.
La Grecia antica ha avuto questi periodi:

  • età arcaica e prima età classica (VIII-VI/inizi V a.C.): età delle oligarchie aristocratiche (regimi fondati sul potere delle famiglie nobili, ghene). Vi erano lotte tra i vari ghene e reazioni dal basso al potere dei nobili, con alcuni di questi nobili che appoggiandosi al popolo diventavano più potenti e si facevano tiranni (Pisistrato ad Atene, Teagene a Megara, Cipselo a Corinto, Policrate a Samo, e così via);
  • fine VI-inizio V a.C.: comincia la età classica, segnata dall’emergere della democrazia, a partire da Atene con le riforme di Clistene nel 508 a.C. Le lotte di potere tra le varie fazioni continuano.

Nell’età delle oligarchie, coloro che la sera si riunivano in un simposio per discutere e deliberare erano precisamente i membri di una famiglia aristocratica e i loro seguaci, esattamente gli appartenenti a una hetairia (eteria), cioè una “consorteria” (fazione politica, partito) collegata a tale ghene.
Nell’età della democrazia si riunivano a simposio i maggiorenti e i personaggi di spicco della polis e gli appartenenti alle eterie a ciascuno di essi legate.
Il simposio è la sede dove i partecipanti rafforzavano il legame al gruppo e in quell’atmosfera si accingevano a prendere decisioni. Lo ripetiamo perché è fondamentale per capire e interpretare i vari testi letterari composti per quell’occasione. Da qui il carattere fortemente ritualizzato e sacro, posto sotto la egida di due dei, Zeus Horkios (protettore del giuramento) e Dioniso (il dio del vino e dell’ebrezza).
Sulla base dei due Simposi di Platone e di Senofonte, nonché di molti altri testi, oltre che di rappresentazioni figurative su vasi e tombe (per esempio da Paestum, Tomba del tuffatore, 480-470 a.C.), sappiamo che i momenti del simposio erano questi:

  • sala non grande (come ci dicono ritrovamenti archeologici);
  • non più di 10 partecipanti, distesi a 2 a 2 su lettini, appoggiati al gomito sinistro e con la mano destra libera (l’uso di stare sdraiati proviene dall’Oriente dal VII secolo a.C., prima si stava seduti). In alcune raffigurazioni in tombe alcuni personaggi sono sdraiati da soli sul lettino: questo perché aspettano il morto che venga a festeggiare con loro;
  • alla fine del pasto serale, i giovani inservienti allontanavano i pezzi di cibo, spazzavano il pavimento, spruzzavano acqua sulle mani dei convitati, incoronavano il capo dei partecipanti con delle ghirlande e a volte con nastri, li ungevano, quindi ponevano al centro della sala un cratere dove veniva versato il vino mescolato ad acqua (bere vino puro era visto dai greci antichi come un uso barbarico, era il capo del simposio a stabilire le proporzioni di vino e acqua). Poi gli inservienti distribuivano il vino nelle coppe e infine portavano le “seconde mense”, cioè cibi leggeri, per stimolare e accompagnare il bere. Dopo di che, il simposio aveva inizio;
  • i convitati facevano iniziare il simposio con una libagione: cioè versavano il primo vino a terra in onore degli dei e degli eroi e dedicando quindi una prima coppa a Zeus, la seconda agli eroi e una terza a Zeus Salvatore;
  • si cantava un inno (peana) agli dei;
  • il capo del simposio (simposiarca) stabiliva le regole di cosa si doveva fare dopo, dalle danze, ai canti, alla musica, e quant’altro. Nel simposio infatti si discuteva di politica certamente, ma si cantava pure (i canti erano spesso di argomento politico). I partecipanti cantavano dapprima singolarmente passandosi un ramoscello di mirto accompagnati dallo strumento a fiato o dalla lyra. Si trattava di brevi canzonette improvvisate su ritmi semplici e  tematiche varie (anche erotiche) o prettamente simposiali (cioè di invito a bere). Una delle tecniche più in voga era basata sulla concatenazione di tema e variazioni: un convitato decideva il tema e gli altri rispondevano al tema. La musica è andata del tutto perduta, ma dalla metrica possiamo ricostruire in qualche maniera il ritmo; 
  • in un secondo momento i convitati più capaci cantavano carmi più elaborati. Questi canti erano composti dai poeti più celebri dell’epoca, ad essi commissionati all’occasione dai padroni di casa più facoltosi, o da poeti che li componevano e li eseguivano personalmente durante i simposi cui partecipavano. A questa seconda categoria apparteneva Alceo, famosissimo, che sarà imitato da Orazio a Roma (i temi cari ad Alceo erano la lotta politica nella sua Mitilene e l’invito a bere, e ne tradiscono l’occasione simposiale). Tutti i lirici monodici arcaici sono simposiali. Oltre ad Alceo, abbiamo Archiloco, Anacreonte, Ibico, Teognide. Anche poeti di solito classificati come lirici corali, cioè Pindaro e Bacchilide, in realtà hanno composto altresì carmi simposiali. Persino Saffo: lei era una donna, non poteva partecipare al simposio, ma cantava nel tiaso, una comunità di donne accomunate da rango sociale e cultura;
  • quindi il momento dell’intrattenimento individuato da Musti era sia serio (discussione) sia giocoso (canto). Nella compresenza dei due aspetti (grave e ludico) è stato visto, nel simposio, l’equilibrio dello spirito greco antico. Vi erano però anche altre forme più leggere di intrattenimento: motti di spirito, indovinelli, giochi (cottabo), eros (da intendersi come schermaglie amorose oppure come avances o anche come atti sessuali veri e propri). Le donne libere non partecipavano al simposio, come abbiamo detto, ma erano presenti le flautiste e le suonatrici di centra, che all’occasione potevano prestarsi al ruolo di partner sessuali, assieme a efebi (adolescenti di sesso maschile). Nella Grecia antica la sessualità omoerotica era vietata da adulti, ma permessa tra un adulto e un efebo, e aveva spesso funzione pedagogica (il maestro trasmetteva il suo insegnamento anche servendosi della energia erotica). Nella silloge di Teognide alle dichiarazioni di amore per il giovinetto Kyrmos si intervallano elementi “parenetici” che fanno pensare a un uso pedagogico dell’eros.
  • il simposio terminava con i convitati ubriachi che tornavano alle proprie abitazioni oppure si mettevano a dormine nella stessa casa (in questo modo termina il Simposio di Platone). Però spesso un simposio si concludeva con il komos, allegro corteo fino alla casa dell’amata o dell’amato oppure ad una casa dove è in corso un altro simposio (vd. l’arrivo di Alcibiade ubriaco alla fine del Simposio di Platone).  

La funzione squisitamente politica caratterizzava il simposio nell’età arcaica. L’età d’oro del simposio greco la abbiamo in quella arcaica e in quella classica, in quest’ultima il simposio si evolve. Nel V secolo, infatti, con l’affermarsi della democrazia, il simposio si imborghesisce. Con l’emergere alla ribalta di nuove classi sociali e delle loro nuove idee, smette di essere un rito esclusivo della vecchia aristocrazia e si allarga alle elites culturali della città democratica. In pratica si continuava discutere di politica, ma anche delle nuove idee e dei nuovi valori diffusi dai sofisti. I sofisti insegnavano dietro compenso varie discipline, tra cui la retorica (l’arte di parlare in maniera persuasiva), molto importante in democrazia, per fare discorsi nelle assemblee. Il fine della retorica era quello di discutere le nuove idee nelle assemblee pubbliche, quindi i sofisti insegnavano anche la filosofia e l’arte del governo. 
Socrate forse era un attuale frequentatore di simposi per via del fatto che parlava con tutti. Socrate è il protagonista dei due Simposi di Platone e Senofonte. Essi sono racconti di simposi reali o presunti tali, a cui ha partecipato Socrate. Da qui il ruolo di Socrate nella trasformazione del simposio da luogo di discussione politica a luogo di discussione filosofica.
Il Simposio di Platone certamente, e in qualche modo anche quello di Senofonte, è modello e archetipo del genere letterario “simposio filosofico-letterario” o semplicemente “simposio”, opera letteraria di contenuto filosofico o erudito con cornice simposiale.
Il genere “simposio” è sottogenere del più ampio “dialogo filosofico-letterario” o semplicemente “dialogo”, che ha anch’esso nei dialoghi platonici il suo modello e il suo archetipo e sarà destinato ad una enorme fortuna nella letteratura greca e antica e in quella europea moderna (Aristotele, Luciano, Cicerone, Seneca, Sant’Agostino, Petrarca, Erasmo, Machiavelli, Bruno, Galilei, Voltaire, Leopardi). Socrate non ha scritto nulla e Platone ha riprodotto nel genere del dialogo il dialogare orale di Socrate.
Per i Simposi, ricordiamo quello di Luciano e quello dell’imperatore Giuliano. Al genere letterario dei simposi possono essere fatti risalire anche opere di discussione non filosofica ma erudita, come le Quaestiones convivales di Plutarco e i Sofisti a banchetto di Ateneo. A Roma abbiamo il Simposio di Mecenate (perduto). Lucillo e Orazio hanno scritto satire che descrivono cene conviviali. Ma la cena più famosa della letteratura latina è quella di Trimalcione scritta da Petronio. Macrobio nei Saturnali imita Ateneo in una discussione erudita durante un convivio. 
Pensiamo poi al Convito di Dante (che non è la descrizione di un convito, ma l’opera stessa si propone come una creazione sul sapere, quindi una sorta di convito della conoscenza), al Decamerone di Boccaccio, al Pentamerone di Basile, alla Cena delle Ceneri di Bruno, ai Discorsi a Tavola di Lutero, al In vino veritas di Kierkegaard, alla Cena delle beffe di Sem Benelli, ai Poemi conviviali di Pascoli (però il titolo “conviviale” deriva il nome solo dal fatto che i poemi sono pubblicati nella rivista Il Convito).
Un posto a sé occupa l’opera di Ficino intitolata El libro dell’Amore, che è un commento e una interpretazione filosofica del Simposio di Platone in forma di narrazione di un convito svoltosi realmente il 7 novembre 1468 per celebrare l’anniversario della morte di Platone: rappresentazione letteraria di un simposio reale che riproduceva il Simposio di Platone, come facevano i primi discepoli del grande filosofo greco. Fu ordinato dai Medici nella Villa di Careggi a Firenze.
Nella Grecia antica avvenivano orge anche durante culti di Dioniso, ma non solo. Nel dionisismo l’orgia aveva una funzione filosofica e mistica predominante: serviva a innalzare l’uomo alla contemplazione delle Idee e al divino. Il contenuto orgiastico di un rito serviva a innalzare l’uomo alla trascendenza, togliendo i legami presenti nella vita comune. Inoltre l’orgia permetteva alle persone di estraniarsi dai consueti ruoli sociali e di regredire a comportamenti più primitivi, ma anche più autentici, che gli psicologi moderni hanno associato al concetto di Es freudiano. In questi riti si mettevano da parte le gerarchie: padroni e schiavi, patrizi e poveri, cittadini e stranieri si divertivano insieme.
Nel mondo antico era stretto il legame tra la riflessione filosofica e la estasi divina: il mondo delle idee, infatti, era legato al divino.
Una parola ancora sull’amore omoerotico. In certi settori della Grecia antica si diceva che l’amore per natura è quello dell’uomo con la donna, ma il fatto di riservare l’amore omoerotico alla “cultura” fa dell’amore per i fanciulli (paides meirakia) un rapporto degno soltanto delle persone più evolute e civilizzate, dotate di ragione (cfr. in proposito il notevole epigramma di Stratone, in Anthologia Palatina XII.245).


Marco Calzoli


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Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 58 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.


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